Parole che danno senso al mio mestiere di scrivere.

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Cara Emilia, mi sono concessa un fine settimana di pausa alle Terme e finalmente ho finito i tuoi racconti. Gli ultimi mi hanno davvero entusiasimata. Che coraggio temerario che hai avuto a parlare di certi temi: migranti, la morte di una figlia… Sull’ultima sequenza di ‘Se stasera sono qui’, quelle mani alzate dalle tre donne, cosa devo dirti, mi sono commossa. Tu hai un grande talento, me ne sono resa conto alla fine, quando ho avuto ben chiara la sequenza di personaggi femminili: sai rendere con ricchezza straordinaria l’ordinarietà delle persone. Donne che nella vita forse non si notano neppure ma di cui tu rendi la vastità, l’incomunicabilità del loro universo di sentimenti, e lo rendi meritevole di essere conosciuto e condiviso. Brava, brava, brava! Ti abbraccio forte. Emanuela Canepa.

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Vetril

a Sandra Luongo
straordinaria tessitrice irpina.

Irving Penn, Girl Behind Bottle, 1949

Il primo ad arrivare fu il battezzato, un pupo biancovestito, rotondo come uno gnocco di patate, le scarpette di pelle morbida, il ciuccio azzurro che penzolava da una spilla da balia. Era, il bambino, in braccio ad una giovane dai capelli rossi, corti sul collo e lunghi sul davanti, labbra viola intenso. La donna indossava un completo pantalone nero gessato su una camicia bianca con il collo ad anello, scarpe nere dal tacco alto, che la faceva ondeggiare ad ogni passo.

– Quella là non può essere la madre del bambino – affermò la signora Nora dalla cucina, mentre affettava i porcini – quando allattavo portavo sempre camicette con le ciappe, che si aprivano subito per cacciare il seno. Ti ricordi, Amato?

– Mannaggia bubbà, certo che non è la madre – replicò il marito della signora Nora, un piccoletto dai grandi occhi azzurri, che si chiamava Amato di nome e di fatto, a giudicare dalla pazienza che la signora Nora portava con lui, sempre in giro per la sala a chiacchierare e sorridere alle signore – quella è Giovanna, la commara, la figlia della signora ‘Ngiulina.

– Tutte lui le conosceva le donne del circondario – sbottò la signora Nora, che non metteva mai la testa fuori dal ristorante – perché lei doveva lavorare – e sottolineò lei brandendo il coltello come un’ascia.

– Comunque – concluse, mentre il marito si avviava nella sala – chi sia sia, Vetril, valle a dire che non è ancora pronto e intanto se vuole, può sedersi sotto il portico. Ma statti poco, che mi servi qua –. E si chinò a infilare la lasagna, nel forno. Così era la signora Nora, un accumulo di carne cotta a puntino, morbida e con una sottile crosta.

Io rispondo al nome di Giuseppe Di Stasio, detto Vetril, perché da bambino vedevo sempre tutto appannato e pulivo il banco e i vetri della scuola con lo straccio e il detersivo che mi portavo da casa. Ero così maniaco che la maestra, d’accordo con mamma, decise di legarmi le mani per farmi passare il vizio. Ho smesso da tempo questa fissazione, ma il mondo resta comunque a mio giudizio un luogo opaco. Ormai ho ventisei anni e il soprannome Vetril non riesco a scollarmelo da dosso: nei paesi è così, nasci e muori con uno scangianome che diventa come un marchio.

Mi affrettai ad uscire dalla cucina. Fuori era una bellissima giornata, freddo e luce, un febbraio limpido come non ne faceva da anni: nel bosco, sotto i castagni, erano spuntate già margherite e crochi. Invitai la ragazza, che intanto passeggiava all’ ingresso, ad accomodarsi fuori e le mostrai la panchina di legno.

– Non trova che da qui c’è una vista bellissima dell’Irpinia – esordii, aggiustandomi gli occhiali sul naso –quel paese di fronte è Nusco, più avanti si arriva al Goleto, un convento di monache del duecento, la nostra terra è davvero da scoprire.

Lei mi guardò con i suoi occhi rimmelleggiati. Conosceva quel panorama da quando era nata, e francamente era anche un po’ stufa di vederlo. Poi si sedette sulla panchina e prese a cullare il bambino. Da vicino la ragazza aveva guance morbide e mani polpose. E anche un po’ di curve al punto giusto.

Il bambino tardava ad addormentarsi, la testa infilata nelle braccia poco esperte della giovane, sotto una copertina color paglia, ricamata a pulcini e violette. Non trovava requie, a giudicare da come sbatteva nel cercare una posizione comoda, mentre lei gli teneva fermo il ciuccio per tentare di quietarlo.

– Hanno detto che venivano appresso a me, ma non si vede nessuno – si lasciò sfuggire.

– Chi?

– Il padre e la madre di Gianmarco, il battezzato. Litigavano Si sono messi a litigare sul sagrato della chiesa, il bambino ha cominciato a piangere, povera anima di Dio, e me lo sono preso io. Hai una sigaretta? – chiese, cambiando argomento.

Le risposi che non fumavo e che dovevo tornare in cucina. Lei  continuò a star china sul bambino, mentre gli aggiustava la copertina e sussurrava parole zuccherose.

