Macchinine di Emilia Bersabea Cirillo

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Le chiamavamo macchinine, in realtà erano delle sagome di alluminio a forma di automobile dei tipi allora in commercio, a cominciare dalla Cinquecento Fiat fino alla Ferrari, infisse su una grande ruota girevole, questa collegata ad un asse. Non aveva tettuccio, la giostra che si installava da giugno a settembre nella villa comunale di Avellino, potevamo usarla solo quando era bel tempo,  non tutti i giorni e di pomeriggio. Finiva che in un mese ci andavamo una decina di volte, con grande nostro scontento, perché avevamo solo sette anni e volevamo giocare sempre a cose nuove. Noi sta per me e mio fratello Luciano, con cui dovevo condividere, chiusa la scuola, pomeriggi caldissimi in casa, tra album da colorare, Lego da costruire, il gioco della settimana e corse  in cortile, dove, però, l’ombra arrivava tardi ed era lo stesso afoso sole a inseguirci.
Le macchinine non erano mica gratis e non potevamo permettercele  sempre.

“Non deve diventare una mania” ci ripeteva  nostra madre  quando ci sorprendeva dritti e imbambolati a guardare la fila dei bambini che saliva sulla ruota a cercare il suo posto tra le macchinine preferite. Restavamo intorno alla giostra, fermi come statue, fino a che ci era permesso di fare un giro, uno solo, mi raccomando, e stringevamo la monetina in mano come se fosse un pegno d’amore. Io correvo dritta verso la Ferrari, mio fratello su una vespetta arancione, qualche passo indietro. Ci sentivamo piloti, astronauti dentro due navicelle spaziali, pronti a spiccare il volo, perché quei congegni, ad un comando del bigliettaio, potevano alzarsi e abbassarsi, in un movimento verticale che dava proprio l’illusione di volare.

Era forse questo a piacerci tanto, staccarci da terra per un attimo, diventare come uccelli, protetti, sì, da quel leggero guscio di latta, a guardare le cose dall’alto, come se fossimo sul collo di una giraffa. E il cielo sembrava rotolare, vapore morbido verso di noi, senza mai sfiorarci. Chissà che accadeva in quel mondo troppo azzurro e bianco, mi chiedevo, che cosa avesse a che fare il cielo con la terra, ma erano curiosità labili, perché ritornava imperioso il desiderio del perdersi nel gioco e di gridare e ridere.

Il giro finiva sempre troppo presto, planavamo mentre Tintarella di luna che segnava la partenza, terminava.

“Altro giro, altra corsa”, biascicava nel microfono il bigliettaio, un uomo di cui conoscevamo solo il mezzo busto avvolto in una camicia bianco sporco e la testa rossa e rotonda come un pomodoro, e attaccava La gatta.

Quello era il segnale che dovevamo proprio andarcene ma la sensazione di volo restava attaccata alle gambe, ai piedi, tanto che iniziavamo a saltare, sul bordo delle aiuole, per continuare a provare la  leggerezza, senza ascoltare le raccomandazioni di nostra madre ”Attenti non fatevi male, non calpestate i fiori, non tenetevi per mano, non vi porto più” ed era questa minaccia a farci ritornare accanto a lei, obbedienti come soldatini di piombo.

Quell’agosto del 1962, avevamo preso l’abitudine di uscire da casa solo i giorni pari, verso le sei. Dopo il sospirato giro sulle macchinine, ci fermavamo all’inizio della villa comunale, dove ci raggiungeva nostro padre, che finiva più o meno a quell’ora di lavorare. Era da poco passata la grande festa dell’Assunta, lungo il corso cittadino restavano ancora luminarie e ambulanti che vendevano cataste di torrone, banchetti di  bamboline di melassa ricoperte di granella colorata, giochi di plastica: ruote, camioncini, pistole, borsettine che potevano essere riempite al momento da variopinte caramelle gommose.
“Velenose” le aveva bollate mia madre. Davanti a quelle bancarelle dovevamo tirare dritto,  senza poterci fermare  neanche a sentirne l’odore.
“Preferisco spendere soldi per la giostra, anziché farvi rovinare lo stomaco con i coloranti.” dichiarava alle nostre suppliche. Il giro sulle macchinine era dunque per risarcirci di quella privazione, altrimenti non avremmo avuto nulla di nulla.
Alle sette meno un quarto arrivava nostro padre, giovane fumatore dalla cravatta Oxford, con la sua fronte alta e i capelli a riccioli. Ci sedevamo al tavolino del caffè Olga e mangiavamo un gelato al limone e fragola,  nella coppetta, perché ci sporcavamo di meno.
Non mi ricordo se fosse  più caldo del solito, quel 21 agosto,  se gli uccelli volassero bassi nel cielo, se i cani guaissero nei cortili, se ci fosse un particolare odore di gas, se all’improvviso il livello dell’acqua nel pozzo della casina seicentesca ai platani si fosse alzato. Uscimmo di casa alla solita ora, per la  nostra passeggiata. Indossavamo vestitini di cotone, calzoni corti e maglietta a righe per mio fratello, abito giallo con piccoli  fiori bianchi arricciato in vita per me e procedevamo uno a destra e uno a sinistra, stretti  alla mano di nostra madre, che aveva il corpo fasciato in un tailleur di lino panna.

Andavamo sotto il viale dei platani, in silenzio, io contavo i passi, come ci aveva raccomandato la maestra per tenere la mente sveglia, ogni dieci, poi si iniziava daccapo. Era fresco, sotto la grande ombra del viale, le panchine occupate da donne e bambini, passeggini e biciclettine con le rotelle, soldati in libera uscita dalla caserma Berardi,  anche da due fidanzati che si tenevano abbracciati, c’erano ancora fiori nelle aiuole e belle siepi di mortella, che non si poteva  abbandonare neanche un pezzetto di carta, tanto erano fitte e verdi e alte. Ricordo quel nostro passeggio lento, la mano sudata nella mano di mia madre, i calzini bianchi infilati nelle scarpe con gli occhielli e la molletta che mi stringeva i capelli, fermi sulla fronte, i sandali con la zeppa di mia madre, lo smalto rosso sulle unghie, il rossetto rosso sulle labbra, le case sbreccate in tufo, le persiane alla romana socchiuse, un odore secco di terra, i gerani e le begonie ai balconi.

“Vostro padre  ci raggiunge direttamente alle giostre.”  comunicò nostra madre, come se lei fosse una istitutrice e io e mio fratello stessimo chiusi in collegio, ma allora era così che si definivano, “vostro padre e vostra madre”.
“ Ma io voglio pure le pistoline con le caramelle colorate” piagnucolò Luciano.
“Scegli o la pistolina o il giro in giostra”, replicò lei severa. Quando faceva così c’era davvero poco da scherzare.
Io ero arrivata a dieci volte dieci, avrei fatto la terza elementare ad ottobre, e sapevo bene che dieci volte dieci erano cento, tanti passi, ne mancavano ancora trecento alla villa.
“Voglio andare sulle macchinine, una volta sulla Ferrari e un’altra volta sulla Seicento.” dissi seria, mentre mettevo un piede dopo l’altro.
“Vediamo, Daria. Forse si.”
Se mia madre avesse detto no, sarebbe stato nella norma. Ma quel forse aprì il cuore all’attesa e alla speranza. Avremmo fatto due giri. Sarei stata a lungo più vicino al cielo che alla terra.

Nell’agosto del 1962 sul viale dei platani si scorgevano, dietro i portoni dei palazzi, ampi cortili di terra battuta e orti che si spingevano lontano, verso una campagna vasta, irrigua. Altri portoni si aprivano su bassi abitati da famiglie numerose o su botteghe di piccoli artigiani: la nostra sarta, la vedova secca secca che rammendava, il panettiere Iermano, il salumiere Tozza, la merceria della signora Peppina, l’idraulico non mi ricordo il nome, che si erano spostati oltre la villa comunale, dove un tempo finiva la città, per trovare locali a basso costo. Era sempre il fermarsi a salutare, a spiegare, a chiedere, a commentare con loro che ci faceva ritardare la passeggiata.
Quel pomeriggio del 21 agosto 1962 fu una signora bassa, ossigenata, con piccoli occhi acquosi, un grembiule bianco sbottonato, le dita scure, che ci bloccò:  Marilena, una compagna di scuola di mia madre che si era messa a fare la  parrucchiera. Parlarono sottovoce, Marilena agitava le mani e poi se li passava nei capelli,  nostra madre ritta sulle zeppe stringeva la borsetta di rafia marrone e la guardava fisso in viso. Seguivo impaziente il loro dialogo dal quale percepii “scossa” “no, ma che dici, niente proprio” .
Seguirono sospiri, altri parlottamenti, io tirai la borsa a nostra madre, mio fratello disse “Eddai, vogliamo andare” la parrucchiera la baciò “Allora ti aspetto sabato mattina, vado a cambiare  diecimila lire affianco” poi sorridente, rivolta a noi ”  Fatevi un bel giro, mi raccomando, ma quanto so’ belle ‘ste creature!” e corse nella merceria.
“Che voleva”.
“Niente.”
“Che è la scossa?”
“ Si è scottata mentre asciugava i capelli.”
Nostra madre mi lasciò la mano, si tirò il colletto del tailleur panna, poi me la riprese, e mi sentii stringere forte.
Mi divincolai, ma lei mi chiamò, mi cercò ancora la mano, “Non fate capricci, per piacere, ho mal di testa.” e proseguimmo veloci verso la villa.

