Parole che danno senso al mio mestiere di scrivere.

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Cara Emilia, mi sono concessa un fine settimana di pausa alle Terme e finalmente ho finito i tuoi racconti. Gli ultimi mi hanno davvero entusiasimata. Che coraggio temerario che hai avuto a parlare di certi temi: migranti, la morte di una figlia… Sull’ultima sequenza di ‘Se stasera sono qui’, quelle mani alzate dalle tre donne, cosa devo dirti, mi sono commossa. Tu hai un grande talento, me ne sono resa conto alla fine, quando ho avuto ben chiara la sequenza di personaggi femminili: sai rendere con ricchezza straordinaria l’ordinarietà delle persone. Donne che nella vita forse non si notano neppure ma di cui tu rendi la vastità, l’incomunicabilità del loro universo di sentimenti, e lo rendi meritevole di essere conosciuto e condiviso. Brava, brava, brava! Ti abbraccio forte. Emanuela Canepa.

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January 11, 2018  I racconti carnali di Emilia Bersabea Cirillo.

La vetrina di oggi è tutta dedicata a un’autrice poco conosciuta, i cui racconti, però, sono delle autentiche perle. Desideriamo segnalarvi due libri, il primo più recente (2017), il secondo più datato (2001), che secondo noi meritano di arrivare a un pubblico più ampio.

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TITOLO: Potrebbe trattarsi di ali

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: L’Iguana Editrice   PAGINE: 168   PREZZO: 14,00

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, niture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante.

Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare.
Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano su due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi.
Nel suo corpo qualcosa sta cambiando. Allora accartoccia le spalle, ruota la testa da destra a sinistra, si stende sul pavimento di ceramica gialla a pancia sotto e respira, la faccia nel gomito, come stesse prendendo il sole. 

“Il realismo romantico della scrittrice arriva infatti a mostrare con nitidezza la spietatezza dell’esistenza sia quando essa si svolge attorno ai divertissements necessari ai personaggi per dimenticare quanta vita stiano sprecando, sia quando, al contrario, le protagoniste sono poste di fronte alla necessità di sopravvivere e convivere con un dolore insuperabile,
quello della morte.”
Laura Marzi, Il Maifesto

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TITOLO: Fuori Misura

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: Diabasis   PAGINE: 176   PREZZO: 12,91

La raccolta, composta da otto racconti, affronta il tema del corpo e delle sue metafore, indagato secondo due differenti linee di sviluppo. Una ricerca improntata ai toni del grottesco, “tutta carnale”, apre spiragli di fisica e divertita ironia e fa da contrappeso a una esplorazione più sinuosa e allusiva, che sfocia in lacerazioni interiori e in un vissuto denso di dolori e sofferenze impronunciate. In un’epoca in cui il corpo e l’apparire sono più importanti dell’essere, questo libro, ironico e divertito, tenta di sdrammatizzare problemi che sono all’ordine del giorno nel nostro vivere. Leggerezza e pesantezza, ironia e angoscia, in una scrittura davvero misurata e sapiente, si alternano come una musica nella dissonanza dei corpi.

“La Cirillo appare una scrittrice da tenere d’occhio. Proprio attraverso il grottesco riesce a forare la superficie visibili e a condurre una esplorazione allusiva che apre spiragli sul senso del vivere e delle emozioni ad esso legate. E in questa sembra allieva di una grande scrittrice quale è Flannery O’Connor. Creando un’atmosfera grottesca, il mondo non viene più visto in modo convenzionale e si è obbligati, se così possiamo dire, ad andare oltre. La scrittura della Cirillo è dunque l’esatto contrario del «buon senso». La sua, insomma, è una sorta di grande rivincita su esistenze che sanno mantenersi in «linea», anoressiche o comunque misurate: «Io sono uscita fuori misura». Qui i vestiti vanno sempre stretti («Tutto gli andava maledettamente stretto») e allora anche una nana può diventare maîtresse con un’ironia leggera e gustosa.”
Antonio Spadaro, Stilos

Salone di Torino/Giorno 1 – Parole “oltre il confine” d’Irpinia di Giulia D’Argenio

Condivido l’articolo della bravissima Giulia D’Argenio, giornalista di Orticalab, sulla prima giornata del salone del libro di Torino. A presto nuove impressioni.

