Gli indumenti

Nessuno, come Fabrizia Ramondino, ha saputo raccontare del rapporto figlia madre: con una scrittura lucida, dissecante e tuttavia intima, intrisa, in carne ed ossa, di pietà filiale descrive gli ultimi anni di sua madre, della casa, delle stanze, degli oggetti quotidiani a lei appartenuti. Questo capitolo è dedicato ai vestiti. Non ho mai letto niente di più straziante sull’argomento.

Parevano quegli indumenti scampati a un cataclisma – come quelli delle case dell’isola dell’Umo abbandonati su letti e cassoni, compagni delle polverose e ammuffite bottiglie di aceto e marsala negli stipi, abbandonati in attesa del ritorno per l’arrivo della cartolina da un consolato australiano o neozelandese. Ma non erano, quelli della Madre, indumenti poveri, ma di ricchi, non come quelli dell’isola dell’Umo composti, come l’abito di Arlecchino, di tante pezze cucite insieme, unificate le varie tinte da un velo verdognolo o viola stinto, e cosí fatti anche i calzoni per i campi – una volta ricchi di ulivi e di vigne –, ma abiti di cerimonia; o cerimonie degli anni ’30, al tempo delle eleganze althenopee, foto sul lungomare o al circolo del tennis o a villa Gluck, già passato il tempo degli abiti cortissimi e tornato quello dei pizzi alle mutande; o cerimonia del corredo, e la vestaglia da camera per la nascita della Figlia, tanto desiderata, rosa, a esagoni a valve, con maniche a chimono; e il tailleur marrone, colore elegante, discreto, perché una suprema raffinatezza valeva a cancellare in quel colore la memoria francescana delle vesti di voto nelle campagne o l’aura di triste lavoro che avvolge certe donne nei paesi del Sud.

E le scarpe con altissimi tacchi – le scarpe verdi che la Madre impose alla figlia sedicenne il giorno del suo primo ballo, e lei al ballo nascondeva i piedi goffi per quelle desuete eleganze, già poco propizi al ballo, o, in un impeto di buon volere, li mostrava indifferente mentre distendeva le sue grazie su una poltrona; e i vestiti da sera, rosso cardinale l’uno e l’altro viola, lunghi fino ai piedi, del periodo della fecondità biologica nelle terre del Todopoderoso, mangiato dalle tarme il primo, riattato per la Figlia il secondo, in occasione della borsa di studio per l’estero; e l’intellettuale francese – Cimetière marin e garbato antipoujadismo – impietoso, ne riesumò divertito l’origine: «Est-ce la robe de votre mère?»; ma allora comunque si sentiva bella – e lo era forse per la forza di giovinezza –, e inespugnabile come la bella cintura di cristalli, fulgore e difesa, dal difficile sgancio, aggancio familiare («Ti lascio libera, ma so che certe cose non le farai mai»); e il bel vestito a pois bianchi e neri (colori casuali, ma profetici colori), ai tempi ancora del Paterfamilias fatto confezionare da una sarta althenopea – le uniche sarte al mondo! –; per cui era lungo, con molte pieghe davanti, perché non si doveva risparmiare la seta; e poi improvvisamente diventò piú utile degli altri vestiti, nel terzo anno della Vedovanza (quando dal nero stretto passò al bianco e nero, al grigio, ai viola), e di cui alla fine s’impadroní la Figlia che l’indossava con un fiore rosso allo scollo.

Cosí l’indossò nell’ultimo ritorno dal Nord, sotto la giacca dall’imperfetto attacco delle maniche, che la Madre aveva sbagliato; ammalata nel cuore e nel respiro, si era messo quel vestito generoso di metri di seta per nascondersi, e la Madre l’aveva accolta alla Stazione della Ferrovia (quella vecchia distrutta dalla guerra la stavano smantellando e la nuova non si sovrapponeva ancora allo sfondo del vulcano con le sue cuspidi fachiresche). Piú tardi la Sorella deprecò il gonfiore del viso, il vestito antiquato e lo sguardo stravolto («psicopatico» diceva, da quando aveva imparato questo aggettivo per designare un ignoto che le telefonava ingiurie e profferte di amore)1.

