le frane ferme

21-Colline-dell'Alta-Irpinicolline dell’alta irpinia

 

 

LE FRANE FERME. Quattro racconti sull’Irpinia a cura di Generoso Picone
Mephite edizioni, 2010 – euro 12

di Antonella Cilento (da IL MATTINO del 19/01/2010)

È un fatto che le aree geografiche, le province, le pianure, i golfi o le montagne vadano raccontate: non c’è forse narrazione più vitale, in questo momento storico, di quella che parte dai luoghi e che si assume la responsabilità di rappresentarli in rivolta contro il silenzio assoluto imposto dal vocìo globale che racconta macro-aree, non-luoghi, metropoli tentacolari, poli magnetici e direzioni (storia del Nord, del Sud, dell’Est, dell’Ovest) piuttosto che terre e persone. E se in Italia gli scorsi decenni hanno identificato con chiarezza aree della provincia raccontate con vigore dagli scrittori locali, dall’Emilia al Nord-Est, è giunta senz’altro l’ora dell’Irpinia, riposto interno della Campania, oscurata dal sole (luminoso o buio) napoletano, regione nella regione, a scavalco dell’Appenino, rivolta verso l’Oriente ma con un piede nell’Occidente, luogo dell’osso, come tante volte si è detto. I narratori raccolti ne «Le frane ferme» (Mephite edizioni) da Generoso Picone sono in effetti scrittori, almeno in parte, imparentati con i narratori delle pianure di Gianni Celati, con l’Emilia padana che negli anni Settanta e Ottanta raccoglieva la tradizione di Antonio Delfini e di altri narratori extra-ordinari, malinconici, provinciali nel senso ideale della parola e non solo locale, che dei movimenti dell’animo del territorio, delle variazioni di luce, dei sentimenti minori, della quotidianità facevano racconto. Una tradizione che si sarebbe tradotta in Pier Vittorio Tondelli e che ancora s’intravede, ad esempio, nei bei racconti di Davide Bregola o in alcune storie di Guido Conti. Una continuità non solo ideale ma concreta c’è nelle storie letterarie di Franco Arminio e Emilia Bersabea Cirillo, legati in anni trascorsi alle riviste o agli ambiti di Gianni Celati, e nel racconto di Marco Ciriello con un protagonista e un tema ispirato al meraviglioso «Casa d’altri», massimo approdo narrativo di un altro eclettico emiliano, Silvio D’Arzo: ne «La piega» Ciriello infatti sceglie per protagonista un prete e come tema una difficile confessione, identica traccia di D’Arzo, e lo chiama Ezio, che era il vero nome di D’Arzo, all’anagrafe Ezio Comparoni. E se in Ciriello si declina quindi il tema darziano della solitudine montagnosa, del panorama che wertherianamente rispecchia il sentimento di solitudine e abbandono, l’Irpinia di Franco Arminio cerca una sua specifica autonomia, declinata non in forma prettamente narrativa ma sotto forma di reportage o di comizio narrativo. Sottile ma continua la presenza di certa passata politica: il nome di De Mita appare inevitabile in ogni racconto a punteggiare situazioni o discorsi di diversa natura. Così come appare limpida l’Irpinia delle case vecchie, del terremoto dell’Ottanta che fa da spartiacque fra scelte e destini, letterari e no, e l’Irpinia delle case nuove, degli Zio Paperone della Campania, della nuova borghesia che affluisce in palazzine e villette, di quest’immensa periferia dell’anima, ancora contadina eppure fin troppo urbanizzata, con troppi Suv e scarpe costose ma con ancor più grandi melanconie, infelicità e incapacità di trasformazione. Ad esempio, scrive Arminio nel suo «Il circo dell’indifferenza»: «Abbiamo belle case, abbiamo un’aria decente, abbiamo belle macchine, abbiamo ottimo cibo, abbiamo gli stessi telefonini, gli stessi computer che hanno a Tokyo e a Francoforte. Quello che ci manca è il coraggio di giocarci la partita, preferiamo dire che il campo è impraticabile o che l’arbitro è sempre contro di noi». Ma è nel racconto di Emilia Bersabea Cirillo, «Gli infiniti possibili», impietosa e commossa narrazione alla Joyce Carol Oates (la provincia americana