Il 21 agosto 1962  nel pomeriggio si alzarono all’improvviso  folate di vento di forte intensità della durata di pochi minuti, il tempo di  sollevare i tendoni delle bancarelle, le pieghe delle gonne a plissé, la biancheria stesa ad asciugare. Tremarono le porte a vetri della gelateria Olga,  quelle del barbiere Mario affianco,  di colpo si chiuse il portone sempre aperto del Palazzo Urciuoli, sbatterono le gelosie del palazzo Solimene, i fili del filobus si intrecciarono e andarono in corto circuito.  Anche  la baracca della biglietteria delle macchinine sembrò sollevarsi.

Che succede che succede, si chiesero in fila le madri senza fiato, voltandosi controvento e tenendo i figli vicini.  Nostra madre ci richiamò, invano: noi con due monetine ciascuno eravamo già dal bigliettaio a chiedere i giri sulle macchinine.
Passato il vento, ritornata la ferma aria estiva,  la giostra si riempì in un attimo. La Ferrari era occupata da due gemelli con un cappellino rosso e le efelidi sul naso. Non si poteva avere tutto, nella vita. Trovai posto in una millecento caffelatte, che non mi era mai piaciuta, ma sarei stata da sola, proprio perché non piaceva a nessuno. Mio fratello era giusto accanto a me, sulla sua vespa arancione.
“Dopo facciamo cambio”  gli chiesi “ Neanche per sogno”  rispose e si piegò sul manubrio, come se dovesse partire sul serio. Nostra madre era stata raggiuta da nostro padre, li vedevo sottobraccio, entrambi spettinati, ma che avevano da parlare tanto. E guardateci, fate un saluto, come fanno tutti i padri e le madri, sorridete, implorai con lo sguardo, niente, fissavano per terra poi ci cercarono senza vederci.

Tintarella di luna iniziò a tutto volume, ecco che si partiva, ciao madre, padre, casa, scuola, città noi siamo andati via e ora saliamo verso l’azzurro del cielo, la millecento aveva un clacson potente nascosto tra i pulsanti, tra rumori, cielo, alza e scendi, canzoni il primo girò passò in un attimo. La gatta era stata sostituita da “Le mille bolle blu”, io mi alzai pronta per uscire, pronta a correre verso la Ferrari, vuota, perché i due gemellini se ne stavano andando. Ci fu un po’ di confusione, vado prima io o esci prima tu, quando sentimmo  un botto tremendo, come se un camion avesse investito la giostra e spostato le macchinine. Urla di terrore, grida, il bigliettaio che raccomandava la calma, ma che calma, stavamo stretti su una ruota d’inferno. Io mi ritrovai a terra, con la testa sul cofano della Ferrari, vidi mio fratello barcollare sul bordo della giostra, mia madre era scomparsa, altre madri e padri stavano davanti con i loro figli, il bigliettaio ammutolì, le bolle blu sparirono.

Chiusi gli occhi, senza capire, la testa mi faceva male davvero, il cielo poteva anche tuffarsi su di me, perché non gli avrei resistito anzi gli avrei chiesto di cullarmi nel suo morbido. Forse dormii o persi i sensi, di quei momenti non ho ricordo, solo un buio di ghiaccio, una carta stampata in cui è stato fatto un buco e manca di parole.

Mia madre  improvvisamente mi tirò su, dovevamo andar via, presto, mio fratello era con mio padre, era tutto passato, ma dovevo aprire gli occhi  e darle la mano. Intontita, con il vestitino sporco di grasso all’orlo, mi alzai in piedi e la seguii.

La gente scappava dalla villa comunale, sentii per la prima vola la parola Terremoto passare di bocca in bocca, e non facemmo a tempo a uscire in strada, ecco mio padre che teneva stretto mio fratello seduti sulla panchina vicino al caffè di Olga, che si era svuotato e perfino la padrona stava in strada, accanto ai camerieri,  che percepii salire dalla terra una forza elettrica, potente, come se un tuono di pioggia venisse dal profondo, il cielo c’entra con la terra, allora, solo che quel tuono ci faceva oscillare, e poi tremare, come se una paura grande si fosse impossessata di noi e delle nostre membra.  Mia madre mi prese in braccio, non lo faceva mai, corse verso mio padre che ci chiamava, in mezzo alla folla, sembrava che ci rimescolassimo gli uni sugli altri, come in una gigantesca trottola impazzita. Durò qualche secondo. Mia madre pregò “Avemaria”,  io con lei, una signora si fece la croce e cacciò dalla borsetta il Rosario, i ragazzini della Ferrari schiacciarono il loro viso di efelidi nel grembo della mamma. Finalmente ci raggiunse nostro padre con Luciano sempre al collo e ci abbracciammo, tutti e quattro, come se volessimo diventare un corpo solo.

Quando ci staccammo, le bancarelle erano di sghimbescio, i padroni scappati, le stecche del torrone  e le bamboline di melassa sparse per terra. Le noccioline e le castagne infornate lastricavano il marciapiede, mischiate alle velenose caramelle di zucchero. Mio fratello smaniò per scendere dal collo di mio padre e corse a raccoglierle. Ne dette anche a me, ci  riempimmo le tasche, nessuno ci rimproverò. La folla, ragazzi, donne, vecchi, uomini, sostava per il corso, chiedendo che fare, cercando aiuto, gridando soccorso. Noi quattro ci avviammo su per il viale.

“E il secondo giro sulle macchinine?” chiesi tirando la gonna a nostra madre. “Io e Luciano lo abbiamo pagato. Ci voglio andare.“
“Non si può, Daria, lo capisci che è venuto un terremoto, dobbiamo andare a casa a vedere se sta tutto apposto” tentò di convincermi mio padre. Mi spostò sotto un arco, in un portone, per ripararci dalla calca e dal rumore delle sirene dei vigili del fuoco.
“Non si può” rispose mio fratello, e mostrò la lingua rossa per la caramella velenosa che stava succhiando.
“E io ci vado lo stesso, ci vado lo stesso!” ripetei, cocciuta.
Scappai, sgusciando tra le gonne e le gambe che mi ritrovai davanti.
Dariaaa, la voce di mia madre era un urlo acuto, che si conficcava in testa come una freccia, Dariaaaa torna subito qua,  io volevo fare ancora un giro, volevo stare tra le mie adorate macchinine, che si alzavano verso il cielo, lasciando a terra la terra e quell’elettricità invadente che mi aveva sconvolto il corpo. Fu una breve corsa. Marilena, uscita con le clienti, alcune ancora con i bigodini in testa, davanti la sua bottega, mi vide e mi acchiappò.
“Daria, addo’ vai’? E mamma dove sta?”
Io non risposi. Piangevo, credevo che non si vedesse, piangevo per la paura, per il dolore alla testa, perché sentivo che qualcosa era andata in frantumi.
“Non lo so” risposi e mi attaccai a lei.
Mia madre arrivò, senza la sua borsa di rafia, con la giacca spiegazzata.
“ Lo capisci che non si può andare più in villa, che puoi morire, lo capisci? C’è stato il terremoto, chissà quante case sono cadute e chissà quanti bambini stanno sotto le macerie mentre tu fai i capricci per quelle macchinine” e mi strappò dalle braccia di Marilena, che assentiva con quella brutta testa bionda ossigenata.
“Bugiarda! Non è vero, non ci sono bambini sotto le macerie. Io sono qui, guarda!”
Lei mi abbracciò, forte, come non aveva mai fatto, sentii il suo profumo di rosa, il suo collo vicino al mio collo, il sudore dei suoi capelli.
“Un’altra volta ci andiamo, sulle macchinine, ma ora non si può proprio, Daria.”
Mi prese per mano. Avevo gli occhi aperti e umidi.