E qui finisce l’epoca eroica dei vestiti.

Per la Madre venne il tempo dei vestiti rabberciati – di finta lana, subito consunta, di false sete e di molto popeline nero –, o dei vestiti regalati da parenti ricche, quelli neri avanzati dalle scelte delle figlie, cui spettava il privilegio della prima preda.

Nero scelto per troppo cuore, ma senza tradizioni; fra i contadini che portano eternamente il nero del culto e del rito, il dolore, quando sopravvive alla fatica, non ha piú un suo abito. Ma in lei c’era la terribile decisione del cuore, terribile per i figli.

E vennero tempi piú recenti, gli ultimi tempi, i tempi del decoro. Abiti tristi. Non quindi con il fulgore vistoso delle ricche parenti acquisite, né con la raffinata eleganza delle consanguinee, eleganza negatrice, superiore agli accidenti della vita: mestrui, parti, malattie, dolori e perfino gioie; né con la fantasia cosmopolita di certe vecchie straniere delle Isole del Golfo althenopeo; né vestiti senza età di color pastello delle turiste americane; né sublimi, quasi misticamente disumani, vestiti di un nero velato di verde, e lucido quasi per l’uso, delle contadine curve a raccogliere capperi. Ma decorosi e meschini, perché non di buona stoffa e di colore sempre scuro (dopo i neri vennero i viola, i grigi, una volta apparve timido un bordò), e di fattura quasi sempre casalinga; come i due ultimi pullover della sua vita, quelli che la mattina della trombosi erano ancora appoggiati sulla spalliera della sedia, il pesante completo bordò, questa volta non lavoro di risparmio o di slancio per le giovani figlie, perché negli ultimi anni si disamorò di quei lavori ormai inutili.

E perfino donò la macchina da cucire, l’antichissima Singer, alla cameriera (figlia di ripiego, duttile ai suoi voleri e consigli, e ai dolenti rimpianti), perché il marito sarto aveva impegnato la sua.

Un colletto di pizzo, un bordo di pelliccia, un gioiello sul seno, una cintura nuova li rendevano abiti di Signora – di triste, magra signora, dalle esili gambe bianche e azzurre, eppure ancora un po’ gonfi i polpacci di gioventú ostinata (ai settant’anni soltanto scomparivano nelle donne della famiglia questi estremi segnali) –, di triste Signora diritta tra i futuri consuoceri ricchi di ville, professioni liberali e vocazioni ecclesiastiche e davanti al consesso dei condomini.

Abiti decorosi per strada al mattino, con al braccio la borsa della spesa, di cui non si vergognava; o nei pomeriggi in visita dal dottore o da qualche parente; negli ultimi tempi attraversava tremando la strada per le cataratte e per il tremore alle gambe, e un giorno la Figlia desolata vide l’automobilista impaziente imprecare contro la «vecchia».

I vestiti furono regalati dopo la morte alla cameriera e i cappelli finirono schiacciati sotto vecchi libri. Gli orribili cappelli. Decoro e distinzione portati sul capo. Ma al tempo della guerra di Spagna – cosí rievocava agli studenti amici del figlio –, le signore, per non distinguersi, non portarono cappelli per anni.

  Da Althenopis di Fabrizia Ramondino, Einaudi editore.

Ali e corpi di donne

Silvia Neonato, 19 settembre 2017

Perché Natalina ha le mani con lo smalto blu metallico tutte graffiate? Quale inquietudine dolorosa sta dietro al suo volto emaciato, ai suoi due piccoli figli trascurati e bistrattatati? Emilia Bersabea Cirillo nel suo nuovo libro Potrebbe trattarsi di ali non fa sconti a lettrici e lettori, non vuole regalare loro illusioni o speranze frettolose sulle vite delle protagoniste dei suoi sette, tesi, forti, a tratti romantici racconti. Intendiamoci la protagonista del primo racconto, Colomba, casalinga avellinese abbiente con marito quasi affettuoso e figli in fuga, non è del tutto rassegnata alla sua esistenza opaca e annoiata tant’è vero che è convinta che il prurito doloroso che avverte sotto le scapole sia dovuto alla nascita di due ali. Potrebbe trattarsi di ali (che dà il titolo alla raccolta) indica un desiderio di fuga dai piccoli tormenti quotidiani, una voglia di scappare che fa quasi crescere le ali.

