Potrebbe trattarsi di ali

BERSABEA CIRILLO PORTA MUNRO IN TERRA IRPINA

_840

Emilia Bersabea Cirillo ha letto a lungo e a fondo i racconti di Alice Munro e ne ha tratto una indicazione di percorso che le si addice. Soprattutto nel primo testo che apre e dà il titolo alla sua nuova raccolta, Potrebbe trattarsi di ali (l’Iguana Editrice), è evidente l’omaggio alla scrittrice canadese che peraltro è dichiarato in esergo. Il riferimento a Munro è apertamente presente poi in un altro racconto, Come si fa a dire se, una sorta di gioco metaletterario che prende spunto da un tema trattato dall’autrice premio Nobel, l’efferato gesto di un padre che uccide i suoi figli. Sono proprio queste le due storie meglio riuscite della raccolta, dove Bersabea Cirillo traduce con sapienza nel proprio linguaggio certe sospensioni narrative e l’introspezione portata avanti per allusività tipiche di Munro. Dal Canada ad Avellino, cambiano gli scenari e il contesto, ma è universale la capacità di entrambe le scrittrici di affondare la penna nella profondità (e nella crudeltà) della vita usando però sempre un tono delicato e lieve. Come quando Bersabea Cirillo ci narra di Colomba, signora di una buona borghesia di provincia, intrappolata nel proprio ruolo e nella vacuità di una vita che pare di ineluttabile monotonia. Il marito distratto, i figli lontani, a Colomba tocca la consolazione dell’abbraccio imprevisto di un’amica e le due «ali» che sente spuntare sulla schiena. Ma se quando segue il suo nume tutelare l’autrice irpina raggiunge risultati ragguardevoli, meno brillanti sono altri testi dell’antologia, che dunque appare disomogenea nella complessiva qualità letteraria.

Alcune volte Bersabea Cirillo sembra un po’ frettolosa nell’accumulo di argomenti, problemi e personaggi, condensando in un solo racconto quello che basterebbe a riempire un intero e corposo romanzo. Per esempio in Sangue mio, dove la protagonista si trova ad affrontare prima il dramma dell’emigrazione, poi la maternità surrogata, infine la malattia e l’incontro con una figlia adolescente e mai conosciuta. Decisamente un po’ troppo. Anche nelle sue parti meno convincenti, la scrittura dell’autrice irpina non è però mai banale né sciatta. E viene usata con un autentico sentimento del «dovere» di narrare.

