Non smetto di aver freddo

12987171_10209048909251016_8057186845831707188_n

anticipazione mattino 13. 04.2016

14202619_1149590521769799_7846750710752010121_n

foto Giuseppina Pepe

il mattino recensione picone

13178571_551781434983097_2977335439954454572_n

Non smetto di avere freddo. Intervista a Emilia Bersabea Cirillo

Time Out della scorsa settimana si è aperta con l’intervista a Emilia Bersabea Cirillo autrice diNon smetto di avere freddo (L’Iguana editrice).

Non smetto di avere freddo si legge tutto di un fiato, 352 pagine ad alta intensità emotiva, una scrittura immediata, che non rinuncia alla descrizione ma non se ne compiace.
Il romanzo della Cirillo è ambientato nel contesto sociale e politico di una provincia del Sud costretta a nuove migrazioni. Sono i nostri giorni quelli scorrono sulla carta, tanto che il romanzo il romanzo è tra i tre finalisti della XI edizione del Premio letterario Minerva Letteratura e impegno civile (l’opera vincitrice sarà resa nota il prossimo novembre).

Nella narrazione si alternano due voci, presente e passato di due donne unite da un vincolo potente e senza via di scampo.
Quando leggo vivo la vita che vorrei, rispondevo con l’indice nel libro a segno.
E quante vite vorresti vivere?
Tutte quelle che posso.
Non capiva. A lei bastava la vita che viveva in quel posto umido, tra avemarie e tanta speranza. Io facevo di tutto per rendermi speciale ai suoi occhi. Fingevo di conoscere il mondo, di non aver paura di nulla. Perder­la fu un dolore grande.

Leitmotiv del romanzo il freddo, quello che si insinua sotto la pelle e proviene sempre da un luogo profondo e inaccessibile che si trova dentro di noi.
Per quanto si accosti al camino, sente sempre un punto freddo dentro il suo corpo. Non basta, non basta mai. Deve provare lei a dare fuoco a ogni cosa.
[…]
Ma io ho freddo, ho sempre freddo. Come se una lama mi sezionasse la pelle, len­ta, insinuandosi dentro come un liquido refrigerante. Cammino, salto, indosso due, tre maglioni, ma non ri­esco a scacciare il gelo.

Un percorso di morte e rinascita, alla ricerca del punto di rottura:
Cerchiamo sempre la stessa cosa, è il nostro segreto. Cerchiamo qualcosa che abbiamo appena intravisto, che ci ha sedotti, che ci è stata strappata via.

Fa da cornice, alle vicende delle due protagoniste, un piccolo universo di personaggi femminili magistralmente ritratto.
E così pagina dopo pagina si arriva al colpo di scena finale che dà un equilibrio perfetto al romanzo di Emilia Bersabea Cirillo.

 

 

 

 

Clicca QUI perascoltare il podcast dell’intervista a Emilia Bersabea Cirillo.

La presentazione

Il ricordo della felicità è un maglione verde Irpinia

di Marika Borrelli

L’ultimo libro di Emilia Cirillo, “Non smetto di aver freddo”, ci racconta di un’Irpinia matrigna che respinge i suoi figli, territorio in cui riescono solo i lupi, anzi le leonesse, come la protagonista Dorina

Il maglione che Dorina procura ad Angela (nel romanzo ultimo di Emilia Cirillo, “Non smetto di aver freddo”— L’iguana Editrice), me lo sono immaginato così: caldo, largo, morbido e di un intenso verde, come il mito della nostra Irpinia.

Seguo Emilia (che a scanso di accuse di marketting, è anche mia amica) dal suo esordio.

Emilia ama l’Irpinia, che è sempre co-protagonista delle sue narrazioni.

DI solito, racconta dell’Irpinia che soffre o che fa soffrire. Ha raccontato del Formicoso (”Una terra spaccata”), della nostalgia di Avellino (nel corale “Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” — Mephite), per citare almeno due delle sue pubblicazioni, ed ora di un’Irpinia matrigna che respinge i suoi figli, territorio in cui riescono solo i lupi, anzi le leonesse, come la protagonista Dorina.

Dorina neanche sa di essere una leonessa. Lo scoprirà venendo a patti con il suo passato. Ma niente spoiler, per carità.

Diciamo, tuttavia, che è il romanzo più complesso ed articolato scritto finora da Emilia. C’è di tutto: la solitudine, la disperazione, la voglia di riscatto, la fuga, il passato che tormenta, il futuro possibilista (non possibile, mi raccomando), le cronache dei nostri giorni (la disoccupazione, le aziende irpine in crisi), i guasti affettivi delle famiglie e la consolazione vicaria dell’amicizia (per lo più femminile) e del cibo.

E c’è, dunque, Irpinia anche nelle pietanze che Dorina prepara e descrive. Un vezzo—quello di raccontare pietanze e preparazioni, come Isabel Allende di “Aphrodita” e non solo—per aumentare le coordinate geo-antropologiche di una storia, oscillante tra passato e presente, che s’impasta con tutte le nostre personali storie di famiglia, ricette comprese. Noi afferriamo la vicenda per la coda come fosse una cometa e ci facciamo trasportare negli ambienti noti della nostra terra, allargata a tutta la regione, dalla neve di Frigento al mare di Atrani.

Ci sono le nostre realtà urbane quotidiane, i nostri posti, i nostri quartieri ed i nostri simboli. Ci sono i luoghi di lavoro, le vertenze dolorose, le emigrazioni, lo sfruttamento ed il precariato. Ci sono i segreti confessati e quelli inconfessabili.

Per quest’ultima caratteristica, è storia che può essere tranquillamente psico-analizzata, come nei dettami della migliore tradizione critica letteraria moderna (su tutti “Per una teoria freudiana della letteratura” di Francesco Orlando), perché è una storia che nel suo doppio ego (Dorina-Angela) è romanzo di salvazione ed espiazione, della vita che vuole esplodere e della morte che cerca la vittima giusta.

Però, è soprattutto una storia che sfata il pregiudizio tolstojano della felicità e dell’infelicità, laddove la prima avrebbe i suoi rigidi canoni famigliari mentre la seconda si anniderebbe nella deviazione dai sistemi antropologici statisticamente normali.

Qui è il contrario. L’infelicità si annida nella normalità, mentre la felicità (di un attimo, di un giorno o al massimo di una settimana, tanto il conforto destinato ad Angela) è proteggersi in un verde e caldo maglione.

 

 

Dorina, Angela e la ricetta delle melanzane al cioccolato: Emilia Bersabea Cirillo, Non smetto di aver freddo di Consolata Lanza dal blog anaconda anoressica

 

Ancora una volta Emilia Bersabea Cirillo mette al centro del suo bellissimo romanzo due figure di donne.
Basta leggerne due pagine per trovarsi avvolti nella sua prosa concreta e poetica, nell’atmosfera calda delle cucine, nei profumi di vivande, nel grumo affettuoso degli interni dove si incontrano tre generazioni di donne, nella precisione dei gesti di cura e di sapienza femminile delle ricette, prima fra tutte la regale parmigiana di melanzane al cioccolato.

Dorina è bella, bionda e con gli occhi azzurri, ha un marito, Walter, una figlia piccola, Barbara, e un lavoro che non le dispiace: è cuoca al carcere femminile, prepara il cibo per le donne che scontano pene per avere infranto la legge ma non le conosce, non le vede mai. Ci mette cura nel suo lavoro, cerca di dare cibo buono e variato con quello che la direzione le mette a disposizione. Anche l’ambiente è nell’insieme gradevole, le colleghe la stimano, con alcune ha rapporti di amicizia o solidarietà femminile. I problemi sono piuttosto a casa, dove il rapporto con Walter si è incrinato. Ciò che porta lo scompiglio in questo equilibrio precario è la scoperta che la detenuta speciale, in isolamento, cui prepara pranzi a parte, è davvero speciale: un fantasma del passato che risorge dalle nebbie di un’infanzia non infelice ma mutilata, immiserita dalla condizione di orfana in un istituto di suore, anche se proprio in suor Vittoria ha trovato chi si è preso cura di lei e le dà amore e protezione. Lì ha incontrato Angela, orfana come lei ma brutta e cattiva per infelicità. Tra le due bambine si instaura un rapporto sbilanciato e malato in cui Angela comanda e punisce, abbraccia e spaventa, mentre Dorina, docile e dolce, soccombe alla prepotenza sorridendo, un po’ spaventata un po’ affascinata. Ora Dorina cucina per Angela, ci mette una cura particolare, e quando la reclusa chiede di vederla non si sottrae.
Dorina è protagonista ma Angela ci parla in prima persona a capitoli alterni, così che possiamo entrare nella mente di entrambe e ricostruire il loro fortissimo e doloroso rapporto. Dorina ha paura di Angela ma non riesce a sottrarsi allae sue richiesta, mentre Angela è ossessivamente protesa verso Dorina e vorrebbe riprende il controllo sull’antica amica. Ma ora Dorina è assai più forte, e la sua vita è complessa, ricca di rapporti, doveri e piaceri.

