L’ultima luna, racconti e monologhi di Emanuela Sica, Luca Pensa editore.

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Emanuela Sica, che ringrazio per avermi invitata a presentare il suo libro, nella cornice molto amata del Goleto, è una donna che vive la sua vita politicamente, nel senso che le ha dato  Hanna Arendt: la vita di Emanuela, avvocato, associata del sacro Ordine di San Giorgio, ideatrice in provincia di Avellino della “panchina rossa” contro la violenza di genere, è una vita activa, fatta di  curiosità per il mondo, per le cose del mondo, per la gente, cui non smette di dare concreto soccorso.

« Oggi possiamo quasi dire di aver dimostrato anche scientificamente che, sebbene noi ora viviamo, e probabilmente vivremo sempre, soggetti alle condizioni della terra, non siamo meramente creature legate alla terra. » (Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, trad. it. di S.Finzi, Bompiani, Milano 1997, p. 10) La vita attiva è caratterizzata da tre diverse tipologie di attività, corrispondenti ognuna a una condizione di base in cui la vita sulla Terra è stata data all’uomo: lavorare, operare e agire. Tutte e tre le attività sono quindi connesse alle condizioni generali dell’esistenza umana. Esse sono radicate nella natalità in quanto hanno il compito di fornire e preservare il mondo per i posteri. Emanuela indaga, lo ha sempre fatto, credo, perché è una sua passione, perchè è anche il suo mestiere, le radici del male, del perché sulla terra ci siano accadimenti atroci, inspiegabili, e come queste cose, a volte indicibili, sono sopportate dall’uomo. L’uomo è forte e crudele, l’uomo è amore e morte, è eros e thanatos : due guerrieri che tendono i fili l’uno dell’altro, in una lotta continua.

Dalla sua sensibilità di donna e di scrittrice, Emanuela non può che raccontare quello che accade intorno a lei, quello che del mondo sa e che la tocca. Non può che dire, rivelare il male, manifestare il bene, l’amore per la vita, l’accudimento dei ricordi,  cercando di trovare una speranza, una prospettiva positiva. Credo che nasca da questa necessità la scrittura dei racconti e monologhi de  L’ultima luna, titolo rubato alla bella canzone di Lucio dalla,

L’ultima luna

la vide solo un bimbo appena nato,

aveva occhi tondi e neri e fondi

e non piangeva

con grandi ali prese la luna tra le mani, tra le mani

e volò via e volò via era l’uomo di domani

e volò via e volò via era l’uomo di domani.

Sulla falsa riga della canzone, Emanuela racconta episodi in cui il male sembra essere il protagonista indiscusso del nostro tempo. Intanto il male si annida nelle forme di amore possessivo, malato, come racconta nel bellissimo “Assone e la cicuta”. Sei solo mia, ripete ossessivamente l’uomo che aspetta la donna,  sua certa vittima,  egli stesso vittima di un sentimento negativo, simile alla cicuta verde, che lo possiede. Aspetta la sua vittima per sfigurarle il volto, un fuoco senza fiamme, come egregiamente  definisce Emanuela il veleno silenzioso che divampa sul corpo della donna.

Il male è la prostituta che deve affrontare il cliente e non vuole proprio farlo. Il male è la strage di Sant’Anna di Stazzema, e la bambola che la piccola si porta con sé, è Marcinelle, dove i minatori italiani, tanti anche irpini, perirono, è il barbone dimenticato di Immobilità, è la maestra violenta di Crema di riso amara, è il Silenzio dei bambini di Terezin, è l’inspiegabile violenza di Sabra e Chatila, è la strage di Capaci, è la mirabile vita di  Peppino Impastato, i suoi cento passi, e tanto altro ancora.

