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Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo

di Silvana Arrighi

“Il calore della lampada si fa sempre più cocente, non dà più fastidio, ormai. La pelle di Colomba, anzi, ha bisogno di quel calore. Ne vorrebbe di più. Forse così i bozzolini diventerebbero di fuoco e qualunque cosa ci sia dentro, grasso accumulato, nostalgia, parole mai dette, potrebbe sgusciare fuori, libera”.
[…]
“Io ho pensato che mi fossero venute le ali.” […]
“Le ali? e che se ne fa delle ali? ”
“Potrei raggiungere presto mio figlio, senza prenotare voli e controllare partenze.”

Il nuovo libro di Emilia Bersabea Cirillo si annuncia con una bella confezione, un titolo accattivante, una copertina in cui una mescolanza fra la Venere di Milo e la Nike di Samotracia, dotata di testa e di un solo braccio, carnalmente umano, porta il suo paio di ali quasi fossero una gerla, evocativa dei mille pesi che quotidianamente le donne portano sulle spalle o, forse, della loro capacità di volare al di là del peso fisico che vorrebbe trattenerle a terra. Le “ali” della protagonista del primo racconto (Potrebbe trattarsi di ali), Colomba (come altro avrebbe potuto chiamarsi?), sono due addensamenti di grasso che si ritrova un giorno sul dorso, all’altezza delle scapole. Lipomi – diagnostica il fisiatra. Magari ali – pensa Colomba: ali che la potrebbero portare in volo dal figlio lontano. Forse quei “bozzolini” che lei può toccare sulla propria schiena sono solo pieni di nostalgia per chi si è allontanato, e non può toccare più. Forse potrebbero aprirsi in

ali liberatorie, a portarla via dalla piccola vita di provincia e famiglia in cui appare intrappolata.

Camillo, il protagonista di Soul doll, rimpiange di non aver mai potuto toccare le bambole di sua sorella Ernestina: “Nessuno ha mai capito quanta tenerezza c’è in me”. È uno dei pochi personaggi maschili presenti nei sette racconti della Cirillo, e neppure lui, in fondo, ne è protagonista. Lo è Rebecca, la sua compagna, una donna inanimata il cui corpo è però più vero del vero: Camillo ne ha potuto richiedere la confezione secondo i suoi gusti e il suo gradimento. L’altezza, le misure del seno, dei fianchi, il colore della pelle, dei capelli, degli occhi, financo le dimensioni e l’aspetto della vulva sono come lui li ha voluti. Rebecca è stata confezionata “at customer’s request” e di Rebecca Camillo è perdutamente innamorato, perché “sogna un abbraccio che duri tutta la notte” e solo quell’essere di silicone, dall’apparenza indistruttibile e dal sorriso così accondiscendente, pare in grado di darglielo.

Norma, protagonista di Se stasera sono qui, è una madre a cui è toccato in sorte il dolore più grande, la perdita di una figlia nel fiore della giovinezza. “La sua storia personale era completamente diversa da quella di tutte le altre, lei aveva perso una figlia di ventitrè anni in un incidente, la sua unica figlia, il suo mondo. Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia.“ È il racconto che più commuove, il più struggente. L’ultimo della raccolta, Sangue mioè invece il più fortemente legato alla realtà del nostro tempo, narrando una storia di maternità surrogata e del rapporto fra parti ricche e parti povere del mondo. La protagonista, la romena Anna, è costretta per indigenza a prestare il proprio corpo ad una coppia sterile, italiana: diciassette anni dopo dovrà fatalmente incontrare Emanuela, che dentro al suo corpo era cresciuta e dalla quale si era separata subito dopo averla messa al mondo, e chiedere un aiuto che solo lei le può dare, per il suo corpo malato.

 

Ancora il corpo. Il corpo è prepotentemente presente nei sette racconti della raccolta, con tutte le sue funzioni e la sua concretezza biologica: lacrime, sangue, viva materialità. Corpi  estremi, anche: come quello di Agnese, la protagonista di Fuori misura, una donnona di centoquaranta chili che, liberatasi dai condizionamenti legati all’aspetto fisico e alla sua misura extra-extra-large, riesce ad uscire da se stessa, si fa disegnatrice di moda e fa fortuna disegnando e vendendo abiti per altre donne.

Ispirata all’autrice canadese Alice Munro, le cui parole – “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale” – sono poste in esergo a propiziare le pagine che seguiranno, Emilia Bersabea Cirillo ha la rara abilità di mettere nella pagina scritta, e scritta benissimo, la meravigliosa complessità dei pensieri femminili. Non nasconde quanto il lavoro di scrittrice le costi fatica (“Quando scrivo butto sangue”, è l’espressione che ha usato ad una recente presentazione del suo libro), tuttavia le sue parole – che spesso attingono a dialetti e tradizioni delle terre del sud, orgogliosamente messe in primo piano – pur ricercate e dotate di una peculiare ed apprezzabile asciuttezza scorrono fluide e limpide come acqua sorgiva, e risultano essere le migliori, le più eleganti, per esprimere sentimenti ed emozioni. Non c’è timidezza o impaccio nell’ambientare le storie in luoghi piccoli, fuori dal mondo, paesi di provincia che ci immaginiamo distanti dal glamour della città: le storie di queste donne irpine, spesso donne comuni e semplici, di mezza età e di poche pretese, sono universali come universali sono le emozioni. Colomba, Agnese, Natalina, Laura, Bianca, Francesca, Anna sono donne la cui sofferenza spesso si tocca con mano, tuttavia sono estremamente resistenti, forti, reattive. Raccontando di loro e delle loro vite, Emilia Cirillo racconta lucidamente la nostra quotidianità, le contraddizioni, le difficoltà dei nostri tempi. Se parlare dei luoghi fisici è fondamentale – in particolare quelli legati alle proprie radici -, maggiormente lo è parlare dei luoghi universali delle emozioni.