Feci ancora un’ultima ispezione alla sala: era stata un’impresa sistemare sessanta sedie intorno a un tavolo a ciampa di cavallo nella sala rosa del ristorante, mettere vasi con i fiori, piattini con i confetti azzurri ogni sei posti. La famiglia del battezzato aveva voluto proprio quella, la più piccola ma la più bella, con l’affaccio sul montagnone,   e il camino acceso. I secondi ad arrivare furono i fotografi, Franchitiello e Luciano, miei cugini alla lontana. Non erano più in concorrenza tra loro, da quando avevano aperto insieme uno studio sul corso di Nusco. – Co’ sti cellulari credono tutti che sanno fa’ le foto –, sosteneva Franchitiello che era il più alto dei due e il più piazzato, con un massa di ricci neri e un collo taurino. – Si, se lo credono – sospirava Luciano, con capelli bianchi legati in un codino, il viso appeso, la camicia jeans troppo larga. – Questi fotografi del selfie scattano qualunque cosa, ma non sanno vedere niente.

Girarono per la sala, cercando un angolo per lasciare le loro borse. Si avvicinarono. Che facevo là?

– Ci lavoro – risposi – ma solo il sabato e la domenica, quando viene più gente. Gli altri giorni mi arrangio a fare un po’ di lezioni private di latino, a casa.

– Si, ma sto’ latino, pare che non lo vuole ‘mpara’ più nisciun’ – disse Luciano.

– Questo ho studiato e questo posso insegnare – risposi piccato. In segno di complicità, mi mollò una fraterna pacca sulla spalla.

La terza ad arrivare fu la famiglia della genitrice: la nonna, con il suo scialle scuro, il vestito blu a piccoli disegni beige, il fazzoletto di lana in testa accompagnata da due signori che la tenevano sotto braccio, la mamma, grassa con una testa piccola e il tuppo ben tirato, vestita di nero, con un foulard azzurro sullo scollo e le scarpe comode, e finalmente lei, la madre di Gianmarco, una ragazza formosa, con due cosce a mortadella che sbottavano dai pantaloni neri, con una camiciola ricca di volant, trasparente sulle maniche, lunghi capelli mesciati lavorati come il ferretto del cavatappi, che portava il bambino nella carrozzina. Dietro era la folla degli invitati, col loro brusio allegro, le tolette eleganti, gli scialli di poliestere luccicante, complicati chignon: chi andava a riscaldarsi accanto al camino, chi si fermava a chiacchierare con Amato, chi cercava il suo posto a tavola, chi si affacciava in cucina, per salutare Nora.

Ero sulla porta a vetri ad accogliere e a indicare la sala, già stanco. Se non fosse stato per i centocinquanta euro settimanali più le mance, sarei rimasto certamente a casa a leggere La montagna incantata, che avevo iniziato la sera precedente e mi aveva mantenuto sveglio fino alle due del mattino. Malattia, amore, morte sono le tre vere tappe misteriose della vita, non c’è Vetril che tenga. E poi, come diceva il grande Thomas, quando si tratta dei morti e quando si parla ai morti, il latino, la mia cara lingua che nessuno vuole più, torna in vigore.

Il quarto ad arrivare fu il padre del bambino. Un giovane di Cassano, mi sussurrò Amato, che si era messo accanto a me ad accogliere gli invitati, una capafresca che non aveva lavoro e viveva sulle spalle della famiglia di lei.

Si chiama Michele Ventre, voleva fare ‘o ballerino in televisione, mannaggia bubbà!

– E mo’?

– Abballa e fa’ abballà, capisci a mme!

Michele passò scanzonato nella sala, come se effettivamente andasse a danzare, vestito di scuro, la camicia aperta sul petto, i capelli rasati e una cicatrice sotto il labbro, seguito dal pasticciere con la torta. – Là, su quel tavolo – fece cenno Amato, e indicò un banchetto coperto di tulle, sotto la finestra. – Dove sono il compare e la commare? Facciamo subito la foto davanti alla torta e non ci pensiamo più! – chiesero i fotografi. E ricomparve la ragazza con i tacchi alti, avvinghiata ad un tipo del paese, tale Enzo, uno spilungone con gli occhi di talpa, che incontravo la sera al pub.

Ma il bambino, preso di colpo dalla carrozzina, iniziò a piangere e strepitare. Non bastò la nonna, non bastò la mamma, i tututu, i nonono, in braccio non voleva stare e si contorceva come una serpe. La foto così non si può fare, sostenne Franchitiello. La commara lasciò la sala mandandoli a quel paese. Il compare, vestito di un abito grigio lucido, troppo leggero per la giornata, pregò che si chiudesse l’invetriata.

La signora appena entrata serrò la porta lentamente e cercò di ambientarsi. Lei non era un’invitata, lo capii subito. Sembrava, a prima vista, la reincarnazione di Ingrid Bergam in Viaggio in Italia: sottile, bionda, di un’eleganza fuori moda, guanti marroni di pelle, cappotto cammello svasato, un cappello nero, a baschina, con la veletta che le copriva metà volto. La bocca era disegnata con un rossetto chiaro, aveva labbra piene, fuggevoli, come se sorridessero sempre. Sedette ad un tavolo libero, nella sala d’ingresso, senza levarsi il cappotto. Amato non mi permise di servirla. Bofonchiò: – A questa ci penso io, me l’acconzo pe’ li fieste! – E andò a prendere la comanda. Lei ordinò vino rosso, purè con porcini, ravioli al tartufo, solo indicando le pietanze dal menù illustrato.