Dal 21 agosto 1962 non ho più messo piede su una giostra e non ho mai più guidato una Ferrari, alzandomi in volo. Ho lasciato il cielo al cielo e la terra alla terra.

questo racconto è stato scritto per l’antologia Vite che tremano, a cura di Ida Di Ianni e Matilde Iaccarino, Volturnia Edizioni, 2016 all’indomani del terremoto di Amatrice. Il ricavato della vendita è andato al Comune di Amatrice, per contribuire a ricostruire la biblioteca.

 

 

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L’ultima luna, racconti e monologhi di Emanuela Sica, Luca Pensa editore.

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Emanuela Sica, che ringrazio per avermi invitata a presentare il suo libro, nella cornice molto amata del Goleto, è una donna che vive la sua vita politicamente, nel senso che le ha dato  Hanna Arendt: la vita di Emanuela, avvocato, associata del sacro Ordine di San Giorgio, ideatrice in provincia di Avellino della “panchina rossa” contro la violenza di genere, è una vita activa, fatta di  curiosità per il mondo, per le cose del mondo, per la gente, cui non smette di dare concreto soccorso.

« Oggi possiamo quasi dire di aver dimostrato anche scientificamente che, sebbene noi ora viviamo, e probabilmente vivremo sempre, soggetti alle condizioni della terra, non siamo meramente creature legate alla terra. » (Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, trad. it. di S.Finzi, Bompiani, Milano 1997, p. 10) La vita attiva è caratterizzata da tre diverse tipologie di attività, corrispondenti ognuna a una condizione di base in cui la vita sulla Terra è stata data all’uomo: lavorare, operare e agire. Tutte e tre le attività sono quindi connesse alle condizioni generali dell’esistenza umana. Esse sono radicate nella natalità in quanto hanno il compito di fornire e preservare il mondo per i posteri. Emanuela indaga, lo ha sempre fatto, credo, perché è una sua passione, perchè è anche il suo mestiere, le radici del male, del perché sulla terra ci siano accadimenti atroci, inspiegabili, e come queste cose, a volte indicibili, sono sopportate dall’uomo. L’uomo è forte e crudele, l’uomo è amore e morte, è eros e thanatos : due guerrieri che tendono i fili l’uno dell’altro, in una lotta continua.

Dalla sua sensibilità di donna e di scrittrice, Emanuela non può che raccontare quello che accade intorno a lei, quello che del mondo sa e che la tocca. Non può che dire, rivelare il male, manifestare il bene, l’amore per la vita, l’accudimento dei ricordi,  cercando di trovare una speranza, una prospettiva positiva. Credo che nasca da questa necessità la scrittura dei racconti e monologhi de  L’ultima luna, titolo rubato alla bella canzone di Lucio dalla,

L’ultima luna

la vide solo un bimbo appena nato,

aveva occhi tondi e neri e fondi

e non piangeva

con grandi ali prese la luna tra le mani, tra le mani

e volò via e volò via era l’uomo di domani

e volò via e volò via era l’uomo di domani.

Sulla falsa riga della canzone, Emanuela racconta episodi in cui il male sembra essere il protagonista indiscusso del nostro tempo. Intanto il male si annida nelle forme di amore possessivo, malato, come racconta nel bellissimo “Assone e la cicuta”. Sei solo mia, ripete ossessivamente l’uomo che aspetta la donna,  sua certa vittima,  egli stesso vittima di un sentimento negativo, simile alla cicuta verde, che lo possiede. Aspetta la sua vittima per sfigurarle il volto, un fuoco senza fiamme, come egregiamente  definisce Emanuela il veleno silenzioso che divampa sul corpo della donna.

Il male è la prostituta che deve affrontare il cliente e non vuole proprio farlo. Il male è la strage di Sant’Anna di Stazzema, e la bambola che la piccola si porta con sé, è Marcinelle, dove i minatori italiani, tanti anche irpini, perirono, è il barbone dimenticato di Immobilità, è la maestra violenta di Crema di riso amara, è il Silenzio dei bambini di Terezin, è l’inspiegabile violenza di Sabra e Chatila, è la strage di Capaci, è la mirabile vita di  Peppino Impastato, i suoi cento passi, e tanto altro ancora.

Il dolore bisogna conoscerlo, per conviverci, per affrontarlo. Guardare negli occhi il nemico, sapere con chi si ha che fare, è fondamentale per poter fare le mosse giuste, in questa guerra crudele che è, a volte,  la nostra esistenza. La cura? Forse  continuare a sognare, a sperare, a testimoniare la pace. La memoria? Sono d’accordo con te, spesso la memoria è dolorosa. “ Restiamo imbrigliati nel passato”, come hai ragione. L’amicizia vale più dell’amore! Anche su questo sono d’accordo con te, Emanuela! Allora cosa resta? Restano prima di tutto i veri sentimenti, che nutriscono il nostro bisogno d’amore, il nostro stare al mondo politicamente. Resta la consapevolezza di uno stile di vita, di un viaggio, interiore, il mettersi sempre in partenza, resta il potere del sorriso “ la carta d’identità della nostra anima” resta la gentilezza, che con il sorriso, ha il potere di cambiare il mondo, restano i ragazzini che giocano al pallone, che si perdonano, e continuano a giocare. Impariamo da loro, propone Emanuela, impariamo da loro, la nostra ultima luna, affidiamo a loro un futuro migliore, educhiamoli alla consapevolezza del bene.

Due parole sulla struttura, Il libro si compone di monologhi, in prima, seconda e terza persona. Sono tutti, o quasi, possibili spunti per racconti più lunghi. Emanuela costruisce questi suoi fotogrammi partendo sempre da un particolare, la bambola, una mamma che prende in Braccio la bambina, dal pallone, da uno sguardo, e a mano a mano la camera da presa si allarga, si allarga, come uno zoom, per illustrare quello che accade intorno. Siamo un dettaglio, nel mondo, un particolare, ma ci siamo, e abbiamo diritto alla nostra piccola, infinitesima quota di felicità e di dignità.

Grazie Emanuela, per la tua forza, per la tua dignità, per il tuo coraggio.

 

Mio intervento alla presentazione del libro il giorno 30 maggio 2018 al Goleto, Sant’Angelo dei Lombardi, Avellino.

Melamangiai, poesie di Daniela Matronola

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Il titolo  ha un primo rimando: il ricordo di un frutto, appunto una mela  mangiata. Pronunciata da un bambino che non sa ancora articolare i pronomi. Ma il titolo contiene  anche un’altra affermazione, più adulta e consapevole: ho mangiato qualcosa.

Quando una cosa viene ingerita, penetra nel corpo ed è come perduta, perché non è più visibile, non è più toccabile. Svanisce nella sua sostanza. Diventa altro, diventa nutrimento. E quindi parte di noi.

Tutta la raccolta poetica è costruita intorno a questo concetto,  smarrirsi per  ritrovarsi in altra forma,   “non esserci” per farsi quello che non siamo e forse non saremo. “Devo inesistere” concludi così una poesia, che si intitola “Desidero diventare inesistente” e continui con “Inconsistere, si deve”, per arrivare alla domanda, “ come si forma, come si trattiene il ricordo?”.

E’ tutta giocata intorno a questo grumo, la tua raccolta, cara Daniela, intorno al senso di un corpo che non è, che è già ombra, e che nel suo negarsi, chiede continuamente di essere nominato. Perché è vero che il corpo è destinato a scomparire, ma non vuole  essere dimenticato.

Ricordare la scomparsa. Nominare le cose “in ordine di sparizione”, sembra essere il tuo comandamento. Qualunque cosa, mela, frutto, pane, mercato, burro giallo, tutte le piccole cose del quotidiano,  le persone della nostra vita assumono dignità nella scomparsa. “E’ questo che le dà importanza. La mancanza.” Solo quando manca, quando sentiamo il peso del vuoto, qualunque cosa ci sia  appartenuta, può essere nominata,  può diventare parola poetica.

Come se, di fronte al mondo, che tu contempli con occhiali dai vetri doppi, come la bambina miope dell’Ortese, volessi continuamente fare un passo indietro, e ancora un altro, fino a non essere visibile al mondo stesso, mentre ostinata continui ad osservarlo. “Poso gli occhi su un mondo immobile da lontano, che da vicino brulica forsennato.”