La scelta del racconto come modalità espressiva è per la Cirillo “una questione di misura. Nel momento in cui si sceglie questo genere non sono possibili sbavature”. Il racconto è forse la sua dimensione narrativa d’elezione, “Una scelta letteraria precisa, necessaria”. E, citando mirabilmente la Nobel canadese – “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” – nel racconto Come si fa a dire se dimostra di averne introiettato appieno l’insegnamento, vista l’abilità con cui sa intrecciare fra loro due diverse trame, l’una mantenuta più in superficie, la seconda più sotterranea: è questo, a mio avviso, il racconto dal maggior valore letterario. L’orizzonte narrativo della Cirillo ci conduce attraverso storie disturbanti: le sue donne, a volte disperate, spesso sofferenti, hanno però tutte ali per volare, possono prendere in mano il proprio destino, e vincere la sfida della vita. La Venere-Nike presente in copertina è anche personificazione della Vittoria: la vittoria era alata perché doveva portare in alto il vincitore al di sopra dei comuni mortali. Ma le sue ali indicano anche che è rapida e inafferrabile: va, letteralmente, presa al volo, come l’attimo fuggente di un’opportunità del destino che difficilmente potrebbe ripresentarsi. Le donne di Emilia Bersabea Cirillo vogliono un destino da portare a testa alta, di cui sentirsi fiere: se sono penalizzate dalla vita, sono vincitrici nello spirito. E ottengono cura, premura, affetto, una unificante carezza, un abbraccio risolutivo.

Ancora una volta l’editrice Iguana ha confermato il suo desiderio di pubblicare “storie vere e buone”, valorizzando e promuovendo il talento delle donne. Emilia Cirillo, architetto di professione, grande lettrice da sempre (Pavese, Hemingway, Faulkner, Gadda e poi la Woolf, Kathrerine Mansfield, Fabrizia Ramondino, la Ginzburg fino ad Alba de Cespedes sono state le letture della sua formazione) si conferma nuovamente, dopo Non smetto di aver freddo (2016), come sensibile e straordinaria narratrice dell’animo femminile.

Emilia Bersabea Cirillo, “Potrebbe trattarsi di ali”, pp.169, euro 14, L’Iguana editrice, 2017.

Giudizio: 5/5

La recensione di Lia Tino

 

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Venerdì, 12 maggio ore 19.00
Presentazione del libro
di Emilia Bersabea Cirilllo
“Potrebbe trattarsi di ali” – L’iguana editrice
Con l’autrice intervengono
Carla Perugini- Università di Salerno
Generoso Picone-Direttore Il mattino-AV

La recensione di Lia Tino
Gli intensi, profondi, a volte crudi racconti dell’ultimo libro di Emilia Bersabea Cirillo “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana editrice, ruotano tutti intorno ad un tema mai così attuale e tanto presente nella vita di ognuno di noi: la solitudine.
Chi sono i personaggi che vivono questa esperienza?
Sono donne, ma non solo, a prescindere dal genere sono persone che a causa di fattori esterni perdono la capacità di rapportarsi all’altro, si relazionano unicamente al proprio “io” allontanano il “noi”.
Neppure il dolore che ha bisogno di relazione e comunicazione per trovare quel sollievo che deriva dal non chiudersi in se stessi, nella propria solitudine, riesce a vincere l’estremo individualismo presente nei personaggi.
Il testo offre una varietà di situazioni ed ecco Colomba, detta Beba, trascorre una vita agiata a “rammendare tempo e pensieri”, a lamentarsi di due piccoli bozzi, nati fra le scapole “forse… delle ali” ma, soprattutto, a nascondere, anzitutto a se stessa, il senso di colpa per l’allontanamento dei figli.
C’è Laura una donna appagata da un lavoro di responsabilità e da un uomo, Peppino, che riempie la sua vita. In due anni Laura perde tutto, amore e lavoro, si lascia vincere dall’apatia e dall’indifferenza verso tutti e tutto.
Il filo spezzato del rapporto con gli altri si riannoda grazie ad un’amica e all’improvviso bisogno di aiutare gli ultimi, i migranti che rischiano di morire nel mare nero e tempestoso.
Vinco la tentazione di parlare di ogni racconto e mi soffermo su “Come si fa a dire se” il più interessante e complesso dei sette racconti.
Ha una struttura “a quadro”: c’è la cornice, la scuola di scrittura creativa tenuta da Sara in una libreria del centro storico di Avellino; c’è la storia di Giovanna che si iscrive al corso di scrittura per reazione ad una vita piatta e sempre uguale: c’è il personaggio di Doree creato da Alice Munro in uno dei suoi racconti, “giovane madre di 3 figli soggiogata dal marito, impaurita dalla solitudine ma che riesce a trasformare una tragedia familiare, l’uccisione dei due figli, in un dono d’amore”; c’è infine Natalina che vive drammaticamente scissa dalla realtà, chiusa in un antico sogno infantile “avevo una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e fiori di lillà”.
I sette racconti scaturiscono da una comune visione: è difficile vivere, raggiungere la felicità o almeno la serenità è quasi impossibile, particolarmente per le donne soggette, a tutte l’età, da infinite vicende e attraversamenti fisici e psicologici. Sono storie a volte crudeli, spesso tristi, che tuttavia catturano l’attenzione e l’emozione del lettore grazie soprattutto ad una scrittura non solo scorrevole e lineare ma poetica e immaginifica.
La scrittrice nel susseguirsi dei periodi, a volte dei righi, ha la capacità di guardare con occhi nuovi ogni cosa, anche la più comune e banale, grazie, anche, al continuo uso di paragoni e metafore brevi, alla Emily Dickinson.
La poetessa americana usa questa tecnica nella poesia (“Bussa il vento come un uomo stanco… poi bussa come un uomo timido”; “Piantano sorrisi come semi”; “Odori come spezie addormentate”; “Attese come le parole di un amante”).
Emilia riesce a farlo nella prosa (“Vive nel suo corpo come in uno scafandro; “Il racconto aveva un tono sommesso come se stesse per spezzarsi”; “Montagne azzurre come caterve di nontiscordardime”; “Sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva come un oggetto coperto di polvere”).
In ultimo ricordo l’immagine tenere e dolcissima di Avellino, fondale dell’intero testo:…“l’aria stropicciata di un vestito mai stirato che aveva in certi giorni di vento”.