– Straniera, mannaggia bubbà, chissà come è capitata qua – comunicò deluso alla moglie.

– Sarà imparentata con qualcuno che non conosci, una volta tanto.

Io fremevo, avevo chiamato anche l’altro cameriere per cominciare, la signora Nora aveva avvisato dalla cucina che gli antipasti erano pronti, i piatti in fila, il prosciutto potrebbe seccarsi, il pane biscottarsi. E così cominciammo a servire.

– Questi figli, sono come vengono – sentii dire da una signora vestita di marrone, con i capelli color foglia morta – non c’è casa che non tene ‘no guaio. E il giovane seduto accanto le fece eco: – Hai ragione, zia Assuntina, ma non è bello parlare di guai ad un battesimo. Che c’entra quell’innocente? – È una storia di corna – sussurrò la zia Assuntina – lei se la faceva con un altro, che è scappato, forse il figlio è di quell’altro e hanno incastrato lu’ ballerin! Per questo il bambino piange sempre, non si trova in mezzo al suo.

Gli ultimi ad arrivare furono due bambini rossi e sudati per la corsa, che nominai subito Hansel e Gretel. Lei aveva una camiciola a fiori, un blu jeans stretto e morbido, i capelli neri lisci e lucidi, con la riga a destra. Lui un maglione a trecce, di lana e un jeans, i capelli corti e neri, gli occhiali neri, quadrati, che sembrava un piccolo giornalista. Entrambi avevano uno sguardo luminoso, quieto. Incuranti del rimprovero dei genitori, andarono a sedersi vicini e continuarono a parlare senza badare ai parenti. Lei pronunciava una sola parola. Poi taceva. Lui ne aggiungeva un’altra. Lei approvava, e così via. Casa, camino. Torta, candele. Bambino, mamma. Luce, buio. Auguri, auguri, l’antipasto in tavola, le bottiglie aperte, il vino nei calici, il padre e la madre sedettero vicini, ignorandosi, Hansel e Gretel, così diversi dagli altri piccoli mocciosi che chiedevano cocacola e aranciata e strappavano il prosciutto con le mani, parlavano di tori, corride, rosso, verde. Il battezzato sonnecchiava, tra le braccia del padre, che non lo sapeva tenere o forse si era stancato e lo piazzò nel carrozzino. Il bambino, gli occhi aperti, seguiva la luce del camino. I fotografi scattarono istantanee alla tavolata. Per un po’ sembrò andare tutto bene. La lasagna fu divorata in un attimo, l’aglianico fu assorbito come acqua in una spugna, la carne di vitello al forno con i pisellini spazzolata come un velo di polvere sulle scarpe. Ad un cenno della genitrice, entrarono in sala i musicanti, uno con la fisarmonica, l’altro con il clarino e iniziarono a suonare la tarantella di Montemarano. Il bambino, svegliatosi di soprassalto, urlò. La musica copriva le sue grida, feci cenno alla mamma, ma non mi vide, rapita dal ritmo, furono Hansel e Gretel a prenderlo e consegnarlo a lei, tutto piangente. Lei lo cullò nelle sue braccia grassocce, ma il battezzato continuò a disperarsi.

– Ha fame – disse il padre ballerino.

– No, è squieto, troppo rumore e troppa luce.

– Ti avevo detto che non era il caso di fare questo pranzo da cafoni, pure con la musica.

– Qui si usa così, non potevamo fare la figura di morti di fame.

– Dagli da mangiare, prova. E finiamola presto.

Ci fu una pausa. Qualcuno uscì a fumare, i bambocci corsero fuori, le donne in fila si avvicinarono al posto dove la genitrice allattava il bambino, la schiena girata contro il tavolo. Io restai a sparecchiare, accatastando i piatti sul carrello. Hansel e Gretel si alzarono da tavola, si avvicinano alla signora sconosciuta che intanto aveva finito di mangiare e si godeva la scena delle buste di soldi portate in regalo che passavano dall’ospite alla nonna alla mamma, che con una sola mano le infilava nello zaino. La bambina mi venne a chiamare. Voleva che chiedessi alla signora di farle provare il cappello. Non ne aveva mai visto di così eleganti. La donna, da vicino, aveva la grazia di una Madonna del Botticelli. Più bella di lei non ne avremmo incontrate mai, a Nusco. Tentai di parlare, allora col poco di inglese che sapevo.

– Girl whant  hat, please.

Lei annuì, aggiustò dolcemente il cappello sulla testa della bambina, tirò giù la veletta, stette un momento ad osservarla, poi mormorò qualcosa che sembrò simile a Little Princess.

-Come stai bene! – esclamò il ragazzino.

Gretel era ferma, come ipnotizzata. Corse a specchiarsi nella sala grande, si mirò, alzò e abbassò la veletta, tornò indietro, eccitatissima, tenne ancora un po’ il cappello in testa, poi lo posò sulla panca. La donna le fece una carezza lenta, dolce, pronunciando non so che altre parole, tutte piene di consonanti. Decisamente non era inglese. Forse le augurò lunga vita, o sii felice, forse le disse soltanto grazie o bella o forse pronunciò Vetril, come se ci conoscessimo. Poi, guardandomi negli occhi, disse:

– I go.