Il dolore bisogna conoscerlo, per conviverci, per affrontarlo. Guardare negli occhi il nemico, sapere con chi si ha che fare, è fondamentale per poter fare le mosse giuste, in questa guerra crudele che è, a volte,  la nostra esistenza. La cura? Forse  continuare a sognare, a sperare, a testimoniare la pace. La memoria? Sono d’accordo con te, spesso la memoria è dolorosa. “ Restiamo imbrigliati nel passato”, come hai ragione. L’amicizia vale più dell’amore! Anche su questo sono d’accordo con te, Emanuela! Allora cosa resta? Restano prima di tutto i veri sentimenti, che nutriscono il nostro bisogno d’amore, il nostro stare al mondo politicamente. Resta la consapevolezza di uno stile di vita, di un viaggio, interiore, il mettersi sempre in partenza, resta il potere del sorriso “ la carta d’identità della nostra anima” resta la gentilezza, che con il sorriso, ha il potere di cambiare il mondo, restano i ragazzini che giocano al pallone, che si perdonano, e continuano a giocare. Impariamo da loro, propone Emanuela, impariamo da loro, la nostra ultima luna, affidiamo a loro un futuro migliore, educhiamoli alla consapevolezza del bene.

Due parole sulla struttura, Il libro si compone di monologhi, in prima, seconda e terza persona. Sono tutti, o quasi, possibili spunti per racconti più lunghi. Emanuela costruisce questi suoi fotogrammi partendo sempre da un particolare, la bambola, una mamma che prende in Braccio la bambina, dal pallone, da uno sguardo, e a mano a mano la camera da presa si allarga, si allarga, come uno zoom, per illustrare quello che accade intorno. Siamo un dettaglio, nel mondo, un particolare, ma ci siamo, e abbiamo diritto alla nostra piccola, infinitesima quota di felicità e di dignità.

Grazie Emanuela, per la tua forza, per la tua dignità, per il tuo coraggio.

 

Mio intervento alla presentazione del libro il giorno 30 maggio 2018 al Goleto, Sant’Angelo dei Lombardi, Avellino.

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Morfisa, il racconto fiabesco di Antonella Cilento.

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Il 19 aprile abbiamo presentato con Generoso Picone, giornalista e critico letterario, alla Libreria L’angolo delle storie di Avellino, il libro di Antonella Cilento, Morfisa o l’acqua che dorme, edito da Mondadori. Le letture sono state affidate all’attore Massimiliano Foa, di Vernicefresca Teatro. Riporto di seguito il mio intervento.

Morfisa o di come il narrare riempie di senso le nostre vite, potrebbe essere il sottotitolo di questo “maraviglioso” romanzo di Antonella Cilento, edito da Mondadori. Giunta al suo quindicesimo libro, la Cilento sembra essere approdata con Morfisa alla perfetta composizione del “racconto fiabesco” tanto caro a uno dei suoi maestri, Giovanbattista Basile, e alla tradizione europea che vede in Hofmann, altro autore amato dalla Cilento, uno dei protagonisti.

Del racconto fiabesco, Morfisa ha molte caratteristiche:

  • Il tempo non ha un ordine: si passa dall’oggi alla Napoli Bizantina dell’anno mille, al Giappone del novecento dopo cristo, a Costantinopoli del 1200,a Troyes del 1176, alla Napoli del 1370, a quella del 1980, fino a ritornare ai giorni nostri. In questo tempo dilatato ritroviamo sempre Morfisa e i coprotagonisti della storia, attori di vicende diverse e uguali a quella principale, quasi a dire che la vita, in fondo, è proprio una gran ruota e che i sentimenti e le passioni che la animano sono sempre gli stessi;
  • Il luogo fisico ha uno spazio oscillante tra il noto, Napoli città costruita, mura, torri, laure, chiese, giardini, fontane, il porto, a spazi ignoti, anfratti, cespugli, grotte, cunicoli, barili d’acqua;
  • Presenza di metamorfosi e di magie: Morfisa si trasforma in balena, cinghiale, in donna che corre, in aquila ; le monache Virginiane volano in cielo ( la scena ricorda Miracolo a Milano di Zavattini), le galline diventano arpie, lo stesso Teofanes muta in femmina,  per poi ridiventare maschio;
  • Il racconto è soprattutto azione, viaggio, tribolazioni, continui spostamenti, amori ostacolati,  superamento degli impedimenti, nuovi impedimenti.