Stabat Mater di Emilia Bersabea Cirillo

massaccio

 

 A Maria Luisa Nappo

Per sempre

 – Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac ut tecum lugeam-

Andrea sapeva che da qualche parte tra il pubblico, sua madre stava piangendo. Per un momento distolse lo sguardo dal leggio, e guardò nell’oscurità della platea. Non vedeva niente. Le sedie del Duomo, gli scanni del coro, perfino l’orchestra di fronte a lui erano occupate da ombre. Il maestro gli fece cenno. Toccava a lui. Strinse le dita a pugno, se li portò al petto. Solo la sua voce, niente altro, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un gran respiro all’indietro. E iniziò a cantare.

 

Carte, sempre carte. Sigarette, posacenere pieni, la lampada sul tavolo accesa. I miei pomeriggi erano sempre stati di lavoro. Da qualche tempo anche pieni di fumo. Mi sono alzata, ho posato gli occhiali. Le sei e mezzo. Ancora poco. Poi televisione, un toast e a letto.

Ho guardato a nord, come tutte le sere. Come se il mio sguardo potesse davvero arrivare lontano, superando la montagna di fronte e i chilometri che mi separavano da Andrea. Che faceva, in quel momento? Aveva freddo? Aveva già mangiato? Stava leggendo? Riusciva a dormire?

Il telefono ha squillato.  Non ho risposto. Ha squillato ancora. Ho risposto per stanchezza.

-Allora, avevi deciso di perderti un concerto importante.-

-Stavo pensando di andare a letto…

-Passo alle otto. Ornella non farmi scherzi. E’ un’orchestra da camera eccezionale.

-Non ho voglia…

-Alle otto. Poi mi ringrazierai.

Eugenio quando si trattava di concerti decideva per tutti e due,. Senza avvisare. Senza chiedere. Ed io non riuscivo ad oppormi. Ho acceso una sigaretta. Fumare dilatava il mio tempo fermo. Ho mandato dietro i vetri un bacio ad Andrea. E ho chiuso la finestra.  Eugenio l’avevo conosciuto un pomeriggio ad una fila al botteghino del teatro S.Carlo, in un’afa insopportabile di giugno. Mi facevo aria con il ventaglio, ma quel movimento ritmico non diminuiva la calura. Davanti a me c’erano almeno quaranta persone. Una mezz’ora di attesa. Avevo i pantaloni di lino appiccicati addosso. Il sudore mi colava dalle sopraciglia. Sembrò non importarmi niente di Mahler e della 5° sinfonia. Volevo riprendere la macchina al parcheggio sulla Marina, imboccare l’autostrada, tornare a casa e farmi una doccia. Chiusi il ventaglio e lo misi in borsa. Uscii dalla fila. Uno dietro di me mi chiamò.

– Prenderò un biglietto anche per lei. Mi può aspettare al Gambrinus, intanto. –

Gli sorrisi. Mi sembrò di conoscerlo. Occhi azzurri e capelli bianchi ricci. Fu per il suo modo di parlare, gentile, trasognato, a dirgli di sì.

-Eugenio Galzerani.

-Ornella De Santis.

Abitavamo nella stessa città tra le colline. Lo avevo visto fare la spesa al supermercato in centro.  Una volta mi aveva preso, da uno scaffale in alto, una confezione di marmellata ai lamponi che avevo promesso ad Andrea.

Arrivò dopo mezz’ora. Nella sala del caffè eravamo in pochi, avvolti dal fresco e dagli stucchi. Avevo già bevuto un succo d’arancia. Lui ordinò un gelato. Cioccolato e nocciola.

– Questo è il suo biglietto.- mi disse.- Quinta fila, la migliore.

– Come ha fatto?

– Trucchi del mestiere.

Ci frequentiamo da allora. Nove mesi, più o meno. Lui mi telefona all’improvviso per invitarmi ai concerti, dovunque siano. Mi aspetta sotto casa con la sua monovolume. Dopo andiamo a cena. In fondo non ci conosciamo, ma ci facciamo compagnia. Sa certamente di Andrea, in questa piccola città si sa sempre tutto. Non fa domande.

A volte, quando è di umore, mi racconta della sua infanzia a Matera, del palazzo di tufo che stava alla fine del Corso e che guardava alle gravine.  Dell’insegnante di pianoforte di Tricarico che andava in casa ad insegnargli il solfeggio. Sua madre lo voleva direttore d’orchestra. A cinquantasei anni dirige una banca, in città.

– Quello che ci voleva per te, per farti uscire da casa.- ha commentato mia sorella Antonella -Vedi, la Provvidenza esiste, e come.

A credere alla provvidenza, in quello che dice mia sorella c’è un fondo di verità. Da tre anni non facevo altro che fumare, lavorare e portarmi le pratiche a casa, per compagnia, raggiungere due volte il mese Volterra, per far visita ad Andrea.

Adesso, tento l’aria della sera.

 

Sono andata a farmi la doccia. Insapono il mio corpo automaticamente. L’acqua calda la sento però come una benedizione. Ho indossato un vestito di lana rosso, alto in vita, vecchio di sei anni. E il cappotto nero.Eugenio ha citofonato alle otto. Preciso come la campana della chiesa.

Mi ha sorriso, aprendomi la portiera.- Sei uno splendore!-

Ha sempre di questi complimenti esagerati.