Non smetto di aver freddo a me è parso soprattutto un libro di madri e figlie. Ci sono molte figlie – Dorina, Angela, Barbara – ma anche le madri, reali e sostitutive, sono importanti: Dorina stessa, Antonia, suor Vittoria, Bianca Giulia, e il loro peso è fondamentale nella vicenda sia come presenza che come assenza. I rapporti tra madre e figlia sono difficili, dolorosi ma indispensabili; dalla madre non si può prescindere, ci dice Emilia Bersabea Cirillo. Anche l’amicizia riesce a essere generosa, superare l’assenza e le cattiverie, e porgere una mano pietosa che giunge fin là dove finalmente c’è silenzio e – forse – pace. Ci sono anche gli uomini naturalmente, ma per una volta stanno sullo sfondo,  sono comprimari: non perché non siano importanti, solo che non è il loro turno.
Intorno a questo nodo principale, profondo e angosciante, c’è tutta la vita che preme: la cucina (il riso da scolare, le verdure da affettare, il pollo da cuocere e la realizzazione della mitica ricetta di suor Ermelinda, Mulegnane c’a ciucculata, che richiede perizia e pazienza speciali), i rapporti di Dorina con il marito e altri incontri, una suocera solidale con cui scambiare confidenze comprensione e sostegno, le colleghe e le loro storie, e poi la crisi, i tagli che minacciano il posto di lavoro, le fabbriche che chiudono e costringono gli uomini a cercare lavoro altrove, e le speranze – un progetto, la felicità di essere padrona di se stessa, la solidarietà tra donne e la capacità di collaborare. Questo non è un libro cupo, è un libro morbidamente femminile nelle parole, nei gesti, nella capacità di descrivere i particolari materiali, concreti, la realtà cui è tenacemente legata, e insieme duro dove ce n’è bisogno, forte e pieno di coraggio.

Poi c’è la scrittura di Emilia Bersabea Cirillo, delicata e avvolgente, capace di ricreare le atmosfere calde e profumate che descrive, agile e sicura. Le parole di una scrittrice che ci regala con Non smetto di aver freddo un ulteriore bellissimo libro dopo Fragole (Filema 1996), Il pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Filema 1999), Fuori misura (Diabasis 2001), L’ordine dell’addio (Diabasis 2005), Una terra spaccata (Edizioni San Paolo 2010), Gli incendi del tempo (et al. edizioni 2013), con i quali ha vinto numerosi premi. E’ architetta e vive e lavora a Avellino.

“Non smetto di aver freddo”: Emilia Bersabea Cirillo e il nocciolo di buio di un’amicizia femminile

ef2ce-antibes125

 

di Donatella Trotta

A leggere il nuovo, potente romanzo di Emilia Bersabea CirilloNon smetto di aver freddo (L’Iguana editrice, pp. 348, euro 16), torna in mente quanto Franz Kafkadiceva sui libri di cui «abbiamo bisogno». Quei libri che non promettono una facile e superficiale felicità ma ci scuotono inducendoci a pensare; che non ci fanno fuggire da noi stessi ma – in fondo – ci rispecchiano e ci (ri)svegliano dall’anestesia globale delle distrazioni di massa (per)turbandoci in profondità; e che non ci fanno evadere dalla realtà ma ce la fanno vedere e attraversare lentamente, inesorabilmente, radicandoci in essa, uncinandoci l’anima e lenendo la cognizione del dolore con la forza trasformante delle parole. Che è poi il potere della letteratura senza aggettivi, fuori misura perché al di là del “mercato”: e – proprio per questo – universale. Vera. Come la vita: «Un libro – conclude Kafka – deve essere una piccozza per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi».
Non a caso, la metafora del gelo attraversa tutte le pagine del romanzo di Emilia Bersabea Cirillo,  in una costante oscillazione tra il “dentro” e il “fuori”, tra detenzioni fisiche in orfanotrofi e carceri e prigionie mentali, tra soggettività interiori e l’oggettività degli ambienti esterni. A partire dall’evocativo titolo, un verso tratto da una intensa poesia dell’autrice polacca Izabela Filipiak, Affamata(in buona compagnia, nell’eloquente esergo, con i versi di altre due poetesse,Antonella Anedda e , quasi a offrire precise coordinate iniziali alla storia narrata, squisitamente “al femminile” e non solo): «Cammino svelta. Ma non smetto di aver freddo». Perché il freddo che pervade tutto il libro non è solo quello materiale, concreto, fisico della neve, del ghiaccio e dei venti dell’Irpinia, terra d’elezione e di ispirazione dell’autrice, architetta e scrittrice che vive e lavora ad Avellino; ma è anche, e forse soprattutto, un paralizzante gelo interiore da abbandono e isolamento, una frigidità dell’anima e del corpo da glaciazione delle passioni, un brivido esistenziale alla continua ricerca di un fuoco che bruci – simbolicamente e concretamente – la vita restituendole finalmente calore, luce, e – magari – senso.

Protagoniste del libro (che sarà presentato dall’autrice domani alle 18.30 a Napoli, nella libreria Iocisto in via Cimarosa 20 con, tra gli altri, Antonella CIlento) sono due donne, voci narranti del romanzo: la bella e riservata Dorina De Feo – raccontata in terza persona –  bionda, mite e remissiva che nella malinconia del suo sguardo di cielo adombra tuttavia i lampi di un’inimmaginabile autodeterminazione e voglia di riscatto; e l’occhialuta, inquieta e imprevedibile Angela Senese, narrata invece in prima persona: figurina tragica, ribelle e spigolosa nella sua irredimibile bruttezza e nella sua inesausta fame d’amore (e di bellezza) che l’esistenza le ha negato, tranne che nei romanzi e nei classici – che costellano la narrazione, con frequenti rinvii – divorati da Angela per poter «vivere tutte le vite» che vorrebbe. Due persone diversissime tra loro e tuttavia accomunate, nell’infanzia e adolescenza, dalla crescita insieme in un orfanotrofio di suore ad Atrani, dove nasce la loro amicizia esclusiva, per certi versi quasi morbosa e fatale, sbilanciata come un legame covalente e tuttavia a un certo punto perduta, nel gioco del tempo, delle lontananze e dei differenti destini che porterà Dorina ed Angela a ritrovarsi, infine, inaspettatamente, vent’anni dopo. In un carcere femminile nell’avellinese: dove Dorina – sposata con Walter e madre della piccola Barbara – lavora in cucina, preparando con cura i pasti per le detenute, e Angela viene invece reclusa, per aver ucciso una donna. Intorno a loro, una folla di personaggi – soprattutto femminili, ma non solo – non secondari allo sviluppo degli eventi, cesellati dal bulino dell’autrice in ritratti che restano a lungo impressi nella memoria del lettore.

Il corto circuito, attraverso svolte progressive sapientemente incastonate da Emilia Bersabea Cirillo in un mosaico che alterna analessi e flussi di coscienza tra passato e presente delle protagoniste, è inevitabile. Come il prezzo altissimo da pagare, per entrambe, nello sciogliersi dei grumi esistenziali che affiorano dall’incontro tra Dorina e Angela, tutte e due diversamente costrette a fare i conti con lo spettro del disamore, il rischio del tradimento e – soprattutto – con il fantasma primigenio di due madri senza le quali, riflette Dorina, è «come essere senza ombra». Anime “frantumate” dalla tragedia di un’infanzia segnata dall’abbandono e donne in bilico, sospese sul ponte (o sull’abisso) di scelte radicali, Dorina e Angela incarnano così due volti di un eterno femminino che non può prescindere, sembra suggerirci l’autrice del romanzo, dall’ineluttabile rapporto con il materno inteso anche come luogo, e identità: dalla madre alla madrepatria, fino alla madrelingua, con il corredo dei suoi inserti dialettali non nuovi nella cifra stilistica di Cirillo. Non a caso, sullo sfondo della storia di questa amicizia femminile, o meglio profondamente intrecciati con essa, interagiscono ambienti, atmosfere e dettagli precisi ed evocativi, «scatole fredde dei ricordi» e memoria vivente di luoghi che, da sempre, intessono le trame narrative della scrittura icastica e plurisensoriale, insieme poetica e filosofica, nitida e sorvegliata dell’autrice, incline a una ricerca antropologica che diventa testimonianza forte di appartenenza a luoghi, tradizioni, persino cibi ad alta densità simbolica, anche con le loro ricette terapeutico-salvifiche (come le mitiche “mulegnane c’a ciucculata”).

In Non smetto di aver freddo, accanto a temi cari a Cirillo già nei suoi precedenti romanzi e raccolte di racconti, come la riflessione sottotraccia sul tempo, ci si imbatte così in una sorta di condensato dei topoi della scrittrice: c’è la gelida Irpinia matrigna della mancanza di lavoro e prospettive, che costringe i suoi figli a migrare come nella storia di Walter, dipendente dell’agonizzante FMA e dei suoi genitori, Cosimo e Antonia (la solidale suocera di Dorina); c’è Avellino “città morta” e claustrofobica, perché di tanta vita passata «resta solo una traccia, quasi che la città abbia perso senso, proprio come accade alle vite ridotte a strappare fogli dal calendario»; c’è il centro storico di Napoli con il suo caos, che induce Dorina a pensare: «Che aria… da noi neve e silenzio e invece qui acqua scura, smog, scarichi e ammuina». E c’è la luce del mare di Atrani, sulla Divina Costa evocata come un sogno, o una fiaba di un’infanzia come aurora dopo la notte da ritrovare, magari, in un giardino segreto che può essere più vicino di quanto non sembri, in un angolo dimenticato. Dove, forse, poter ricominciare a sperare in una possibile felicità, o nell’impossibile possibilità dell’amore: perché, in fondo, «non ci allontaniamo mai dalle cose che amiamo, anche se dovessimo fare il giro del mondo».