Protagonista della storia narrata è appunto Morfisa, una bambina di tredici anni, nera, storpia, figlia naturale di un principe arabo, il Quaid che ha stuprato sua madre, moglie del duca di Napoli, morta successivamente. Per questo , orfana, è stata cresciuta come figlia del duca Giovanni, bizantino, che regge il ducato di Napoli e da una serie di sorelle. E’ ducissa, donna poliforme, il nome ricorda il suo destino, ha poteri straordinari, miracola, risana, è venerata dai napoletani come “Marunnella”.  Il suo dono più grande, però, è quello di  inventare storie. Storie che sfidano il tempo,  che contrappongono al mondo degli intrighi e del potere, quello del sogno e della poesia.

Nella sua vita irrompe, e non per sua volontà, lo sperduto, pappamolloso omossessuale poeta bizantino  Teofanés Arghili, spedito a Napoli dalle due imperatrici di Costantinopoli, Zoe e Teodora, con la missione di riportare a Bisanzio la figlia del duca Giovanni, Crissoroé, sorella di Morfisa, perché sposi l’imperatore Costantino. Matrimonio politico, per suggellare un patto Napoli-Bisanzio, necessario per entrambi i regni. Ma il matrimonio non s’ha da fare: arrivati nel porto di Napoli, davanti agli occhi del poeta e della flotta bizantina, la testa mozzata di Crisorroè, già mangiucchiata dai pesci,  rotola da una rete di pescatori.

La Napoli Bizantina, che ha avuto cinque secoli di vita, eppure poco si  sa letterariamente di questo lungo periodo,   è raccontata dalla Cilento come luogo multietnico: gli ebrei facevano commercio di bisso, i greci la governavano, i longobardi l’avevano lasciata da poco, i normanni con Drengot ne pretendevano il regno, gli arabi l’aspettavano al varco, in cui abbondavano processioni, stupri ed incesti. All’interno della corte e della stessa Napoli si scontrano fazioni avverse, nuovi ricchi contro i nobili, un mondo femminile di monache, tutte depositarie di un sapere antico, le Sangennare, legate alla tradizione contro le Virgiliane, più moderne e avanzate, infine resistevano le Sibille, che governano le acque.

Ed è l’acqua la grande madre di Napoli, non a caso il suo nome greco Partenope è quello della sirena che abita il suo mare,  è nell’acqua del suo fiume Sebeto, nelle acque termali, che è nascosto il grande segreto della sua vitalità, della sua infinita capacità creativa.

“ L’arte dell’acqua è l’arte delle storie” scrive la Cilento.

Perché creare una storia è metterla al mondo, è partorirla, è narrarla. Nelle storie si entra come pesci, tuffandosi, scorrendovi in essa, abbandonandosi al flusso, lasciandosi trasportare dove la storia/acqua vuole.

“Sicché se saprete l’arte, saprete tutte le storie del mondo, e li destini delli uomini e delle donne”.

Morfisa  conosce il segreto delle storie, perché sa il segreto delle acque, a lei è stato dato il magico potere di custodire, e di partorire ogni mille anni, l’uovo che racconta tutte le storie, le storie del mondo. E’ proprio questo uovo magico, narra la leggenda, ad essere custodito in una giara colma d’acqua,  nell’ inespugnabile ‘omonimo castello” come scrive B. Croce,  ed è sull’uovo che poggia tutta Napoli.  Da questo incredibile gioco di equilibrio deriverebbe  la forza misteriosa, magica, poliforme, ammaliante della città. Se mai si rompesse l’uovo, su Napoli si abbatterebbe l’Apocalisse.

Dunque, la piccola grande Morfisa, creatura imprendibile perché mutevole come l’acqua, fatta di desideri, di carne, di potente fantasia, piccola ducissa nera, venerata Marunella, il riferimento al racconto” L’Infanta Sepolta della Ortese è evidente, viene destinata dal padre a prendere il posto della sorella Crisorroé e a partire per Costantinopoli, per diventare moglie dell’imperatore. Sarà scortata dall’imbelle, furbastro Teofanes, poeta senza ispirazione. Da questo momento succede di tutto, e lascio a voi lettori il piacere di scoprirlo.