– Diciamo che sono meno opaca del solito.

Ha messo in moto. Piove lento, all’improvviso. Siamo fermi in una fila, sul corso principale.

-Non potevi perderti questo concerto- ha detto Eugenio guardandomi teneramente. – Pergolesi e Vivaldi. Insieme. Pare che ci sia un controtenore inglese, giovane, dalla voce eccezionale. La critica dice che è molto promettente. Ho chiuso gli occhi. Dovevo scendere dalla macchina, inventare un improvviso malore. Non sono stata pronta. Ho detto solo – Allora andiamo. – Lui mi ha sfiorato la mano con un dito.

E’ la prima volta che vado a teatro in città insieme a lui. Da quando Andrea è a Volterra, cerco di farmi vedere il meno possibile in pubblico. Mi sono fatta trasferire in un tribunale della provincia, per non avere contatti con i colleghi.  Non mi piace che si parli di me, mentre passo tra la gente. Sorrisi, ammiccamenti, commenti, me li sento tutti nelle orecchie. Il foyer del teatro è pieno. Ho intravisto facce conosciute. Coppie cementate dalle rughe.  -Non entro.- ho detto ad Eugenio.

Lui mi ha preso per un braccio. -Non fare capricci. Sei con me. L’ho guardato. Ha un viso puro, come se l’acqua cancellasse continuamente dalla sua pelle ogni traccia del tempo. E una voce che mi avvolge. Ho annuito. Gli ho dato il braccio. Siamo passati veloci in mezzo alla folla. Non ho visto nessuno. Avevo infilato gli occhiali scuri.

– Contenta? – ha detto Eugenio, mentre entravamo nel palco riservato a noi due.

Non ho risposto.

– Ornella, che hai?- ha chiesto avvicinandosi a me. La sua bocca era ad un filo dalla mia. Ho scosso la testa. Mi sono stretta il cappotto addosso.

Ho letto il programma. Stabat Mater di Pergolesi. Gloria di Vivaldi.

La luce si è abbassata. Il cuore batteva velocissimo. Dovevo resistere. Ho tratto dall’astuccio una pilloletta rosa. L’ho ingoiata senza acqua.

-Posso fare qualcosa per te?- mi ha sussurrato Eugenio.

Ho scosso la testa.

-Tu dici troppe bugie. Ne parliamo dopo…

Il concerto stava iniziando.

 

Avevo visto Andrea dieci giorni prima. Lo avevo trovato ancora più magro, pallido, i denti gialli. Ci eravamo abbracciati nella stanza chiusa dalla porta di ferro, mentre il secondino si allontanava. Era tutto quello che ero riuscita ad ottenere dal direttore del carcere. Andrea mi aveva guardato con la sua faccia striminzita, lisciandosi i capelli biondi e fini che cascavano sulla fronte.-Devi portarmi via da qui- aveva detto subito.-Non posso, Andrea.

-Mi sembra di impazzire.

Mi teneva la mano, come quando era bambino, con il pollice stretto sul mio dorso.

– La notte è peggio del giorno. Voci, rumore, spifferi. Non dormo, non sogno, resto con gli occhi chiusi. Penso a casa. A come sarà la mia stanza. Al copriletto rosso che mi comprasti quando compii dieci anni e non abbiamo mai cambiato. Mamma, mi stai ascoltando?-

La sua bella voce quieta. Le sue occhiaie da anemico. Lo scatto nella spalla, quando parlava di cose che lo riguardavano.

Lo ascoltavo. Come non potevo. Non riuscivo a dirgli che nella sua stanza non entravo più da mesi.

-Hai provato a studiare, un poco?

-Non ci riesco. Cantare qui, è impossibile. Non ho silenzio, non ho spartiti, non ho dischi, non ho voce.

Stava mettendosi a piangere. Lo abbracciai. Lagrime circolavano tra le ciglia. Ingoiavo saliva, per non scoppiare. Gli presi l’altra mano.

-Se vuoi, la prossima volta posso portarti gli spartiti. Potrebbe essere una buona cosa.-

– Non hai capito, la mia voce è arrugginita, è ferro vecchio, è spazzatura.

Gli passai le mani tra i capelli. Li aveva sempre morbidi, setosi.

-La tua voce sarà sempre bella, Andrea. Devi credere a tua madre.

Lui aveva poggiato la testa sulla mia spalla.

 

Il controtenore è giovane. Venticinque anni, leggo dalla brochure. Viene da una piccola isola dell’Irlanda.   E’ vestito con una camicia bianca di seta e un pantalone nero. E’alto, robusto, con i capelli rossi mossi, come un angelo di fuoco. Vorrei vedere da vicino il suo viso. Dirgli delle parole di incoraggiamento. Il soprano mi è sembrata alta, legnosa, con i capelli a baschetto e un decolleté inesistente. E’ vestita di nero, con una cintura di strass in vita. Ho tenuto le mani giunte sul grembo, lo sguardo puntato su di loro. Hanno cominciato. “Stabat madre dolorosa.” Due voci eterne. Le spade nel cuore hanno sobbalzato. E’ questa la musica, mi sono detta, la sua  musica. Ho stretto le mani sulla balaustra ricoperta di velluto rosso. Eugenio mi ha preso il gomito. Ho fatto finta di non sentire, ostinata ho guardato dritto, allontanando il ferretto del reggiseno dal costato.

 

-Ti ho portato i libri – gli stavo dicendo – Hölderlin, Rilke, Allen Ginzberg. Non me li ricordo tutti, ma ho rispettato la nota. Il secondino era entrato senza far rumore dietro di noi. L’ora era diventata breve come un respiro. Ci eravamo sciolti dall’abbraccio. Quello era il momento più tremendo. In cui il cuore si scomponeva, come se fosse diventato uno specchio spezzato.