o del Nord Europa qui aleggia, distante sorella), che si spiegano gli eventi recenti di un territorio, il fallimento di una generazione – o il sentimento di questo fallimento: sospesa nell’apprendimento di un tuffo nella piscina comunale di Avellino, la protagonista osserva la sua città immobile nelle abitudini e nel consolidamento di un quotidiano senza slanci, rievocando le lotte giovanili per far accadere eventi importanti e di spessore culturale. Compare così sullo sfondo un profetico Luigi Nono, la musica sperimentale del secondo Novecento, una stagione che, oltre la politica, ha cercato di modificare la formazione degli irpini. Come nel delicato racconto di Franco Festa, «La ragazza della sala 4», l’amore muore, assassinato, incompreso, silenzioso: e così si asciugano anche le narrazioni a volte grottesche ma più spesso cariche di fading degli scrittori irpini d’oggi. Quattro racconti per quattro stili, quattro generi letterari e quattro generazioni differenti, raccolte dalla lucidissima introduzione di Generoso Picone che fa il punto sul valore della parola, invalidata, abbandonata, amata in solitudine, ma, in fondo, pur sempre salvifica, per «ormesi» o omeopatia, o forse osmosi. Ed è con l’autoritratto geografico di Vinicio Capossela, irpino Dop, che si deve concludere questo ritratto dell’Irpinia: «Sono nato tra i Kuta Kuta appartengo al ramo dei Pacchi Pacchi, che sono i più lunatici e fissati.(…) Dagli altipiani di Lacedonia sono arrivati fino ai bassopiani del Chiavicone. Nelle nebbie dove osano soltanto le anatre mute e le donne in segno di ammiccamento si lisciano il mustacchio». Lunatici, autoironici, ipocondriaci, solitari, attaccati al territorio, legati ma distanti, in fuga ma stanziali, questi narratori irpini bisognerà, prima o poi, ricollegarli in una futura geografia post-dionisottiana, ai loro parenti dell’Appennino del Nord, senza dimenticare i narratori dell’interno di altri Sud, dalla Calabria alla Sicilia degli altopiani.

LA MEMORIA E I LUOGHI di Generoso Picone

A voler cercare l’affermazione identitaria più intensa che le scritture sull’Irpinia abbiano prodotto negli ultimi anni non si può non incrociare la pirotecnica autocertificazione di Vinicio Capossela: «Sono nato tra i Kuta Kuta appartengo al ramo dei Pacchi Pacchi, che sono i più lunatici e fissati. Una etnia d’origine migrante, che migra a quadriglie verso l’Incontrè. (…)
Sono magnifici camminatori e seguono le migrazioni dei gallinacci. La cui centra è sacra. Costruiscono le case coi blocchi, fanno matrimoni di 16 portate, appendono code di volpe al retrovisore e barattoli alla marmitta. Dagli altipiani di Lacedonia sono arrivati fino ai bassopiani del Chiavicone. Nelle nebbie dove osano soltanto le anatre mute e le donne in segno di ammiccamento si lisciano il mustacchio».
La contrada Chiavicone di Capossela ha un vago riscontro topografico tra i calanchi dell’Ofanto, il verde ventoso del Formicoso, i cieli di Calitri e Andretta, i paesi dei genitori nella mappa dell’Irpinia d’Oriente che lui, nato ad Hannover, riconosce come la sua terra. Quasi a celebrare la verità di Rainer Maria Rilke: “Si nasce casualmente da qualche parte. Ma poi, a poco a poco, si sceglie il luogo della propria origine”.
L’Irpinia di Capossela è una terra sospesa tra luce e ombra, religiosità e bestemmia, un sogno di Bunker Hill narrato da John Fante e rivissuto nell’allucinazione di Fortunato Santospirito tornato a casa dopo il viaggio nel Fiat-Nam con Ettore Scola. Lui deve considerarla una sorta di serbatoio di miti a cui poter attingere per alimentare la fantasia di cantastorie, un paesaggio della memoria inventata che sarebbe piaciuto al massimo interprete del genere, Raffaele La Capria, una specie di Macondo ma irsuto di roccia e argilla, popolato da animali strambi e personaggi misteriosi che il destino pare aver dimenticato lì dai remotissimi tempi del Ver Sacrum.