Siamo in viaggio “Oltre Confine”, alla trentesima edizione del festival letterario di Lingotto Fiere. Tra gli stand allestiti nello spazio espositivo della capitale sabauda, ci sono i lavori di Marika Borrelli ed Emilia Bersabea Ciriillo, portate in fiera dai loro rispettivi editori. Storie di una terra che parla un linguaggio di donne di tenacia

Emilia Bersabea Cirillo, Nadia Tarantini, Marika Borrelli, Iguane allo Stand.

Un maggio intenso, da ricordare, che va concludendosi nel migliore e più inconsueto dei modi: Orticalab è in viaggio, questa volta a Torino, alla trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Il tema di questa stagione è per noi tra i più suggestivi ed evocativi. Si parla, infatti, di andare “Oltre il Confine”, così come sono riuscite a fare le parole di Marika Borrelli, presente tra gli stand allestiti nei padiglioni del Lingotto Fiere, con ben due lavori a sua firma: “Amore 3.0”, portato in esposizione dal gruppo de “La Compagnia del Libro”, ed il recentissimo “Felicità”, figlio di un’esperienza editoriale molto particolare.

«Ho iniziato a lavorare come giornalista, per poi appassionarmi sempre più al mondo dell’editoria e a tutto ciò che c’è il dietro le quinte in preparazione della pubblicazione di un libro. Da questo, e dalla mia particolare formazione in studi su questioni di genere e femminili, è nata questa avventura: la mia casa editrice L’Iguana, che pubblica solo ed esclusivamente scritti di autrici donne». Chiara Turozzi riesce a trasmettere tutta la passione che nutre per il proprio lavoro, pur nel frastuono assordante ma confortante di un evento che attesta quanto viva e profonda resti la domanda di cultura in Italia. L’Iguana è una casa editrice di donne per donne, che abbatte stereotipi ed immagini di debolezza prediligendo, quasi paradossalmente, i fatti alle parole. «Non credo che quello dell’editoria sia un mondo declinato al maschile: è più una questione di stereotipi e convinzioni perché, in realtà, la mia percezione è che alle donne vengono riconosciuti spazio e considerazione non meno che agli uomini, senza contare che proprio le donne rappresentano una fetta importante di questo mercato, sia in termini di utenza che di persone che vi lavorano». La vera fatica, per Chiara, è un’altra e non conosce distinzioni di genere, essendo la stessa in tutte le galassie che compongono il variegato, complesso ed affascinante universo dell’editoria e dell’editoria indipendente in particolare. «È difficile mantenere la propria indipendenza, senza contare che dietro ogni pubblicazione c’è un lavoro intenso e minuzioso, specie per chi, come me Valentina e Hanna, sceglie di curare direttamente tutto fin nei minimi dettagli».

Uno sforzo che, però, ripagato a dovere dalla felicità racchiusa nel prodotto finale: la creatura, amata e desiderata, che è il libro. «La pubblicazione è sempre un momento di festa, di gioia. Per me, che leggo e scelgo personalmente i testi, per chi li predispone e, soprattutto, per le autrici, che sanno quanta strada c’è dietro le loro parole». Parole come quelle attraverso cui Marika cerca di raccontare cosa sia la “Felicità”, ma anche quelle attraverso cui Emilia Bersabea Cirillo dà voce all’universo della donne, alla loro più profonda intimità, cercando di decostruire falsi miti e luoghi comuni. Parole che si intrecciano e si guardano e raccontano di un’Irpinia, donna e tenace, capace: capace di fare, capace di andare oltre il confine della sua quotidianità, costruendo narrazioni diverse, delle donne e della propria terra.

Ed ecco, allora, un’altra particolarità dello spazio “Iguana” di Chiara Turozzi e delle sue donne: tra le sue pile di colore ed originalità, infatti, sono ben due le voci irpine fisicamente presenti, che si guardano e s’intrecciano, per portare alto il nome di una terra più capace che consapevole di esprimere talenti e risorse. Energie cui può accadere di ritrovarsi più facilmente altrove che nel proprio cortile di casa. Accade a Marika ed Emilia e alle tante voci d’Irpinia che vivono ed esistono “Oltre Confine”.

