L’ordine dell’addio

Ordine dell'addio

L’ordine dell’addio.  Diabasis, 2005 – euro 13.

Valeria, donna non più giovane, vive da sola in una casa appartenuta alla nonna, in un paese dell’Alta Irpinia, un luogo ormai disabitato, dove resistono eroicamente pochi mestieri e un sogno: che il vento entri nelle case e scompigli l’ordine dell’addio. Il cuore del racconto è il non dimenticare, sullo sfondo di temi particolarmente cari all’autrice come la difesa dell'”anima” dei luoghi, il senso dell’abitare, la polemica contro la speculazione edilizia, l’amicizia e la solidarietà femminili, la riflessione sul dolore del corpo e della mente, sull’essere fuori misura.

 

L’ordine dell’addio

Valeria si alzò presto. Entrò in cucina e non accese la luce. Poggiò il bollitore di alluminio sul fornello, prese una tazza dallo scolapiatti, vi versò due cucchiaiate di orzo liofilizzato e di miele. Si mosse a tentoni, nel cono d’ombra del fuoco. Aveva freddo, al mattino, solo con la camicia di lino bianco. Camicie così preziose non se ne facevano più: ricamata sullo sprone e sui polsi a piccoli fiori intagliati. Ne aveva trovate una mezza dozzina nella cassa del corredo di sua nonna, ancora avvolte nella carta velina. Una dopo l’altra le aveva indossate, tutta l’estate. Il fruscio dei rami del susino sui vetri la fece sobbalzare. Era così ogni mattino: il fruscio del susino e il buio della stanza. Il giardino andava curato di più, pensò Valeria, in un proposito di buona volontà. Bisognava tagliare il prato, pulire la vasca dei pesci, potare le siepi. E innaffiare, prima che diventasse deserto.Il bollitore fischiò. Valeria spense il gas e versò lentamente l’acqua calda nella tazza, badando che l’orzo e il miele si sciogliessero.

«Al mattino ci vuole qualcosa di caldo.» Chi lo diceva? La madre, forse, che metteva regola a tutte le ore. O Martina che voleva inutilmente fare le sue veci. In ogni caso era vero. Aprì la portafinestra. Sulla soglia bevve un sorso di orzo. Era venuto come piaceva a lei: denso e dolcissimo.

 21 agosto 2005  – Corriere della Sera  Paccagnini Ermanno

Sorprendente e dolorosa, la terapia della memoria

La mia curiosità per «L’ordine dell’ addio» era soprattutto di vedere come Emilia Bersabea Cirillo avrebbe risolto nella forma-romanzo, il suo primo, la mano felice dei racconti di «Fuori misura» (Diabasis), sorprendenti per tematiche, tono e, soprattutto, alta e sapiente qualità di scrittura. Come si sarebbe cioè mossa tra i due piani di quella raccolta: il realistico, mescidante grottesco, ironia e tasso di dolore o melanconia che sempre vi si stringono; e quello più allusivo, trapassante di continuo dal fisico all’ interiorità, alternando prima e terza persona quasi a sottolineare lacerazioni e dissociazioni. Devo dire che qui ha trovato un’ equilibrata via mediana: col realistico soprattutto in certe ricostruzioni ambientali (Calitri, paese d’ un’ Irpinia desolata da emigrazione, terremoti e affarismo), nel grottesco e in un’ ironia fattasi più acre (soprattutto in personaggi maschili; al contrario delicatissima in certi ritratti femminili); mentre a dominare il romanzo è il continuo trapassare dal dentro al fuori e viceversa, in un continuo rinvio di scandagli della memoria e dell’ anima. Un fuori che è anche la messa in campo, in alcuni momenti della decifrazione e definizione della personalità della protagonista Valeria, d’ una circolarità prospettica, col punto di vista interiore di lei punteggiato da pensieri di altri personaggi. Ma a dominare il racconto sono soprattutto due elementi: un’ atmosfera di dolore (molti personaggi ne portano le stimmate) resa con tono narrativo soffuso, sussurrato, fatto soprattutto di pensieri, con intarsi di pagine diaristiche quale terapia della memoria. Il che per duecento pagine poteva risultare sfida ardua. Senonché l’ autrice tiene tutto strettamente legato scandendo il racconto con sempre nuove dosate aperture nell’ alone di mistero in cui il lettore scopre presto svolgersi la vicenda (avrei però limitato certi riferimenti alla «Donna mancina» di Handke), poggiando su una scrittura franta, insieme a scatti e avvolgente, appena screziata da parlate dialettali. Una vicenda che ha al centro Valeria, cinquantenne pittrice che non sa più dipingere, che torna nella grande casa lasciata in eredità dalla nonna a lei e non alla sorella Martina, che invece vorrebbe disfarsene, perché ha capito che per Valeria sarebbe stata un’ eredità di ricordi. E i ricordi sono proprio ciò di cui Valeria necessita. Perché non ne ha. Nel suo passato è accaduto qualcosa che non ricorda ma che intuisce grave soprattutto da sguardi e frasi dei compaesani che la definiscono «pazza» e che è decisa a scoprire. Ed ecco allora affacciarsi tra sogno e improvvise associazioni immagini e nomi (Ottavio: e mi fermo per lasciare la suspense), che la portano a durissimi confronti con se stessa, la sgradevole sorella, l’ amica d’ infanzia Filomena (ex emigrante che sembra uscire da «Fuori misura»: sarà lei a svelarle la dolorosa ma liberante verità), la nuova amica Rita. Per un nuovo diventare grandi – grazie ad amicizie nate nella comunanza del dolore (anche col cane Balto) – che è ritorno a «vivere il presente» anche nelle minime scoperte e gioie quotidiane.