Prime pagine di “Potrebbe trattarsi di ali” sul Mattino del 19 marzo 2017

_840

pdf mattino anticipazione

Il Corriere dell’Irpinia

Floriana Guerriero

14/04/2017

STORIE DI DONNE CHE RESISTONO
Sono corpi che non riescono a sottostare ai vincoli imposti dalle convenzioni sociali, dalle sofferenze della vita, che chiedono insistentemente di essere ascoltati, corpi femminili che diventano ossessione, conforto, consolazione, condanna. A raccontarli Emilia Cirillo nella bellissima raccolta “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana, in cui ancora una volta come già nel precedente romanzo “Non smetto di avere freddo”, sembra stabilirsi un legame fortissimo tra spazio esterno e carne dei personaggi, come se la città di Avellino, abbandonata, feria e immobile, che fa da sfondo alle storie diventasse specchio delle anime insoddisfatte dei protagonisti. “Le mie passeggiate – racconta Agnese in “Fuori misura” – sono rapide incursioni in una città fatta a pezzi e poi ricomposta secondo un disegno sgraziato. Un terremoto che a giorni compie quasi quarant’anni ha lasciato vistose cicatrici: un marciapiedi tutto buchi, cacca di cane impastata con il tufo, aree edificabili invase da roveti e, dovunque, edifici ricostruiti con un piano in più”. Il capoluogo è ridotto in macerie come il cuore delle protagoniste. Così è per Colomba, cinquantacinque anni, sposata con un marito che ama, due figli lontani, rigida fino al midollo e incapace di accettare ogni follia o pulsione, come se il guinzaglio a cui porta il suo cane tenesse prigioniera anche lei.  La vita comincia a chiederle il conto e il conto è un dolore strano e cronico che avverte al di sotto delle scapole, un dolore che non sembra volerla lasciare in pace, un dolore che è forse solo il modo in cui la sua anima chiede aiuto, poiché Colomba, da quando i figli sono partiti, continua a sentirsi sola e insoddisfatta, con giornate scandite da passeggiate e letture, come a voler ingannare il tempo che non passa mai. Colomba sente che il suo corpo sta cambiando, fino a chiedersi se quelle bozze al di sotto delle scapole non siano piuttosto delle ali che le stanno spuntando. Lei che si chiama Colomba ma non ha mai volato, che non si è mai sentita libera, che non accetta l’amore tra le sue due domestiche o gli eccessi del figlio, scoprirà attraverso il confronto con un’altra donna, anche lei costretta a fare i conti con la sofferenza del figlio lontano, ad esprimere ciò che sente, il valore del calore e della solidarietà che può unire, che non c’è nulla di male nel piangere, nel dare voce e corpo alle emozioni. Basta una frase, “Ccore mio”, per risvegliare la sua anima spenta, poichè le parole sono potenti e parlano all’anima. Ed è forse attraverso quel calore che potrà recuperare il rapporto con i figli partiti per inseguire i loro sogni ma  anche per prendere le distanze da lei e dalla sua rigidità. Poiché, come nella citazione posta ad epigrafe del racconto, è sempre possibile ricominciare “Mia madre ha cominciato a vivere,  a lasciarsi andare, a reinventarsi a cinquantacinque anni”. Sono donne di carne e gonfiabili, come Rebecca, la soul doll con il suo corpo perfetto che riempie la vita di Camillo, visceralmente legato a un’altra donna, la madre, che scompare all’improvviso lasciandolo solo, Rebecca è obbediente e comprensiva, ma anche lei destinata a portare i segni del tempo, disfacendosi un po’ alla volta, tutta plastica e niente sangue. Donne come Agnese, “Fuori misura”, come recita il titolo del racconto, con un corpo troppo grosso e sgraziato per poter realizzare il suo sogno di diventare mannequin, di essere come Grace Kelly, per essere finanche una commessa in quei negozi le cui vetrine non si stancava mai di guardare “Io sono uscita fuori misura. Sono andata oltre ogni immaginazione genetica in quanto a formosità. Sono over, come un soufflé che, fidando nella capacità contenitiva del ruoto, ha debordato dal forno”, un corpo che le ha impedito di diventare tutto ciò che ha sempre sognato di essere. E così non resta che la Rete per fare finta di essere davvero come Grace, come se quel corpo non esistesse.  Ma sono anche donne capaci di reagire, se Agnese non può diventare mannequin, potrà essere almeno stilista, costretta a confrontarsi con i corpi perfetti delle modelle, a fare i conti ancora una volta con il fallimento e a ricominciare un’altra volta. Poiché le figure femminili di Cirillo non hanno paura di mettersi in gioco, proprio come Laura, la protagonista di “Così ti passa la paura”, anche lei donna provata fortemente dalla vita, in cerca di un nuovo senso per la sua esistenza, licenziata dall’agenzia di viaggi per la quale lavorava, ferita dal dolore forte della perdita del proprio marito, cerca di riannodare i fili della memoria per trovare sé stessa, inseguendo l’ombra di una vecchia amica d’infanzia, Bianca che vive a Licosa. L’idea è quella di organizzare insieme a lei che abita in una località di mare e ha sempre vissuto di turismo pacchetti e itinerari ma scoprirà una realtà differente, la vita di chi come la straniera Maria Fatima è morta nel tentativo di approdare sulle coste italiane e di chi come Bianca si prende cura dei suoi figli. Poiché Bianca ha scelto di dedicare la sua esistenza a salvare altre vite, come quelle dei migranti sui gommoni. Racconti capaci di dimostrare che la quotidianità può fare paura ma sorprende sempre, permettendoci di scoprire ciò che è altro da noi, e ci sorprende proprio attraverso il confronto con altre vite. Poiché le nostre vite, ci ricorda l’autrice, sono legate le une alle altre e basta una parola per illuminare o accendere un’ossessione, come accade a Giovanna e Natalina, il solo sentir parlare di quell’autrice canadese, Alice Munro, evoca in lei il dolore per quel marito lontano. Cirillo ci insegna che ogni donna trova un modo differente per reagire al dolore, ad una vita che non sente come propria, ad un corpo che non riconosce, fino ad inventarsi una vita non vera, un marito partito per un luogo al di là del mare. A vibrare nei racconti la luce di Alice Munro, nume tutelare di Cirillo, con le sue storie di drammi quotidiani, in cui è facile ritrovare una parte di noi, proprio come quelle di “Potrebbe trattarsi di ali”, in cui la scrittura delle donne diventa espressione, come vuole Munro, di quegli spazi dimenticati, censurati, rimasti troppo a lungo in silenzio. Cirillo con il suo linguaggio caldo e insieme accurato sembra aver appreso la lezione della scrittrice canadese, come fossero due anime sorelle, “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale”.