– No – pregai sfrontato, sfiorandole la mano – resta ancora un poco. Lei mi guardò e capii cosa significasse innamorarsi al primo sguardo. Sarei rimasto difronte a lei e le avrei chiesto di portarmi via, dovunque.

Lei alzò le spalle, cercò una sigaretta nella borsa. Tutto inutile. Chiamai Amato. Era lui l’addetto alla cassa.

Il battezzato, una volta poppato, si calmò. Fu rimesso nella carrozzina. I musicanti attaccarono Franceschina la calitrana. Gli altri cantarono in coro, accompagnando il ritmo con le mani. In cucina avevamo riportato ventiquattro bottiglie di vino vuote.

– Ma si è capito chi è quella bella signora? – mi chiese Nora, che finalmente si era seduta sullo scannetto e beveva un caffè.

– Una fata svedese.

– Vetril, meno male che a te t’aiuta la fantasia!

Che ne sapeva, Nora: per me c’era il sabato e la domenica di lavoro, poi cinque giorni immobili, come corpi impiccati lasciati all’aria. Era quello l’opaco del mondo, il quotidiano tempo fermo, che non sarei mai riuscito ad allontanare da me, per come mi si era appiccicato addosso. Mi restava l’immaginazione, unica alleata nella sfida alla malinconia. Feci finta di niente. Agitai la testa, come un pagliaccio e continuai a entrare e uscire dalla cucina, riportando il carrello con i piatti sporchi. Le patate fritte arrivarono sul tavolo, ma pochi le mangiarono. Il caciocavallo restò intatto nei piatti. Il compare e la commare si misero a ballare. Lei mi lanciò uno sguardo annoiato. Poi sorrise al suo ragazzo. Dalla sala scorsi andare via la signora, nella sua eleganza irreale. Corsi ad aprirle la porta. La luce, fuori, si era fatta più dolce. Le presi la mano e la portai alle labbra. Avvertii un profumo di mughetto. Lei ritirò la mano, infilò i guanti e mi lasciò in quel paesaggio fermo di boschi e sorgenti, che sapeva di fotografia. La porta sbatté dietro le mie spalle. Il bambino lanciò uno strillo acuto, come di un vetro in frantumi. La genitrice non si alzò. Il genitore distratto continuò a muovere passi di danza nello spazio al centro del tavolo. Gran parte della tavolata batteva le mani. Franchitiello e Luciano si appostarono in due punti diversi della sala, a riprendere i primi piani, in bianco e nero, come erano soliti fare.

Si udì un altro terribile strillo. Accorsero subito Hansel e Gretel, veloci spostarono la carrozzina dalla zona del caminetto verso l’entrata e presero a dondolarla. Il bambino pianse ancora un poco, poi si portò le dita in bocca e succhiò fino a calmarsi. I due bambini, nell’angolo della sala rosa,  cullavano il battezzato e continuavano a sussurrarsi parole, come se la festa intorno a loro non ci fosse. Non erano una fantasia. Erano vivi, raggianti,  in carne ed ossa, gli unici, in quella sala, a non essere opachi.

Mi accostai per spostare il banchetto della torta al centro della sala.

Sentii Gretel pronunciare “Cappello” e Hansel rispondere senza esitazione “Veletta”.

 

da  ” E’ verde il Paradiso, Storie nomadi in giro per l’Irpinia” a cura di Michele Vespasiano e Giandonato Giordano,  Natan edizioni, 2016

la foto è di Irving Penn, Girl behind bottle, 1949

Grazie a www.osservatoriocattedrale.com

January 11, 2018  I racconti carnali di Emilia Bersabea Cirillo.

La vetrina di oggi è tutta dedicata a un’autrice poco conosciuta, i cui racconti, però, sono delle autentiche perle. Desideriamo segnalarvi due libri, il primo più recente (2017), il secondo più datato (2001), che secondo noi meritano di arrivare a un pubblico più ampio.

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TITOLO: Potrebbe trattarsi di ali

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: L’Iguana Editrice   PAGINE: 168   PREZZO: 14,00

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, niture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante.

Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare.
Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano su due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi.
Nel suo corpo qualcosa sta cambiando. Allora accartoccia le spalle, ruota la testa da destra a sinistra, si stende sul pavimento di ceramica gialla a pancia sotto e respira, la faccia nel gomito, come stesse prendendo il sole. 

“Il realismo romantico della scrittrice arriva infatti a mostrare con nitidezza la spietatezza dell’esistenza sia quando essa si svolge attorno ai divertissements necessari ai personaggi per dimenticare quanta vita stiano sprecando, sia quando, al contrario, le protagoniste sono poste di fronte alla necessità di sopravvivere e convivere con un dolore insuperabile,
quello della morte.”
Laura Marzi, Il Maifesto

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TITOLO: Fuori Misura

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: Diabasis   PAGINE: 176   PREZZO: 12,91

La raccolta, composta da otto racconti, affronta il tema del corpo e delle sue metafore, indagato secondo due differenti linee di sviluppo. Una ricerca improntata ai toni del grottesco, “tutta carnale”, apre spiragli di fisica e divertita ironia e fa da contrappeso a una esplorazione più sinuosa e allusiva, che sfocia in lacerazioni interiori e in un vissuto denso di dolori e sofferenze impronunciate. In un’epoca in cui il corpo e l’apparire sono più importanti dell’essere, questo libro, ironico e divertito, tenta di sdrammatizzare problemi che sono all’ordine del giorno nel nostro vivere. Leggerezza e pesantezza, ironia e angoscia, in una scrittura davvero misurata e sapiente, si alternano come una musica nella dissonanza dei corpi.

