Tra un premio Strega e un premio Nobel!

Classifica della libreria Dante e Descartes, Napoli.

Fonti la Repubblica del 7.10.2017

DANTE & DESCARTES

NARRATIVA ITALIANA

1 Erri De Luca

Diavoli custodi

Feltrinelli

E 14,00

2 Erri De Luca

Se i delfini venissero in aiuto

D & D

E 4,00

3 Erri De Luca

Il giorno prima della felicità

Feltrinelli

E 14,00

4 Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi

E 19,00

5 Emilia Bersabea Cirillo

Potrebbe trattarsi di ali

L’iguana

E 14,00

NARRATIVA STRANIERA

1 Kazou Hisiguro

Quel che resta del giorno

Einaudi

E 12,00

2 George Simenon

La fioraia di Deauville

Adelphi

E 8,50

3 Joe Landsale

Io sono Dot

Einaudi

E 17,50

4 Carlos Ruiz Zafon

Il labirinto degli spiriti

Mondadori

E 23,00

5 Tijan

Finalmente noi

Garzanti

E 16,90

SAGGISTICA

1 Ambrogio Borsani

L’arte di governare i libri

Bibliografica

E 20,00

2 Raimondo Di Maio

All’insegna del piccolo formato

D & D

E 4,00

3 Anna Maria Ortese

“Pensare l’alba…” Lettere a Patrick Mégevand

Philobiblon

E 14,00

4 De Cristofaro/Viscardi

Il borghese fa il mondo

Donzelli

E 35,00

5 Giuseppe Montesano

Lettori selvaggi

Giunti

E 50,00

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“Un tè con l’autrice”: Libri, tra gusto e…buongusto. Le Amiche Buongustaie e la loro rassegna culturale in cui cibo e letteratura si incontrano

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EBOLI. “Un tè con l’autrice”: è questo il titolo della rassegna culturale che prenderà il via il prossimo 10 novembre, alle ore 19, presso la sala antica della biblioteca comunale “S. Augelluzzi”.

Ad idearla e organizzarla, l’associazione Le Amiche Buongustaie, sodalizio che, partendo dalla tradizione culinaria e dalla rivisitazione delle pietanze che hanno fatto la storia del nostro Sud, diffonde l’arte del buongusto attraverso il cibo, i libri, e mediante iniziative a finalità sociale.

Ad inaugurare la rassegna, pensata come un format in cui la letteratura e il cibo si incontrano e si confrontano, grazie al dialogo con scrittrici ma anche scrittori campani e non, sarà Emilia Bersabea Cirillo, autrice del romanzo “Non smetto di avere freddo”, pubblicato da L’Iguana Editrice.

Vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva, attraverso la vicenda delle due protagoniste Dorina e Angela, “Non smetto di avere freddo” affronta temi profondi…

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Ombre di Pierluigi Cappello

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Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l’Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un’Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra
si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.

Ombre, da Azzurro elementare. Poesie 1992-2010
Pierluigi Cappello

Il vestito azzurro. Un racconto di Estela Picco

estela picco e le sue candele

Estela Picco, argentina,  non era solo un’artista delle candele, che creava negli spazi di Animarte, piccola grande fucina di esperienze messa su con le amiche Irene Russo, pittrice, Arianna Ciamillo, laboratorio di cucito, Lidia Martone, ceramista.

Aveva frequentato il primo anno della nostra scuola di scrittura Paroletranoileggere e ci aveva regalato un  racconto bellissimo, Il vestito azzurro,  scritto nella sua lingua madre, lo spagnolo, che Lidia Casali aveva poi tradotto.

Vogliamo ricordarla oggi,  che non è piu con noi, con queste sue parole, perchè tanti conoscano il suo talento e ne ricordino il magnifico sorriso .

Emilia ed Anna

 

 

                                                                                                                Traduzione di Lidia Casali

                                                                                A mi madre.