-Non potrebbe farci stare ancora un poco, non diamo fastidio a nessuno.

-Dottoressa, la regola…

-La prego, sia comprensivo.

La pappagorgia dell’uomo aveva tremato. Di fronte alla mia preghiera aveva accennato un sì complice ed era uscito.

Ci eravamo presi per mano. Ci guardavamo senza parlare. Era troppo quello che avevamo da dire. Troppo poco il tempo.  Il calore delle sue mani, le sue dita fragili, l’osso rotondo del polso, la sottile linea azzurra delle vene furono le nostre parole.

Andrea aveva faticato a separarsi da me.

– Mamma, ti raccomando, mamma .- aveva urlato, aggrappandosi al mio braccio. Il secondino con la pappagorgia lo aveva afferrato per un braccio -Non lo tocchi !- avevo gridato. Andrea mi aveva abbracciato con gli occhi. Si era incamminato a testa bassa, senza voltarsi.

Avevo pianto, quanto avevo pianto, mentre la sua voce spariva nei corridoi.

Era la stessa di quando, da bambino, non voleva entrare in classe. – Non mi lasciare, mammaaa – era quella a prolungata, come un dolore insopportabile che me lo faceva affidare alla maestra e scappare fuori, per non sentirlo.  Per tutta la prima elementare Andrea pianse e vomitò. Tornava a casa calmo, indifferente, come se non fosse successo niente. Dovevo capire allora che c’era qualcosa che non andava.  Lui si sentiva abbandonato da me. Più scappavo, più piangeva.

Dovevo rifiutare la promozione. Dedicarmi a lui, come una madre deve. Non lasciarlo solo. Era questo che lui voleva, senza chiedermelo. Non capii. Non ero attenta a lui. Mi sembrava tutto facile, allora. Sopportabile, realizzabile. Accettai l’incarico. Andrea restò col padre. Ritornavo a casa solo il sabato e la domenica. Per due anni la nostra vita furono telefonate, regalini e lontananza. A me sembrava che non gli mancasse niente. Gli mancavo io, invece.

 

La voce del controtenore è un filamento di seta doppia stesa tra due salici. Mantiene costante e morbido il tono della musica.- Fac ut portem – muove le mani come se dai palmi nascessero colombe di pace. IL soprano lo guarda e annuisce. Forse lo ama. Pergolesi scrisse lo Stabat Mater e poi morì. A Napoli. A pochi chilometri da qui. Aveva 26 anni. La stessa età di Andrea, preciso. Lui muore in carcere, un poco al giorno, da tre anni.

 

Quando i carabinieri arrivarono in casa, Andrea era uscito per le prove. Era il 6 aprile. Mercoledì. Dopo una settimana avrebbe dovuto cantare lo Stabat Mater al Duomo.

Nel presentarmi il mandato chiesero scusa, dovevano fare il loro dovere.

La stanza di Andrea era stata messa in ordine al mattino dalla cameriera. Stereo, cd, le stampe antiche di uno spartito di Bach regalo dei diciottoanni, il suo pianoforte, le cuffie, i libri di musica, di poesia, di filosofia, la libreria degli spartiti, le sue foto di ritorno da un concerto in Calabria, lo zaino ancora mezzo pieno.

– Mio figlio è alle prove. Al Duomo.- risposi sincera.

Loro sorrisero. Cip e Ciop pensai. Con la solerzia dei roditori alzarono il materasso, sollevarono lenzuola, spalancarono cassetti, svuotarono l’armadio, gettarono a terra le sue camicie, le mutande, i calzini, sventolarono gli spartiti, scopercharono il pianoforte.

Facevano il loro dovere. Come tanti che lavoravano in procura, con me.

-Andrea non ha fatto nulla di male. Che volete da lui? Lui è un artista.

Parlavo come un personaggio delle telenovele.

– E’ stata uccisa una ragazza. Monica Ricchi. Anni 20. La conosce vero? Le possiamo dire solo questo.- ripresero a cercare, meticolosi, i guanti di lattice alle mani.

– E’ la fidanzatina di mio figlio Andrea.- sussurrai.

– Appunto.- disse uno dei due.

Corsi in cucina. Aprii il rubinetto. Bevvi dal cannello, lasciandomi bagnare il viso e la punta dei capelli. Il cuore era gelato in petto. Pensai alla Madonna Addolorata. Sette coltelli. Sette dolori. Me li sentii arrivare tutti insieme nel cuore.

Andrea amava quella ragazzina bruna dagli occhi grandi e neri. Veniva da Urbino, si era da poco trasferita in città. Aveva la grazia levigata di certe Madonne di Piero della Francesca, le mani dalle dita sottili, la pelle tenera. Per Andrea oltre il canto non c’era che lei. Le aveva dato una sua foto, in cui Monica sorrideva abbracciando il suo barboncino bianco. Le si vedeva  tra l’attaccatura dei seni il tatuaggio, una minuscola farfalla , che aveva scelto con Andrea.

Si erano conosciuti alla corale. Monica era soprano leggero. Non si impegnava come doveva, sprecava un talento naturale. –E’ venuta per gioco, per avere qualcosa da fare. Non studia per niente. – mi aveva confidato Andrea una mattina che facevamo colazione insieme.- Per fortuna, mamma, altrimenti non ci saremmo mai incontrati. E’ così bella, non trovi?-

Volevo bene a quella ragazzina, perché faceva felice Andrea. Perché era la femmina che avevo desiderata e avevo persa al quarto mese di gravidanza. Perché si volevano bene, mano nella mano sempre, per strada, si chiamavano – Amore- e si scambiavano orsetti e marmotte di peluche. In casa c’era un’aria leggera, da quando la foto di Monica era comparsa sulla scrivania. L’amore aveva reso Andrea premuroso, attento, ordinato. Una sera mi disse che voleva tentare l’ammissione ad un corso di alta specializzazione in Francia. E Monica? Gli chiesi? Anche lei lo tenterà.