 copertina emilia

Potrebbe trattarsi di ali, di Emilia Bersabea Cirillo, L’Iguana Editrice, pagine 169, € 14,00

Recensione e intervista all’autrice Emilia Bersabea Cirillo

di Maria Paola Battista

Potrebbe trattarsi di ali racchiude sette racconti brevi le cui protagoniste sono per lo più donne.

Stralci di vita che sembrano più che consueti conducono il lettore in vicende molto affascinanti che svelano momenti di sofferenza e di dolore.

Sia l’una che l’altro hanno un duplice aspetto: sono fisiche ma nascondono (o forse, manifestano, lo scoprirà il lettore) l’insoddisfazione psicologica, la mancanza di amor proprio e l’impossibilità di realizzarsi.

Nello stesso tempo celano personalità forti, coraggiose, che non si lasciano sopraffare dalla quotidianità ma cercano, a tutti i costi, di non arrendersi.

La mirabile tecnica della scrittrice non abbandona mai la stesura del libro, si ritrova nel presentare i luoghi, le vicende, i caratteri dei personaggi. Fantasia e realtà si fondono piacevolmente nello svolgimento dei racconti e pongono temi inquietanti.

Sogni, gelosia, sentimenti repressi, pazzia, immaginazione.

Sensazioni e fatti ben presenti nella vita delle donne.

È come se la sofferenza accompagnasse il cammino delle protagoniste, un cammino che è, però, straordinario nel suo svolgersi.

L’esteriorità manifesta un disagio interno, allora ecco che (citando le parole della IV di copertina) lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena incomincia a bruciare… e, lo sappiamo, le ali servono agli uccelli per volare ma sono anche il simbolo della fuga. Alle donne potrebbero servire per scappare via, per riprendersi la loro vita.

Nei racconti è facile ritrovare un vissuto psicologico forte, quasi prepotente,  molti sono i richiami alla psicoanalisi anche se sono celati, appunto, da corpi.

Niente è casuale, come mi confermerà l’autrice, dalla scelta del disegno di copertina ai nomi dei personaggi.

Intervista all’autrice
foto emilia

D: Nel 2016 Non smetto di avere freddo, pubblicato sempre per L’Iguana Editrice, ha vinto la XI Edizione del Premio Minerva. Quando hai scritto i racconti pubblicati in questo nuovo libro?

R: Alcuni li avevo già scritti, e li tenevo nel cassetto, poi l’editrice L’Iguana mi ha chiesto di scrivere un libro di racconti che avesse un tema portante che era il corpo delle donne. Così ho aggiunto a quelli che avevo altri due: Sangue mio e Soul Doll che avevo già in mento da un po’ di tempo.

D: Perché, tra i vari, hai scelto proprio questo tema?

R: Perché il corpo della donna è un corpo misterioso, violato e osannato solo per la parte estetica e anche molto incompreso. Le donne sono giudicate a partire da se sono belle o meno.

Non a caso è stata scelta per la copertina un’icona che è la Venere di Milo a cui sono stati apportati degli accorgimenti proprio per darne un ulteriore significato simbolico.

D: Hai dedicato il libro a “un corpo che resiste”. Cosa vuol dire per te, in questo caso, resistere?

R: Armarsi di pazienza e di speranza. C’è un libro di una scrittrice tedesca riguardo i campi di concentramento, Else Lasker Schuler, in cui scrive la speranza mi ha tenuta in vita.