 Nel tardo pomeriggio  di una domenica calda e umida, mentre corro felice per la campagna, sento la pelle sempre più appiccicosa e impolverata, in un vestito di batista azzurro stretto e smunto, che ho ereditato, lavato e stirato, dalle mie sorelle maggiori.                                                                          E’ il mio primo vestito e mi fa sentire carina, lo cucì  mia sorella Margherita che sta imparando dalla signora Elvira, la vicina di casa che arrivò dall’Italia col mestiere di sarta.                             Non mi importa che l’azzurro sia, in qualche punto, diventato quasi grigio e che si notino le cuciture fatte e rifatte e le allungature dell’orlo;  è il mio unico vestito e perciò è, per me, tanto bello.                                                                                                                                                                 Ha delle costure sul collo, e pieghe nella gonna, le maniche hanno arricciature che si uniscono con  un gran bottone marrone.  Mi sento vestita come una signorina, anche se ho soltanto otto anni e sono la più piccola di dieci fratelli.                                                                                             Margarita lo cucì per   Catalina, la seconda, poi fu di Vica e successivamente di Estela, che per età sono le più prossime a me. Ho anche cinque fratelli, tre già  grandi, e altri due, Miguel di quattordici anni e Juan di tredici, che con Ludovica di dodici, Estela di dieci, ed io che ne ho otto, siamo gli ultimi nati, perché mia madre, come lei stessa dice  “non ne poteva fare di più”.

I miei genitori vengono dall’Italia, io non so bene cosa sia l’Italia; pare che sia un luogo che sta dall’altra parte del  mondo, quello che sulla mappa appesa dietro la porta della mia piccola scuola di campagna, il maestro Don Santini ha detto che è la sua patria e quella dei miei genitori. Laggiù ho zie, cugini e altri parenti che scrivono lettere a mia madre raccontando della guerra, della fame e miseria. La mamma piange quando legge e così io penso che sia meglio restare qui, nel campo.  Io conosco soltanto il campo, la nostra campagna e un paese.                                                                 E’ bello il paese, con le sue case di mattoni rossi, alte e attaccate le une alle altre, il  “almacèn” dove papà compra lo zucchero e la farina,  il “corralòn” dove va a vendere le vacche, la Società Italiana dove si fanno le feste e le riunioni ed il grande magazzino di don Supertino, un cugino di mio padre che si separò dai suoi fratelli nel porto di Genova, perché loro decisero di andare negli Stati Uniti, mentre lui, da solo, venne in Argentina dove già si trovava mio padre.

Nel paese molti parlano il castigliano, non come mio padre, don Supertino e gli altri che vengono dall’Italia e parlano il piemontese. Io imparo il castigliano parlando con i figli dei “gauchos” miei amici di scuola meticci, e loro imparano il piemontese ascoltando le lezioni di matematica del maestro Santini.

I miei genitori dicono  che i gauchos sono gente vagabonda e pigra, che qui ci sarebbero soltanto campi abbandonati alle erbacce se non fosse per gli italiani che arrivarono per seminare e raccogliere in questa terra fertile, e deve essere vero perché vedo gli uomini della mia famiglia lavorare senza sosta.
Nella nostra campagna abbiano anche animali; le mucche e la mungitura  sono compito di mia madre e delle mie sorelle maggiori, Miguel e Juan che non hanno abbastanza forza per usare l’aratro, si occupano di portare le mucche al pascolo , io non vedo l’ora di crescere per poter andare come loro a cavallo. I cavalli sono tra i nostri animali quelli che mi piacciono di più.                      Vica e Estela si occupano del pollame: galline, polli, anatre ed oche. Vica, che è attenta e parsimoniosa, è incaricata di prendere le uova, mentre Estela, magra ed agile, dà  loro si occupa del mangime, corre dietro ai polli quando scappano dal pollaio e restano alla mercé dei cani. Li allevano finché la mamma gli taglia il collo e a loro tocca poi spiumarli.                                               A me, di tutti gli animali che ci sono nella fattoria, mi hanno affidato  proprio quelli più sporchi,  sgradevoli e antipatici, quelli che grugniscono e  strillano, che vivono per  ingrassare e dormono tutto il giorno, cacciati in un porcile putrido, sporco e maleodorante, sistemato  il più lontano possibile dalla casa,  perché puzzano.  A questi animali, ai porci,  devo badare  io;  gli dò da mangiare, da bere, riempio i crogiuoli di grano e vado e vengo dal mulino con secchi pieni di acqua per tenere sempre pieno l’abbeveratoio. Gli unici che mi piacciono sono i maialini , sono graziosi con la loro codina attorcigliata ed il muso schiacciato, mi divertono quando si spingono e  si  stringono per guadagnare spazio alla ricerca del capezzolo della scrofa improvvisando quasi  una specie di gara.