La recensione di Carla Perugini – Università di Salerno

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Tornata alla dimensione privilegiata del racconto, ancora una volta la scrittrice sceglie di indirizzare lo sguardo narrante verso il referente prediletto del corpo. Il ricordo va inevitabilmente al precedente volume di Fuori misura, di cui non per caso ritorna qui il racconto dallo stesso titolo. Ritroviamo infatti nel nuovo volume non solo la scelta del corpo come veicolo propizio per il contatto col mondo, ma anche il proporlo come barriera che tale contatto impedisce, se si rivela incapace di attrarre, di piacersi, di stare vicino al corpo di un altro: ecco quindi che la protagonista del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, si sorprende a pensare «che vive immobile nel suo corpo come in uno scafandro» (p. 23). Opaca e impenetrabile come un muro di gomma, la carne fa rimbalzare le percezioni, in una negazione dell’io che rimane  nascosto a sé e agli altri. Il vuoto che si crea puo’ essere riempito, paradossalmente, solo da altre azioni del corpo stesso, come per esempio mangiare fino a diventare obesi (Agnese), negarsi l’affettività fino all’autorepressione (Camillo), immaginarsi altre vite fino al tentativo di far sparire marito e figli (Natalina), sentirsi sempre più larga per non ammettere di sentire il vuoto (Laura), o dissanguarsi per una maternità tradita (Anna). Spesso incapaci di incontrare il tu nel dialogo e nella relazione affettiva, questi personaggi preferiscono rapportarsi con animali, come Colomba, “nomen omen”, con la sua cagnetta, o con oggetti transfert, come la bambola gonfiabile di Camillo in Soul Doll, i manichini e le stoffe di Agnese, gli oggetti della figlia morta per Norma.

I corpi, strumento di conoscenza o stigma personale, non sono quindi solo natura ma anche cultura. Con l’accesso al linguaggio natura e cultura si sovrappongono, anche se la coincidenza fra le due rimane imperfetta. La metafora parareligiosa del verbo che si fa carne ci soccorre nel tentativo di comprendere che cosa facciamo quando scriviamo, per esempio di cosa avviene nel corpo di Colomba quando comincia a sentire dei bozzi sulle spalle che potrebbero essere ali. La rivendicazione del proprio nome va di pari passo con il nuovo sentire del proprio corpo, ma gli altri vi vedono soltanto una pretesa ridicola, come sottolineano ridendo il marito e i figli: “Vuoi che t’inizi a chiamare Colomba proprio adesso, che non hai mai volato in tutta la tua vita?” (p. 10).

Se il corpo nella fiction viene raccontato, in altre espressioni artistiche racconta, si fa agente immediato e diretto delle intenzioni dell’artista come nella danza, nella scultura, nel teatro o in certe performances contemporanee, che vanno genericamente sotto l’etichetta di body art, di cui forse l’esponente più inquietante, per una sorta di ricerca totalizzante attraverso il corpo che si fa ontologica, è Marina Abramovic. Nella scrittura di Emilia potremmo riconoscere una volontà di rappresentazione che l’avvicina alla drammaturgia quando, a proposito dei tempi verbali, decide di alternare al “preterito”  il presente narrativo (“Potrebbe trattarsi di ali”, “Soul Doll”, “Fuori misura”, “Sangue mio”). Se, infatti, l’uso del passato connota la letterarietà del racconto (la diegesis), l’uso del presente sollecita il lettore a una visione scenica di quanto viene narrato, a entrare nel campo della mimesis. In questi ultimi racconti l’inserimento residuale del passato verbale viene a svolgere quasi la funzione che ricopriva il coro nel teatro antico, quando un messaggero o un gruppo di attori riassumeva azioni già accadute o impossibili da rappresentare sulla scena. Ciò a cui assistiamo sono dei conflitti intimi o interpersonali, che si svolgono nello spazio deputato per eccellenza alla loro nascita e al loro sviluppo, ma anche, a volte, alla loro risoluzione: la famiglia. “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” (p. 80). Questa citazione, riferita alla maniera di scrivere della grande Alice Munro nel racconto “Come si fa a dire se”, apre a diverse interpretazioni: puo’ essere letta come una metodologia narrativa, quando dei piccoli indizi che formano la prima trama finiscono per assumere sempre maggiore rilevanza fino a scoprire una seconda trama fino ad allora soggiacente; puo’ valere per la psicologia del personaggio, che cambia e si evolve nel corso della narrazione, come succede alla Giovanna del testo appena citato, o alla Norma di “Se stasera sono qui” o alla Emanuela di “Sangue mio”. Sono personaggi volutamente asimmetrici, in cui i dettagli fisici, ora mancanti, ora deformati, ora ridondanti, distanziano l’io dal mondo, come per la mano finta attaccata al moncone di Camillo, in “Soul Doll”, “come un segno di eterno disequilibrio” (p. 50), “perché lui conosceva la mancanza e la sostituzione, il doversi accontentare del finto come se fosse reale” (p. 42). Questi corpi in bilico fra umiliazione e riconoscimento, fra consapevolezza dei limiti e volontà di riscatto, sembrano far propria l’amara considerazione di Jean Paul Sartre nell’Essere e il nulla: “Corriamo verso di noi, per questo non possiamo mai raggiungerci”.