 

SMARRITA E RITROVATA NEL TIC-TAC DEL MONDO

di Paolo Pegoraro  Letture – novembre 2005

Emilia Bersabea Cirillo vive alla periferia dell’Italia culturale, ha un secondo nome di biblica vigoria démodé e scrive racconti robusti e convincenti. L’ordine dell’addio è un romanzo di cui sentivamo bisogno, di ampio respiro e senza sofisticate idiosincrasie urbane, che fa amare il tempo silenziosamente ceduto alla lettura.
L’immobilità del tempo è l’antagonista di una donna in stallo, Valeria, ritiratasi in un paese dell’Irpinia per ricordare il proprio passato; tutti sanno di lei, l’additano, sorridono mentre passeggia con Balto al guinzaglio; lei ha dimenticato e non sa nemmeno il perché. La sua memoria, «arcipelago di isole di ghiaccio che si muovevano liberamente in acque ferme», è riattivata dal bagliore di una canzone, un quadro, un libro: «solo quando pezzi di ghiaccio si staccavano per andarsi a infrangere su altri ghiacciai, rilucevano aguzzi i ricordi». Valeria non si arrende. Resiste nella casa della nonna, ultima custodia del suo passato, nonostante il vento che tutto leviga e insidiose proposte di ristrutturazione edile che vorrebbero abbattere quei muri, innalzati per «bellezza e durata», a favore dell’immediata utilità.
Oltre alla battaglia per la conservazione di un presente sempre più fuggevole, c’è quella con il demone del passato, il misterioso Ottavio, guardiano di lutulenti segreti, non a caso fotografo: come la scrittura, la fotografia congela il fluire temporale e lo sottrae alla mobilità dell’esperienza.
È una scrittura d’eccezione, tersa, salda, ben arrotata. Il lessico accurato risplende di pudica genuinità, schermata dietro una patina di vetustà crepuscolare che accorpa giri di frase dialettali stilizzati con ordine, punto dopo punto, come rapidi colpi di uncinetto assestati con misura; si respira una dignità da vecchia massaia, le cui calcolate sgrammaticature ne accentuano la nobiltà del portamento.
E Valeria? Aiutata da un’amica d’infanzia, infrangerà il suo autismo attraverso un denso percorso di liberazione, scandito lungo quattro giornate. Tuttavia al procedere more solito di giovedì, venerdì e sabato non seguirà una qualunque domenica, ma il domani – questo il titolo della quarta parte – traguardo vittorioso di ogni memoria davvero reintegrata.