E il romanzo di un’amicizia dolorosa, dai molteplici piani di lettura, diventa allora lo snodo di un cammino di emancipazione femminile oscillante, come la vita stessa, tra luce e buio. Paura e coraggio. Invidia (intesa, etimologicamente, come mancanza atavica) e felicità. Bellezza e orrore. E ancora, tra dannazione e riscatto, male ed espiazione, solitudine feconda e isolamento autolesionistico, indifferenza e pietas solidale. Emilia Bersabea Cirillo lo percorre, in questo libro che è una delle sue opere forse più complesse e articolate, con passo lieve ma deciso. Fedele, fino in fondo, alla lezione di Virginia Woolf, quando in Momenti d’essere ricordava di sé: «Forse dunque è la capacità di ricevere scosse che fa di me una scrittrice».Mercoledì 15 Giugno 2016

 

lunedì 20 giugno 2016

Non smetto di avere freddo

Una storia di “se e di freddo. Un freddo che abita prima il cuore, poi l’orfanotrofio, poi il carcere e prosegue tutta la vita, mai placato da maglioni anche pesanti.
Orfanatrofio e suore, una bambina bella e buona, Dorina, e una brutta e cattiva, Angela.
Dorina ha un sogno, riappropriarsi della sua vita, contemplando sia l’amore che la realizzazione professionale: aprire un ristorante tutto suo, perché la passione per la cucina è cominciata assistendo suor Ermelinda nella preparazione delle sue “ricette speciali”. Intanto, per contribuire al bilancio familiare, prepara i pasti per le detenute di un carcere. In un angolo della sua mente, è rimosso il suo passato, ma affiora con prepotenza quando rivede Angela e si ristabilisce il rapporto di amicizia e potere che le aveva unite nell’infanzia. Gli altri, marito, amiche, colleghe, non possono capire l’urgenza di una richiesta d’aiuto che ricorda l’asprezza dei geloni, delle punizioni e delle lacrime infantili.
Concepito con una narrazione ritmata dai salti temporali e dal racconto in prima e terza persona, il romanzo di Cirillo presenta quarantotto capitoli contrassegnati da un titolo, non genericamente da un numero e questi, letti in sequenza, bastano ad alimentare la curiosità, il resto lo induce la prosa, talvolta cruda ma sincera, delicata e struggente.
Un romanzo che tocca nervi scoperti, disturbante, inchioda il pensiero su temi quali l’adozione, la chiusura delle fabbriche, l’emigrazione, l’impegno sindacale, Tuttavia, l’analisi puntuale delle situazioni non teme la contaminazione delle chiacchiere superficiali, si può accostarlo con semplicità per farsi toccare dalla sua grazia.
Non smetto di avere freddo, Emilia Bersabea Cirillo, L’Iguana editrice 2016.

ANIME DIVERSE, OSCURAMENTE INCATENATE DA UN DESTINO COMUNE

Nando Vitali a proposito di «Non smetto di aver freddo», la Repubblica 25/06/16

_450

IL FUOCO E IL FREDDO DAL VESUVIO AL CARSO

Antonella Cilento a proposito di «Non smetto di aver freddo», Il Mattino 26/06/16
_452

 

E’ una vera emozione ricevere questi apprezzamenti dalle lettrici! GrazieMarilena Silano!

“Ho finalmente letto il romanzo di Emilia: “Non smetto di avere freddo”.
Non conoscevo questa scrittrice e devo dire che è stata una piacevole esperienza leggerla. A volte dopo 20/50 pagine se non sono coinvolta dalla storia o lascio o faccio uno sforzo tremendo per arrivare alla fine. Non è stato questo il caso.
La trama mi ha subito intrigato e non vedevo l’ora di arrivare alla fine…una lettura avvincente. Sicuramente ci sono stati dei processi d’identificazione ma non per le comuni origini irpine con le protagoniste, anzi! Direi tra l’altro che per me la storia funziona a prescindere dalla sua collocazione, io la vedo infatti di respiro internazionale e non strettamente legata a luoghi circoscritti. Mi ha coinvolto per il dolore e per i profondi conflitti interiori. Ho “vissuto” la loro angoscia ma anche la voglia di superarla. Che dirti Emilia? Sono felice di averti conosciuta. Bravissima!”

 

“Non smetto di aver freddo” – Emilia Bersabea Cirillo

“Non smetto di aver freddo” – Emilia Bersabea Cirillo

Paralisi e riscatto nel nuovo romanzo di Emilia Bersabea Cirillo

di Claudia Iandolo

 

Un inverno lungo, freddo, in cui tutto appare bloccato.  La stessa vita di Dorina, protagonista del romanzo,  sembra essere consegnata irrimediabilmente ad un eterno presente. I gesti, le parole, le ore si ripetono senza scosse. Fuori, un’Irpinia gelida non solo nei paesaggi. L’Iveco chiude insieme alla speranza di decine di lavoratori costretti a nuove emigrazioni, come accadrà a Walter, marito della protagonista. Il freddo che Dorina trascina con sé è metafora di una grande solitudine che parte da lontano, da un trauma infantile mai superato.  Dorina è bella, cucina in un carcere. La passione per il cibo l’ha imparata in un convento sul mare dalle suore insieme ad una elaborata e sontuosa parmigiana al cioccolato. Ed è proprio nel carcere, in un giorno qualunque, che Dorina ritroverà Angela, l’amica del cuore ma anche la ribelle, la diversa.  La bambina cattiva con la quale aveva diviso alcuni degli anni del convento è oggi una donna disperata condannata per omicidio. La storia che Emilia Cirillo racconta nell’ultimo romanzo intitolato “Non smetto di aver freddo”, per L’Iguana editrice, parte da qui, ma si snoda poi attraverso due punti di vista destinati a confrontarsi senza mai capirsi,   quello di Dorina, appunto, e di Angela. Per entrambe il materno si specifica come mancanza, come vulnus. Oltre all’esperienza dell’infanzia le due donne condividono, non a caso, una continua sensazione più che di freddo di assenza di calore, o di incapacità di percepirlo. “ No, meglio  bruciare nel fuoco che morire nel ghiaccio. Il rosso delle braci si mescola a quello del sangue. Ora siedo sulla cenere fredda.” La cenere fredda è tutto ciò che resta della vita di Angela. Rincontrare Dorina, dopo anni, non la modifica. Angela  è centrata su stessa e sul motivo dell’abbandono (di  cui accusa anche l’amica), modifica invece Dorina costringendola finalmente a fare i conti sia col proprio passato che con il presente. Tutta la vita della protagonista si è svolta in luoghi chiusi, il convento, il carcere, la casa. Spazi che la proteggono dal freddo, scanditi da regole semplici ed affidabili, che soffocano in maniera lenta ma inesorabile.  La storia di Dorina, comune a tante donne, una storia di paralisi, incomunicabilità, rinunce e delusioni, prende però un’altra strada. Ancora una volta ciò che Dorina sceglie per sé e per la sua vita presuppone l’abbandono di Angela, lasciarla dove è sempre stata, nella propria incapacità di sciogliere il dolore e di convertirlo in bellezza autentica, un tema caro all’autrice quello della filokalia,come già abbiamo avuto modo di dire per “Una terra spaccata”. Dorina affronterà i propri demoni e il ghiaccio comincerà a sciogliersi.  La sua diviene una storia di riscatto e di attaccamento alla terra in cui vive condivisa da altre donne che come lei sarebbero altrimenti condannate alla disoccupazione e alla sopravvivenza tra le mura domestiche.  Anche in questo romanzo, come in quelli precedenti, Emilia Cirillo ci racconta un’Irpinia autentica, a tratti aspra, una terra ferita da scelte politiche dissennate, nella quale sopravvivono forme di solidarietà come quella che si instaura tra le lavoratrici del carcere. La lingua stessa rievoca la musicalità del parlare quotidiano. A volte basta una sola parola a suggerire icasticamente le atmosfere, spesso è invece la prosa a piegarsi alla cadenza dialettale: “Walter è arrivato a Frigento che erano scarse le otto, non ha neanche voluto far colazione. Era tutto preoccupato, sai come fa lui quando parla senza guardarti in faccia, no? E mi ha pregata di venire qua giusto il tempo di sistemare un paio di cose.” Una scrittura salda e sicura capace di raccontare il quotidiano dell’universo femminile a volte anche in maniera spietata, un  romanzo che definire “al femminile” sarebbe riduttivo. Quello che Cirillo racconta è un viaggio dentro di sé, ma anche e soprattutto la capacità di interpretare il “fuori”, di dare alla propria esistenza un senso autentico, al di là dell’appartenenza di genere.