  Oggi è domenica e mi sono messa da poco il vestito azzurro.  Nonostante il calore,  ho dato da mangiare ai maiali prima del solito e li ho chiusi nel recinto del porcile,  non senza aver prima controllato  che non manchi nessun porcellino. Ho messo il mio vestito perché fra poco verranno i vicini della fattoria di Airasca per giocare alla  Taba, il gioco dei gauchos , quelli che non sono né italiani né spagnoli.                                                                                                                                          Le mie sorelle  stanno già  accendendo il fuoco  per  arrostire un agnellino, mentre il mio fratello maggiore Lencho tira fuori le salsicce dal grasso per  affettarle e poter spiluccare qualcosa nell’attesa che sia pronto l’arrosto. All’ombra del salice, sulla grande tavolata che usiamo per mangiare,  ci sono varie bottiglie di vino rosso, alcune  sono già vuote;  mio padre dice che quando viene gente non deve mancare il vino per poter cantare, che il vino è buono per  riscaldare la voce.            Mia madre sta accendendo le lanterne appese alle finestre della casa, mentre mio padre prende un altro bicchiere di vino. A mio padre piacciono le canzoni piemontesi e altrettanto gli piace il vino. Diventa tutto colorito, quando canta e beve e sembra che gli occhi escano dalle orbite come in questo momento che,  da lontano, vedo che mi sta guardando, mi sta guardando mentre corro per l’orto.  Corro nei solchi per non calpestare le piantine di lattuga. Corro perché mi  insegue Tobias, il cane dei vicini che sono appena arrivati, e che come mi ha visto a smesso di camminare al lato della ruota del calessino e mi è venuto incontro, perché sa che a me piace giocare con lui ; ma oggi no, non voglio che mi salti addosso e sporchi il mio vestito azzurro.                                                    La luce fioca delle lanterne non arriva fino all’orto, il sole è già sceso ed i suoi riflessi già si spengono all’orizzonte.  Sento mio padre gridare : “Nelida!!! Varda varda!!! Si sta facendo scuro e allarmata corro verso di lui perché il suo tono di voce indica che qualcosa di terribile sta accadendo, avvicinandomi scorgo la sua espressione inferocita, quella che tanto temo; non capisco cosa stia succedendo e mentre mi giro sul fianco per vedere le facce dei presenti e capire il motivo di tanta agitazione, sento un colpo secco sulla mia fronte. Che dolore !, mi fa molto male, alzo lo sguardo verso mio padre e mi tocco la testa, lo vedo con un solo occhio, l’altro è coperto di sangue;  papà tiene un braccio alzato e nella mano un oggetto, la Taba.

3

Con una espressione minacciosa agita nell’aria, come minacciando di colpirmi di nuovo,  questo osso di zampa di vacca che usa per divertirsi, per giocare,  con esso mi ha picchiata duramente sulla testa. Sento il dolor e mi tocco dove mi fa male, palpo una ferita aperta, guardo la mia mano insanguinata. Una sensazione di soffocamento sale nel mio petto, mi leva il respiro; enormi gocce di sangue e lacrime scendono dal mio viso verso il bordo della mandibola e si precipitano cadendo direttamene sopra la tela azzurra del mio unico vestito da signorina.                                                  Mi fa male il colpo, mi fa male la ferita, mi fa male non sapere perché, perché ricevere una tale punizione e mi sento indifesa e colpevole. In piena disperazione e angoscia riesco a trovare le braccia aperte di mia madre che mi stringe e consola nel suo grembo morbido e tiepido. Ella, dirigendosi severa e disgustata verso mio padre gli dice : “T’zes ciuc! Ma varda ca l’è ‘n can”.    Mio padre era giunto a confondere la figura di un cane con quella di un maiale, aveva creduto che io avessi lasciato scappare uno dei porcellini  che stava calpestando le piantine di insalata nell’orto.   Mi ha castigato per errore, si è confuso e la sua rabbia   incontrollata e cieca questa volta  si è scatenata contro la minore dei suoi figli, la piccola che compie con accuratezza il suo lavoro lontana da casa, poiché i porci puzzano, che non si lamenta mai e aspetta ansiosa il giorno in cui crescendo le affideranno la cura delle vacche, per poter finalmente galoppare a cavallo per  il campo. Abbassa finalmente il braccio, mio padre, e allo stesso tempo abbassa la testa, si gira e se ne va camminando in direzione della campagna. Non lo rividi fino al giorno seguente.  Mia madre e mia sorella Catalina mi lavarono la ferita con acqua fresca e mi misero una benda sulla testa, dicendo che mi avevano messo una “coroncina”.

Sapevo che la mia testa sarebbe guarita, in qualche giorno si sarebbe chiusa la ferita e non si sarebbe più notato niente, eccetto le macchie di sangue, le macchie sul vestito azzurro e sulla fiducia in mio padre. Entrambe sarebbero state rovinate per sempre. Il giorno seguente, come tutti i lunedì mio padre andò al villaggio all’alba, tornò presto e entrando in cucina mentre io stavo prendendo il mio tazzone di latte appena munto, consegna a Margarita un pacchetto legato con filo e le dice:  “ Oggi mettiti a cucire un vestito nuovo per Nèlida e che sia più bello di quello che aveva ieri !”.                                                                                                                                                  Non avrei saputo dire se questo vestito azzurro, fatto su misura, fosse più carino di quell’altro che per la prima volta mi aveva fatto sentire  signorina, però di qualcosa ero certa, ed è che confondere la sagoma di un cane con quella di un porco avrebbe cambiato dolorosamente e definitivamente il mio modo di vedere l’immagine  di un uomo, mio padre.

Da “Intransigenze” interviste a Vladimir Nabokov Adelphi editore, 2012.

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Nel frattempo conduce un’esistenza appartata — e un po’ sedentaria, a quanto dicono tutti—nella sua suite d’albergo. Come passa le giornate?

D’inverno mi sveglio verso le sette: la mia sveglia è un gracchio di montagna — un grosso uccello nero e lucido con un gran becco giallo — che visita il balcone ed emette un chiocciolio dei più melodiosi. Per un po’ rimango a letto, con la testa che ripassa le cose e la progetti. Verso le otto: barba, colazione, meditazione sul trono e bagno – nell’ordine. Poi, fino all’ora di pranzo, lavoro nel mio studio, con l’intervallo di una breve passeggiata con mia moglie in riva al lago. Si può dire che da queste parti si sono aggirati prima o poi tutti i più famosi scrittori russi dell’Ottocento: Zhukovski, Gogol, Dostoevski, Tolstoj – il quale corteggiava le cameriere d’albergo a detrimento della sua salute — e molti poeti russi. Ma in fondo la stessa cosa si potrebbe dire di Nizza o di Roma. Pranziamo verso l’una, e all’una e mezzo sono di nuovo al mio scrittoio, dove lavoro in continuazione fino alle sei e mezzo. Poi quattro passi fino all’edicola per i giornali inglesi, e cena alle sette. Niente lavoro dopo cena. A letto verso le nove. Leggo fino alle undici e mezzo, poi bisticcio con l’insonnia fino all’una. Un paio di volte la settimana ho un incubo bello lungo con sgradevoli personaggi importati da sogni precedenti che compaiono in ambienti più o meno ripetitivi — combinazioni caleidoscopiche di impressioni frammentarie, brandelli di pensieri diurni, irresponsabili immagini meccaniche, il tutto assolutamente privo di ogni possibile implicazione o esplicazione freudiana, ma stranamente simile a quel corteo di mutevoli figure che di solito vediamo sullo schermo interno delle palpebre quando chiudiamo gli occhi stanchi.

 

Strano che i nuovi stregoni e i loro pazienti non siano mai arrivati a una spiegazione dei sogni così semplice e così esauriente. E’ vero che lei scrive in piedi e preferisce scrivere a mano invece che a macchina?

Sì. Non ho mai imparato a scrivere a macchina. In generale inizio la giornata davanti a un bel leggio all’antica che ho nel mio studio. Più tardi, quando sento la gravità mordicchiarmi i polpacci, mi siedo in una comoda poltrona accanto a un comune scrittoio; e infine, quando la gravità comincia a risalire la colonna vertebrale, mi sdraio su un divano in un angolo dello studiolo. È una piacevole routine solare. Ma -quando ero giovane, dai venti fino a poco dopo i trent’anni, spesso rimanevo a letto tutto il giorno, a fumare e a scrivere. Ora le cose sono cambiate. Prosa orizzontale, versi verticali e chiose sedute continuano a scambiarsi aggettivi e a rovinare le allitterazioni.

 

 

Può dirci qualcosa di più sul concreto processo creativo che porta al germinare di un libro — magari leggendo qualche appunto buttato lì a casaccio o qualche brano di un’opera a cui sta lavorando?

Nemmeno per sogno. Non si dovrebbe mai sottoporre un feto a operazioni esplorative. Posso fare, però, un’altra cosa. Questa scatola contiene alcune schede con annotazioni prese in momenti diversi, più o meno recenti, e scartate quando scrivevo Fuoco pallido. E’ un mucchietto di rifiuti. Si serva. « Selene, la luna. Selenginsk, vecchia città della Siberia: città del razzo lunare »… « Bacca: il pomello nero sul becco del cigno muto »… « Bacopendulo: piccolo bruco appeso a un filo »… « In “The New Bon Ton Magazine”, volume V, 1820, p. 312, le prostitute sono chiamate “ragazze della città” »… « Un giovane sogna: ho dimenticato le mutande; un vecchio sogna: ho dimenticato la dentiera »… « Uno studente spiega che quando legge un romanzo gli piace saltare le pagine “in modo da farsi un’idea sua del libro senza lasciarsi influenzare dall’autore”»… « Naprapathy: 3  la più brutta parola della lingua inglese ».

« E dopo la pioggia, sui fili imperlati, un uccello, due uccelli, tre uccelli, e neanche uno. Pneumatici infangati, sole»… «Tempo senza consapevolezza: mondo degli animali inferiori; tempo con consapevolezza: l’uomo; consapevolezza senza tempo: una condizione ancora superiore »… « Non si pensa con parole ma con ombre di parole. L’errore di James Joyce in quei suoi peraltro meravigliosi soliloqui mentali consiste nel dare un’eccessiva corposità verbale ai pensieri»… «Parodia della buona educazione: queirinimitabile “Per favore” — “Per favore mandatemi il vostro bellissimo…” che le aziende cretinamente rivolgono a se stesse sui moduli stampati con i quali la gente dovrebbe ordinare i loro prodotti »…

« Ingenuo, ininterrotto pio-pio di pulcini in squallide gabbie, a notte tarda, molto tarda, su una desolata banchina ferroviaria tutta velata di brina»… « Il titolo di un giornale popolare, TORSO KILLER MAY BEAT CHAIR, si potrebbe tradurre: “Celui qui tue un buste peut bien battre une chaise” »…4 «Il giornalaio, porgendomi una rivista con un mio racconto: “Vedo che è arrivato alla carta patinata” »… « Nevica, giovane padre a passeggio con minuscolo bambino, naso come una ciliegia rosa. Perché un genitore si affretta a dire qualcosa al figlio se un estraneo sorride a quest’ultimo? “Certamente” ha detto il padre in risposta al gorgoglìo interrogativo del bambino, che durava da un pezzo e sarebbe durato ancora a lungo nella silenziosa nevicata se io, passando di lì, non avessi sorriso »… « Intercolunnio: cielo blu scuro tra due colonne bianche»… «Nome di un posto nelle Orcadi: Papilio»… «Non “Anch’io sono vissuto in Arcadia”, ma, dice la Morte, “Io sono persino in Arcadia”: epitaffio sulla tomba di un pastore (“Notes and Queries”, 13 giugno 1868, p. 561)»… «Marat collezionava farfalle »… « Dal punto di vista estetico la tenia è sicuramente un pensionante indesiderabile. Spesso i segmenti gravidi strisciano fuori dal canale anale di una persona, talvolta a catene, e si sa di casi in cui hanno provocato imbarazzo in società (“Ann. N.Y. Acad. Sci.”, 48, p. 558) ».

 

Che cosa la spinge ad annotare e a raccogliere queste impressioni e citazioni sconnesse?

Io so semplicemente che in una fase molto precoce dello sviluppo di un romanzo mi viene questo forte impulso a raccogliere pezzetti di paglia e di lanugine, e a inghiottire sassolini. Nessuno scoprirà mai se, e con quanta chiarezza, un uccello si raffiguri il futuro nido e le uova dentro il nido. Quando poi ripenso alla forza che mi ha fatto annotare frettolosamente i nomi esatti di certe cose, o le dimensioni e le sfumature di certi oggetti, prima ancora che quelle informazioni mi servissero davvero, sono incline a credere che ciò che, in mancanza di un termine migliore, chiamo ispirazione fosse già all’opera, pronta a segnalarmi silenziosamente ora questo ora quello e a farmi accumulare materiali noti per una costruzione ignota. Dopo la prima sorpresa dell’agnizione — il senso improvviso che « questo è ciò che scriverò » — il romanzo comincia a crescere da sé; il processo avviene esclusivamente nella testa, non sulla carta; e per sapere a che punto è arrivato il libro non ho bisogno di avere coscienza di ogni singola frase. Sento una specie di crescita sommessa, come se qualcosa si dipanasse dentro di me, e so che i particolari sono già lì, che anzi li vedrei ben chiari se guardassi più da vicino, se fermassi la macchina e aprissi il suo compartimento interno; ma preferisco aspettare finché ciò che genericamente viene chiamato ispirazione non ha terminato il lavoro al posto mio. Viene un momento in cui da dentro mi informano che l’intera struttura è finita. Allora non mi resta che trascriverla a matita o a penna. Dato che l’intera struttura, illuminata da una debole luce nella mente, si può paragonare a un dipinto, e dato che per la giusta percezione di un dipinto non occorre procedere gradualmente da sinistra a destra, quando comincio a scrivere posso puntare la mia lampadina tascabile su una qualsiasi parte o particella del quadro. Non comincio i romanzi dal principio. Non arrivo al capitolo terzo prima di scrivere il capitolo quarto, non passo disciplinatamente da una pagina all’altra seguendo l’ordine; nient’affatto, prendo un pezzetto qui e un pezzetto là, finché ho riempito tutti i vuoti sulla carta. Ecco perché mi piace scrivere i racconti e i romanzi su schede, cui assegno un numero più tardi, quando la serie è completa. Riscrivo ogni scheda molte volte. Tre schede equivalgono più o meno a una pagina dattiloscritta, e quando infine posso credere che il dipinto immaginario l’ho copiato con tutta la fedeltà di cui sono fisicamente capace — qualche piccolo spazio vuoto rimane sempre, purtroppo -, allora detto il romanzo a mia moglie, che lo batte a macchina in triplice copia.

 

In che senso lei copia « il dipinto immaginario » di un romanzo?

Uno scrittore creativo deve studiare attentamente le opere dei suoi rivali, comprese quelle dell’Onnipotente. Deve possedere la capacità innata non solo di ricombinare ma anche di ricreare il mondo esistente. Per farlo in modo adeguato ed evitare fatiche doppie, l’artista deve conoscere il mondo esistente. L’immaginazione priva di conoscenza non porta più in là dell’oscuro cortile dell’arte primitiva, più in là dello scarabocchio di un bambino sulla palizzata o del messaggio di qualche caposcarico al mercato. L’arte non è mai semplice. Per tornare ai tempi del mio insegnamento: davo automaticamente un voto basso agli studenti che usavano l’orribile locuzione « sincero e semplice » — « Flaubert scrive sempre in uno stile semplice e sincero » — ritenendo che questo fosse il complimento più bello che si potesse fare alla prosa o alla poesia. Quando cancellavo la frase, e lo facevo con una tale rabbia nella matita da strappare la carta, lo studente veniva a lamentarsi dicendo che i suoi professori gli avevano sempre insegnato così: « L’arte è semplice, l’arte è sincera». Un giorno o l’altro devo scoprire chi ha messo in giro questa volgare fandonia. Una maestrina dell’Ohio? Un somaro progressista di New York? Perché, si sa, nei suoi momenti più grandi l’arte è favolosamente ingannevole e complicata.

Chi è lo scrittore di Vladimir Nabokov

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Scrittori di genio e autori minori

“Il tempo e lo spazio, i colori delle stagioni, il movimento dei muscoli e delle menti, sono per gli scrittori di genio non concetti tradizionali che si possono prendere a prestito dalla biblioteca circolante delle verità correnti, bensì un susseguirsi di sorprese uniche che i massimi artisti hanno imparato a esprimere nella loro unica maniera. Il compito di adornare il luogo comune è lasciato agli autori minori: essi non si preoccupano di reinventare il mondo; si limitano a tirar fuori il meglio da un determinato ordine delle cose, secondo i modelli tradizionali della narrativa. Le varie combinazioni che questi autori minori riescono a creare entro questi limiti prestabiliti possono avere una loro effimera attrattiva, perché i lettori minori amano riconoscere le proprie idee gradevolmente camuffate. Ma lo scrittore vero, quello che fa ruotare i pianeti e plasma un uomo dormiente e armeggia impaziente con la sua costola, lo scrittore di questo tipo non ha valori prestabiliti a disposizione: deve crearli lui”.

Chi è lo scrittore

“Sono tre i punti di vista dai quali si può considerare uno scrittore: lo si può considerare un affabulatore, un insegnante o un incantatore. Un grande scrittore associa in sé queste tre qualità: affabulatore, insegnante e incantatore; ma è l’incantatore che predomina in lui e ne fa un grande scrittore”.