D: Perché questi racconti di persone ferite nei loro corpi?

R: È un tema molto caro sia a Iguana che a me perché un corpo ferito è molto più letterario.

D: In che senso letterario?

R: Consente allo scrittore di indagare, di immaginare qualcosa sulla motivazione della menomazione. Nei racconti, infatti, anche i nomi sono molto in relazione con ciò che accade. Oggi si parla tanto di corpo, si vedono immagini così diverse dal passato. E anche il modo in cui ci si veste è figlio del nostro tempo, un tempo disgregato.

D: Se tu dovessi scegliere per i personaggi dei tuoi racconti, un aggettivo tra soli e tristi, quale sceglieresti e perché?

R: Io penso che siano più soli che tristi ma non sono solo soli, sono perturbati. C’è qualcosa che dentro non hanno realizzato, o meglio, che tentato di realizzare ma non riescono non perché siano sfortunati ma perché impediti. È come se fossero impacciati nella loro vita.

D: In un racconto, citi Alice Munroe, perché proprio lei?

R: Perché lei è la maestra dei racconti insieme a Katherine Mansfield.

Perché scrivere un racconto è difficilissimo,  è come chiudere una porta dietro di se sapendo che quello che sta nella stanza è in ordine o anche, se sta in disordine, lo riconosci.

Grazie a Emilia Bersabea Cirillo e sinceri complimenti.

Maria Paola Battista

@riproduzione riservata WWWITALIA.IT

intervista di Livio Partiti http://www.ilpostodelleparole.it

https://t.co/4Fa3zBUuWL

POTREBBE TRATTARSI DI ALI

recensione di Giovanna Piazza

 blog www.squadernauti.wordpress.com

28 aprile 2017

Pubblicato nel 2017 da L’Iguana editrice, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirilloraccoglie sette racconti, ciascuno dei quali ha per nucleo una figura femminile, non sempre coincidente con il personaggio protagonista della storia.

Il titolo di ogni racconto è accompagnato infatti da un sottotitolo recante un nome di donna, che risulta essere il motivo profondo e il fuoco della narrazione.

È evidente fin dal principio che la narrazione ruota attorno al tema del corpo: i corpi incarnano qui la coincidenza di identità ed estraneità; sono corpi usati e inaccessibili, corpi che riaffermano la propria traboccante presenza o evocano la propria assenza attraverso la sola voce, corpi debordanti ed eccessivi e corpi che vorrebbero stare nascosti, corpi mutilati o salvati e corpi di figli che perpetuano e interrompono il corpo della madre.

I personaggi sono spesso presentati proprio come esistenze corporali, attraverso precise descrizioni di colori e tessuti degli abiti indossati o, in generale, mediante l’accumulazione dei dettagli del loro aspetto esteriore: forse si potrebbe dire che lo sguardo di chi scrive mostra quindi il carattere immediatamente visibile delle loro esistenze – dall’abbigliamento ai particolari fisici per giungere fino alle azioni – nonché il bagaglio di miserie e piccolezze che anche l’apparenza si porta appresso.

“[…] la signora Rachele non la riconosce subito, la ragazzina magrissima dall’aria sbattuta è diventata una donna secca, ancora più emaciata, i capelli sono inesistenti e le rughe sono comparse sulla fronte e sotto gli occhi. Veste un paio di jeans, un twin-set azzurro e un piumino blu, tutto ben fatto e ben accostato, la sciarpa le nasconde il collo e i guanti le mani, ma è lei”, p. 151.

Tuttavia, nello sguardo di chi narra, gli aspetti minimi ed evidenti – sebbene caratterizzino e dicano senza dubbio qualcosa di vero della natura dei personaggi – non risolvono l’intera figura: ecco perché nel passaggio dall’ordine del minuto al vasto, cioè dal dettaglio fisico alla totalità del personaggio, alla sua possibilità di essere altro, di eccedere il proprio corpo o di sottrarvisi, dalla vicinanza dello sguardo all’inafferrabilità della visione (che si dà come sospensione del giudizio del narratore), pare realizzabile il cambiamento, l’apertura, che è o sarà – di nuovo – un fatto minimo, concreto, dalla misura umana.