Più o meno l’epoca a cui potrebbero risalire i «Silontes» di Luigi Mainolfi, gli agàlmata, i doni degli dei che con il muso piatto si nutrono di energia sismica direttamente dalla terra ballerina. Uno nero e l’altro dorato, hanno antenne simili a bacchette sul capo, fili tesi collegati direttamente al cielo. Mainolfi, irpino di Rotondi, il maggiore scultore italiano, si dichiara figlio delle Forche Caudine per accertare una discendenza epica che ha voluto trasmettere nelle sue forme, plasmate in terracotta, ceramica, tufo, bronzo e ferro, fino a trovare nella definizione di ctonio la cifra distintiva, visceralmente saldato alla forza del sottosuolo precario.
I Silontes, figure pittoriche trasformate in sculture, creature del bestiario di un Borges dell’Appenino meridionale, testimoniano un’appartenenza come i Kuta Kuta di Capossela. Sono simboli di una cartografia emozionale a cui oggi è affidata la rappresentazione dell’Irpinia su una platea nazionale e probabilmente mondiale. Il fascino e la suggestione sono certi, comunque non tanto da evitare la domanda perplessa: è plausibile che l’immagine di un territorio debba definirsi attraverso un impianto metaforico fin troppo rarefatto e straniante, facendo ricorso a una sorta di antropologia onirica per marcare un segno distintivo ed elaborare lo schema interpretativo di una realtà invece di dura e cruda prosaicità?
Mentre l’interrogativo decanta, occorre riconoscere che l’Irpinia trasfigurata di Capossela e Mainolfi – a ogni modo, non i soli nell’impresa – ha la forza di imporsi come un’efficace unità poetica. «La cui diversità reale e immaginata viene percepita come una valvola di sfogo al disagio della modernità (…) mentre negli stessi luoghi la modernità avanza sotto forma di centrali, rifiuti, distruzione del territorio», sottolinea Alessandro Portelli ragionando sul Salento che ritorna alla taranta. Situazione non così diversa dall’Irpinia incontrata da Laurent Gaudé nel romanzo «La porta degli inferi»: «Qui tutto è stato ricostruito senza sfumature né carattere, obbedendo all’unica necessità di essere funzionale e rapido; non v’è più bellezza, né antichità, la storia è scomparsa tra le macerie. E alla fine questa modernità senza fascino è la traccia più orrenda della devastazione». Qualcosa che ricorda la condizione dei migranti che espropriati della loro identità devono riappropriarsi dei miti delle origini.
Proprio per questi motivi, per gli elementi concreti su cui la sua costruzione si fonda, l’unità poetica trova riscontro in un desiderio e in un bisogno ben presente nella mente di irpini oltre l’Irpinia – Capossela, Mainolfi – forse in maniera più intensa di chi quotidianamente la abita.
La sensazione è che in un mondo povero di luoghi, semmai presenti al negativo nella indicazione di Marc Augé, la ricerca di relazioni personali e di storie sedimentate, cioè di comunità, debba andare nella direzione di una geografia magari surreale, altamente evocativa, per riconfigurare un accettabile spirito identitario, ormai logorato nella pratica ordinaria. In Irpinia ciò sembra compiersi con un forte investimento emotivo, per nulla di circostanza – il topos della contrada Chiavicone è frequentatissimo e con successo da Vinicio Capossela musicista e scrittore, il percorso artistico di Luigi Mainolfi è lungo e ricco – tanto da provocare una sorta di paradossale condizione che per esempio ha condotto Capossela a di fendere il Formicoso dal pericolo di vedervi insediata una maxidiscarica di rifiuti regionale, con una convinzione partigiana e rabbiosa a volte addirittura su periore a quella dei contadini della zona. Vale a dire: la patria dell’immaginario diventa la terra delle radici riconosciute.
L’Heimat riconquistata per cui battersi strenuamente, insomma: la giusta causa che manca. Ma se è vero che un luogo è il suo racconto, perché la letteratura è lo spazio in cui l’individuo e la comunità manifestano la coscienza di sé, la narrazione dell’Irpinia di oggi può essere soltanto questa? Quando è stato chiesto a Franco Arminio, Marco Ciriello, Emilia Bersabea Cirillo e Franco Festa di comporre insieme un quadro della provincia di oggi scandito in quattro testi in grado di far respirare l’aria che tira, l’intento era di smontare il quesito o almeno di verificarne la consistenza. Troppo evidente il prefigurarsi di un nuovo, ennesimo sterotipo dopo il terrorismo o la mediterraneità, l’arcaismo tardodemartiniano o il depressismo costitutivo del Sud per non provare a cambiare giro.