 

http://www.corriereirpinia.it/default.php?id=999&art_id=61921

Si interroga sulla forza delle relazioni Emilia Cirillo nel suo bel romanzo “Non smetto di aver essere frutto. edito da L’iguana. Ne sottolinea la centralità nelle nostre vite, poiché sono i legami con chi amiamo, odiamo, proteggiamo, desideriamo a riempire le nostre esistenze, o ancora a sconvolgerle, violentarle o svuotarle di qualsiasi significato. Legami come quello tra Dorina ed Angela, maturato nella solitudine di un convento dove sono state abbandonate da bambine dalle loro madri, dove sono state l’uno lo scudo dell’altra, dove hanno condiviso sogni e paure. Sono diverse in tutto Dorina ed Angela, bella come un angelo, insieme mite e rassegnata Dorinà, un viso come tanti, occhialuta, aggressiva come poche e incapace di socializzare con le compagne e con chiunque incroci il suo sguardo Angela. Un’aggressività di cui la stessa Dorina finisce per essere vittima, innanzitutto perché l’ha tradita in uno dei suoi tentativi di fuga dal convento e poi per una forma di gelosia possessiva che Angela nei confronti di tuto ciò che considera suo, non riuscirà mai a controllare fino a farla finire in galera. E’ lì che si ritrovano le due donne, nel carcere dove Dorina prepara i pranzi alle detenute con la stessa cura di una madre, convita che quelle pietanze possano essere di conforto a chi vive dietro le sbarre, attenuando il freddo senza fine che pervade le celle. Un freddo non così distante da quello che avverte anche lei nella sua vita

Al lettore appare presto chiaro che le due protagoniste sono complementari, poiché se a Dorina, incapace di staccarsi dal fantasma della madre, la vita fa paura al punto da tale da scegliere di rinchiudersi nell’angusta cucina del carcere, con un marito così diverso dall’uomo che aveva sognato, legata quasi visceralmente alla donna che l’ha accudita in convento come una madre, Suor Vittoria, Angela pagherà proprio per la sua incapacità di aspettare, per l’inquietudine che la tormenta e la divora, fino a farle desiderare di aggredire a morsi la vita. Per quell’incapacità di tenere a freno le emozioni Angela sarà punita, fino ad uccidere per l’uomo che è convinta di amare, anche lei mai cresciuta, incapace di accettare la realtà, di superare il trauma legato all’abbandono, di accettare la nuova famiglia che l’ha adottata, troppo borghese, incapace persino di accettare le regole della vita in convento, la quotidianità di un lavoro. E tuttavia, in quel luogo è ancora possibile per un istante fingere di avere dieci anni giocare ad essere grandi “Io farei la scuola d’arte e metterei su un laboratorio di gioielli: collane, bracciali, oro, perle, brillanti, lusso, frivolezza, soldi. A che serve l’arte se non a convertire il nostro dolore? Io qua dentro soffro il freddo, soffro la noia e la mancanza di luce, soffro perché a poco a poco tutto si va spegnendo”. Angela non ha paura di chiamare le cose con il proprio nome, anche a costo di essere sgradevole e cinica, pronta a rinfacciare all’amica il tradimento di quando erano bimbe e la sua mancanza di coraggio. Mentre Dorina non smette di rinfacciarle la sua incapacità di amare chiunque. Entrambe sembrano condannarsi da sole all’infelicità, rinunciando a ciò che amano, incapaci di fare i conti con i propri spettri come Dorina con quello della madre “Sapere com’era, chi l’ha messa al mondo la ossessiona, adesso più che mai, come un’ombra annidata dentro di lei a covare un uovo nero che cattura le energie. Ha provato a seppellirle tra le azioni quotidiane ma l’uovo nero le spunta come un bitorzolo dagli occhi”.

Floriana Guerriero

 

Il gelo degli affetti

di Maristella Lippolis

in Altro, Letterate Magazine, LM Home, Parole/Visioni |

Due donne, Dorina e Angela, sono le protagoniste del nuovo romanzo di Emilia Bersabea Cirillo. Si incontrano inaspettatamente nel cortile del carcere di un paese della provincia del Sud, dove Dorina lavora come cuoca e Angela sconta una pena detentiva per aver ucciso una donna. Erano cresciute insieme in orfanotrofio, simili nella loro condizione di orfane, ma diverse per carattere e per destino. Da quel luogo freddo ma comunque protetto Angela era uscita presto per essere adottata, con poco amore, mentre Dorina era rimasta con le suore fino al compimento del diciottesimo anno d’età.Entrambe, ma ciascuna a proprio modo, hanno cercato di costruirsi una vita e di dimenticare il gelo degli affetti: Dorina ha scelto di diventare cuoca, ha un marito e una figlia, mentre la vita di Angela ha seguito vie più tortuose e disperate. L’incontro casuale dà l’avvio a una catena di ricordi che bruciano ancora per entrambe, tenuti a bada ma mai del tutto addomesticati. Riemergono rimorsi e rimpianti, insieme al fantasma materno: Dorina non sa chi sia la madre, è stata abbandonata lì dalla nascita e non può che fantasticare intorno a quella presenza –assenza, mentre per Angela il corpo materno rappresenta un nodo da tagliare via, da cancellare. Ma come spesso accade, l’innesco della memoria lavora sul presente, lo erode e lo ridefinisce. E così Dorina riesce a capire cosa non ama più della propria vita, e cosa desidera davvero per sé oltre il dover essere moglie e madre; per Angela l’amica ritrovata incarna lo strumento attraverso il quale tornare a decidere di sé stessa, se pure attraverso un gesto estremo.

Sulla scena agiscono molti personaggi, soprattutto femminili, la suora che più è stata vicina a Dorina e che custodisce il segreto della sua nascita, la suocera e le compagne di lavoro; figure che come un coro greco scandiscono le scene della rappresentazione e ne accompagnano l’evolversi verso l’epilogo. Ma si tratta di figure molto diverse tra loro, così come lo sono le due protagoniste, e sembra che disegnando queste molteplici diversità la scrittrice voglia metterci in guardia nei confronti di una rappresentazione troppo stereotipata del femminile.

A me sono rimaste dentro due sensazioni molto forti, terminata la lettura: la grande fatica del costruirsi la vita, che a volte può anche non essere ricompensata dal risultato, come dice Dorina: “La vita è solo questione di sorte, come sei nato. Non basta quello che fai o non fai. La fortuna, la buona stella, va a caso”. E a dirlo è proprio lei, che tra le due è quella che si salverà grazie al proprio non arrendersi al presente. La seconda sensazione è legata al freddo richiamato non a caso dal titolo; quello dei sentimenti e degli affetti, simbolicamente sottolineato dalla nevicata che incombe minacciosa sul paesaggio e condiziona la quotidianità durante i giorni in cui si svolge la storia, e quello patito dalle piccole orfane che riaffiora nel ricordo di entrambe e continua a perseguitarle nel presente: Angela in cella ha sempre freddo, e l’amica le farà avere un maglione caldo; per Dorina che ripensa ai suoi faticosi rapporti con il marito la scrittrice costruisce un’immagine significativa: “Negli anni il desiderio si è spento, come se le avessero gettato palate di neve sul corpo”.

In tutto questo gelo si apre una finestra di calore, attraverso il ricordo di un piatto meraviglioso del convento, che Dorina ripesca dal vecchio quaderno di ricette di Suor Ermelinda e preparerà in carcere per Angela: le melanzane al cioccolato. Questo gesto l’aiuta a riscoprire la sua vera passione per la buona cucina, e insieme rappresenta l’ultimo dono e il definitivo commiato da Angela e dal loro passato. Un dono anche per quelle tra noi lettrici che amano cucinare.

 

Emilia Bersabea Cirillo, Non smetto di avere freddo, L’Iguana Editrice, Verona 2016, pagine 341, 16 euro

Tagged , |

 

 

Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Non smetto di aver freddo di Emilia Bersabea Cirillo

Non smetto di aver freddo di Emilia Bersabea Cirillo di Silvana Arrighi

 

“…un racconto che  si apre ad un universo di figure femminili che popolano l’ambiente angusto di piccoli paesi dell’avellinese, del tutto simili a molti altri di quella provincia italiana con poche risorse…”

cirillo“Voglio vederti, Dorinà. Io indosserò il tuo maglione, ti bacerò sulla bocca e tu sentirai i miei denti di ferro. È stato per la tua bellezza. È stato per la proporzione del tuo viso, per la purezza della tua pelle, per come sorridevi, per le fossette ingenue sulle tue guance. Per la grazia, e quanta. È stato anche per qualcosa di intenso, commovente. Inquietante.”

È Angela a voler rivedere Dorinà. Angela rivuole le sue perline ed anche una giacca di lana perché ha freddo, non smette di aver freddo. Vuole anche le sue pietre: “ne avevo una busta piena, a casa, erano rotonde e splendenti come biglie. Erano i tuoi occhi, quando prima di addormentarmi le poggiavo sulle mie palpebre chiuse”.

Angela ama, di amore ossessivo. Prima l’amica del cuore, Dorina – la sua Dorinà – poi Lorenzo, che le ha fatto il torto di sposare un’altra donna. È un amore che si nutre di invidia e scontento: risentito, rancoroso. Livore e gelosia la rodono dentro da sempre, fin dall’infanzia all’orfanotrofio di Atrani, non mitigati dallo splendido mare che si domina dall’alto, né dai giochi, né dalle prelibatezze uscite dai quaderni di ricette di Suor Ermelinda :“Le altre hanno una casa, una vera famiglia, una madre e un padre. Uno per mano. Hanno giochi solo per loro, e felicità, e sogni. Qua tutto è di tutte e di nessuna, perché noi siamo tante e nessuna. Non ci sarà felicità per noi finché non diventeremo persone con un nome e un cognome solo nostro. Non c’è da stare tanto allegre, sapete?”.

Dorinà è bionda e bellissima, Angela – grandi occhi coperti da tonde e spesse lenti – pende dal suo viso. “Era una Madonna, era Santa Gertrude vergine e madre”, la ama e la odia per quella bellezza. Nutre per lei un sentimento morboso, misto di attrazione e aggressività, le racconta storie di fantasmi e spiriti e quando la notte Dorina ha gli incubi la solletica e la abbraccia tanto stretta da impedirle di liberarsi.

Trascorsa gran parte dell’infanzia vicine, Dorina ed Angela si rincontrano dopo molti anni di non voluta separazione. Dorina lavora nella cucina del carcere, dove le sue aspirazioni di creatività culinaria sono frustrate dal dover servire alle detenute pasti omologati, Angela è reclusa per aver ucciso. Ognuna a suo modo, sono due donne infelici anche se, in apparenza, la vita di Dorina è più lineare ed affettivamente stabile. Ma i vuoti di allora sono ancora e sempre dei vuoti, incolmabili. Angela potrebbe essere liquidata come criminale e pazza, troppo grande la devastazione che la attraversa; Dorina ha ancora bisogno di scuotersi dalla propria insicurezza ed avere il coraggio di riprendere in mano la propria vita.