La vita rintuzza, affascina, come la mela del peccato originale, a volte si ha troppa paura di tuffarsi dentro, di lasciarsi prendere dal piacere.  E allora la mangi, la vita,  in più bocconi, perché ti entri dentro, perché ti possegga da dentro, perché ti dia coraggio ad “incamminarsi lungo le sue linee”. Perché lo sguardo assorba, il corpo recepisca, la parola custodisca.

E’ la parola, sola,  il  corpo concreto che non svanisce, che salva tutto. E’ la poesia che restituisce valore a quello che va perso,  che diventa sicuro nutrimento.

”Anche io salvo i falciati. Li raccolgo e li scrivo.

Devo custodirli nelle storie. Finché li preservo,

resto bambina, e allontano la sorte attesa…”

è detto in “Come vivo” poesia tra le più intense.

Fin quando siamo bambini, la vita corre incontro a noi e la morte è lontana. Finché abbiamo parole per raccontare il mondo, siamo protetti, siamo nella linea d’ombra.

E’ una raccolta delicata, profonda al tempo stesso, proprio come sei tu, solitaria signora della scrittura e dei gatti. Grazie di questo libro, cara Daniela.  Emilia

Melamangiai, di Daniela Matronola, RP libri edizioni, 2018.

Morfisa, il racconto fiabesco di Antonella Cilento.

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Il 19 aprile abbiamo presentato con Generoso Picone, giornalista e critico letterario, alla Libreria L’angolo delle storie di Avellino, il libro di Antonella Cilento, Morfisa o l’acqua che dorme, edito da Mondadori. Le letture sono state affidate all’attore Massimiliano Foa, di Vernicefresca Teatro. Riporto di seguito il mio intervento.

Morfisa o di come il narrare riempie di senso le nostre vite, potrebbe essere il sottotitolo di questo “maraviglioso” romanzo di Antonella Cilento, edito da Mondadori. Giunta al suo quindicesimo libro, la Cilento sembra essere approdata con Morfisa alla perfetta composizione del “racconto fiabesco” tanto caro a uno dei suoi maestri, Giovanbattista Basile, e alla tradizione europea che vede in Hofmann, altro autore amato dalla Cilento, uno dei protagonisti.

Del racconto fiabesco, Morfisa ha molte caratteristiche:

  • Il tempo non ha un ordine: si passa dall’oggi alla Napoli Bizantina dell’anno mille, al Giappone del novecento dopo cristo, a Costantinopoli del 1200,a Troyes del 1176, alla Napoli del 1370, a quella del 1980, fino a ritornare ai giorni nostri. In questo tempo dilatato ritroviamo sempre Morfisa e i coprotagonisti della storia, attori di vicende diverse e uguali a quella principale, quasi a dire che la vita, in fondo, è proprio una gran ruota e che i sentimenti e le passioni che la animano sono sempre gli stessi;
  • Il luogo fisico ha uno spazio oscillante tra il noto, Napoli città costruita, mura, torri, laure, chiese, giardini, fontane, il porto, a spazi ignoti, anfratti, cespugli, grotte, cunicoli, barili d’acqua;
  • Presenza di metamorfosi e di magie: Morfisa si trasforma in balena, cinghiale, in donna che corre, in aquila ; le monache Virginiane volano in cielo ( la scena ricorda Miracolo a Milano di Zavattini), le galline diventano arpie, lo stesso Teofanes muta in femmina,  per poi ridiventare maschio;
  • Il racconto è soprattutto azione, viaggio, tribolazioni, continui spostamenti, amori ostacolati,  superamento degli impedimenti, nuovi impedimenti.

Protagonista della storia narrata è appunto Morfisa, una bambina di tredici anni, nera, storpia, figlia naturale di un principe arabo, il Quaid che ha stuprato sua madre, moglie del duca di Napoli, morta successivamente. Per questo , orfana, è stata cresciuta come figlia del duca Giovanni, bizantino, che regge il ducato di Napoli e da una serie di sorelle. E’ ducissa, donna poliforme, il nome ricorda il suo destino, ha poteri straordinari, miracola, risana, è venerata dai napoletani come “Marunnella”.  Il suo dono più grande, però, è quello di  inventare storie. Storie che sfidano il tempo,  che contrappongono al mondo degli intrighi e del potere, quello del sogno e della poesia.

Nella sua vita irrompe, e non per sua volontà, lo sperduto, pappamolloso omossessuale poeta bizantino  Teofanés Arghili, spedito a Napoli dalle due imperatrici di Costantinopoli, Zoe e Teodora, con la missione di riportare a Bisanzio la figlia del duca Giovanni, Crissoroé, sorella di Morfisa, perché sposi l’imperatore Costantino. Matrimonio politico, per suggellare un patto Napoli-Bisanzio, necessario per entrambi i regni. Ma il matrimonio non s’ha da fare: arrivati nel porto di Napoli, davanti agli occhi del poeta e della flotta bizantina, la testa mozzata di Crisorroè, già mangiucchiata dai pesci,  rotola da una rete di pescatori.

La Napoli Bizantina, che ha avuto cinque secoli di vita, eppure poco si  sa letterariamente di questo lungo periodo,   è raccontata dalla Cilento come luogo multietnico: gli ebrei facevano commercio di bisso, i greci la governavano, i longobardi l’avevano lasciata da poco, i normanni con Drengot ne pretendevano il regno, gli arabi l’aspettavano al varco, in cui abbondavano processioni, stupri ed incesti. All’interno della corte e della stessa Napoli si scontrano fazioni avverse, nuovi ricchi contro i nobili, un mondo femminile di monache, tutte depositarie di un sapere antico, le Sangennare, legate alla tradizione contro le Virgiliane, più moderne e avanzate, infine resistevano le Sibille, che governano le acque.

Ed è l’acqua la grande madre di Napoli, non a caso il suo nome greco Partenope è quello della sirena che abita il suo mare,  è nell’acqua del suo fiume Sebeto, nelle acque termali, che è nascosto il grande segreto della sua vitalità, della sua infinita capacità creativa.

“ L’arte dell’acqua è l’arte delle storie” scrive la Cilento.

Perché creare una storia è metterla al mondo, è partorirla, è narrarla. Nelle storie si entra come pesci, tuffandosi, scorrendovi in essa, abbandonandosi al flusso, lasciandosi trasportare dove la storia/acqua vuole.

“Sicché se saprete l’arte, saprete tutte le storie del mondo, e li destini delli uomini e delle donne”.

Morfisa  conosce il segreto delle storie, perché sa il segreto delle acque, a lei è stato dato il magico potere di custodire, e di partorire ogni mille anni, l’uovo che racconta tutte le storie, le storie del mondo. E’ proprio questo uovo magico, narra la leggenda, ad essere custodito in una giara colma d’acqua,  nell’ inespugnabile ‘omonimo castello” come scrive B. Croce,  ed è sull’uovo che poggia tutta Napoli.  Da questo incredibile gioco di equilibrio deriverebbe  la forza misteriosa, magica, poliforme, ammaliante della città. Se mai si rompesse l’uovo, su Napoli si abbatterebbe l’Apocalisse.

Dunque, la piccola grande Morfisa, creatura imprendibile perché mutevole come l’acqua, fatta di desideri, di carne, di potente fantasia, piccola ducissa nera, venerata Marunella, il riferimento al racconto” L’Infanta Sepolta della Ortese è evidente, viene destinata dal padre a prendere il posto della sorella Crisorroé e a partire per Costantinopoli, per diventare moglie dell’imperatore. Sarà scortata dall’imbelle, furbastro Teofanes, poeta senza ispirazione. Da questo momento succede di tutto, e lascio a voi lettori il piacere di scoprirlo.

Va detto, per completezza, che niente fa più gola ad un poeta senza parole, che mira alla fama senza voler fare alcun sforzo, l’uovo rosso che Morfisa ha sempre con se,  l’uovo che a contatto della sua mano si illumina e mostra le storie già scritte e quelle che verranno. Teofanes tenterà in tutti i luoghi in cui l’avventura lo porterà con Morfisa,  e con tutti gli stratagemmi possibili di impadronirsi dell’uovo magico, che risolverebbe per sempre il suo blocco dello scrittore e gli darebbe la fama e la gloria che desidera.

Diventa una  sorte di caccia al vello d’oro degli Argonauti, questa ricerca dell’ uovo delle meraviglie, che è anche la ricerca di una storia degna di essere narrata. La scrittura è avventura e coraggio, sembra dire la Cilento, è andare a fondo, perdersi nelle acque, partire da un porto per approdarne ad un altro  sconosciuto, partire balena (pistrice immane ) e ritrovarsi uccello.