 

Lorenzo Lupo

•Sabato 4 novembre 2006
ilQuotidiano
Idee e Società  


E’ UNA NARRAZIONE al
femminile che si sviluppa sul
filo della ricostruzione psica-
nalitica di un evento trauma-
tico e tragico (la soppressio-
ne di “lui”, in coma da tempo,
per mano di “lei”) che ha
scombussolato l’esistenza di
Valeria, co-protagonista del
romanzo insieme ad Ottavio,
personaggio metafisico, im-
palpabile, irreale, seppure
aleggiante, novello gigante
di Rodi, per l’intero racconto,
nella smemoratezza di lei alla
pari col ricordo degli altri.
Sfilano come in galleria una
serie assortita di soggetti,
specie dell’“altra metà del cie-
lo”, che si pongono a model-
lo di una variegata comunità
meridionale dei giorni no-
stri.
Si fa presto a raccontare il
fatto. Ne “L’ordine dell’addio”
(edizioni Diabasis) di Emilia
Bersabea Cirillo, Valeria
«una donna smarrita, con gli
occhi dietro la fronte e i pen-
sieri come polvere» (29), do-
po l’internamento per con-
danna penale, aveva deciso
di lasciare la città e ritornare
nella grande casa della non-
na, in Irpinia, perché nel si-
lenzio che «racconta di noi e
il vento che si alza improvvi-
so» (169) credeva di potersi
riappropriare dei sentimenti
originari, di quella verginità
smarrita con l’innocenza per-
duta.
Anche perché «chi vive in
paese… percorre altro spazio,
altro tempo, conosce ritmi e
voci diverse, impara a fare i
conti con se stesso, come un
anacoreta» (44).
Le rivelerà un amico d’in-
fanzia che «qui è ancora.. co-
me quando eravamo bambini
(e io) non mi faccio capace di
come le cose possono restare
sempre le stesse» (59).
Proprio per questa sorta di
impermeabilità culturale con
antiche usanze e vecchie cre-
denze che segnavano ancora
il divenire storico di quella
comunità, Valeria pensa di
ritrovare l’identità smarrita e
riannodare il filo dei ricordi,
interrotto dall’evento tragico
che l’aveva sconvolto e le ave-
va procurato il vuoto di un
segmento del proprio vissu-
to.
E siccome «i paesi manten-
gono ancora un ordine», in
quel suo paese ella «aveva
molte cose da scoprire» per
«sopravvivere all’autunno, al
silenzio, al buio degli anni»
(44).
In questo ordine da scopri-
re per sopravvivere è la me-
tafora del mutamento che si
rinnova nel contatto con le
“radici” e, come catarsi puri-
ficatrice quale effetto tera-
peutico psico-antropologico,
compie il miracolo del ritor-
no alla memoria.
Un barlume è già nella «lu-
ce dell’Est che batte tutte le
mattine sui vetri della fine-
stra» (169) che, come un sole
dell’avvenire, introduce quel
filo di speranza per comin-
ciare a riannodare la “memo-
ria” presente al passato nella
(ri)scoperta dei legami tra
passato e presente, privato e
pubblico, noto e ignoto.
Nelle passeggiate e negli
incontri, Valeria ha modo e
tempo di comporre lenta-
mente i tasselli del mosaico
della memoria, ma sono le ri-
cordanze della propria fami-
glia ad aprirle feritoie di co-
noscenza nel buco nero della
memoria smarrita: il giardi-
no dove «aveva imparato a
camminare scivolando sulla
ghiaia» e nel quale «le aveva-
no fatto le prime fotografie,
lei in braccio alla madre»
(73), «le bamboline di pane di
miele (che) sua nonna le com-
prava (alla festa patronale)
per buona fortuna, e lei dove-
va lasciarle intatte, perché
era proibito mangiarle. Re-
stavano come ex voto nella
credenza» (75).
Anche le amicizie ritrovate
l’aiutano a riappropriarsi
della sua vita per rimodular-
la sulla realtà.
Filomena, amica del cuore,
alle prese con farine e intin-
goli nella pasticceria pater-
na, rientrata anch’essa dalla
Svizzera, dopo un amore
sfortunato; Vito, il barista
ammiratore di Valeria («Zziz-
zite, pigliati caccosa» – le di-
ceva sussiegoso); Rita, la li-
braia, che da rivale (era stata
l’amante di Ottavio) è diven-
tata amica e complice per se-
rate di poesia in libreria.
Nel lento divenire di quel
paese che, pur nell’incompiu-
tezza esistenziale, le rivelava
una comunità vitale, Ella av-
verte la cadenza del vivere
quotidiano all’aperto, come
un dna collettivo, quando «al
trivio vide il solito mucchio
di maschi addossati come ca-
vallette al muro bianco tra il
caffè e la farmacia» (79) o
quando le «contadine, la fac-
cia cotta dal sole, vendevano
all’incrocio peperoni rotondi,
rossi e verdi, nelle ceste di vi-
mini.
E olio giallo, denso» (92) o
quando ancora nota un dina-
mismo serio composto silen-
te: «si alzarono le sa-racine-
sche dei negozi, si aprirono i
portoni delle case.. il giorna-
laio espose i quotidiani, il
parroco si avviò di buon pas-
so verso la chiesa, gli anziani
si misero in coda all’ufficio
po-stale per ritirare la pen-
sione, un gatto sbucò da un
muro di tufo e si arrampicò
sul tetto di una casa, due
bambini spinsero un carroz-
zino giocattolo con un bam-
bolotto» (pag. 92).
E’ questo ritmo lento, sola-
re, a caratterizzare quella co-
munità appollaiata sul costo-
ne di un monte scosceso a
guardia dell’Ofanto e che
rappresenta il paese dell’ani-
ma, l’essenza identitaria a
cui la protagonista si adegua
volentieri, sospinta da un
profondo bisogno inte-riore e
condotta dall’istinto che è, in-
sieme, memoria e raziona-
lità, rifugio e presagio di cer-
tezze.
«Le piaceva l’aria di mezza
montagna e il colore del cielo
azzurro.
Le piaceva il silenzio (che)
era purezza. Era inizio di
una creazione» (pag. 28).
Nella ri-creazione del nuo-
vo rapporto con quell’univer-
so è dato cogliere l’essenzia-
lità di una simbologia me-
taforica che può essere as-
sunta, emblematicamente, a
mediazione culturale dell’i-
deologia di una sorta di meri-
dionalismo esistenziale.
    