Con una prosa piana, non ricercata ma incisivamente ficcante, Emilia Bersabea Cirillo risulta convincente, soprattutto nei capitoli in cui è la voce di Angela a raccontare al lettore il doloroso delirio delle proprie ossessioni. Ambientando parte della vicenda in un luogo reale, lo storico Conservatorio di S. Rosalia di Atrani (che a lungo ha ospitato un educandato femminile ed è completamente abbandonato da oltre un decennio), l’Autrice delinea un mondo che ha un profumo d’altri tempi, quando le orfanelle venivano “scelte” per l’adozione da coppie non sempre psicologicamente preparate, cui veniva inusitatamente data la possibilità di decidere quale preferivano fra le tante ospiti dell’orfanotrofio. Il racconto si svolge ai giorni nostri ma ci trasporta in un’epoca lontana, intrecciandosi all’argomento più doloroso dell’attuale quotidianità, quello della violenza domestica, più volte e da più angolazioni affrontato nella narrazione. Ed è questa, forse, la sua valenza maggiore: un racconto che stenterebbe, forse, a volare alto, si apre ad un universo di figure femminili che popolano l’ambiente angusto di piccoli paesi dell’avellinese, del tutto simili a molti altri di quella provincia italiana con poche risorse, dove la vita è grama, il lavoro è poco e pericolosamente volatile e le donne da sempre penalizzate e ferite. Con molta misura l’Autrice inserisce nel finale un po’ di speranza per Dorina, suggerendo una via d’uscita alle sue frustrazioni, e accompagna Angela verso un epilogo dolorosamente annunciato.

 

Emilia Bersabea Cirillo, “Non smetto di aver freddo”, pp. 352,  € 16,00, L’Iguana editrice, Collana verde, 2016

Giudizio: 4/5

 

http://www.satisfiction.me/

NON SMETTO DI AVERE FREDDO

Recensione di Anna Vallerugo

Non smetto di avere freddo

C’è la voce piccola di una bambina che racconta un debutto in vita difficile, in una famiglia men che solida:“ A casa scavavo fossi. Mi svegliavo da sola, mia madre dormiva fino a tardi e poi usciva senza dare spiegazioni. A scuola andavo quando potevo, la maestra si lamentava della mia sonnolenza, del mio grembiule stazzonato, dei miei capelli in disordine. La mamma ha un lavoro importante, esce presto al mattino e io devo fare tutto da sola, spiegai alla maestra seccata dai suoi rimproveri. Beh, era quasi la verità”. Sa di mentire a se stessa e al mondo, Angela, una delle protagoniste di Non smetto di avere freddo, ultimo romanzo della scrittrice irpina Emilia Bersabea Cirillo, e continuerà a farlo per sempre, in una sorta di estremo riparo alle offese che la vita ha preparato per lei. Si sfalda presto, questa famiglia incerta, porto di poco riparo, e nessuno vuole o può occuparsi più di lei, che viene messa in un istituto.

Qui la sua solitudine troverà compensazione in quella di un’altra piccola anima, Dorina: “La odiai subito, perché era di una bellezza inconsapevole, latte e miele. Mi si avvicinò, disse il mio nome e mi invitò a giocare. Alla conta del nascondino mi toccò cercarla. Era una cavalletta, una libellula, una lucciola che tentai di abbracciare nel buio del campanile…”.

La mancanza di ogni forma strutturata di amore va a essere supplita da forme irregolari, spurie, da legami di sangue e saliva di contatti rubati di corpi in androni, abbozzi di sentimento tenaci.

Poi per una sola delle bimbe l’adozione, il conseguente distacco.

E il ritrovarsi solo molti anni dopo, su piani esistenziali sfasati: non è stata generosa la vita con Angela, che accusata di omicidio si ritrova in carcere, lo stesso dove, scoprirà, Dorina lavora come cuoca. A quest’ultima la vita ha riservato una casa, abbracci di una sola figlia che sanno “di banana, casa, gessetti”, un marito assente e gretto, altre figure che le ruotano accanto, tutto terribilmente nella media e per questo detestabile. Lei ambirebbe a cucinare bene e Cirillo eccelle nel descrivere la preparazione dei piatti, i quaderni di cucina antichi riesumati in occasioni speciali dalle suore dell’istituto quando era bambina, densi di una carnalità che non riesce a essere imbrigliata nonostante la natura religiosa del luogo, e che l’autrice rende con accenti di particolare, spessa sensualità. Mira Dorina, in fondo, a cambiare, a inseguire un suo bello, semplice, abbordabile, “Le piace perdersi in un film di sentimenti, in cui qualcuno fa qualcosa per qualcun altro e viceversa” a riparare, insomma, la sua di solitudine.

E’ Angela a vorrei ristabilire un contatto con la sua “Madonna” che continua a desiderare di un amore ossessivo, nonostante con gli anni il suo obiettivo fosse stato spostato su un’altra persona, un uomo stavolta, colpevole anch’egli di non averla saputa amare e in qualche modo responsabile anche della piega di vita che l’ha portata in carcere (e su cui qui si preferisce tacere per non scoprire troppo della trama).

Angela dalla cella – di cella in cella si muove la sua vita, dall’istituto di Atrani al carcere- presenta le sue richieste: rivedere Dorina, ottenere alcuni sacchetti di perline per creare le sue collane con cui ristabilisce un equilibrio di bellezza in una esistenza che poca gliene ha donata, avere infine un maglione con cui riscaldare il freddo perenne che sente dentro e che giustifica il titolo del romanzo.

E’ un romanzo in doppio controcanto, questo di Emilia Bersabea Cirillo: due le voci narranti, due i tempi dei fatti, in un’alternanza che l’autrice riesce a governare con efficacia.

E’ soprattutto romanzo di puntuale introspezione del femminile (le edizioni L’Iguana si dedicano a questa tematica con passione e particolare cura), intimo, che rispetta desideri e solitudini e affonda anche nei lati più oscuri dell’animo umano senza remore.

Intimo eppur sociale: non dimentica, Cirillo, di descrivere il dramma familiare della scelta obbligata dell’ emigrazione (al Sud più che al Nord, che comunque non ne è immune), ma bene lo soppesa, dandogli un giusto spazio solo sul fondo delle vicende e portando invece in primo piano le storie delle due donne, due figure che restano, a cui Emilia Bersabea Cirillo affida un parlato piano e potente, a contrasto con il dialettale di altri personaggi. E se in alcuni – pochi- dialoghi la scrittrice pecca di inserire qualche parola di registro troppo alto, perdendo giusto per un attimo in autenticità, si fa certo perdonare nella capacità di tenere sempre viva la tensione per più di trecento pagine di lettura coinvolgente, in una corsa inarrestabile verso un finale che se da un lato è condanna dall’altro apre a una speranza, una speranza in forma possibile.

“Non smetto di aver freddo”: storia di Dorina e Angela, due donne orfane della vita

di Delia Morea

“Non smetto di aver freddo” (L’Iguana editrice, pagg.352, 16 euro), il nuovo romanzo di Emilia Bersabea Cirillo, si presenta sin dalle prime pagine come un romanzo di razza. Il linguaggio, la storia, la costruzione stessa della narrazione sono in perfetto amalgama come i tempi giusti di una musica e costituiscono una prova di maturità letteraria della scrittrice architetto irpina, che ci ha abituati da tempo alla sua prosa rigorosa che nulla concede a sentimentalismi (penso alla sintesi dei suoi bellissimi racconti, anche all’ultima raccolta da lei pubblicata “Gli incendi del tempo”, et al. edizioni).
Il suo realismo, direi quasi neorealismo (per citare in prestito, uno stile cinematografico italiano che è stato di necessaria importanza per raccontare la vita com’è), l’acuta e sapiente mano di scrittrice, questa volta l’ha portata a creare un romanzo, a mio avviso, fondamentale per il suo percorso letterario, che avvince i lettori senza smettere, fino alla fine.
“Non smetto di aver freddo” (il bellissimo titolo è ispirato a un verso della poetessa polacca Izabela Filipiak) mi sembra il romanzo più completo e perfetto della Cirillo, in esso intervengono tutti gli elementi che concepiscono il vivere: amore, amicizia, odio, morte impastati in maniera magistrale nella storia di due donne.
Dorina e Angela sono due “orfane” della vita, è il caso di dire, perché se la prima vive questa reale condizione e non ha mai conosciuto la madre, la seconda a questa condizione ci è arrivata a causa della morte violenta della madre.
Due storie diverse che s’incrociano nell’amicizia tormentata fra le due donne dissimili l’una dall’altra come la notte e il giorno, prima bambine in un orfanatrofio e poi adulte, eppure legate da un filo indissolubile che le farà incontrare di nuovo e in un momento drammatico della loro vita. <br<Due storie diverse, si diceva, e due voci diverse che la sapienza della scrittrice alterna tra presente e passato, due registri, due orditi che si fondono in una sola trama di disperazione per Angela e di riscatto per Dorina.
Sullo sfondo una Irpinia innevata, gelida a tratti grigia, un freddo continuo che non è solo fisico e immanente ma diventa anche condizione interiore dell’animo delle due donne.
Come un percorso iniziatico il titolo del romanzo, la sua forza intrinseca, conducono il lettore durante tutto il percorso della storia in un freddo, un gelo che è superiore a ogni volontà, è metafora di solitudine e di profondi, oscuri recessi della nostra mente.
Intorno al plot, Emilia Bersabea Cirillo racconta e descrive con maestria il contesto sociale, politico di una provincia, di un mondo operaio dove la parola “cassa integrazione” è il demone che s’insinua tra i lavoratori.
Ancora magistrale e molto realistica (come del resto tutto il romanzo) è la descrizione del carcere femminile dove Dorina lavora come cuoca e dove accadrà l’incontro drammatico con Angela dopo tanto tempo.
I personaggi, femminili e maschili che ruotano intorno alle protagoniste della storia, sono scolpiti nelle loro miserie, difetti e debolezze: un mondo vero e preciso che la Cirillo cesella con tratti taglienti, pertinenti, mai esagerando, in una prosa evocativa dalla quale emergono, agli occhi del lettore, i medesimi personaggi e fatti, come persone e fatti appartenenti ad una realtà visibile.
Infine le scrupolose e bellissime descrizioni di questa vita in movimento, nella semplicità e nel fascino delle ricette culinarie, dei ricordi del passato, dei giochi di bambine, di terrazze assolate.
Il romanzo di Emilia Bersabea Cirillo attraverso la storia di due donne ci racconta la vita, ripeto, e lo fa in maniera magistrale, senza orpelli, con una lingua a tratti pacata, malinconica, a tratti ribelle e cruda, a tratti inserendo vividi elementi dialettali ma sempre raccontando attraverso di essa gli stati d’animo dei personaggi, l’incedere della storia, adeguandola a momenti ed emozioni.
Un romanzo di bellezza e impatto, di contenuti profondi e di accadimenti drammatici o semplici. La voce di Emilia Bersabea Cirillo, la sua scrittura, sono preziose tessere nel mosaico del panorama letterario odierno.