Va detto, per completezza, che niente fa più gola ad un poeta senza parole, che mira alla fama senza voler fare alcun sforzo, l’uovo rosso che Morfisa ha sempre con se,  l’uovo che a contatto della sua mano si illumina e mostra le storie già scritte e quelle che verranno. Teofanes tenterà in tutti i luoghi in cui l’avventura lo porterà con Morfisa,  e con tutti gli stratagemmi possibili di impadronirsi dell’uovo magico, che risolverebbe per sempre il suo blocco dello scrittore e gli darebbe la fama e la gloria che desidera.

Diventa una  sorte di caccia al vello d’oro degli Argonauti, questa ricerca dell’ uovo delle meraviglie, che è anche la ricerca di una storia degna di essere narrata. La scrittura è avventura e coraggio, sembra dire la Cilento, è andare a fondo, perdersi nelle acque, partire da un porto per approdarne ad un altro  sconosciuto, partire balena (pistrice immane ) e ritrovarsi uccello.

E qui arriviamo ad un’altra caratteristica del racconto fantastico: raccontare è insegnare. Vale proprio per la Cilento, famosa insegnate di scrittura,  che in questo libro lascia un monito importante ai suoi lettori.

L’immaginazione va arpionata, fermata, coltivata, non bisogna spaventarsi, non bisogna bighellonare  intorno, quando ci arriva un’idea. E’ necessario prenderla al volo, misurarsi, vincere la paura, come scrive Rosa Montero,  “ abbiamo paura di rovinare ciò che abbiamo perfetto in mente ma che, sulla carta, dovrà confrontarsi con i nostri limiti tecnici, con la nostra voce stonata.»

Nel lavoro di scrittura non ci sono miracoli, sostiene la Cilento, non ci sono colpi gobbi, non ci sono vie secondarie. Scrivere è un corpo a corpo feroce con se stessi, senza esclusioni di botte.

“ Ogni dover scrivere e voler scrivere è la patetica vittima delle proprie aspettative. La potenza della scrittura sta nell’essere senza aspettative, nell’essere rassegnazione e rinuncia al dovere di scrivere, possibilità di rimanere sospesa soltanto come “preferenza”. » scrive GianniCelati, nell’introduzione a “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville.

E dunque la meravigliosa millenaria vicenda di Morfisa,  come il pendolo di Galileo, non smetterà mai di percorrere la sua traiettoria. Come non ha fine la storia di Napoli, “ l’ovetto dipinto d’Europa” come scrive Giovanbattista Basile, nel già ricordato Cunto de li cunti, a cui Morfisa è certamente ispirato.

Due parole sole sulla scrittura.

Scrittura potente, che trascina, che muta, che si fa parlata antica, che diventa piana, che accelera nel dialetto, un pasticcio teatrale che  è proprio e solo di Antonella Cilento. Tale lingua è frutto di letture infinite, di passione per la pittura di Breugel e Bosch, Micco Spadaro, Artemisia, Caravaggio, per la sua città, nasce dall’amore per la Ortese e per la Ramondino, per Hoffmann e Stevenson, per citare solo alcune dei riferimenti letterari di Antonella.

Per concludere, la Cilento ci ha regalato con Morfisa una straordinaria narrazione, in cui a tuffarsi, proprio come dovrebbe essere una vera nuotata, non si tocca mai la stessa acqua.

Arte reclusa/libera arte

All’interno della manifestazione Arte reclusa/Libera arte interverrò alla tavola rotonda del 10 aprile ore 9.30 al Maschio Angioino : La libertà di fluire con le parole, lib(e)ri liberi. Parteciperanno, oltre alla dottoressa Amalia Fanelli, che avrà il compito di coordinare il dibattito, la scrittrice Francesca Gerla, e gli scrittori Nando Vitali, Andrea Carraro e Sandro Bonvissuto.