“La Cirillo appare una scrittrice da tenere d’occhio. Proprio attraverso il grottesco riesce a forare la superficie visibili e a condurre una esplorazione allusiva che apre spiragli sul senso del vivere e delle emozioni ad esso legate. E in questa sembra allieva di una grande scrittrice quale è Flannery O’Connor. Creando un’atmosfera grottesca, il mondo non viene più visto in modo convenzionale e si è obbligati, se così possiamo dire, ad andare oltre. La scrittura della Cirillo è dunque l’esatto contrario del «buon senso». La sua, insomma, è una sorta di grande rivincita su esistenze che sanno mantenersi in «linea», anoressiche o comunque misurate: «Io sono uscita fuori misura». Qui i vestiti vanno sempre stretti («Tutto gli andava maledettamente stretto») e allora anche una nana può diventare maîtresse con un’ironia leggera e gustosa.”
Antonio Spadaro, Stilos

“Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri?”

 

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Siamo tutti seduti intorno al grande tavolo a ribalta la sera della Vigilia di Natale a Mårbacka. Papà è a un capo e la mamma all’altro.  C’è zio Wachenfeldt, che occupa il posto d’onore alla destra del babbo, e zia Lovisa, Daniel, Anna, Gerda e io. Io e Gerda, come sempre, siamo di fianco alla mamma, una da una parte e una dall’altra, perché siamo le più piccole. Ho ancora negli occhi la scena.

            Abbiamo già mangiato il merluzzo, il budino di riso e le sfogliatine. Piatti, cucchiai, forchette e coltelli sono stati sparecchiati, ma la tovaglia è lasciata; le due candele a più bracci fatte in casa bruciano nei loro candelabri in centrotavola e intorno ci sono ancora il sale, lo zucchero, l’ampolliera e un grande boccale d’argento pieno fino all’orlo di birra di Natale.

            Visto che la cena è finita, dovremmo alzarci, e invece no. Rimaniamo ai nostri posti in attesa della distribuzione dei regali.

            In nessun’altra casa, dalle nostre parti, si usa distribuire i regali di Natale a tavola dopo il tradizionale riso al latte. Ma è una vecchia consuetudine a Mårbacka e a noi piace così. Niente è eccitante come aspettare, ora dopo ora, per tutta l’interminabile serata, sapendo che il meglio deve ancora venire. Il tempo passa lento, lentissimo, ma noi siamo sempre convinti che gli altri bambini, che hanno già avuto i loro regali alle sette o alle otto, non abbiano idea della gioia che proviamo noi ora che il momento tanto atteso è finalmente arrivato.

            Gli occhi brillano, le guance s’infiammano, le mani tremano quando la porta si spalanca e compaiono le due domestiche travestite da capre di Natale che trascinano due grandi cesti pieni di doni fino al posto della mamma.

            Poi la mamma tira fuori un pacchetto dopo l’altro senza la minima fretta. Legge il nome del destinatario, decifra non senza difficoltà i versi scarabocchiati sui bigliettini e finalmente li consegna a ognuno.

            Quasi ammutoliti nei primi istanti, mentre strappiamo i sigilli di ceralacca e la carta, ecco che a turno lanciamo esclamazioni di gioia. Poi parliamo, ridiamo, cerchiamo di indovinare le calligrafie, confrontiamo i nostri regali e lasciamo che la felicità salga alle stelle.

            La sera che ricordo è quella dei miei dieci anni, e me ne sto seduta a tavola nella più spasmodica attesa. So così bene, ma così bene, quel che vorrei. Non sono belle stoffe per vestiti, né pizzi, né broccati, né pattini da ghiaccio, né caramelle o cioccolatini.

 Il primo regalo che apro è un cestino da cucito, e capisco subito che viene dalla mamma. Ha tanti piccoli scomparti dove ha messo una bustina di aghi, filo da rammendo, una matassina di seta nera, cera e corda. La mamma vuole di sicuro ricordarmi che dovrei provare a diventare un po’ più brava nel cucito e non pensare solo a leggere. Da Anna ricevo un piccolo portaspilli ricamato incredibilmente bello, che sembra fatto apposta per uno degli scomparti del cestino da lavoro. Zia Lovisa mi offre un ditale d’argento, e Gerda mi ha cucito un campione di iniziali, così d’ora in poi potrò marcare da me le mie calze e i miei fazzoletti.

  Aline e Emma Laurell sono dovute tornare a casa, a Karlstad, ma hanno pensato a me e a tutti noi. Aline mi ha preparato delle forbicine da ricamo in un astuccio che ha confezionato lei stessa con una chela di aragosta e un ritaglio di seta. Da Emma invece mi arriva un piccolo porcospino di lana rossa, coperto di spilli al posto degli aculei. Sono molto carine le cose che mi hanno regalato, ma comincio a essere un po’ preoccupata. È proprio tutto solo per cucire! Grazie tante, ma se poi non mi arriva proprio quello che voglio?