Troppo urgente, soprattutto, la necessità di capire attraverso gli strumenti della narrazione quale sentimento si respiri in una provincia che nel Mezzogiorno probabilmente costituisce un paradigma emblematico, il posto delle emigrazioni e dei terremoti, delle trasformazioni strutturali e degli spaesamenti individuali, dove nell’ultimo trentennio il paesaggio naturale e umano è stato profondamente modificato, tra emergenze che si inseguivano e modernizzazioni mai davvero compiute; un’area marginale rispetto a quelle metropolitane che dominano la società meridionale di oggi, tra gomorre e bronx minori, ma di sicuro significativa per comprendere di quale materia sia composto il Sud degli anni Duemila.
Il compito è stato consegnato a quattro narratori irpini che attraverso vari e diversi percorsi hanno conquistato una cifra letteraria rilevante. Si sono, cioè, affrancati da soli dal provincialismo deteriore, da quella marca che si affibbia a chi autoreferenzalmente continua a operare nella terra in cui è nato, e ne hanno invece fatto un tratto distintivo e di valore della propria scrittura. Dare loro appuntamento in un libro, farli accompagnare dalle fotografie di Ugo Santinelli, dal suo racconto per immagini tra fantasmi e detriti del tempo, realizza uno scopo che va quindi oltre l’occasione editoriale, pur importante: è l’esempio di una collaborazione utile che potrà produrre anche altri effetti. Ha scritto Aldo Bonomi: «Più un luogo è in grado di sviluppare, oltre alla coscienza di classe per tutelare i soggetti, anche la coscienza di luogo, più esso è in grado di rapportarsi ai flussi e negoziare il proprio cambiamento».
Franco Arminio consegna alla sua pagina – compilata in una febbrile impresa di cesellatore per arrivare alla miniatura più inquieta – il referto della malattia che incombe sui paesi perduti, dell’ipocondria che pare essersi trasmessa al suo corpo vagante tra vicoli e contrade abbandonate: allo sguardo si offrono come comunità dismesse, arrese e svuotate su cui è issata la bandiera bianca. L’Irpinia diventa il laboratorio di questa condizione generale, la postazione d’avanguardia che indica al mondo quel che presto sarà o inconsapevolemente già è. «Nei paesi da bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che ti fa le scarpre. Si trova il mondo com’è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che adesso questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro». La paesologia di cui si è fatto interprete ed esegeta declina l’accertamento dolente di una patologia, la scienza che dà il nome alla malattia di cui l’umanità soffre, un’involuzione cui si può porre rimedio soltanto invocando un nuovo umanesimo tutto da costruire.
Emilia Bersabea Cirillo un giorno ha confessato che il terremoto del 23 novembre del 1980 per lei – e per molti altri – ha costituito una frattura decisiva tra un prima e un dopo: soltanto allora ha imparato a guardare l’Irpinia con altri occhi, come a un luogo abitato da un destino, da un colore, da un clima, percorso da una storia nella storia. Da quel momento ha curvato la sua scrittura nell’intento di decifrare l’impercettibile in una sorta di andirivieni nella memoria, muovendosi alla ricerca di un qualcosa avvenuto nel passato o semplicemente nel sogno: nella realtà più vera. Può essere una musica, un cibo, una parola, un incontro che racchiude il sapore di un ambiente, il dolore di una ferita, la gioia di una passione. Da lì può nascere la cerimonia dei ricordi che diventa letteratura, dove il profilo di una persona si delinea dalle nebbie del tempo perduto con l’esattezza di un’immagine ritrovata, di un nome che finalmente si può dare alle cose.
Marco Ciriello della letteratura, invece, ha fatto la categoria per osservare e interpretare il mondo. È nell’house of fiction dei suoi numi tutelari che l’aridità e lo squallore del paese trova occasione di riscatto e guadagna una dignità forse mai avuta: soltanto così acquista significato. «Puzza il mio paese, sa di marcio, rancido e nauseante», si legge in un racconto della raccolta «Qualcosa è venuto a turbare il nostro cuore», prova di una biografia involontaria di un paese di cui il brano «La piega» è un ulteriore capitolo. Il paese è Pietrastornina, ma per Ciriello sarà Giano, che anche nella toponomastica ostenta la doppiezza ipocrita verso chi lo abita. Questa diventa la scena di una storia il cui calco è il racconto di Silvio D’Arzo «Casa d’altri», il prete protagonista si chiama Ezio Comparoni come all’anagrafe era il narratore di Reggio Emilia: il rimando allo splendido testo conferisce ulteriore drammaticità alla vicenda raccontata e individua un nodo tragico che va oltre l’ambito irpino per diventare universalmente umano.