Anche se la geografia di questo libro è più circoscritta rispetto a quelli precedenti di Emilia Cirillo, limitandosi alla sua città o ad altri luoghi della Campania (c’è anche una breve trasferta a Roma), il mondo vi penetra inesorabilmente grazie agli inevitabili riferimenti alle realtà del nostro tempo: la disoccupazione, la realtà virtuale, l’immigrazione, il volontariato, il consumismo… Ritroviamo l’uso spezzato della sintassi, la mescidanza fra lingua e dialetto, la narrazione metaletteraria, quando una storia è anche la messa in opera della storia stessa (in questo senso esemplare è “Come si fa a dire se”). Il lettore è invitato a partecipare alla creazione e allo sviluppo di quanti popolano questa scrittura, attraverso allusioni e ammiccamenti a personaggi reali delle nostre terre, a paesaggi a noi noti, a costumanze locali. E, attraverso noi, anche l’autrice sembra entrare di più nelle sue storie, ove pare quasi di sentire l’eco di un significativo appello della straordinaria scrittrice brasiliana Clarice Lispector in Acqua viva: “Tu che mi leggi, aiutami a nascere”.

Carla Perugini

 

Una bellezza superiore di Virginia Woolf

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dipinto di Vanessa Bell

Come diventare poeta
Mi fa piacere che tu abbia iniziato a scrivere poesia, e che lo consideri uno
degli eventi più importanti della tua vita. Ciò significa che hai intenzione di
prendere la cosa sul serio: perciò non ti dispiacerà se ti dico ti mettere via
queste poesie e di scriverne molte, molte altre, e poi di riscriverle, prima di
cercare di pubblicarle. Io non ho mai scritto poesia e dunque il mio consiglio
non serve a molto ma, dato che me le hai mandate, questo è ciò che ti
consiglio di fare. Mi piacciono: penso che tu avverta qualcosa che t’induce a
scrivere; ma c’è tanto lavoro da fare su una poesia, prima che questa riesca a
esprimere completamente i sentimenti del poeta e a comunicarli ai lettori.
Devi dunque continuare, e non badare a ciò che dico io o qualsiasi altra
persona.
Ad Ann McKnight Kaufer, 31 gennaio 1939

Una bellezza superiore

Aggiungo un poscritto per spiegare perché dico che non si deve rinunciare [a
scrivere]. Credo che la bellezza, che secondo te io a volte raggiungo, si
ottiene solo fallendo nell’ottenerla; frantumandola del tutto come si
frantumano le pietre focaie; affrontando ciò che potrebbe essere
un’umiliazione – ossia affrontando le cose che non si è in grado di fare.
Aspirare intenzionalmente alla bellezza, senza questa lotta che pare insensata,
porterebbe solo a piccole margheritine e non-ti-scordar-di-me – a una
dolcezza stucchevole – ai nodi d’amore – ma sono d’accordo che alla fine si
debba (noi, della nostra generazione) rinunciare al conseguimento di una
bellezza superiore; quella bellezza che deriva dalla totalità, come in libri quali
Guerra e pace e Stendhal, suppongo, e in alcuni di Jane Austen e Sterne; e
credo proprio anche in Proust, di cui ho letto solo un volume. Solo ora che
scrivo di questo concetto, mi vengono dubbi sulla sua verità. Non è forse
vero che nutriamo continuamente speranze? E, anche se falliamo ogni volta,
sicuramente non falliamo del tutto, non come accadrebbe se non fossimo,
dapprincipio, pronti ad attaccare l’intera questione. Si deve rinunciare sì, ma
solo quando il libro è stato portato a termine, non prima di iniziarlo.
A Gerald Brenan, giorno di Natale 1922

da “Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura”  a cura di Federico Sabatini ed. Minimum Fax