Il canto e lei. Per sempre.

 

Telefonai al padre di Andrea, come chiamavo Giuseppe da quando ci eravamo separati. Gli urlai di tornare subito, dovunque stesse.

Non ti capiterà mai. Sono cose che si leggono sui giornali. Cose che tengono col fiato sospeso l’Italia per un’estate intera. Mio figlio l’ho cresciuto con i valori, il rispetto degli altri, la condivisione, un democratico senso del benessere, il limite tra bene e male. Ha studiato canto con i migliori maestri del conservatorio. E’ controtenore, un timbro rarissimo. Un dono del cielo, aveva detto un critico musicale. Repertorio barocco. Vivaldi, Pergolesi, Bach. Una carriera luminosa assicurata.

Lui obbediente, premuroso con me, soprattutto dopo la separazione con Giuseppe. Non voleva lasciarmi la sera, per andare alle prove. Sorvegliava la mia solitudine. Troppo, per un ragazzo di sedici anni. Mamma, va bene mamma. Quando mi vedeva triste si sedeva sul mio letto e cantava per me la ninna nanna di Brahms, – Guten Abend, guten Nacht in die Rosen gedacht- e poi mi carezzava i capelli.

Un cruciverba misterioso, la vita dei figli. Diventano altro da noi senza che ce ne accorgiamo. Li guardiamo con gli stessi occhi amorosi, come fossero eterni bambini. Come non potessero diventare mai corpi che desiderino altri corpi, mai destini che cercano altri diversi destini.

Mi sedetti sul letto e piansi, le mani sulla fronte.

 

– Che c’è, mi chiede Eugenio. Non ti ho mai visto così.- Nel buio del palco tenta affettuoso di prendermi la mano. Gliela cedo, lui la stringe, la bacia. E’ elegante nei gesti. Attento. Un vero signore.

– Fac me vero tecum flere crucifixo condolere…- Quando finirà lo strazio di una madre, penso, non finirà mai, andrà oltre le parole, le voci accordate, le viole, i violini, il maestro di cappella, oltre le preghiere e le intenzioni, andrà oltre il corpo del figlio  schiodato dalla croce stretto nelle sue braccia, come il primo giorno che è nato, carne della mia carne sono in croce con te.

Eugenio mi  porge il fazzoletto. Non mi sono accorta di star piangendo. E’per la voce del controtenore, la musica di Pergolesi, il sussulto del ricordo, la controfigura di Andrea che si aggira sul palco, la madre dolorosa ai piedi della croce, i capelli d’oro sghimbesci  sulla veste rossa, il costato squartato, lo strazio muto davanti al corpo del figlio morto. E’ il mio tempo, il suo tempo  che si è fermato tre anni, cinque mesi e quattro giorni indietro.

Eugenio sussurra qualcosa che non capisco. Ha un profumo sordo di verde boscoso, la sua mano bianchissima accarezza la mia. Il suo fazzoletto sa di muschio, lo stropiccio, lo porto alla bocca. Desidero che le lagrime scendano. Che le lame nel cuore si allentino un poco.

 

Monica fu trovata nella tavernetta della sua casa, la testa fracassata, i capelli secchi di sangue. Era domenica mattina, molto presto. Sognavo di immergermi in un fiume piatto, sogno premonitore di lagrime, secondo la cabala familiare. Il telefono squillò a lungo, prima che rispondessi.

Andrea urlava dall’altro capo di correre subito da lui, era assurdo. Da lui dove? A casa di Monica, vieniiiii, è morta, mammaaaa.- e sembrava come se cantasse. Ho ancora nelle orecchie quelle i e quelle a prolungate, come il suono di una fisarmonica tirata a lungo.

Non so come scesi le scale di casa e misi in moto la macchina. Pensavo al tatuaggio di Monica all’attaccatura del seno. Me lo aveva fatto vedere orgogliosa solo qualche mese prima. Era una farfalla con le ali socchiuse, strette intorno al capo.

-Non ho sofferto per niente!- mi aveva confessato- Solo un pizzicorino!

E ora la piccola farfalla aveva preso il volo.

Giuseppe era davanti al cancello della casa di Monica. Ci salutammo con un abbraccio. Temevamo. Tremavamo. Qualche giorno prima Andrea era tornato a casa nervosissimo, aveva dato un pugno nei vetri dell’armadio, si era ferito due dita. Mi urlò addosso che aveva trovato Monica con un altro, nella piazza del Duomo, proprio quando lui usciva dalle prove. Si stavano baciando, a tre metri da me, tutte puttane, le donne sono tutte puttane, l’ho presa a schiaffi, quella piccola puttana,l’ho strappata a quel verme fetente della terra, lei mi ha graffiato sul braccio, l’ho picchiata, puttana, un casino. Nessuno mi vuole bene, nessuno, aveva urlato, e si era chiuso nella sua stanza, alzando il volume dello Stabat al massimo.

– Andrea ti voglio bene, io ti voglio bene- avevo gridato, battendo i pugni sulla porta.- Apri, per piacere, apri. Monica è una ragazzina, certe cose possono capitare…Cerca di essere comprensivo, Andrea…

Lui non aveva risposto. Mi ero seduta nel corridoio, stravolta. Non sapevo ancora che quella musica sarebbe diventata la misura del mio dolore, della sua follia, della nostra lontananza.

Improvvisamente Andrea aveva spalancato la porta.

– Non deve capitare tra due che si amano. Non deve e basta!

– Può capitare. Io e tuo padre ci siamo lasciati perché lui si è innamorato di Fulvia.

– Appunto, una puttana.

– Non è una puttana. Chi si innamora veramente…

– Tu solo non sei puttana. Perché sei mia madre.- e mi aveva abbracciato piangendo.