L’Avellino resa da Franco Festa è una città dove è stato commesso un crimine. Nei moduli del giallo lui trova la possibilità di offrire il quadro di una comunità che come in una canzone di Fabrizio De André, di Francesco Guccini o di Claudio Lolli nasconde il tarlo di un cancro che ha corroso lo spirito antico.
Scoprire l’assassino equivale, quindi, a togliere il velo ai misfatti di una borghesia parassitaria, egoista e ingorda, cieca e colpevole di aver venduto l’anima.
Ciò vale se c’è un omicidio e ancor di più se la fine avviene levando le mani su di sé.
Si vede come il filo che tiene i racconti di Arminio, Ciriello, Cirillo e Festa stia nella densa atmosfera di sofferenza in cui l’Irpinia si presenta. La si avverte non tanto perché i quattro loro brani sono attraversati dal fantasma della morte, nelle forme del suicidio, della scomparsa, dell’assenza, ma soprattutto per la constatazione che – scrive Marco Ciriello – «questa provincia è uccisa dall’incuria. Tutto si sgretola stando qui, le nozioni acquisite si disfano, sfaciano, la monotonia dei giorni arruginisce vocazioni e curiosità, si finisce a negare l’esistente, a sperare nella rivoluzione del male come notizia. La vita è un solitario sentiero di ghiaccio».
L’impressione è che l’unità poetica – «Sotto di noi Avellino luccicava, come una ragazza di campagna che asciuga i capelli all’aria» nelle parole di Emilia Bersabea Cirillo – si sia irrimediabilmente sfarinata in un paesaggio di sconforto e disperazione, di degrado e di solitudine. In un corpo – umano, sociale, naturale, simbolico – ulcerato dalla malattia, avvelenato nel profondo, affetto dall’autismo corale – nota Franco Arminio – dove le parole sono state perdute, «le parole che nascevano in quel luogo e lo coloravano fino. Adesso è come se fosse scesa una mano di calce sulle parole dei paesi». Sono ridotti a deserti dove non c’è amore per le vite, luoghi – ricorda Ciriello interpellando Albert Camus – «dove lo spirito muore»: «Qui è come se la terra traspirasse morte, ma non è questione di rifiuti o di cemento, ma di assenza, e l’uomo non ha alcuna possibilità di vincere il vuoto, inutile la sua azione di edificarci paesi: pietra su pietra, perché puoi trascurare la storia, non le sue conseguenze».
«Sopra le frane ferma», era l’Irpinia descritta da Giuseppe Urgaretti, osservandola da Calitri. Da quel tempo c’è stata una mutazione che ha smosso ogni riferimento di fissità, si è verificato uno sconvolgimento di senso che ha a che vedere con la frantumazione dei significati, prim’ancora che delle colline e delle case. «La parola ha perso potere. – ammette il parroco di Giano nelle pagine di Ciriello – non accresce ma infastidisce, soprattutto quella fuori dai canoni, e il linguaggio di Cristo, oggi è fuori dal tempo presente». Sembra di vedere il prete de «La messa è finita» di Nanni Moretti, il sacerdote che si sbatte nella sua ansia di porre rimedio agli errori dell’umanità, in cui Claudio Piersanti aveva trovato una eloquentissima citazione proprio da «Casa d’altri» di D’Arzo.
«Bisognerebbe voler bene alle parole e state in silenzio », si augura Arminio. Muti a farsi rapire dall’azzurro
e dal verde, dalla neve e dalla nebbia, dal tufo e dalle nuvole. dall’argilla e dall’acqua. «In questi giorni i paesi dell’Irpinia sono bellissimi. Il verde li cinge da ogni lato, un verde rigoglioso e lucente occulta molto del cemento vomitato dalle betoniere negli ultimi decenni. Dobbiamo partire da qui, dal nostro paesaggio, se vogliamo trovare una qualche ragione di restare in questi posti», è l’invito che rivolge. Chissà, potrebbe essere una forma di ormesi, la nuova medicina che sfrutta gli effetti benefici delle basse dosi di un elemento nocivo.