Più grave è la sofferenza di Agnese, che diventa stilista per vestire il proprio corpo che ingrassa, ma che ha successo anche vestendo altre donne. Agnese, che vuole sottrarsi ai canoni prestabiliti, sfuggire al tormento delle diete e delle chirurgie estetiche, vive on line i suoi amori impossibili schermandosi dietro la bellissima Grace Kelly. E dolentissimo è il corpo malato di Anna, la personaggia che chiude la raccolta con il racconto “Sangue mio”, un viaggio della speranza verso Napoli dove va a reclamare il midollo osseo e il sangue della figlia partorita su commissione della famiglia in cui lavorava quando era appena quindicenne. Persino Rebecca, la bambola che Camillo ha tramutato nella propria fidanzata, soffre, si crepa e si sgretola, condividendo con le umane un destino faticoso e ingiusto. Un destino che si manifesta nei corpi delle sette protagoniste, inquiete e realistiche, ma anche sospese in una sorta di mondo parallelo in cui introducono chi legge quasi magicamente.

L’autrice torna dunque ancora una volta alle proprie storie intense, facendo di Avellino, sua città natale, una delle protagoniste del nuovo libro. Nella vita Emilia Bersabea Cirillo è architetta e scrittrice prolifica e pluripremiata: proprio sabato 16 settembre ha vinto il premio di narrativa Teresa Di Lascia, con il proprio precedente romanzo, Non smetto di avere freddo, una vicenda forte e emozionante al cui centro stanno Dorina e Angela, che sono cresciute insieme in orfanatrofio e che si ritrovano adulte in carcere, dove la prima è cuoca triste e inappagata e la seconda, Angela, condannata per omicidio.

Emilia Bersabea Cirillo, Potrebbe trattarsi di ali, L’Iguana 2017

Emilia Bersabea Cirillo, Non smetto di avere freddo, L’Iguana 2016

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte del direttivo di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

Poesia di Natale di Iosif Brodskij


24 dicembre 1971

Siamo tutti a Natale, un pò Re Magi.

Negli empori, fanghiglia e affollamento.

La gente, carica di mucchi di pacchetti,

mette un bancone sotto accerchiamento

per un po’ di croccante al gusto di caffè

così ciascuno è cammello e insieme re.

Reticelle, sacchetti, borse della spesa,

colbacchi e cravatte che vanno di traverso.

Effluvi di vodka, odori di pino e baccalà

e di cannella, mandarini e mele.

Marea di volti, e per via del vento misto a neve

il sentiero verso Betlemme non si vede.

Quelli che portano i modesti doni

saltano sui mezzi, sfondano i portoni,

spariscono negli abissi dei cortili,

eppure sanno che la grotta è vuota:

niente greppia, né un bue con l’asinello,

o Colei che circonfusa è da un aureo anello.

Il vuoto. Ma basta immaginarlo con la mente,

e dal nulla, di colpo un guizzo luminoso.

Deve saperlo Erode che quanto più è potente,

tanto più certo, ineludibile è il prodigioso evento.

La costanza di tale affinità è il meccanismo fondante della Natività

E adesso ovunque festeggiano

il Suo avvento, mettendo tutti i tavoli vicino.

Ancora non serve la stella nel turchino,

ma già si può vedere da lontano

la buona volontà di ogni figlio d’Adamo,

mentre i pastori attizzano i falò

Fiocca la neve: non fumano i comignoli

sui tetti, squillano invece. I volti come macchie.

Erode beve. Le donne nascondono i piccini.

Chi sta giungendo – non si sa mai:

ignoriamo i presagi, e il cuore sull’istante

potrebbe non ravvisar un forestiero nel viandante.