TERZA PAGINA
ROMANZI RIVELAZIONE

VALERIA, LA DONNA SENZA PASSATO

L’identità e la memoria, ma anche temi sociali nell’intenso e sorprendente libro della Cirillo.

 

Sono molti gli aspetti del nuovo libro di Emilia Bersabea Cirillo che affascinano il lettore e meritano di essere approfonditi. Da uno, in particolare, vogliamo però partire, perché ci sembra sintomatico dello stile dell’autrice, del modo in cui si accosta alle cose, ai personaggi, alla natura: il fatto cioè che sviluppi interamente il romanzo attorno a un tema – non l’unico, certo, ma centrale – senza mai nominarlo, ma lasciandolo lentamente affiorare di pagina in pagina, fino allo svelamento finale.
Per rispetto del lettore e per non “derubarlo” del senso di mistero e di suspense che permea il libro, abbiamo deciso di non nominare questo tema, questo evento, ma ci sembrava giusto sottolineare l’atteggiamento dell’autrice, perché indica una misura e una delicatezza che, in un’epoca in cui si è portati a gridare la propria verità, sono rare. Qui si racconta, non si giudica: si scava nell’animo del personaggio, ci si cala nella profondità del suo dolore senza schierarsi, senza formulare tesi. E questo deve fare la letteratura.
Emilia Bersabea Cirillo si era fatta conoscere con alcune raccolte di racconti (Fragole, Il pane e l’argilla, Viaggio in Irpinia, Fuori misura) che avevano attirato l’attenzione della critica e conquistato alcuni premi, grazie a una scrittura sorprendente, sottile eppur poetica nella sua capacità di evocare immagini e suscitare emozioni. L’ordine dell’addio (Edizioni Diabasis, in libreria dal 10 marzo), che Famiglia Cristiana presenta in anteprima, è il primo romanzo della scrittrice.
Un volto misterioso
È la storia di Valeria, una donna non più giovane che si ritira a vivere in solitudine nella casa appartenuta alla nonna, in un paese dell’Alta Irpinia.
La vita quotidiana, fatta di passeggiate, di qualche telefonata con la sorella e di incontri con la vecchia amica Filomena e la gente del paese, è segnata da improvvise “rivelazioni”, che gettano piccoli squarci di luce nel suo buio interiore. Gradualmente, quasi insieme alla protagonista, scopriamo che Valeria è una donna senza passato, nel senso che ha perso la memoria e, con quella, la percezione della propria identità, del proprio essere nel mondo, del senso del suo vivere. Finalmente, dagli abissi della memoria si staglia un volto, quello di un uomo: chi era, e che cosa significava per lei?
Della scrittura, pregevolissima, raffinata, abbiamo già riferito. E manteniamo la promessa di non svelare il fatto centrale da cui scaturisce la storia. Eppure, resta molto da dire a proposito di questo romanzo. Ad esempio, il tema del tempo. «Ma come ti passerà il tempo fino allora?» – una frase di Peter Handke posta a epigrafe del libro – risuona come un ritornello che scandisce l’angoscia di Valeria, gettata improvvisamente in un vuoto infinito e privata delle forze per riempirlo.
Tempo e memoria si richiamano: se non c’è memoria di sé, il rapporto col tempo, cioè la vita, diventa drammatico. E non c’è possibilità di un nuovo inizio. Ma qui la questione della memoria ha una doppia declinazione, quella esistenziale, appunto, e anche una più sociale.
Contro la speculazione
Forse perché architetto, la Cirillo ha sempre mostrato una sensibilità particolare per l’ambiente e ha combattuto la sua battaglia contro la speculazione edilizia. Nell’Ordine dell’addio è chiaro che il rispetto della natura è tutt’uno con il rispetto delle tradizioni, del passato, della civiltà contadina, in una parola, con la custodia della memoria, calpestata dall’avidità degli uomini. Ma senza memoria – sembra ammonirci l’autrice – non possiamo sapere chi siamo, né aprirci al futuro.

Paolo Perazzolo

Famiglia Cristiana n.10 del 6.3.2005

 

 

03/03/2005 Il Mattino
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IL ROMANZO DI EMILIA CIRILLO
La memoria della donna mancina
Generoso Picone

Conviene seguire la traccia del verso di Wislawa Szymborska per arrivare subito a comprendere la sostanza del personaggio che anima «L’ordine dell’addio», il nuovo libro di Emilia Cirillo (Diabasis, pagg. 160, euro 13). Dice: «Non i sogni sono folli, folle è la veglia, non fosse che per l’ostinazione con cui si aggrappa al corso degli eventi». Introduce con efficacia alla storia che la scrittrice avellinese racconta in questo che rappresenta la prova – assolutamente riuscita – del primo romanzo, dopo le belle prove delle raccolte «Il pane e l’argilla»del 1999 e «Fuori misura» del 2002, titoli per altro legati per temi e ambientazioni a «L’ordine dell’addio». Qui Emilia Cirillo narra di Valeria, una donna sui cinquant’anni che non ha più memoria, ma soltanto ombre che balenano in sogni sempre più allucinati e provano a riemergere. Ha sulla coscienza il pesante macigno di un enigma e torna da Napoli nella casa della nonna a Calitri, in Alta Irpinia, per mettersi al riparo dal mondo e recuperare dal luogo dell’infanzia il passato perduto. Come lei, anche la sua terra pare essere senza storia, nei paesi ricostruiti dal terremoto non si riconosce più la necessità della sobria bellezza di un tempo e la gente va via fuggendo al silenzio e al vento, illudendosi che ci sia un altrove da abitare. C’è pure chi immagina di farne luna park per turisti: l’offesa dell’avidità che si aggiunge a quella della speculazione. Tocca a Valeria difendere quest’Irpinia in cui istruisce la sua indagine dolente. L’aiuta l’ascolto alla radio e la lettura de «La donna mancina» di Peter Handke, che racconta della scelta di Marianne isolatasi da tutto ai margini della città. Come lei, in fondo, che pure è mancina: le cose comincino e finiscono in un altro verso. E a Calitri dentro di sé e attraverso le parole dell’amica pasticciera Filomena, la libraia Rita, la sorella Martina ricompone i frammenti. Arriva al mistero della propria ferita: ha amato un uomo, Ottavio, grande fotografo, con cui è stata felice, poi lui ha avuto un gravissimo incidente, lo hanno ricoverato senza speranza e lei dopo averlo a lungo assistito ha deciso per amore diperato di tagliare i tubi. Per questo l’hanno rinchiusa in un ospedale psichiatrico dove sulla sua vita è calato il velo nero. L’amnesia è stata un automedicazione. Ora il sogno può diradarsi e la veglia rivelare anche quanto non conosceva. Con «L’ordine dell’addio» Emilia Cirillo mostra di aver imparato alla scuola de «Il semplice» di Gianni Celati – c’è un omaggio a fata Morgana – la capacità di guardare oltre le apparenze. Modella i contorni e scava negli abissi dell’animo femminile con scrittura misurata su cui non gravano le tracce del dialetto altirpino: negli esiti visionari si apparenta così a Elena Ferrante e Marosia Castaldi, per le atmosfere create rimanda al Claudio Piersanti di «Luisa e il silenzio». Le sue donne sanno assumersi la responsabilità dei propri gesti e guardano avanti. Sono sempre pronte a ripartire da quello che di loro resta, Non giudicano, ma vivono.

 

 

 

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