E qui arriviamo ad un’altra caratteristica del racconto fantastico: raccontare è insegnare. Vale proprio per la Cilento, famosa insegnate di scrittura,  che in questo libro lascia un monito importante ai suoi lettori.

L’immaginazione va arpionata, fermata, coltivata, non bisogna spaventarsi, non bisogna bighellonare  intorno, quando ci arriva un’idea. E’ necessario prenderla al volo, misurarsi, vincere la paura, come scrive Rosa Montero,  “ abbiamo paura di rovinare ciò che abbiamo perfetto in mente ma che, sulla carta, dovrà confrontarsi con i nostri limiti tecnici, con la nostra voce stonata.»

Nel lavoro di scrittura non ci sono miracoli, sostiene la Cilento, non ci sono colpi gobbi, non ci sono vie secondarie. Scrivere è un corpo a corpo feroce con se stessi, senza esclusioni di botte.

“ Ogni dover scrivere e voler scrivere è la patetica vittima delle proprie aspettative. La potenza della scrittura sta nell’essere senza aspettative, nell’essere rassegnazione e rinuncia al dovere di scrivere, possibilità di rimanere sospesa soltanto come “preferenza”. » scrive GianniCelati, nell’introduzione a “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville.

E dunque la meravigliosa millenaria vicenda di Morfisa,  come il pendolo di Galileo, non smetterà mai di percorrere la sua traiettoria. Come non ha fine la storia di Napoli, “ l’ovetto dipinto d’Europa” come scrive Giovanbattista Basile, nel già ricordato Cunto de li cunti, a cui Morfisa è certamente ispirato.

Due parole sole sulla scrittura.

Scrittura potente, che trascina, che muta, che si fa parlata antica, che diventa piana, che accelera nel dialetto, un pasticcio teatrale che  è proprio e solo di Antonella Cilento. Tale lingua è frutto di letture infinite, di passione per la pittura di Breugel e Bosch, Micco Spadaro, Artemisia, Caravaggio, per la sua città, nasce dall’amore per la Ortese e per la Ramondino, per Hoffmann e Stevenson, per citare solo alcune dei riferimenti letterari di Antonella.

Per concludere, la Cilento ci ha regalato con Morfisa una straordinaria narrazione, in cui a tuffarsi, proprio come dovrebbe essere una vera nuotata, non si tocca mai la stessa acqua.

Stabat Mater.

 

Niccolò_dell'arca,_Compianto_sul_Cristo_morto,_Chiesa_di_S._Maria_della_vita,_Bologna_06

Andrea sapeva che da qualche parte tra il pubblico, sua madre stava piangendo. Per un momento distolse lo sguardo dal leggio, guardò nell’oscurità della platea. Le sedie del Duomo, gli scanni del coro, l’orchestra di fronte a lui erano occupate da ombre. Il maestro gli fece cenno. Toccava a lui. Strinse le dita a pugno, se li portò al petto. Solo la sua voce, niente altro, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un gran respiro all’indietro. E iniziò a cantare. – Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac ut tecum lugeam-

Carte, sempre carte. Sigarette, posacenere pieni, la lampada sul tavolo accesa. I miei pomeriggi erano sempre stati di lavoro. Mi sono alzata, ho posato gli occhiali. Le sei e mezzo. Ancora poco. Poi televisione, un toast e a letto.Ho guardato a nord, come tutte le sere. Come se il mio sguardo potesse davvero arrivare lontano, superando la montagna di fronte e i chilometri che mi separavano da Andrea. Che faceva, in quel momento? Sentiva freddo? Aveva già mangiato? Stava leggendo? Riusciva a dormire?

Il telefono ha squillato.  Non ho risposto. Ha squillato ancora. Ho risposto per stanchezza.

-Allora, avevi deciso di perderti un concerto importante.

-Stavo pensando di andare a letto…

-Passo alle otto. Ornella non farmi scherzi. E’ un’orchestra da camera eccezionale.

-Non ho voglia…

-Alle otto. Poi mi ringrazierai.

Eugenio quando si trattava di concerti decideva per entrambi. Senza avvisare. Senza chiedere. Ed io non riuscivo a oppormi. Ho acceso una sigaretta. Fumare dilatava il mio tempo fermo. Ho mandato dietro i vetri un bacio ad Andrea. E ho chiuso la finestra.

Eugenio l’avevo conosciuto un pomeriggio a una fila al botteghino del teatro S.Carlo, in un’afa insopportabile di giugno. Mi facevo aria con il ventaglio ma quel movimento ritmico non diminuiva la calura. Davanti a me c’erano almeno quaranta persone. Una mezz’ora di attesa. Avevo i pantaloni di lino appiccicati addosso. Il sudore mi colava dal sopracciglio. A un tratto sembrò non importarmi niente di Mahler e della 5° sinfonia. Volevo riprendere la macchina al parcheggio sulla Marina, imboccare l’autostrada, tornare a casa e farmi una doccia. Chiusi il ventaglio e lo misi in borsa. Uscii dalla fila. Uno dietro di me mi chiamò.

– Prenderò un biglietto anche per lei. Mi può aspettare al Gambrinus, intanto. –

Gli sorrisi. Mi sembrò di conoscerlo. Occhi azzurri e capelli bianchi ricci. Fu per il suo modo di parlare, gentile, trasognato, a dirgli di sì.

-Eugenio Galzerani.

-Ornella De Santis.

Abitavamo nella stessa città tra le colline. Lo avevo visto fare la spesa al supermercato in centro.  Una volta mi aveva preso, da uno scaffale in alto, una confezione di marmellata ai lamponi che avevo promesso ad Andrea.

Arrivò dopo mezz’ora. Nella sala del caffè eravamo in pochi, avvolti dal fresco e dagli stucchi. Avevo già bevuto un succo d’arancia. Lui ordinò un gelato. Cioccolato e nocciola.

– Questo è il suo biglietto. – mi disse.- Quinta fila, la migliore.

– Come ha fatto?

– Trucchi del mestiere.

Ci frequentiamo da allora. Nove mesi, più o meno. Lui mi telefona all’improvviso per invitarmi ai concerti, dovunque siano. Mi aspetta sotto casa con la sua monovolume. Dopo andiamo a cena. In fondo non ci conosciamo, ma ci facciamo compagnia. Sa certamente di Andrea, in questa piccola città si sa sempre tutto. Non fa domande. A volte, quando è di umore, mi racconta della sua infanzia a Matera, del palazzo di tufo che stava alla fine del Corso e che guardava alle gravine.  Dell’insegnante di pianoforte di Tricarico che andava in casa a insegnargli il solfeggio. Sua madre lo voleva direttore d’orchestra. A cinquantasei anni dirige una banca, in città.

– Quello che ci voleva per te, per farti uscire da casa.- ha commentato mia sorella Antonella -Vedi, la Provvidenza esiste, e come.

A credere alla provvidenza, in quello che dice mia sorella, c’è un fondo di verità. Da tre anni non facevo altro che fumare, lavorare e portarmi le pratiche a casa, per compagnia, raggiungere due volte il mese Volterra, per far visita ad Andrea.

Adesso, tento l’aria della sera.

 

Sono andata a farmi la doccia. Insapono il mio corpo automaticamente. L’acqua calda la sento però come una benedizione. Ho indossato un vestito di lana rosso, alto in vita, vecchio di sei anni. E il cappotto nero.

Eugenio ha citofonato alle otto. Preciso come la campana della chiesa.

Mi ha sorriso, aprendomi la portiera. – Sei uno splendore!-

Ha sempre di questi complimenti esagerati.

– Diciamo che sono meno opaca del solito.

Ha messo in moto. Piove lento, all’improvviso. Siamo fermi in una fila, sul corso principale.

-Non potevi perderti questo concerto- ha detto Eugenio guardandomi teneramente. – Pergolesi e Vivaldi. Insieme. Pare che ci sia un controtenore inglese, giovane, dalla voce eccezionale. La critica dice che è molto promettente.

Ho chiuso gli occhi. Dovevo scendere dalla macchina, inventare un improvviso malore. Non sono stata pronta. Ho detto solo – Allora andiamo. – Lui mi ha sfiorato la mano con un dito.

E’ la prima volta che vado a teatro in città insieme con lui. Da quando Andrea è a Volterra, cerco di farmi vedere il meno possibile in pubblico. Mi sono fatta trasferire in un tribunale della provincia, per non avere contatti con i colleghi.  Non mi piace che si parli di me, mentre passo tra la gente. Sorrisi, ammiccamenti, commenti, me li sento tutti nelle orecchie. Il foyer del teatro è pieno. Ho intravisto facce conosciute. Coppie cementate dalle rughe. Donne sole eleganti e scollate.