Ma quando, nel gelo della porta spalancata,

una figura avvolta nello scialle emerge

dalla foschia fitta della notte,

senti esistere in te senza vergogna

il Bambino e lo Spirito Santo;

poi guardi il cielo ed eccola – la Stella.

da Poesie di Natale (Adelphi, 2004), trad. it. A. Raffetto

Attilio Bertolucci.

images

Emilia, ormai scurisce il tuo frumento

e il papavero esce a fare il bullo

e le viti mettono tenere ricci

e la sera i biancospini illuminano le stradette

dove non passano che tante biciclette.

Emilia, ormai le tue donne fioriscono le contrade

di nuove toilettes, e le rose rosse nei giardini

ascoltano quei pazzi usignoli querelarsi

senza ragione, come i soprani nelle opere.

La primavera era di una malinconia

sino a pochi giorni fa…

Ma venne il sole e si fa

come una ragazza a passeggio con un giovanotto:

ride di tutto negli occhi chiari.

Emilia, la tua calma ci ha stregati.

 

 

Portami con te

Portami con te nel mattino vivace

le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato

al tuo fianco di donna che cammina

come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno

a bagnarci le mani e i camini

fumano più del necessario in una

stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora

economia e sobrietà,

si consumino le scorte

della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi

schiarendo per un sole più forte,

ci saremo trovati

là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera

che è azzurra ormai

senza residui e sopra

calmi uccelli camminano non volano.

 

Sei stata mia compagna di scuola

Sei stata mia compagna di scuola

ma hai un anno meno di me

abbiamo un bambino che va a scuola mi

sono innamorato di te…

 

Fingerò d’essere una tua scolara

che s’è innamorata di te

mi sono fatta una frangetta

per cenare fuori con te…

 

Cerchiamo una locanda piccina

nella città ma non c’è

inventiamola affacciata sul fiume

che allevò me e te…

 

Di acqua nel fiume che è nostro

ce n’è e non ce n’è…

Inventerò un nuovo mese

ricco d’acqua per te…

 

Che si rifletta in me

nei miei occhi

china dalla veranda inverdita

sull’acqua che somiglia la vita

 

rubandomi e restituendomi a te.

 

ASSENZA

Assenza,

più acuta presenza.

Vago pensier di te

vaghi ricordi

turbano l’ora calma

e il dolce sole.

Dolente il petto

ti porta,

come una pietra

leggera.

Le poesie (Garzanti, 2014)

Perchè restare di Giorgio Caproni

avellino 10 ottobre 2015

Chi sia stato il primo, non

è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.

Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.

Ora non c’è più nessuno.

La mia

casa è la sola

abitata.

Son vecchio

Che cosa mi trattengo a fare,

quassù, dove tra breve forse

nemmeno ci sarò più io

a farmi compagnia?

Meglio – lo so – è ch’io bada

prima che me ne vada anch’io.

Eppure, non mi risolvo. Resto.

Mi lega l’erba. Il bosco.

Il fiume. Anche se il fiume è appena

un rumore ed un fresco

dietro le foglie.

La sera

siedo su questo sasso, e aspetto.

Aspetto non so che cosa, ma aspetto.

Il sonno. La morte direi, se anch’essa

da un pezzo – già non se ne fosse andata

da questi luoghi.

Aspetto

e ascolto.

(L’acqua,

da quanti milioni d’anni, l’acqua,

ha questo suo stesso suono

sulle sue pietre?)

Mi sento

perso nel tempo.

Fuori

del tempo, forse.

Ma sono

con me stesso. Non voglio

lasciare me stesso uscire

da me stesso come,

dal sotterraneo

il grillotalpa in cerca

d’altro buio.

Il trifoglio

della città è troppo

fitto. Io son già cieco.

Ma qui vedo. Parlo.

Qui dialogo. Io

qui mi rispondo e ho il mio

interlocutore. Non voglio

murarlo nel silenzio sordo

d’un frastuono senz’ombra

d’anima. Di parole

senza più anima.