In Potrebbe trattarsi di ali, il primo racconto che dà il titolo alla raccolta, si legge di Colomba, una cinquantenne che si sente abbandonata dai figli e dal marito e che è presa in una vita muta e senza scopo, in una condizione di benessere materiale che la illude di essere al riparo da se stessa. L’incontro con un’altra donna, che si attua in maniera inaspettata attraverso la condivisione di una parola pronunciata con trasporto in dialetto, scioglierà in lei le resistenze a guardarsi e a esprimersi. E sembra quasi che il corpo, fin dal principio, le abbia lasciato un segno per intuire ciò che sarebbe avvenuto: “Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare. Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano sue due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi. Nel suo corpo qualcosa sta cambiando”, p. 11.

Anche Camillo Gussone, il commerciante senza una mano protagonista di Soul doll, immerso in un mondo di presenze familiari femminili (la madre Assunta De Luca, la sua assistente ucraina Kathrine e il fantasma della sorella morta Ernestina) realizzerà in qualche modo il proprio compimento: dopo aver cercato soddisfazione e rifugio nella compagnia del corpo perfetto di Rebecca, con un atto violento egli prova a liberarsi della finzione che sembra avvolgere la sua vita: “Ritorna improvviso e forte il desiderio che lo aveva preso la prima volta che era uscito con Fulvia Barone, la smania di andare oltre la camicia e il reggiseno, oltre il seno, oltre la bocca, di guardare dento, di vedere sangue, ossa. Apre il cassetto del comodino, trova a tastoni il coltello svizzero che usava ai tempi degli scout. Ha fretta, il sudore gli cola giù dalla fronte alle reni, gli occhi carichi di lacrime. Deve trovare una risposta a quel che avrebbe voluto sapere da sua madre, da sua sorella: di che materia è fatto l’amore che mi dai?”, pp. 57-58.

L’eccesso caratterizza anche il racconto successivo: Fuori misura è infatti il corpo di Agnese, una donna di centoquaranta chili alta centosessanta centimetri, che vive continuamente sospesa tra realtà e desiderio, in un mondo in cui il sovrappiù di apparenza coincide con il massimo nascondimento e la menzogna, all’interno di un perpetuo gioco: “Io continuo a ingrassare. Continuo a dimagrire. Ho finito per convincermi che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Grace è contenta. Ho aggiunto un’altra foto a quella sul comodino. Un ritratto in posa regale, stola di visone e capelli dietro le orecchie. Ho scritto Ad Agnese, con amicizia, che con me si è comportata come una vera amica”, pp. 72-73, corsivi nel testo.

La narrazione metaletteraria del quarto testo, Come si fa a dire se, costantemente in bilico tra letteratura e vita, mostra proprio il dolore del corpo strappato alla realtà o forse troppo immerso nella realtà – una dimensione che diventa perciò irreale e quindi ostile e inquietante (come se non si potesse credere troppo al mondo senza distruggersi): la prevedibile quotidianità di Giovanna verrà interrotta dalla sua scelta di partecipare a un corso di scrittura e dalla conoscenza che farà di Natalina in una lavanderia a gettoni: “Ne scrivo per allontanare un infondato senso di colpa che mi ha ossessionata e che ancora mi assedia. Se non avessi parlato con lei di quella scrittrice tanto brava che viveva in Canada, se non le avessi mostrato il libro con quel racconto, se non avessi ceduto alla sua preghiera di lasciarglielo in prestito. Sara non fa che ripetermi: Come si fa a dire se? La letteratura non è un comandamento. Mica tutte le donne morte sotto un treno hanno letto Anna Karenina, o tutte le mogli che tradiscono si credono Emma Bovary”, p. 75.

Così ti passa la paura racconta la storia di Laura, che perso il lavoro in un’agenzia di viaggi spera di trovare una nuova occupazione grazie all’aiuto di un’amica d’infanzia, Bianca, la quale le offrirà invece l’occasione di superare la propria paura di vivere: “Andò a fondo, troppo, era un buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, mosse veloci le gambe, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’aspettava la luce”, p. 123.