 

La verità è che ci sentivamo in colpa io e  Giuseppe. Per averlo cresciuto come un adulto, quando adulto non era. Per essere stati ciechi alle sue richieste d’amore. Per aver litigato davanti a lui, come se lui non esistesse. E ora tremavamo. Rosi dal sospetto. Senza dirlo stavamo pensando la stessa cosa. A quando da bambino Andrea aveva scatti così furiosi da rompere la testa dei suoi pupazzi con la forza della sola mano. A quando aveva morso a sangue la babysitter che voleva portarlo a passeggio e lui voleva stare a casa a vedere i cartoni. Tacemmo. Cercammo Andrea che piangeva, seduto sul marciapiede. Lo abbracciai.  Qualcuno della polizia mi riconobbe. Chiesi di vedere Monica. Non mi fecero entrare. Non so chi mi diede le condoglianze. Portai via Andrea, a forza. Lo tenevo per mano. Entrammo in macchina. Tutti e tre. Per l’ultima volta. Il grande evento doloroso aveva riunito la famiglia.

Lo Stabat Mater è finito. Le luci in sala sono accese progressivamente. Gli applausi mi hanno stordito, come sempre. Eugenio ha gridato bravo, al giovane artista che si è inchinato, tenendo per mano il soprano. I capelli rossi si sono mossi come un campo di spighe color sangue. Ero in un angolo del palco, gli occhiali scuri sul viso. Avevo voglia di dare un solo bacio in fronte al controtenore. Nel pensarlo mi sono messa a tremare. Come se la temperatura fosse scesa di colpo e intorno a noi ci fosse neve e ghiaccio, il mondo scivoloso ed incerto del gelo, delle stanze brinate da percorrere nudi, illividiti dalla paura.

Eugenio si è accorto che tremavo. Mi ha abbracciato e baciato i capelli.

-Vieni- ha detto- hai sopportato anche troppo.

Siamo usciti dal palco che cominciava l’intervallo.

– E Vivaldi?

– Era importante che sentissimo Pergolesi.

 

– Fu di sabato santo, i fiori ancora freschi del sepolcro, il Duomo illuminato di candele votive, l’odore di incenso disteso come polvere, che Andrea cantò il suo Stabat Mater. Aveva indossato il vestito nero con la camicia bianca e un papillon di raso rosso, che avevamo scelto insieme nel miglior negozio della città. Aveva i pugni stretti sul petto e gli occhi chiusi, lo vedevo dalla mia quinta fila, immersa in una zona d’ombra che mi ero scelta apposta. Il suo timbro prezioso tenne il filo delle parole, rincorse il lamento straziato del figlio e della madre. Pergolesi sarebbe stato orgoglioso di lui, pensai, mentre le lagrime scendevano scomposte. Stava la madre dolorosa, io ero là, seduta con un velo da lutto sul cuore, certa del futuro che ci aspettava. Per i giorni immobili. Per il canto fermo. Per il silenzio coatto. Per la paura della notte. Per l’angoscia del mattino. Per le albe senza conforto.

Perché la vita si era spezzata e non sapevo più comporla, perché anche quella musica era un lamento insopportabile e la voce limpida di Andrea una beffa del destino.

Quel canto era la sua preghiera di perdono, a Cristo con la faccia in terra.

Andrea si era dichiarato colpevole di aver ucciso Monica, la domenica mattina all’alba, in tavernetta, con una mazza di legno strappata da una catasta. Lo aveva lasciato per un altro, lei glielo aveva confessato.  Così, per un altro e lui non ce la faceva a stare senza di lei.

Non volevo, non volevo, ma una forza sconosciuta ha agito dentro di me, non potevo resisterle, non potevo restare ancora una volta solo. Ho passato un’infanzia a farmi compagnia con le figurine dei calciatori e le costruzioni. Quello che amo, lo distrugge sempre. Perché? Ditemi, perché? A Monica volevo dedicare il concerto. La mia musica, la mia vita.

Poi era scoppiato a piangere.

 

Siamo a casa. Seduti vicini in poltrona. Eugenio beve un bicchiere di vino, mentre gli racconto di Andrea. La mia voce risuona nel salotto ed è cosa nuova, per me.

– Riuscii a convincere il mio collega giudice ad autorizzare Andrea a cantare lo Stabat. Diedi tutte le garanzie, usai tutto il mio potere. Lui cantò… come se stesse rendendo l’anima a Dio…Quando il concerto finì, non ebbi nemmeno il tempo di abbracciarlo. Fu portato direttamente in caserma. Ora lo vedo due volte al mese. E ogni volta è sempre peggio.-

Eugenio annuisce. Posa il bicchiere sul tavolino del salotto. Mi bacia la mano. E’ la sua comprensione a commuovermi.

– Forse dovresti convincerlo  a cantare. A intravedere una prospettiva.

– Non vuole niente, dice che la sua voce è arrugginita.-

Nel cuore le spade ritornano al loro posto, più fisse che mai.

– Deve passare solo il tempo.- dico per farmi coraggio.

Lui mi accarezza la guancia con due dita. Poi la nuca.

– Il tempo va accudito.-

Lo guardo senza capire.

– Significa che devi prenderti cura di tuo figlio, anche contro la sua volontà.- Eugenio mi guarda tenerissimo. -Da bambino sono stato molto malato. Una febbre difterica mi stava consumando poco a poco. Neanche l’acqua più volevo bere. Quello che non fece mia madre…Ero già avvolto nelle nuvole, ma lei non si è arresa, chiamò da Bari un clinico illustre…ed eccomi qua.

– Devo ringraziare lei, allora?

Lo accompagno alla porta. Lui mi bacia la guancia. Sussurra a domani.

 

La casa è tornata silenziosa. Spengo le luci in salotto. Porto il bicchiere in cucina. Guardo fuori, nel buio. Vado nella stanza di Andrea. Accendo la luce. Procedo incerta, tocco la cornice delle stampe, lo stipite del pianoforte, il portacarte di lino grezzo azzurro.