            Vedete, devo dire che c’è una tradizione a Mårbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri? Ecco a cosa sto pensando a tavola, mentre apro un pacchetto via l’altro di cose per cucire. Ho le orecchie in fiamme, è una vera e propria congiura. E se non arrivasse neanche un libro!

            Daniel mi offre un elegante uncinetto di osso, Johan un grazioso piccolo aspo per svolgere le matasse e alla fine arriva il babbo con il suo regalone: un tamburo da ricamo che ha ordinato dal miglior falegname di Askerby. Perfettamente identico, mi spiega, a quello che usavano le sue sorelle da giovani.

            “Diventerai di sicuro una grande sarta”, dice la mamma, “con tutte queste belle cose per cucire che hai ricevuto.”

            Gli altri ridono. Mi si legge in faccia che non sono così felice dei miei regali di Natale e loro si divertono all’idea di avermi fatto un bello scherzo.

            La distribuzione si sta avvicinando alla fine, e ormai mi è arrivato tutto quello che potevo sperare. Non c’è da attendersi altro.

            Zia Lovisa ha avuto un romanzo e due almanacchi, lo Svea e il Nornan, e prima o poi potrò approfittarne anch’io, ma prima deve leggerli lei. Ah, non è proprio facile far finta di essere contenti e avere l’aria allegra.

            Quando la mamma tira fuori l’ultimo pacchetto dalla cesta, capisco dalla forma che si tratta di un libro. Ma non è per me. Devono evidentemente aver deciso che questa volta mi tocca farne senza.

            E invece il pacchetto è proprio destinato a me e, quando lo prendo in mano, ho l’assoluta certezza che si tratti di un libro. Divento rossa di gioia e lancio quasi un grido nell’impazienza di farmi passare le forbici e tagliare i nastri. Strappo la carta con foga ed eccomi davanti agli occhi il più bel libro del mondo, un libro di fiabe. È quello che arrivo a capire dalla figura della copertina.

            Sento che tutti intorno al tavolo mi guardano. Sanno benissimo che questo è il mio più bel regalo, l’unico che mi rende davvero felice.

            “Che libro hai ricevuto?” chiede Daniel allungandosi verso di me.

            Lo apro e resto lì a fissare il frontespizio a bocca aperta. Non capisco una parola.

            “Fammi vedere!” dice, e legge:

            “Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Comtesse de Ségur.” Daniel chiude il libro e me lo restituisce.

            “È un libro di fiabe in francese”, commenta. “Avrai di che divertirti.”

            Ho preso lezioni di francese da Aline Laurell per sei mesi, ma sfogliando le pagine del libro mi rendo conto che non capisco niente.

            Ricevere un libro in francese è quasi peggio che non riceverne neanche uno. Faccio fatica a trattenere le lacrime. Ma per fortuna mi cade l’occhio su una delle figure. La più incantevole principessina del mondo viaggia in una carrozza tirata da due struzzi e, a cavallo di uno dei due struzzi, c’è un paggetto in alta livrea con lo stemma ricamato e le piume sul cappello. La principessina ha le maniche a sbuffo e una sontuosa gorgiera. Gli struzzi hanno in testa alti pennacchi e le redini sono ornate di grosse catene d’oro. Non si può immaginare niente di più bello.

            Man mano che sfoglio, trovo un vero e proprio tesoro di illustrazioni, altere principesse, re maestosi, nobili cavalieri, fate raggianti, orribili streghe, meravigliosi castelli fatati. No, non è un libro per cui piangere, anche se è in francese.

            Per tutta la notte di Natale me ne sto sdraiata a guardare le figure, soprattutto la prima, con gli struzzi. Mi basta quella per passarci ore.

            Il giorno di Natale, dopo la messa di primo mattino, tiro fuori un dizionario di francese e mi lancio nella lettura.

            È difficile. L’ho studiato solo con il metodo Grönlund. Se in quelle fiabe si parlasse del «cappello piccolo dell’uomo alto» o «dell’ombrello verde del buon falegname», avrei anche potuto capire; ma come cavarmela con un intero testo in francese?

            Il libro inizia così: Il y avait un roi. Cosa mai vorrà dire? Mi ci vuole quasi un’ora per arrivare a capire che va tradotto: “C’era una volta un re.”

            Ma le figure mi affascinano. Devo capire cosa rappresentano. Provo a indovinare, cerco nel dizionario e, riga per riga, vado avanti.

            E alla fine delle vacanze di Natale, quel meraviglioso libretto mi ha insegnato più francese di quanto ne avrei mai potuto imparare in tanti anni di metodo Aline Laurell e Grönlund.

da “IL LIBRO DI NATALE” di  Selma Lagerlöf edizione Iperborea.

Il vestito azzurro. Un racconto di Estela Picco

estela picco e le sue candele

Estela Picco, argentina,  non era solo un’artista delle candele, che creava negli spazi di Animarte, piccola grande fucina di esperienze messa su con le amiche Irene Russo, pittrice, Arianna Ciamillo, laboratorio di cucito, Lidia Martone, ceramista.

Aveva frequentato il primo anno della nostra scuola di scrittura Paroletranoileggere e ci aveva regalato un  racconto bellissimo, Il vestito azzurro,  scritto nella sua lingua madre, lo spagnolo, che Lidia Casali aveva poi tradotto.