-Non entro. – ho detto a Eugenio.

Lui mi ha afferrato per un braccio. -Non fare capricci. Sei con me.

L’ho guardato. Ha un viso puro, senza una ruga. E una voce che mi avvolge. Ho annuito. Gli ho dato il braccio. Siamo passati veloci in mezzo alla folla. Non ho visto nessuno. Avevo infilato gli occhiali scuri.

– Contenta? – ha detto Eugenio, mentre entravamo nel palco riservato a noi due.

Non ho risposto.

– Ornella, che hai?- ha chiesto avvicinandosi a me. La sua bocca era a un filo dalla mia. Ho scosso la testa. Mi sono stretta il cappotto addosso.

Ho letto il programma. Stabat Mater di Pergolesi. Gloria di Vivaldi.

La luce si è abbassata. Il cuore batteva velocissimo. Dovevo resistere. Ho tratto dall’astuccio una pilloletta rosa. L’ho ingoiata senza acqua.

-Posso fare qualcosa per te?- mi ha sussurrato Eugenio.

Ho scosso la testa.

-Tu dici troppe bugie.

Il concerto stava iniziando.

 

Avevo visto Andrea dieci giorni prima. Lo avevo trovato ancora più magro, pallido, i denti gialli. Ci eravamo abbracciati nella stanza chiusa dalla porta di ferro, mentre il secondino si allontanava. Era tutto quello che ero riuscita ad ottenere dal direttore del carcere. Andrea mi aveva guardato con la sua faccia striminzita, lisciandosi i capelli biondi e fini che cascavano sulla fronte.

-Devi portarmi via da qui- aveva detto subito.

-Non posso, Andrea.

-Mi sembra di impazzire.

Mi teneva la mano, come quando era bambino, con il pollice stretto sul mio dorso.

– La notte è peggio del giorno. Voci, rumore, spifferi. Non dormo, non sogno, resto con gli occhi chiusi. Penso a casa. A come sarà la mia stanza. Al copriletto rosso che mi comprasti quando compii dieci anni e non abbiamo mai cambiato. Mamma, mi stai ascoltando?-

La sua bella voce quieta. Le sue occhiaie da anemico. Lo scatto nella spalla, quando parlava di cose che lo riguardavano.

Lo ascoltavo. Come non potevo. Non riuscivo a dirgli che nella sua stanza non entravo più da mesi.

-Hai provato a studiare, un poco?

-Non ci riesco. Cantare qui, è impossibile. Non ho silenzio, non ho spartiti, non ho dischi, non ho voce.

Stava mettendosi a piangere. Lo abbracciai. Lagrime circolavano tra le ciglia. Ingoiavo saliva, per non scoppiare. Gli presi l’altra mano.

-Se vuoi, la prossima volta posso portarti gli spartiti. Potrebbe essere una buona cosa.

– Non hai capito, la mia voce è arrugginita, è ferro vecchio, è spazzatura.

Gli passai le mani tra i capelli. Li aveva sempre morbidi, setosi.

-La tua voce sarà sempre bella, Andrea. Devi credere a tua madre.

Lui aveva poggiato la testa sulla mia spalla.

Il controtenore è giovane. Ventitre anni, leggo dalla brochure. Viene da una piccola isola dell’Irlanda.   E’ vestito con una camicia bianca di seta e un pantalone nero. E’alto, robusto, con i capelli rossi mossi, come un angelo di fuoco. Vorrei vedere da vicino il suo viso. Dirgli delle parole di incoraggiamento. Il soprano mi è sembrata alta, legnosa, con i capelli a baschetto e un decolleté inesistente. E’ vestita di nero, con una cintura di strass in vita. Ho tenuto le mani giunte sul grembo, lo sguardo puntato su di loro. Hanno cominciato. Stabat madre dolorosa. Due voci eterne. Le spade nel cuore hanno sobbalzato. E’ questa la musica, mi sono detta, la sua  musica. Ho stretto le mani sulla balaustra ricoperta di velluto rosso. Eugenio mi ha preso il gomito. Ho fatto finta di non sentire, ostinata ho guardato dritto, allontanando il ferretto del reggiseno dal costato.

 

-Ti ho portato i libri – gli stavo dicendo – Hölderlin, Rilke, Allen Ginzberg. Non me li ricordo tutti, ma ho rispettato la nota.

Il secondino era entrato senza far rumore dietro di noi. L’ora era diventata breve come un respiro.

Ci eravamo sciolti dall’abbraccio. Quello era il momento più tremendo. In cui il cuore si scomponeva, come se fosse diventato uno specchio spezzato.

-Non potrebbe farci stare ancora un poco, non diamo fastidio a nessuno.

-Dottoressa, la regola…

-La prego, sia comprensivo.

La pappagorgia dell’uomo aveva tremato. Di fronte alla mia preghiera aveva accennato un sì complice ed era uscito.

Ci eravamo presi per mano. Ci guardavamo senza parlare. Era troppo quello che avevamo da dire. Troppo poco il tempo.  Il calore delle sue mani, le sue dita fragili, l’osso rotondo del polso, la sottile linea azzurra delle vene furono le nostre parole.

Andrea aveva faticato a separarsi da me.

– Mamma, ti raccomando, mamma .- aveva urlato, aggrappandosi al mio braccio. Il secondino con la pappagorgia lo aveva afferrato per un braccio -Non lo tocchi !- avevo gridato. Andrea mi aveva abbracciato con gli occhi. Si era incamminato a testa bassa, senza voltarsi.

Avevo pianto, quanto avevo pianto, mentre la sua voce spariva nei corridoi.

Era la stessa di quando, da bambino, non voleva entrare in classe. – Non mi lasciare, mammaaa – era quella a prolungata, come un dolore insopportabile che me lo faceva affidare alla maestra e scappare fuori, per non sentirlo.  Per tutta la prima elementare Andrea pianse e vomitò. Tornava a casa calmo, indifferente, come se non fosse successo niente. Dovevo capire allora che c’era qualcosa che non andava.  Lui si sentiva abbandonato da me. Più scappavo, più piangeva.

Dovevo rifiutare la promozione. Dedicarmi a lui, come una madre deve. Non lasciarlo solo. Era questo che lui voleva, senza chiedermelo. Non capii. Non ero attenta a lui. Mi sembrava tutto facile, allora. Sopportabile, realizzabile. Accettai l’incarico. Andrea restò col padre. Ritornavo a casa solo il sabato e la domenica. Per due anni la nostra vita furono telefonate, regalini e lontananza. A me sembrava che non gli mancasse niente. Gli mancavo io, invece.

La voce del controtenore è un filamento di seta  stesa tra due salici. Mantiene costante e morbido il tono della musica.- Fac ut portem – muove le mani come se dai palmi nascessero colombe di pace. IL soprano lo guarda e annuisce. Forse lo ama.

Pergolesi scrisse lo Stabat Mater e poi morì. A Napoli. A pochi chilometri da qui. Aveva 26 anni. La stessa età di Andrea, preciso. Lui muore in carcere, un poco al giorno, da tre anni.

 

Quando i carabinieri arrivarono in casa, Andrea era uscito per le prove. Era il 6 aprile. Mercoledì. Avrebbe dovuto cantare lo Stabat Mater al Duomo il venerdì santo.

Nel presentarmi il mandato chiesero scusa, dovevano fare il loro dovere.

La stanza di Andrea era stata messa in ordine al mattino dalla cameriera. Stereo, cd, le stampe antiche di uno spartito di Bach regalo dei diciottoanni, il suo pianoforte, le cuffie, i libri di musica, di poesia, di filosofia, la libreria degli spartiti, le sue foto di ritorno da un concerto in Calabria, lo zaino ancora mezzo pieno.

– Mio figlio è alle prove. Al Duomo.- dissi sincera.

Loro sorrisero. Cip e Ciop pensai. Con la solerzia dei roditori alzarono il materasso, sollevarono lenzuola, spalancarono cassetti, svuotarono l’armadio, gettarono a terra le sue camicie, le mutande, i calzini, sventolarono gli spartiti, scopercharono il pianoforte.

Facevano il loro dovere. Come tanti che lavoravano in procura, con me.

-Andrea non ha fatto nulla di male. Che volete da lui? Lui è un artista.

Parlavo come un personaggio delle telenovele.

– E’ stata uccisa una ragazza. Monica Ricchi. Anni 20. La conosce vero? Le possiamo dire solo questo.- ripresero a cercare, meticolosi, i guanti di lattice alle mani.

– E’ la fidanzatina di mio figlio Andrea.- sussurrai.