http://www.ilmondodisuk.com/dettaglio_notizia.asp?ID=6285

da Il Mondo di Suk 25 luglio 2016

13700963_1661430694179141_2133888270281720335_o

 

13876157_1661430760845801_1870678576627225884_n

da LEGGERE DONNA luglioagostosettembre 2016

 

Un  consiglio di lettura di Ave Ghirelli

 

il mio romanzo

 

Perché leggere questo libro? Ecco tre buone ragioni.

LA STORIA: si concentra intorno alle vicende di due donne, Dorina e Angela, che hanno trascorso insieme un’infanzia frantumata in orfanotrofio, intrecciando un’amicizia spinosa – carica di abbandono e violenza –  e che oggi si rincontrano  in carcere. Dorina da donna libera, cuoca inappagata e triste e Angela da reclusa, assassina che cova fantasmi e desideri.

I PERSONAGGI: Dorina e Angela, il freddo e il fuoco, la grazia e la bruttezza sono i personaggi indimenticabili del romanzo di Emilia B. Cirillo, figure che fatichi a lasciare quando hai finito il libro! Donne che cercano un proprio spazio nella vita e si cercano nella storia.

LA SCRITTURA: sapiente e raffinata, a partire dagli incipit: “Erano andate via tutte. Al battere delle mani di suor Vittoria, comparsa all’improvviso sul terrazzo, il gioco della mosca cieca era finito in un lampo” (Mosca cieca, pag. 9). “Crudele! Inveiva suor Ermelinda quando Angela portava in cucina le lucertole sezionate” (I calzettoni di lana a righe, pag. 31).

L’autrice ha una spiccata abilità nel descrivere la bellezza dei luoghi e il suo contrario – il Conservatorio di Santa Geltrude di Atrani, il carcere, Napoli… – nel rappresentare l’accumulo di vita negli elenchi di oggetti acquistati al supermercato, in quelli di pietre preziose, oppure di fiori e piante.  E’ una scrittura capace di raccontare lucidamente i nostri giorni, la crisi di tante piccole e medio imprese in primo luogo, la crisi della famiglia… ma è anche magica, quando Dorina “legge” immagini nello strato di amido lasciato dal riso nel lavabo, sogna o, semplicemente, vive.

http://www.mangialibri.com/libri/non-smetto-di-aver-freddo

 

NON SMETTO DI AVER FREDDO

Non smetto di aver freddo
GENERE:
EDITORE:
ARTICOLO DI:
       

Tutte le bambine si allontano immediatamente al solo battito delle mani di suor Vittoria interrompendo bruscamente il gioco di mosca cieca a cui tutte partecipano con spensieratezza. Angela non ha sentito nulla. È ancora lì, bendata, alla ricerca delle sue compagne di gioco. Si sente di nuovo sola, spaesata. Una sensazione che ogni notte cerca di mettere via, nell’angolo più remoto della sua mente, di modo che resti quasi sempre inaccessibile, che non la tormenti. Così come desidera che i suoi ricordi smettano di tormentarla. Un giorno era a casa sua, a Nocera, con sua madre e suo padre, l’altro era in un istituto: sola e abbandonata. Nessuno ha potuto più occuparsi di lei. C’è solo la sua amica Dorina. Ci sono solo loro due per Angela. Ma mentre Dorina è una bimba estremamente ubbidiente e generosa, timorosa e rispettosa delle regole, Angela è vivace, indomabile, con la voglia di scappare via dall’istituto delle suore. La vita le dividerà per molti anni. Dorina si sposerà, avrà una figlia e un marito, lavora come cuoca (il sogno della sua vita) non in un grande ristorante ma nella mensa di un carcere. Un giorno, mentre lavora, alza lo sguardo ed eccola lì: Angela. Non la vede da tantissimi anni. Ed ora si materializza davanti a lei. È una detenuta per giunta. Il passato torna a sconvolgere la vita di Dorina: perché, si sa, fare pace con il proprio passato è quanto di più complesso possa esserci richiesto…

Non smetto di aver freddo è un romanzo profondamente introspettivo. Sono due le voci narranti: Angela e Dorina. Cresciute in un periodo difficile della loro vita in un istituto e poi divise senza più possibilità di contattarsi. Eccole una di fronte all’altra dopo molti anni. Segnate dalla vita, segnate dal dolore. Angela accusata di omicidio, Dorina intrappolata in una vita coniugale che non la soddisfa più ma che non riesce a rompere per amore di sua figlia e per senso del dovere. Ognuna delle due vorrebbe disperatamente confrontarsi con l’altra, fermarsi a parlare, a raccontare di tutti gli anni e le esperienze che le hanno divise, delle consapevolezze acquisite, delle esperienze fatte. Angela ha solo bisogno di circondarsi della bellezza che ha perso: bellezza della vita, bellezza dei sorrisi, della semplicità. Probabilmente ha commesso un omicidio e questo la tormenta. Dorina, dal canto suo, vorrebbe aiutare la sua amica. Ma come può? È possibile farlo dopo tanti anni? Romanzo di formazione tutto declinato al femminile, Non smetto di aver freddo è un lavoro molto interessante e profondo. La narrazione non subisce mai battute d’arresto né ci sono passaggi a vuoto durante i quali il lettore possa perdere il filo della trama. Anzi. Emilia Bersabea Cirillo, che ha molte pubblicazioni alle sue spalle, dimostra una grande capacità di gestire una trama a due voci: esperimento non facile di certo. Si affonda nei meandri dei pensieri delle protagoniste, nella “metà oscura” che ognuno di noi, nostro malgrado, possiede. Le due protagoniste ci insegnano che, dopo ogni sofferenza, la bellezza è dietro l’angolo: basta solo riuscire a vederla e ad accoglierla nella nostra vita, nulla è impossibile nella vita, basta accogliere i cambiamenti ed essere sempre pronti a rimettersi in gioco.

 

https://riflessistoricimicrostorie.wordpress.com/2016/09/08/non-smetto-di-aver-freddo-di-emilia-bersabea-cirillo-storia-di-un-riflesso/

Il gioco degli specchi è la misura prima di qualsiasi esperimento letterario. Qualsiasi forma si scelga per scrivere, c’è sempre uno specchio in cui l’autore si riflette. È un’esigenza di copione perché la parte dello scrittore è quella di chi deve restituire brandelli di realtà, osservata in maniera maniacale, senza che neppure se ne accorga. Emilia Bersabea Cirillo osserva ogni cosa e, ogni cosa afferra, sminuzza, trattiene, rielabora. Ci sono dei momenti in cui vedi proprio le sue mani intente ad impastare scrittura, allo stesso modo in cui Dorina tira la sfoglia mentre riordina i pensieri e, Angela infila pietre per le sue collane, dal taglio differente ma comunque bellissime, per la stessa ragione. Le protagoniste di “Non smetto di aver freddo” sono due donne che si incontrano da bambine, in un orfanotrofio e, a cui suor Gertrude decide di dare vite differenti, distanti. Ma la vita, come la scrittura, rimette tutto a posto a suo modo, perché i rapporti tra persone hanno loro leggi e loro geometrie. Poco c’è da fare e, non perché c’entri il destino, ma proprio perché i rapporti umani che si creano in un modo o nell’altro restano lì, ad aspettare di tornare in vita. E così dopo che sia Dorina, sia Angela hanno vissuto con una mancanza, chi ci vede per davvero, operazione riflessiva, ci resta attaccato dentro e inevitabilmente riappare, si ritrovano. Così in questo libro il doppio è continuamente ricomposto anche nella scelta del carattere tipografico, diverso per le due protagoniste. A rimarcare di una la vita incorniciata, reale, ma distante da sé e, da una necessità di introspezione che si esplica attraverso la cura degli altri, dell’altra rimarcata invece da un’attenzione maniacale al proprio io interiore, attenzione che degenera nel rifiuto della realtà, per come l’occhio la vede, ma che Angela sente inesatta per la sua dimensione emotiva. Ricorda il bel murales di Bosoletti a Bonito questo libro. I libri sono un segno del tempo, così l’arte e, spesso ci sono contaminazioni e rimandi neppure immaginati. Questo murales raffigurante una donna e il suo doppio al chiaroscuro è l’esatta copia di questo libro. È pure singolare che sia a Bonito, poco distante dal luogo in cui vive e scrive Emilia Bersabea Cirillo. Paesologa, prima che fosse di moda e, prima che diventasse un genere letterario. Solo che lei è al di là di questo schema che riduce la figura dello scrittore. Chi scrive è altrove sempre e, spesso sceglie di vivere fisicamente in un luogo, perché radicarsi serve a non perdere la bussola e, a vivere in maniera meno dispersiva. O semplicemente a poter iniziare le giornate in automatico, mentre la penna decide dove approdare. Resta leggendo questo libro la difficile opera che una scrittrice donna deve fare per mettere insieme Dorina e Angela, le sue due parti, cercando di accudire entrambe senza che nessuna delle due soccomba per troppa incuria. Lo scopo più importante della Letteratura: accudire mentre si fa compagnia