Vogliamo ricordarla oggi,  che non è piu con noi, con queste sue parole, perchè tanti conoscano il suo talento e ne ricordino il magnifico sorriso .

Emilia ed Anna

 

 

                                                                                                                Traduzione di Lidia Casali

                                                                                A mi madre.

 Nel tardo pomeriggio  di una domenica calda e umida, mentre corro felice per la campagna, sento la pelle sempre più appiccicosa e impolverata, in un vestito di batista azzurro stretto e smunto, che ho ereditato, lavato e stirato, dalle mie sorelle maggiori.                                                                          E’ il mio primo vestito e mi fa sentire carina, lo cucì  mia sorella Margherita che sta imparando dalla signora Elvira, la vicina di casa che arrivò dall’Italia col mestiere di sarta.                             Non mi importa che l’azzurro sia, in qualche punto, diventato quasi grigio e che si notino le cuciture fatte e rifatte e le allungature dell’orlo;  è il mio unico vestito e perciò è, per me, tanto bello.                                                                                                                                                                 Ha delle costure sul collo, e pieghe nella gonna, le maniche hanno arricciature che si uniscono con  un gran bottone marrone.  Mi sento vestita come una signorina, anche se ho soltanto otto anni e sono la più piccola di dieci fratelli.                                                                                             Margarita lo cucì per   Catalina, la seconda, poi fu di Vica e successivamente di Estela, che per età sono le più prossime a me. Ho anche cinque fratelli, tre già  grandi, e altri due, Miguel di quattordici anni e Juan di tredici, che con Ludovica di dodici, Estela di dieci, ed io che ne ho otto, siamo gli ultimi nati, perché mia madre, come lei stessa dice  “non ne poteva fare di più”.

I miei genitori vengono dall’Italia, io non so bene cosa sia l’Italia; pare che sia un luogo che sta dall’altra parte del  mondo, quello che sulla mappa appesa dietro la porta della mia piccola scuola di campagna, il maestro Don Santini ha detto che è la sua patria e quella dei miei genitori. Laggiù ho zie, cugini e altri parenti che scrivono lettere a mia madre raccontando della guerra, della fame e miseria. La mamma piange quando legge e così io penso che sia meglio restare qui, nel campo.  Io conosco soltanto il campo, la nostra campagna e un paese.                                                                 E’ bello il paese, con le sue case di mattoni rossi, alte e attaccate le une alle altre, il  “almacèn” dove papà compra lo zucchero e la farina,  il “corralòn” dove va a vendere le vacche, la Società Italiana dove si fanno le feste e le riunioni ed il grande magazzino di don Supertino, un cugino di mio padre che si separò dai suoi fratelli nel porto di Genova, perché loro decisero di andare negli Stati Uniti, mentre lui, da solo, venne in Argentina dove già si trovava mio padre.

Nel paese molti parlano il castigliano, non come mio padre, don Supertino e gli altri che vengono dall’Italia e parlano il piemontese. Io imparo il castigliano parlando con i figli dei “gauchos” miei amici di scuola meticci, e loro imparano il piemontese ascoltando le lezioni di matematica del maestro Santini.

I miei genitori dicono  che i gauchos sono gente vagabonda e pigra, che qui ci sarebbero soltanto campi abbandonati alle erbacce se non fosse per gli italiani che arrivarono per seminare e raccogliere in questa terra fertile, e deve essere vero perché vedo gli uomini della mia famiglia lavorare senza sosta.
Nella nostra campagna abbiano anche animali; le mucche e la mungitura  sono compito di mia madre e delle mie sorelle maggiori, Miguel e Juan che non hanno abbastanza forza per usare l’aratro, si occupano di portare le mucche al pascolo , io non vedo l’ora di crescere per poter andare come loro a cavallo. I cavalli sono tra i nostri animali quelli che mi piacciono di più.                      Vica e Estela si occupano del pollame: galline, polli, anatre ed oche. Vica, che è attenta e parsimoniosa, è incaricata di prendere le uova, mentre Estela, magra ed agile, dà  loro si occupa del mangime, corre dietro ai polli quando scappano dal pollaio e restano alla mercé dei cani. Li allevano finché la mamma gli taglia il collo e a loro tocca poi spiumarli.                                               A me, di tutti gli animali che ci sono nella fattoria, mi hanno affidato  proprio quelli più sporchi,  sgradevoli e antipatici, quelli che grugniscono e  strillano, che vivono per  ingrassare e dormono tutto il giorno, cacciati in un porcile putrido, sporco e maleodorante, sistemato  il più lontano possibile dalla casa,  perché puzzano.  A questi animali, ai porci,  devo badare  io;  gli dò da mangiare, da bere, riempio i crogiuoli di grano e vado e vengo dal mulino con secchi pieni di acqua per tenere sempre pieno l’abbeveratoio. Gli unici che mi piacciono sono i maialini , sono graziosi con la loro codina attorcigliata ed il muso schiacciato, mi divertono quando si spingono e  si  stringono per guadagnare spazio alla ricerca del capezzolo della scrofa improvvisando quasi  una specie di gara.