– Appunto.- disse uno dei due.

Corsi in cucina. Aprii il rubinetto. Bevvi dal cannello, lasciandomi bagnare il viso e la punta dei capelli. Il cuore era gelato in petto. Pensai alla Madonna Addolorata. Sette coltelli. Sette dolori. Me li sentii arrivare tutti insieme nel cuore.

Andrea amava quella ragazzina bruna dagli occhi grandi e neri. Veniva da Urbino, si era da poco trasferita in città. Aveva la grazia levigata di certe Madonne di Piero della Francesca, le mani dalle dita sottili, la pelle tenera. Per Andrea oltre il canto non c’era che lei. Le aveva dato una sua foto, in cui Monica sorrideva abbracciando il suo barboncino bianco. Le si vedeva  tra l’attaccatura dei seni il tatuaggio, una minuscola farfalla , che aveva scelto con Andrea.

Si erano conosciuti alla corale. Monica era soprano leggero. Non si impegnava come doveva, sprecava un talento naturale. –E’ venuta per gioco, per avere qualcosa da fare. Non studia per niente. – mi aveva confidato Andrea una mattina che facevamo colazione insieme.- Per fortuna, mamma, altrimenti non ci saremmo mai incontrati. E’ così bella, non trovi?-

Volevo bene a quella ragazzina, perché faceva felice Andrea. Perché era la femmina che avevo desiderata e avevo persa al quarto mese di gravidanza. Perché si volevano bene, mano nella mano sempre, per strada, si chiamavano – Amore- e si scambiavano orsetti e marmotte di peluche. In casa c’era un’aria leggera, da quando la foto di Monica era comparsa sulla scrivania. L’amore aveva reso Andrea premuroso, attento, ordinato. Una sera mi disse che voleva tentare l’ammissione ad un corso di alta specializzazione in Francia. E Monica? Gli chiesi? Anche lei lo tenterà.

Il canto e lei. Per sempre.

 

Telefonai al padre di Andrea, come chiamavo Giuseppe da quando ci eravamo separati. Gli urlai di tornare subito, dovunque stesse.

Non ti capiterà mai. Sono cose che si leggono sui giornali. Cose che tengono col fiato sospeso l’Italia per un’estate intera. Mio figlio l’ho cresciuto con i valori, il rispetto degli altri, la condivisione, un democratico senso del benessere, il limite tra bene e male. Ha studiato canto con i migliori maestri del conservatorio. E’ controtenore, un timbro rarissimo. Un dono del cielo, aveva detto un critico musicale. Repertorio barocco. Vivaldi, Pergolesi, Bach. Una carriera luminosa assicurata.

Lui obbediente, premuroso con me, soprattutto dopo la separazione con Giuseppe. Non voleva lasciarmi la sera, per andare alle prove. Sorvegliava la mia solitudine. Troppo, per un ragazzo di sedici anni. Mamma, va bene mamma. Quando mi vedeva triste si sedeva sul mio letto e cantava per me la ninna nanna di Brahms, – Guten Abend, guten Nacht in die Rosen gedacht- e poi mi carezzava i capelli.

Un cruciverba misterioso, la vita dei figli. Diventano altro da noi senza che ce ne accorgiamo. Li guardiamo con gli stessi occhi amorosi, come fossero eterni bambini. Come non potessero diventare mai corpi che desiderino altri corpi, mai destini che cercano altri diversi destini.

Mi sedetti sul letto e piansi, le mani sulla fronte.

 

– Che c’è, mi chiede Eugenio. Non ti ho mai visto così.- Nel buio del palco tenta affettuoso di prendermi la mano. Gliela cedo, lui la stringe, la bacia. E’ elegante nei gesti. Attento. Un vero signore.

– Fac me vero tecum flere crucifixo condolere…- Quando finirà lo strazio di una madre, penso, non finirà mai, andrà oltre le parole, le voci accordate, le viole, i violini, il maestro di cappella, oltre le preghiere e le intenzioni, andrà oltre il corpo del figlio  schiodato dalla croce stretto nelle sue braccia, come il primo giorno che è nato, carne della mia carne sono in croce con te.

Eugenio mi  porge il fazzoletto. Non mi sono accorta di star piangendo. E’per la voce del controtenore, la musica di Pergolesi, il sussulto del ricordo, la controfigura di Andrea che si aggira sul palco, la madre dolorosa ai piedi della croce, i capelli d’oro sghimbesci  sulla veste rossa, il costato squartato, lo strazio muto davanti al corpo del figlio morto. E’ il mio tempo, il suo tempo  che si è fermato tre anni, cinque mesi e quattro giorni indietro.

Eugenio sussurra qualcosa che non capisco. Ha un profumo sordo di verde boscoso, la sua mano bianchissima accarezza la mia. Il suo fazzoletto sa di muschio, lo stropiccio, lo porto alla bocca. Desidero che le lagrime scendano. Che le lame nel cuore si allentino un poco.

 

Monica fu trovata nella tavernetta della sua casa, la testa fracassata, i capelli secchi di sangue. Era domenica mattina, molto presto. Sognavo di immergermi in un fiume piatto, sogno premonitore di lagrime, secondo la cabala familiare. Il telefono squillò a lungo, prima che rispondessi.

Andrea urlava dall’altro capo di correre subito da lui, era assurdo. Da lui dove? A casa di Monica, vieniiiii, è morta, mammaaaa.- e sembrava come se cantasse. Ho ancora nelle orecchie quelle i e quelle a prolungate, come il suono di una fisarmonica tirata a lungo.

Non so come scesi le scale di casa e misi in moto la macchina. Pensavo al tatuaggio di Monica all’attaccatura del seno. Me lo aveva fatto vedere orgogliosa solo qualche mese prima. Era una farfalla con le ali socchiuse, strette intorno al capo.

-Non ho sofferto per niente!- mi aveva confessato- Solo un pizzicorino!

E ora la piccola farfalla aveva preso il volo.

Giuseppe era davanti al cancello della casa di Monica. Ci salutammo con un abbraccio. Temevamo. Tremavamo. Qualche giorno prima Andrea era tornato a casa nervosissimo, aveva dato un pugno nei vetri dell’armadio, si era ferito due dita. Mi urlò addosso che aveva trovato Monica con un altro, nella piazza del Duomo, proprio quando lui usciva dalle prove. Si stavano baciando, a tre metri da me, tutte puttane, le donne sono tutte puttane, l’ho presa a schiaffi, quella piccola puttana,l’ho strappata a quel verme fetente della terra, lei mi ha graffiato sul braccio, l’ho picchiata, puttana, un casino. Nessuno mi vuole bene, nessuno, aveva urlato, e si era chiuso nella sua stanza, alzando il volume dello Stabat al massimo.

– Andrea ti voglio bene, io ti voglio bene- avevo gridato, battendo i pugni sulla porta.- Apri, per piacere, apri. Monica è una ragazzina, certe cose possono capitare…Cerca di essere comprensivo, Andrea…

Lui non aveva risposto. Mi ero seduta nel corridoio, stravolta. Non sapevo ancora che quella musica sarebbe diventata la misura del mio dolore, della sua follia, della nostra lontananza.

Improvvisamente Andrea aveva spalancato la porta.

– Non deve capitare tra due che si amano. Non deve e basta!

– Può capitare. Io e tuo padre ci siamo lasciati perché lui si è innamorato di Fulvia.

– Appunto, una puttana.

– Non è una puttana. Chi si innamora veramente…

– Tu solo non sei puttana. Perché sei mia madre.- e mi aveva abbracciato piangendo.

 

La verità è che ci sentivamo in colpa io e  Giuseppe. Per averlo cresciuto come un adulto, quando adulto non era. Per essere stati ciechi alle sue richieste d’amore. Per aver litigato davanti a lui, come se lui non esistesse.

E ora tremavamo. Rosi dal sospetto. Senza dirlo stavamo pensando la stessa cosa. A quando da bambino Andrea aveva scatti così furiosi da rompere la testa dei suoi pupazzi con la forza della sola mano. A quando aveva morso a sangue la babysitter che voleva portarlo a passeggio e lui voleva stare a casa a vedere i cartoni.

Tacemmo. Cercammo Andrea che piangeva, seduto sul marciapiede. Lo abbracciai.  Qualcuno della polizia mi riconobbe. Chiesi di vedere Monica. Non mi fecero entrare. Non so chi mi diede le condoglianze. Portai via Andrea, a forza. Lo tenevo per mano. Entrammo in macchina. Tutti e tre. Per l’ultima volta. Il grande evento doloroso aveva riunito la famiglia.