“La morte entrò nella mia vita camminando su quei piedi silenziosi, conoscevano il percorso, sapevano che fare. Dormivo, ma sentivo leviti oltre la parete. […] Non dormivo, facevo finta. Chiudeva gli occhi per essere lasciata in pace nella mia tana da bambina, nella stanza dalle tendine a fiori in verità che mi davano il prurito solo a sfiorare, alla luce fioca della Madonna di Pompei, vergine e martire che aiuta gli orfani nella sua immensa misericordia, come dovevo pregare la sera quando a mia madre veniva voglia.”

ROSARIA FORTUNA

emilia-3

emilia bersabea cirillo in una foto di Giuseppina Pepe

http://www.alessandrasarchi.it/letture_incrociate_e_perline_bugiarde/

Isaac Israel, "Girl reading on a sofa", 1920

12 settembre 2016

Una lettura impegnativa ha accompagnato la mia estate: Riconoscere è un dio. Scene e temi del riconoscimento nella letteratura, di Piero Boitani (Einaudi 2014).

L’autore individua nel tema del riconoscimento un modello portante e una chiave per leggere moltissima della letteratura mondiale: da Omero a Proust, dalla Bibbia a Thomas Mannriconoscere significa soprattutto accedere a un grado di conoscenza superiore, togliersi un velo da davanti agli occhi, far procedere la storia, e dunque l’attenzione del lettore, verso una dimensione ulteriore.

Mentre Boitani articolava l’analisi di molti classici costellati nei punti salienti di scene di riconoscimento, io rivedevo alla luce di questo schema tanto fruttuoso – perché legato alla vocazione profonda del narrare, ossia provare empatia per l’altro, imparare e riconoscere nell’altro se stessi – numerosi romanzi contemporanei letti di recenti, fra cui il libro di Emilia Bersabea Cirillo: Non smetto di aver freddo, pubblicato da poco da L’iguana editrice, un coraggioso progetto tutto al femminile guidato da Chiara Turozzi.

Al centro di questa storia molto bella di due donne, Angela e Dorina, cresciute da bambine in una realtà difficile come quella di un orfanotrofio del Sud Italia, diventate adulte con la fame dell’abbandono addosso, fino a un ritrovamento che tale realmente non è, poiché a dividerle ci sono, non solo le vite diverse, ma le mura e i cancelli di un carcere, c’è una sequenza di riconoscimento che passa attraverso il cibo: il riso in bianco con verdure che ogni giorno Dorina cucina per Angela, detenuta stramba, esigente, completamente isolata. L’una ha perso le tracce dell’altra e ignorano le reciproche sorti, ma per il tramite del cibo, che è veicolo di cura, di affetto e di attenzione, Angela e Dorina si ritrovano e riconoscono. Dorina comprende la disperazione di Angela, in lei vede la versione più estrema del proprio smarrimento e risorge l’antica alleanza contro la ferocia del mondo, contro l’ingiustizia patita e contro la loro stessa inemendabile fragilità.

I chicchi di riso sono grani di nutrimento quotidiano, come gocce di un latte che da donna a donna, da amica sorella e madre scorrono, come se fosse di questa stessa ambigua e vitalissima sostanza che i rapporti femminili si alimentano nella loro essenza più vera, o più incoercibile, quegli stessi chicchi si trasformeranno, saranno perle di morte, perline bugiarde da ingoiare per terminare una vita che Angela non regge più, reclusa al mondo, e incapace al perdono di sé.

 

 

Leggendaria n.118 /2016

 

recensione-legendariarecensione-leggendaria-2

http://www.lepersonalbookshopper.it/2016/10/26/non-smetto-daver-freddo-di-emilia-bersabea-cirillo/

Hai presente quando un amico o un’amica ti deludono così tanto che pensi di aver sprecato il tuo tempo e le tue emozioni? Di aver dato troppo e ricevuto troppo poco? Quando ti passa proprio la voglia di credere nel prossimo? Per esorcizzare questa terribile sensazione ti proponiamo di leggere il romanzo “Non smetto di aver freddo” di Emilia Bersabea Cirillo  (L’Iguana editrice, collana Verde, 348 pagine). Può piacerti se in generale ti riconosci in questo identikit:

Genere: femmina

Età: dai 25 anni in su

Carattere e stato d’animo: sei una persona sensibile, generosa, paziente, ma cerchi nella vita anche un po’ di brivido. Alla domanda “qual è la cosa più importante per te?”, risponderesti senza dubbio “l’amicizia”

Libri piaciuti: “C’era una volta anzi due” di Benoîte e Flora Groult, il dittico “Il fuoco amico dei ricordi” di Alessandro Piperno, “Follia” di Patrick McGrath

Abbiamo intervistato l’autrice, che ci racconta il mistero dell’amicizia. Premi play (o scarica il podcast qui):

Audio Player

 

Il titolo richiama un gran freddo, ch’è dentro i personaggi “sbagliati” di questo romanzo. Siamo tutto un poco sbagliati? Attiva il player o scarica il podcast qui:

Audio Player

 

_736

Come uno sputo nel piatto

di Monica Pareschi

Emilia Bersabea Cirillo
NON SMETTO DI AVERE FREDDO
pp. 352, € 16
L’Iguana, San Bonifacio (VR) 2016

In un Sud plumbeo che trasuda umido e muffe, nel freddo appenninico che penetra attraverso la trama infeltrita dei maglioni e ghiaccia le ossa, dove la luce fatica a insinuarsi tra mura di pietra in sfacelo e facciate di cemento cresciute senza grazia e il sole ferisce senza schiarire, due bambine crescono senza amore: “sola come uno sputo nel piatto” eppure bianca e miracolosamente intatta Dorina la bionda, Dorina la bella; preda di un eros vendicativo e rabbioso Angela, sorella di solitudine cupa e speculare, segnata da una bruttezza irrimediabile, ossa aguzze, occhiali spessi e neri denti di ferro; figlia di puttana, figlia del disamore. Unite tuttavia da un patto scellerato che passa per il desiderio cieco dei corpi cuccioli e poi adolescenti, dove la rivelazione terrorizzante del sesso si mescola al disgusto, la carezza alla brutalità del frugare, il dito si fa artiglio, la lingua sonda schifosa e viscida, la pelle epitelio freddo di mollusco e l’osceno della carne trasmuta in una vagheggiata unione mistica: “io sarò per te e tu per me” dice Angela, e le parole sembrano echeggiare quelle tra Cristo e un’altra Angela di luce e di buio, la Beata da Foligno: “Tu es ego et ego sum tu”, tu sei me, e io sono te.

Se appare mistico e perciò annientante il legame tra le due protagoniste, è tuttavia alla tradizione della grande narrativa realista che sembra guardare il bel libro di Emilia Bersabea Cirillo: romanzo di durezze e fatiche concrete del vivere, dove degrado ambientale, politiche dissennate del lavoro e crisi economica avvelenano esistenze che annaspano per non perdersi, scavano abissi di incomprensione affettiva, congelano amori che forse in luoghi meno ingrati si sarebbero potuti salvare, ed è notevole che in una narrazione che si sarebbe tentati di leggere “al femminile” una parte così ampia sia dedicata al dolore dei maschi: un dolore che certo è il risultato di uno sgretolamento dei ruoli tradizionali ma è reso più crudo dall’umiliazione sociale e da un’impotenza che è anche figlia di povertà materiale.

Mentre gli uomini si dibattono tra affetti disattesi, delusioni personali e politiche, cassa integrazione, sindacato e l’extrema ratiodell’emigrazione, le donne resistono e insistono all’interno di vite che non hanno scelto ma che vanno rese dopotutto vivibili. E così, tra orfanotrofio, casa, carcere e casa-carcere si muovono Dorina e le altre, nutrendosi a vicenda di parole e di cibo, perché in questo romanzo davvero “la frase d’amore più vera, l’unica, è: hai mangiato?”. Quest’arte di nutrice trasmessa dalle suore dell’istituto che accoglie Angela e Dorina da piccole diventa professione per Dorina la frigida, colei che non sa nutrirsi d’amore ma finisce per dispensare cibo amoroso nella più truce delle case, la prigione appunto: “Perché nessuno è infelice quando mangia”, come spiega Dorina allo psicologo del carcere.