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Parole che danno senso al mio mestiere di scrivere.

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Cara Emilia, mi sono concessa un fine settimana di pausa alle Terme e finalmente ho finito i tuoi racconti. Gli ultimi mi hanno davvero entusiasimata. Che coraggio temerario che hai avuto a parlare di certi temi: migranti, la morte di una figlia… Sull’ultima sequenza di ‘Se stasera sono qui’, quelle mani alzate dalle tre donne, cosa devo dirti, mi sono commossa. Tu hai un grande talento, me ne sono resa conto alla fine, quando ho avuto ben chiara la sequenza di personaggi femminili: sai rendere con ricchezza straordinaria l’ordinarietà delle persone. Donne che nella vita forse non si notano neppure ma di cui tu rendi la vastità, l’incomunicabilità del loro universo di sentimenti, e lo rendi meritevole di essere conosciuto e condiviso. Brava, brava, brava! Ti abbraccio forte. Emanuela Canepa.

Grazie a www.osservatoriocattedrale.com

January 11, 2018  I racconti carnali di Emilia Bersabea Cirillo.

La vetrina di oggi è tutta dedicata a un’autrice poco conosciuta, i cui racconti, però, sono delle autentiche perle. Desideriamo segnalarvi due libri, il primo più recente (2017), il secondo più datato (2001), che secondo noi meritano di arrivare a un pubblico più ampio.

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TITOLO: Potrebbe trattarsi di ali

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: L’Iguana Editrice   PAGINE: 168   PREZZO: 14,00

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, niture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante.

Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare.
Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano su due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi.
Nel suo corpo qualcosa sta cambiando. Allora accartoccia le spalle, ruota la testa da destra a sinistra, si stende sul pavimento di ceramica gialla a pancia sotto e respira, la faccia nel gomito, come stesse prendendo il sole. 

“Il realismo romantico della scrittrice arriva infatti a mostrare con nitidezza la spietatezza dell’esistenza sia quando essa si svolge attorno ai divertissements necessari ai personaggi per dimenticare quanta vita stiano sprecando, sia quando, al contrario, le protagoniste sono poste di fronte alla necessità di sopravvivere e convivere con un dolore insuperabile,
quello della morte.”
Laura Marzi, Il Maifesto

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TITOLO: Fuori Misura

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: Diabasis   PAGINE: 176   PREZZO: 12,91

La raccolta, composta da otto racconti, affronta il tema del corpo e delle sue metafore, indagato secondo due differenti linee di sviluppo. Una ricerca improntata ai toni del grottesco, “tutta carnale”, apre spiragli di fisica e divertita ironia e fa da contrappeso a una esplorazione più sinuosa e allusiva, che sfocia in lacerazioni interiori e in un vissuto denso di dolori e sofferenze impronunciate. In un’epoca in cui il corpo e l’apparire sono più importanti dell’essere, questo libro, ironico e divertito, tenta di sdrammatizzare problemi che sono all’ordine del giorno nel nostro vivere. Leggerezza e pesantezza, ironia e angoscia, in una scrittura davvero misurata e sapiente, si alternano come una musica nella dissonanza dei corpi.

“La Cirillo appare una scrittrice da tenere d’occhio. Proprio attraverso il grottesco riesce a forare la superficie visibili e a condurre una esplorazione allusiva che apre spiragli sul senso del vivere e delle emozioni ad esso legate. E in questa sembra allieva di una grande scrittrice quale è Flannery O’Connor. Creando un’atmosfera grottesca, il mondo non viene più visto in modo convenzionale e si è obbligati, se così possiamo dire, ad andare oltre. La scrittura della Cirillo è dunque l’esatto contrario del «buon senso». La sua, insomma, è una sorta di grande rivincita su esistenze che sanno mantenersi in «linea», anoressiche o comunque misurate: «Io sono uscita fuori misura». Qui i vestiti vanno sempre stretti («Tutto gli andava maledettamente stretto») e allora anche una nana può diventare maîtresse con un’ironia leggera e gustosa.”
Antonio Spadaro, Stilos