 

Lo Stabat Mater è finito. Le luci in sala sono accese progressivamente. Gli applausi mi hanno stordito, come sempre. Eugenio ha gridato bravo, al giovane artista che si è inchinato, tenendo per mano il soprano. I capelli rossi si sono mossi come un campo di spighe color sangue. Ero in un angolo del palco, gli occhiali scuri sul viso. Avevo voglia di dare un solo bacio in fronte al controtenore. Nel pensarlo mi sono messa a tremare. Come se la temperatura fosse scesa di colpo e intorno a noi ci fosse neve e ghiaccio, il mondo scivoloso ed incerto del gelo, delle stanze brinate da percorrere nudi, illividiti dalla paura.

Eugenio si è accorto che tremavo. Mi ha abbracciato e baciato i capelli.

-Vieni- ha detto- hai sopportato anche troppo.

Siamo usciti dal palco che cominciava l’intervallo.

– E Vivaldi?

– Era importante che sentissimo Pergolesi.

 

– Fu di venerdì santo, i fiori ancora freschi del Sepolcro, il Duomo illuminato di candele votive, l’odore di incenso disteso come polvere, che Andrea cantò il suo Stabat Mater. Aveva indossato il vestito nero con la camicia bianca e un papillon di raso rosso, che avevamo scelto insieme nel miglior negozio della città. Aveva i pugni stretti sul petto e gli occhi chiusi, lo vedevo dalla mia quinta fila, immersa in una zona d’ombra che mi ero scelta apposta. Il suo timbro prezioso tenne il filo delle parole, rincorse il lamento straziato del figlio e della madre. Pergolesi sarebbe stato orgoglioso di lui, pensai, mentre le lagrime scendevano scomposte. Stava la madre dolorosa, io ero là, seduta con un velo da lutto sul cuore, certa del futuro che ci aspettava. Per i giorni immobili. Per il canto fermo. Per il silenzio coatto. Per la paura della notte. Per l’angoscia del mattino. Per le albe senza conforto.

Perché la vita si era spezzata e non sapevo più comporla, perché anche quella musica era un lamento insopportabile e la voce limpida di Andrea una beffa del destino.

Quel canto era la sua preghiera di perdono, a Cristo con la faccia in terra.

Andrea si era dichiarato colpevole di aver ucciso Monica, la domenica mattina all’alba, in tavernetta, con una mazza di legno strappata da una catasta. Lo aveva lasciato per un altro, lei glielo aveva confessato.  Così, per un altro e lui non ce la faceva a stare senza di lei.

Non volevo, non volevo, ma una forza sconosciuta ha agito dentro di me, non potevo resisterle, non potevo restare ancora una volta solo. Ho passato un’infanzia a farmi compagnia con le figurine dei calciatori e le costruzioni. Quello che amo, lo distrugge sempre. Perché? Ditemi, perché? A Monica volevo dedicare il concerto. La mia musica, la mia vita.

Poi era scoppiato a piangere.

 

Siamo a casa. Seduti vicini in poltrona. Eugenio beve un bicchiere di vino, mentre gli racconto di Andrea. La mia voce risuona nel salotto ed è cosa nuova, per me.

– Riuscii a convincere il mio collega giudice ad autorizzare Andrea a cantare lo Stabat. Diedi tutte le garanzie, usai tutto il mio potere. Lui cantò… come se stesse rendendo l’anima a Dio…Quando il concerto finì, non ebbi nemmeno il tempo di abbracciarlo. Fu portato direttamente in caserma. Ora lo vedo due volte al mese. E ogni volta è sempre peggio.-

Eugenio annuisce. Posa il bicchiere sul tavolino del salotto. Mi bacia la mano. E’ la sua comprensione a commuovermi.

– Forse dovresti convincerlo  a cantare. A intravedere una prospettiva.

– Non vuole niente, dice che la sua voce è arrugginita.-

Nel cuore le spade ritornano al loro posto, più fisse che mai.

– Deve passare solo il tempo.- dico per farmi coraggio.

Lui mi accarezza la guancia con due dita. Poi la nuca.

– Il tempo va accudito.-

Lo guardo senza capire.

– Significa che devi prenderti cura di tuo figlio, anche contro la sua volontà.- Eugenio mi guarda tenerissimo. -Da bambino sono stato molto malato. Una febbre difterica mi stava consumando poco a poco. Neanche l’acqua più volevo bere. Quello che non fece mia madre…Ero già avvolto nelle nuvole, ma lei non si è arresa, chiamò da Bari un clinico illustre…ed eccomi qua.

– Devo ringraziare lei, allora?

Lo accompagno alla porta. Lui mi bacia la guancia. Sussurra a domani.

 

La casa è tornata silenziosa. Spengo le luci in salotto. Porto il bicchiere in cucina. Guardo fuori, nel buio. Vado nella stanza di Andrea. Accendo la luce. Procedo incerta, tocco la cornice delle stampe, lo stipite del pianoforte, il portacarte di lino grezzo azzurro.

Gli spartiti sono nella libreria, disposti in ordine alfabetico. Sfilo quello dello Stabat Mater. Lo apro, lo sfoglio. E’ pieno dei suoi appunti a matita. Sui bordi scarabocchi e ghirigori. In un angolo dello Stabat, Andrea ha scritto – Monica sei la mia vita- con la sua grafia grossa, rotonda.

Mi siedo sul suo letto. Accarezzo il copriletto rosso. Poso la mano sul cuscino, sull’impronta lasciata dal capo.

riproduzione riservata.

Avellino, 10-15 settembre 2007

 

 

 

Feminism fiera dell’editoria delle donne

Roma 8 marzo – 11 marzo 2018

Casa internazionale delle donne, via della Lungara 18

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Qui sotto, le iniziative de L’Iguana editrice, alla 1° fiera dell’editoria delle donne.

Per saperne di più:
www.casainternazionaledelledonne.org › … › Feminism fiera dell’editoria delle donne

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Corpi in esilio

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Fu Gianna Manzini a dire, prendendo ispirazione dalla sua amatissima Virginia, che il corpo la sa più lunga della nostra acclamatissima anima. Credo che sia di questo parere anche Emilia Bersabea Cirillo, autrice di Potrebbe trattarsi di ali, dal momento che ruotano intorno al corpo, e soprattutto a quello femminile, sia l’intreccio sia il clima emotivo di questi racconti. Tutti ambientati, ad eccezione dell’ultimo – di scenario napoletano – nella ben connotata realtà di Avellino: con il corso prima costellato di negozi eleganti, ora sopraffatto da botteghe «con pannazzi di mercato», l’immancabile bar centrale, la bella casa con vista su Montevergine in cui vive Colomba, le aziende artigianali nella zona di Pontardine, la chiesa periferica di Don Remigio. In una topografia così familiare si aggirano personaggi confusi, messi in scena attraverso un’espressività franta e nervosa che, pur essendo fortemente radicata nel reale, è come percorsa da un brivido di non appartenenza, di estraneità. C’è qualcosa, nel corpo di queste creature, che preme e fa male, rimandando a un grumo di sofferenza rimossa, a un desiderio di felicità tanto più urgente ed esplosivo quanto più compresso. Così può accadere che le unghie di Natalina, laccate di un blu metallizzato, raccontino un violento desiderio di essere diversa da ciò che è; che la grassezza di Agnese venga a significare il rifiuto di rientrare nei canoni prestabiliti e l’impulso di cercare nel mondo virtuale quella particolare bel- lezza che non trova nella realà; che l’insistente prurito che Colomba, casalinga e madre di famiglia ancorata alla quotidianità, sente sotto le scapole, valga a segnalare la fantasia di un paio di ali. I corpi possono essere virtuali, come quello della bellissima e tuttavia vulnerabile Rebecca che, in “Soul Doll”, allevia la solitudine di Camillo o fluidi, come quello di Laura, che solo nell’acqua riesce a riconoscersi e a scioglie- re un dolore annodato; e poi, nell’ultimo racconto “Sangue mio”, c’è il corpo malato di Anna che la spinge a tornare a Napoli per reclamare il midollo e il sangue di una figlia che aveva partorito quindici anni prima su commissione della famiglia in cui lavorava come cameriera. Siamo partiti da quella inquietante affermazione di Colomba «potrebbe trattarsi di ali» e a lei ora torniamo: che le ali possano finalmente spuntare è desiderio che appartiene non solo a lei, ma a tutte queste creature e prima ancora ai loro corpi in esilio, intrappolati sulla terra.

Maria Vittoria Vittori      da Leggendaria n.123/2017