Uscire dal carcere freddo della vita: è questo il percorso necessario per Angela e per Dorina, e ciascuna lo farà a modo proprio, e secondo la propria indole e il proprio destino, in un romanzo che per costruzione fa spesso pensare ai grandi classici dell’Ottocento inglese; non a caso i romanzi delle Brontë sono tra le letture predilette dalle due bambine, e se Cime tempestose è appropriatamente il libro di Angela – l’amore mai adulto che divora, annette e distrugge, l’amore-odio che non esce dalla prigione deformante dell’io – c’è molto di Jane Eyre nell’esordio esistenziale delle due orfane, e poi nei colpi di scena risolutivi che vedono Dorina ritrovare il filo della propria storia personale e acquisire una temporanea indipendenza economica assieme alla possibilità, finalmente, di scegliere la propria vita. È questo radicamento profondo nella grande letteratura classica femminile europea, con amore e denaro in primo piano, e allo stesso tempo una lingua che non teme di calarsi nelle pieghe degli idiomi regionali, una lingua affettiva, brutale, odorosa e corporea, sempre letteraria, a costituire l’originalità di questo romanzo arcaico e insieme nuovissimo.

Le storie, il tempo e la propria terra nell’intervista a Emilia Bersabea Cirillo per “Non smetto di aver freddo” (L’Iguana Editrice, 2016)

Emilia Bersabea Cirillo ritorna in libreria con un nuovo avvincente romanzo edito da L’Iguana Editrice. Protagoniste di Non smetto di aver freddo sono due donne, la loro vita, i loro trascorsi e tormenti.

Una storia intensa quella narrata dalla Cirillo, ispirata da un vecchio fatto di cronaca e dalle personali esperienze dell’autrice. Una vicenda che corre lungo i binari del tempo trascorso, che ha segnato le vite di Dorina e Angela al pari degli accadimenti che le hanno viste e volute, in vario modo, vittime e carnefici. A fare da sfondo e da base, come sempre nei racconti della Cirillo, la sua terra, l’Irpinia. Un ripetuto omaggio che vuol rappresentare ogni volta una conferma, d’amore e passione.

Ne abbiamo parlato nell’intervista che gentilmente ha concesso.

La sua carriera di scrittrice sembra scorrere su un doppio binario: da un lato i racconti brevi, dall’altro i romanzi. In entrambi i casi lei utilizza una prosa asciutta che sembra limitarsi all’essenziale, eppure nei suoi scritti traspare sempre un grande trasporto emotivo. Come nasce il suo stile di scrittura?

Ho impiegato molti anni a trovare una mia voce, cioè una modalità e un ritmo per raccontare le storie che mi vengono in mente. Devo certamente questo alle letture che ho fatto, ma anche al lungo lavoro di scrittura, che mi vede intervenire sul testo, una volta finito, ripetutamente. Cerco di togliere, anziché aggiungere, di trovare o inventare parole appropriate, che siano efficaci, di scrivere frasi brevi. Sono queste che danno il respiro alla scrittura. Anche se la ricerca di uno stile di scrittura non si conclude mai del tutto.

Questa volta ritorna in libreria con un romanzo. Una storia intensa che vede due donne protagoniste, o meglio il legame tra le loro vite. Come nascono i personaggi di Dorina e Angela?

Da una lettura di un fatto di cronaca, occorso anni fa a Firenze. Una donna aveva ucciso a coltellate la moglie di un uomo a cui lei credeva di appartenere. Una storia di stalking che mi colpì moltissimo. Leggevo dentro dolore e solitudine. E per altre vicende personali, che hanno a che fare con il mio lavoro di architetto. Per un periodo, ho diretto i lavori del carcere di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino. Dorina, l’altra protagonista, voleva essere una donna semplice, che vive e lotta per il suo quotidiano, una donna che alle spalle non ha altro che se stessa. E che vuole vivere la sua piccola, difficile vita. Con ostinazione, con speranza.

Ancora una volta la storia da lei narrata ruota intorno al concetto di tempo, in questo caso quello trascorso e che contrappone infanzia e maturità. Cosa vuole trasmettere ai suoi lettori indagando così a fondo il tempo che passa?

Penso che scrivere significhi narrare il tempo. La vita dei protagonisti è tempo trascorso, tempo vissuto, tempo che si attende. Sul tempo Proust ha scritto la sua monumentale Recherche.

Non c’è storia senza tempo.

Leggi anche – Recensione a “Gli incendi del tempo” di Emilia Bersabea Cirillo (et al./Edizioni, 2013)

Un ulteriore tema nel quale la sua penna affonda senza remore è l’indagine dell’animo umano, femminile, mettendone a nudo gli aspetti più bui e ‘pericolosi’. In Non smetto di aver freddo sono gli accadimenti che determinano lo stato d’animo di Angela e Dorina oppure è la loro mente che in un certo qual modo condiziona gli eventi?

È il caso che ci fa nascere in un modo anziché in un altro, in un luogo o in un altro. Sono le circostanze intorno a noi che condizionano la nostra educazione, la nostra visione del mondo. Senz’altro sono gli accadimenti che determinano gli stati d’animo. Certo l’indole è qualcosa di imponderabile, che ha la sua importanza nella costruzione della individualità, sia di una persona che di un personaggio. E questo in una narrazione è da tenere sempre presente.

In più punti del suo romanzo il lettore ha l’impressione che questa profonda ricerca dentro di sé sia l’unica strada percorribile dalle protagoniste per riuscire a capire e affrontare ciò che sta fuori, il mondo e la vita. È questa la via da seguire secondo lei?

Penso che senza conoscere a fondo se stessi, non si riesca a rispondere alla domanda fondamentale della nostra esistenza: Che voglio fare nella vita? Noi lo sappiamo, in fondo in fondo, cosa vogliamo diventare, e dobbiamo deciderlo e imparare a percorrere la strada, per lo più in salita, che ci porta al nostro obiettivo. Strada che spesso è piena di conflitti, difficoltà, aporie. Solo conoscendo bene se stessi, ci si può non scoraggiare e adeguare alle contraddizioni dell’esistenza, in fine scegliere, una strada o un’altra. Che poi, nei libri, è quello che accade ai personaggi, che devono affrontare i loro conflitti. Il come, il modo con cui i personaggi li affrontano che è importante nella dinamica narrativa. E contribuisce a rendere un protagonista indimenticabile.

Leggi anche – La scrittura come autoanalisi e auto-rivelazione. Intervista a Fioly Bocca per “L’emozione in ogni passo” (Giunti, 2016)

Le storie sono diverse, gli sviluppi delle vicende anche ma c’è una cosa che sembra non voler mai abbandonare. Permane nei suoi libri la volontà di raccontare, accanto alle storie dei protagonisti, la sua terra. Cosa rappresenta per lei e cosa invece vorrebbe fosse percepito dai lettori?

Non credo che si possa raccontare una storia senza raccontare un luogo. Io vivo qui, in Irpinia, ed è questo il posto che conosco meglio di altri e che mi piace descrivere. Dove potrei ambientare le mie storie se non tra queste montagne, questi paesi, questi panorami? Credo che nominare un luogo, farlo diventare protagonista delle mie storie sia assolutamente automatico. Come un binomio. Non c’è terra migliore di quella che si abita, per scriverne. Il lettore attento lo sa.

Source: Si ringrazia Emilia Bersabea Cirillo per la disponibilità e il materiale

Disclosure: Fonte della trama e della biografia dell’autrice http://www.liguana.it

© 2017, Irma Loredana Galgano. Ai sensi della legge 633/41 è vietata la riproduzione totale e/o parziale dei testi contenuti in questo sito salvo ne vengano espressamente indicate la fonte irmaloredanagalgano.it) e l’autrice (Irma Loredana Galgano).

https://happytobehere.it/da-scoprire/happy-to-read-here-consigli-lettura-di-luglio/

 

Ecco i libri del mese di luglio suggeriti da Le Personal Book Shopper:

1. I delitti di Via Medina Sidonia e La doppia vita di M Laurent di Santo Piazzese (Sellerio Editore Palermo).

Quello che resta prepotente girata l’ultima pagina dei due romanzi dello scrittore siciliano è, prima ancora della trama gialla, la presenza sottile e costante della città di Palermo che attraverso le abitudini e le passioni del protagonista, un ricercatore biologo un po’ dandy, emerge nel suo fascino decadente. Soffia lo scirocco mentre Lorenzo La Marca, in cerca di risolvere il caso di suicidio apparente di un ex collega e amico, fa la spola tra Mondello, l’Orto botanico cittadino, l’Università, le Madonie. Nel secondo romanzo, oltre a indagare, girare per Palermo e mangiare panelle, La Marca trova anche il tempo d’innamorarsi. Di una medico legale, tanto affascinante quanto sposata. 

2. Non smetto di aver freddo di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana editrice)

Due amiche, compagne d’orfanotrofio, s’incontrano dopo molti anni in carcere. L’una fa la cuoca, l’altra è dietro le sbarre per aver ucciso la moglie dell’uomo che dice d’amare. Cosa resta d’una sorellanza così? Il freddo esistenziale del tempo presente ch’è esasperato dall’instabilità; il calore che, forse, un maglione di lana comprato da un’amica per l’altra può portare, all’ultimo, o forse no.
La vicenda si dipana tra Avellino, Napoli, Atrani sulla costiera amalfitana e Frigento, un paese innevato del freddo Appennino irpino, tanto sconosciuto quanto familiare.

 

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: