Eugenio Montale – Le Occasioni IV.VII L’ESTATE

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Eugenio Montale – Le Occasioni IV.VII L’ESTATE

cavallucci gravidi
L’ombra crociata del gheppio pare ignota
ai giovinetti arbusti quando rade fugace.
E la nube che vede? Ha tante facce
la polla schiusa.
Forse nel guizzo argenteo della trota
controcorrente
torni anche tu al mio piede fanciulla morta
Aretusa.
Ecco l’òmero acceso, la pepita
travolta al sole,
la cavolaia folle, il filo teso
del ragno su la spuma che ribolle –
e qualcosa che va e tropp’altro che
non passerà la cruna…
Occorrono troppe vite per farne una.

Pecore in città

irpinia mario perrotta

foto di Mario Perrotta.

Fino a qualche anno ha, sotto la casa di mia madre, in via Derna, passava almeno due volte l’anno un gregge di pecore. La loro presenza era annunciata dal suono dei campanacci, un suono roco e disomogeneo, assolutamente inconfondibile. Correvamo al balcone per vedere. Che poi era sempre la stessa scena: un pastore che apriva il corteo, il gregge vero e proprio, le zampe nere di un cane che spiccavano in quel bianco in movimento, due aiutanti pastori che fischiavano e contenevano con ampi gesti delle braccia le bestie, e un altro pastore che chiudeva la fila. La processione durava una decina di minuti, tra l’apparire e lo svoltare verso la campagna, all’inizio di piazza Cavour, nei pressi dell’attuale Questura. Da dove venissero e dove andassero le pecore e il pastore, e perché il loro tragitto passasse per la città, non l’ho mai saputo. Potevano fermarsi nei campi dietro i valloni, a contrada Bagnoli, ad Acque del Paradiso e restare a pascolare in pace, anziché scendere per le strade rumorose e spaventare le bestie.

Era, quella scena che si ripeteva due volte l’anno, la conferma che vivevamo ancora in una città con campagna, che eravamo salvi, allora, da ogni inquinamento e da ogni possibile distruzione del paesaggio. Che era vivo quell’equilibrio, miracoloso, in verità, tra il fare manuale e quello intellettuale, che questa città aveva un passato forte da cui scaturiva, come una sorgente e la sua acqua. Non vedevo, lo ammetto, quello che silenziosamente si stava preparando, l’assurda perché non necessaria avanzata del cemento, che ha trasformato il nostro paesaggio, le nostre colline, che hanno imprigionato l’aria, la luce. Non necessaria perché il numero di abitanti, in città, non è aumentato. Anzi, alla luce delle partenze di giovani che non fanno ritorno, direi che è diminuito. Non necessario perché c’era tanto da recuperare, da abbattere e ricostruire, del nostro patrimonio abitativo, che la città avrebbe potuto continuare ad avere la sua forma di fuso, chiusa tra i due fiumicelli, com’era stata per secoli. E se anche avesse voluto, avrebbe potuto ampliarsi conservando la sua forma, decidendo di addizionare il fuso, in altri fusi paralleli al primo, per mantenere al suo interno una regola. Perché qui, come in tante città, è la regola algebrica che si è perduta. Comporre una città secondo armonia, secondo un accrescimento non casuale, non dettato dal regime delle proprietà e dalla sola scelta funzionale, è quello che ci ha insegnato il razionalismo architettonico. E’ quello che ha permesso a Vienna di espandersi e di diventare la grande Vienna e a Berlino di diventare l’esempio di città operaia senza che perdesse la sua eleganza.  E’ mancato chi sapesse tenere la matita bene in mano e che sapesse disegnare, come faceva Tessenow, una città che bastasse a se stessa, con case e giardinetti, con alberature e slarghi, con pergolati e panchine, e che fosse tutto pubblico, tutto di tutti. Qui le cose nate per il pubblico si mantengono a fatica. Manutendere costa più che mettere in piedi. Perciò gli edifici pubblici recuperati sono occupati dal vuoto. Restano bui e silenziosi come fari spenti. E le case costruite dappertutto, anche negli scarti dei fossi, restano invendute, mancando perfino l’acquirente delle periferie napoletane, che, passata la grande paura dell’eruzione del Vesuvio, decide di restare a godersi il mare e il suo paese.

Torneranno le pecore in città. Questione di anni. Ne sono sicura. Saranno richiamate dall’odore dell’erba che intanto avrà coperto le case abbandonate. Gli animali sanno passarsi la voce molto meglio di noi, che pure stiamo a bivaccare su internet.  E faranno la tana e l’ovile nelle case sfitte, sulle colline e nelle ische ormai ricoperte di rovi, come quelle della bella addormentata. Arriveranno con loro uomini senza patria, abituati a mangiare accoccolati, porteranno le loro donne nei vestiti di sole, i bambini attaccati alla schiena. E troveranno una casa tra i rovi che sapranno adattare.  Ritorneranno i pastori, che bruceranno di sera le erbe secche raccolte, mangeranno pane e formaggio, lo spartiranno con gli uomini senza patria e dormiranno accanto alla brace d’inverno o sotto un albero d’estate,  come Benino.

Saranno loro a sognare. Sarà un sogno di una città operosa, con mestieri e lavori dimenticati, una città d’acqua e di lana, di campi e di frutta, di forma e misura. Con tante pecore sparse sul prato. Come nei presepi che ci ostiniamo a fare ogni anno.

proprietà riservata di Emilia Bersabea Cirillo

da “Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” Mephite edizioni

Premio Maria Teresa Di Lascia, l’avellinese Emilia Bersabea Cirillo tra le finaliste

 

di Donatella Trotta

Sguardi di donne. Intrecciati in relazioni femminili dove l’amicizia può contare persino più dell’amore, anzi è una certa forma d’amore. Sguardi “differenti”, anche per fare il punto sulle grandi mistificazioni ideologiche e linguistiche intorno a gender, sessismo e alienazione genitoriale (o parentale). A metterli in luce è l’undicesima edizione del premio nazionale «Maria Teresa Di Lascia», intitolato alla scrittrice originaria di Rocchetta Sant’Antonio (Foggia), prematuramente scomparsa nel 1994 a 40 anni, figura di donna generosa e appassionata, impegnata in numerose battaglie in difesa dell’ambiente e dei diritti umani, attivista radicale contro la pena di morte e autrice per Feltrinelli di Passaggio in ombra (premio Strega postumo, nel 1995).

Finaliste dell’edizione 2017 del premio, promosso dal Comune natìo della Di Lascia in collaborazione con il Comune di Fiuminata (Macerata) – dove, ad anni alterni, viene ospitata la cerimonia finale di assegnazione del premio – alcune opere narrative di scrittrici che non a caso offrono un punto di vista originale, accanto ad autori di saggistica che focalizzano alcuni misteri della nostra storia nazionale generati dagli intrecci di poteri forti: per la sezione di narrativa al femminile, si tratta dei romanzi Non smetto di aver freddo della scrittrice avellinese Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana editrice), Volevamo essere Jo della genovese Emilia Marasco (Mondadori) e Lettera a Dina della bolognese Grazia Verasani (Giunti).

Nella sezione saggistica, le opere finaliste che concorrono per l’assegnazione del Premio (selezionate, come quelle di narrativa, dalla giuria scientifica, presieduta da Emma Giammattei e composta da Antonella Cagnolati, Margherita Musello, Sebastiano Martelli e Lucia Castelli) sono Sguardi differenti, di autori vari (Mammeonline), Veleni di Fabio Amendolara (Il Castello) e Magistratura Democratica di Tullio Grimaldi (Guida). La cerimonia di assegnazione del premio (mille euro in ciascuna delle due sezioni) è in programma il 16 settembre prossimo a Rocchetta Sant’Antonio: l’opera vincitrice per la sezione di narrativa al femminile sarà decretata dall’esito dello spoglio dei voti che esprimerà la giuria popolare, composta da 35 lettori di Rocchetta Sant’Antonio e da altrettanti di Fiuminata, con l’aggiunta dei voti assegnati dalla giuria scientifica.

L’opera vincitrice per la sezione saggistica sarà invece decretata dall’esito dello spoglio dei voti che esprimerà la giuria popolare di Rocchetta Sant’Antonio, con l’aggiunta dei voti assegnati dalla giuria scientifica e dalla giuria Unifg, composta da studenti dell’Università di Foggia che assegnerà, con decisione indipendente, anche il Premio Unifg. Quest’anno, l’iniziativa culturale prevede anche una terza sezione, quella di letteratura per ragazzi: le tre opere finaliste saranno rese note in occasione della cerimonia del 16 settembre, per poi essere date in lettura alla giuria di studenti delle scuole del territorio che si candideranno, nel corso dell’anno scolastico 2017/18, per assegnare poi il riconoscimento all’opera vincitrice a fine anno scolastico.

Quali libri leggere quest’estate? Ecco alcuni suggerimenti e la sesta pagella

VITA DA EDITOR

quali libri leggere quest’estateGrazie all’insonnia riesco a tenermi abbastanza aggiornato sugli ultimi libri pubblicati (anche se molti, troppi, sono ancora in lista d’attesa); ve ne consiglio alcuni, con i quali magari trascorrere le vacanze: Cielo rosso al mattino di Paul Lynch, Contea inglese di Silvio D’Arzo, Del dirsi addio di Marcello Fois, Il monastero di Zachar Prilepin, Il sovrano delle ombre di Javier Cercas, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo, Una coltre di verde di Eudora Welty, Vita e morte delle aragoste di Nicola H. Cosentino e aggiungo anche il secondo numero di «The FLR – Desire/desiderio». Chiaramente, potreste leggerli anche in autunno o quando vi pare, intanto però prendete nota.

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