  Oggi è domenica e mi sono messa da poco il vestito azzurro.  Nonostante il calore,  ho dato da mangiare ai maiali prima del solito e li ho chiusi nel recinto del porcile,  non senza aver prima controllato  che non manchi nessun porcellino. Ho messo il mio vestito perché fra poco verranno i vicini della fattoria di Airasca per giocare alla  Taba, il gioco dei gauchos , quelli che non sono né italiani né spagnoli.                                                                                                                                          Le mie sorelle  stanno già  accendendo il fuoco  per  arrostire un agnellino, mentre il mio fratello maggiore Lencho tira fuori le salsicce dal grasso per  affettarle e poter spiluccare qualcosa nell’attesa che sia pronto l’arrosto. All’ombra del salice, sulla grande tavolata che usiamo per mangiare,  ci sono varie bottiglie di vino rosso, alcune  sono già vuote;  mio padre dice che quando viene gente non deve mancare il vino per poter cantare, che il vino è buono per  riscaldare la voce.            Mia madre sta accendendo le lanterne appese alle finestre della casa, mentre mio padre prende un altro bicchiere di vino. A mio padre piacciono le canzoni piemontesi e altrettanto gli piace il vino. Diventa tutto colorito, quando canta e beve e sembra che gli occhi escano dalle orbite come in questo momento che,  da lontano, vedo che mi sta guardando, mi sta guardando mentre corro per l’orto.  Corro nei solchi per non calpestare le piantine di lattuga. Corro perché mi  insegue Tobias, il cane dei vicini che sono appena arrivati, e che come mi ha visto a smesso di camminare al lato della ruota del calessino e mi è venuto incontro, perché sa che a me piace giocare con lui ; ma oggi no, non voglio che mi salti addosso e sporchi il mio vestito azzurro.                                                    La luce fioca delle lanterne non arriva fino all’orto, il sole è già sceso ed i suoi riflessi già si spengono all’orizzonte.  Sento mio padre gridare : “Nelida!!! Varda varda!!! Si sta facendo scuro e allarmata corro verso di lui perché il suo tono di voce indica che qualcosa di terribile sta accadendo, avvicinandomi scorgo la sua espressione inferocita, quella che tanto temo; non capisco cosa stia succedendo e mentre mi giro sul fianco per vedere le facce dei presenti e capire il motivo di tanta agitazione, sento un colpo secco sulla mia fronte. Che dolore !, mi fa molto male, alzo lo sguardo verso mio padre e mi tocco la testa, lo vedo con un solo occhio, l’altro è coperto di sangue;  papà tiene un braccio alzato e nella mano un oggetto, la Taba.

3

Con una espressione minacciosa agita nell’aria, come minacciando di colpirmi di nuovo,  questo osso di zampa di vacca che usa per divertirsi, per giocare,  con esso mi ha picchiata duramente sulla testa. Sento il dolor e mi tocco dove mi fa male, palpo una ferita aperta, guardo la mia mano insanguinata. Una sensazione di soffocamento sale nel mio petto, mi leva il respiro; enormi gocce di sangue e lacrime scendono dal mio viso verso il bordo della mandibola e si precipitano cadendo direttamene sopra la tela azzurra del mio unico vestito da signorina.                                                  Mi fa male il colpo, mi fa male la ferita, mi fa male non sapere perché, perché ricevere una tale punizione e mi sento indifesa e colpevole. In piena disperazione e angoscia riesco a trovare le braccia aperte di mia madre che mi stringe e consola nel suo grembo morbido e tiepido. Ella, dirigendosi severa e disgustata verso mio padre gli dice : “T’zes ciuc! Ma varda ca l’è ‘n can”.    Mio padre era giunto a confondere la figura di un cane con quella di un maiale, aveva creduto che io avessi lasciato scappare uno dei porcellini  che stava calpestando le piantine di insalata nell’orto.   Mi ha castigato per errore, si è confuso e la sua rabbia   incontrollata e cieca questa volta  si è scatenata contro la minore dei suoi figli, la piccola che compie con accuratezza il suo lavoro lontana da casa, poiché i porci puzzano, che non si lamenta mai e aspetta ansiosa il giorno in cui crescendo le affideranno la cura delle vacche, per poter finalmente galoppare a cavallo per  il campo. Abbassa finalmente il braccio, mio padre, e allo stesso tempo abbassa la testa, si gira e se ne va camminando in direzione della campagna. Non lo rividi fino al giorno seguente.  Mia madre e mia sorella Catalina mi lavarono la ferita con acqua fresca e mi misero una benda sulla testa, dicendo che mi avevano messo una “coroncina”.

Sapevo che la mia testa sarebbe guarita, in qualche giorno si sarebbe chiusa la ferita e non si sarebbe più notato niente, eccetto le macchie di sangue, le macchie sul vestito azzurro e sulla fiducia in mio padre. Entrambe sarebbero state rovinate per sempre. Il giorno seguente, come tutti i lunedì mio padre andò al villaggio all’alba, tornò presto e entrando in cucina mentre io stavo prendendo il mio tazzone di latte appena munto, consegna a Margarita un pacchetto legato con filo e le dice:  “ Oggi mettiti a cucire un vestito nuovo per Nèlida e che sia più bello di quello che aveva ieri !”.                                                                                                                                                  Non avrei saputo dire se questo vestito azzurro, fatto su misura, fosse più carino di quell’altro che per la prima volta mi aveva fatto sentire  signorina, però di qualcosa ero certa, ed è che confondere la sagoma di un cane con quella di un porco avrebbe cambiato dolorosamente e definitivamente il mio modo di vedere l’immagine  di un uomo, mio padre.