Gli spartiti sono nella libreria, disposti in ordine alfabetico. Sfilo quello dello Stabat Mater. Lo apro, lo sfoglio. E’ pieno dei suoi appunti a matita. Sui bordi scarabocchi e ghirigori. In un angolo dello Stabat, Andrea ha scritto – Monica sei la mia vita- con la sua grafia grossa, rotonda.

Mi siedo sul suo letto. Accarezzo il copriletto rosso. Poso la mano sul cuscino, sull’impronta lasciata dal capo.

 

Avellino, 10-15 settembre 2007

 

 

 

Come uno sputo nel piatto

La bellissima recensione di Monica Pareschi al mio romanzo ” Non smetto di aver freddo” sul n.2/2017 dell’Indice.

Come uno sputo nel piatto

di Monica Pareschi

Emilia Bersabea Cirillo
NON SMETTO DI AVERE FREDDO
pp. 352, € 16
L’Iguana, San Bonifacio (VR) 2016

In un Sud plumbeo che trasuda umido e muffe, nel freddo appenninico che penetra attraverso la trama infeltrita dei maglioni e ghiaccia le ossa, dove la luce fatica a insinuarsi tra mura di pietra in sfacelo e facciate di cemento cresciute senza grazia e il sole ferisce senza schiarire, due bambine crescono senza amore: “sola come uno sputo nel piatto” eppure bianca e miracolosamente intatta Dorina la bionda, Dorina la bella; preda di un eros vendicativo e rabbioso Angela, sorella di solitudine cupa e speculare, segnata da una bruttezza irrimediabile, ossa aguzze, occhiali spessi e neri denti di ferro; figlia di puttana, figlia del disamore. Unite tuttavia da un patto scellerato che passa per il desiderio cieco dei corpi cuccioli e poi adolescenti, dove la rivelazione terrorizzante del sesso si mescola al disgusto, la carezza alla brutalità del frugare, il dito si fa artiglio, la lingua sonda schifosa e viscida, la pelle epitelio freddo di mollusco e l’osceno della carne trasmuta in una vagheggiata unione mistica: “io sarò per te e tu per me” dice Angela, e le parole sembrano echeggiare quelle tra Cristo e un’altra Angela di luce e di buio, la Beata da Foligno: “Tu es ego et ego sum tu”, tu sei me, e io sono te.

Se appare mistico e perciò annientante il legame tra le due protagoniste, è tuttavia alla tradizione della grande narrativa realista che sembra guardare il bel libro di Emilia Bersabea Cirillo: romanzo di durezze e fatiche concrete del vivere, dove degrado ambientale, politiche dissennate del lavoro e crisi economica avvelenano esistenze che annaspano per non perdersi, scavano abissi di incomprensione affettiva, congelano amori che forse in luoghi meno ingrati si sarebbero potuti salvare, ed è notevole che in una narrazione che si sarebbe tentati di leggere “al femminile” una parte così ampia sia dedicata al dolore dei maschi: un dolore che certo è il risultato di uno sgretolamento dei ruoli tradizionali ma è reso più crudo dall’umiliazione sociale e da un’impotenza che è anche figlia di povertà materiale.

Mentre gli uomini si dibattono tra affetti disattesi, delusioni personali e politiche, cassa integrazione, sindacato e l’extrema ratiodell’emigrazione, le donne resistono e insistono all’interno di vite che non hanno scelto ma che vanno rese dopotutto vivibili. E così, tra orfanotrofio, casa, carcere e casa-carcere si muovono Dorina e le altre, nutrendosi a vicenda di parole e di cibo, perché in questo romanzo davvero “la frase d’amore più vera, l’unica, è: hai mangiato?”. Quest’arte di nutrice trasmessa dalle suore dell’istituto che accoglie Angela e Dorina da piccole diventa professione per Dorina la frigida, colei che non sa nutrirsi d’amore ma finisce per dispensare cibo amoroso nella più truce delle case, la prigione appunto: “Perché nessuno è infelice quando mangia”, come spiega Dorina allo psicologo del carcere.

Uscire dal carcere freddo della vita: è questo il percorso necessario per Angela e per Dorina, e ciascuna lo farà a modo proprio, e secondo la propria indole e il proprio destino, in un romanzo che per costruzione fa spesso pensare ai grandi classici dell’Ottocento inglese; non a caso i romanzi delle Brontë sono tra le letture predilette dalle due bambine, e se Cime tempestose è appropriatamente il libro di Angela – l’amore mai adulto che divora, annette e distrugge, l’amore-odio che non esce dalla prigione deformante dell’io – c’è molto di Jane Eyre nell’esordio esistenziale delle due orfane, e poi nei colpi di scena risolutivi che vedono Dorina ritrovare il filo della propria storia personale e acquisire una temporanea indipendenza economica assieme alla possibilità, finalmente, di scegliere la propria vita. È questo radicamento profondo nella grande letteratura classica femminile europea, con amore e denaro in primo piano, e allo stesso tempo una lingua che non teme di calarsi nelle pieghe degli idiomi regionali, una lingua affettiva, brutale, odorosa e corporea, sempre letteraria, a costituire l’originalità di questo romanzo arcaico e insieme nuovissimo.

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ParoleTraNoiLeggere, il nostro laboratorio di scrittura e lettura.

L’atto dello scrivere è, in genere, la ricerca di un canale di comunicazione con gli altri: difficilmente si scrive solo per se stessi.

“Può darsi che non vi sia mai nulla di nuovo da dire, ma c’è sempre un nuovo modo per dirlo e, dato che in arte il modo di dire una cosa diviene parte di quel che è detto, ogni opera d’arte è unica e richiede rinnovata attenzione.” Flannery O’Connor

 

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