Chiuso in un dolore che sembra troppo grande, nonostante conduca una vita all’apparenza normale, è anche il personaggio di Norma in Se stasera sono qui: la splendida voce della figlia Francesca le mostrerà che forse è possibile comunicare l’indicibile attraverso l’arte e la bellezza e che anche la sofferenza più straziante ha una misura umana: “Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia. Lei partiva da meno qualcosa, sempre, le altre da zero, magari qualcuna perfino da due, tre, dieci, ma non le importava la differenza, non era invidiosa, no”, p. 137.

Conclude il volume Sangue mio: una ragazza rumena, Anna, accetta di concedere in cambio di denaro il proprio corpo per concepire e dare alla luce una figlia destinata a una facoltosa coppia italiana. Allorché scoprirà di essere gravemente malata, la donna farà ritorno in Italia per tentare una cura e si troverà costretta ad affrontare il proprio passato: “Versa il vino lentamente, alza il calice, Benvenuta, e la guarda fissa, senza bere. Non può sfuggire a quello sguardo, Anna lo sa bene. Prova a resistere, a portare il bicchiere alle labbra, ma Rachele d’Arienzo è ferma e fredda come una roccia, di fronte a lei. Non chiede. Aspetta.
Sono malata, pronuncia Anna. Ho la leucemia.
Ora può bere, un sorso dopo l’altro il vino sembra rianimarla, mastica piano la torta rustica salame, ricotta e uova, la sfoglia leggera, croccante. Avevo fame, dice Anna, solo che non me ne rendevo conto”, p. 154.

Ambientate nella provincia italiana, principalmente quella di Avellino, e narrate in una lingua in cui, accanto all’italiano medio sorvegliato, affiorano termini non comuni (ad esempio, “gragnolare”), parole in lingua straniera (come inglese e rumeno), locuzioni mimetiche del parlato degli stranieri (ad esempio, “Signora molto agitata, tutto il giorno senza mangiare niente, nemmeno biscotti e the”) ed espressioni e parole proprie del dialetto (“pannizzari”, “marenna”, “fa’ ‘o serio che ti spezzo ‘e cosce”, ecc.), le storie di Emilia Bersabea Cirillo sono popolate da figure femminili che cercano una propria autonomia senza perdere la capacità di contenere e lasciare entrare in sé il mondo, da corpi che lottano per non essere più solo un cumulo di parti e di ferite, che tentano cioè – ciascuno secondo le proprie possibilità – di divenire interi.

“C’è una sfida della storia, al divino, di cui non abbiamo consapevolezza. Vivere in questa certezza è presunzione, incoscienza. Ma ci aiuta e ci dà tanta forza”, p. 168.

“Scrivere di donne è faticoso e affascinante”

Share on Facebook
Tweet on Twitter

 

Si presenta
Emilia Bersabea Ciriello
Print Friendly

Sette storie di donne, sette racconti di corpi femminili. Storie difficili, dolorose, illuminate a tratti da una luce di speranza. Emilia Bersabea Cirillo presenterà venerdì 12 maggio, alla libreria “L’Angolo delle Storie” di Avellino, la sua ultima fatica letteraria. “Potrebbe trattarsi di ali” è il titolo del libro edito da L’Iguana, una casa editrice tutta al femminile.

Architetto, la scrittrice avellinese ha pubblicato “Il pane e l’argilla”, “Viaggio in Irpinia” (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002 e “Gli incendi del tempo” (et al. edizioni, Milano 2013). Molto apprezzati anche i romanzi “L’ordine dell’addio” (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea e “Una terra spaccata” (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata. “Non smetto di aver freddo” è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.

“Dopo il mio penultimo libro – racconta la scrittrice – sono stata sollecitata dalla casa editrice a scrivere dei racconti sul corpo femminile. Il racconto è un genere difficile, complicato e neanche particolarmente richiesto. Scrivere tutto in 20-25 pagine non è facile, un’impresa ardua che mi ha sempre affascinato. La richiesta mi ha sorpreso e stimolato, e così mi sono messa al lavoro”.

I sette racconti sembrano legati da un filo nero più che rosso. E’ davvero ancora così difficile la vita delle donne?

Le donne hanno sempre condotto una vita faticosa. Partoriscono, si occupano della cura delle persone, sono il fulcro di ogni famiglia. Sono impegnate in prima linea su più fronti, portano sopra di loro il peso del mondo, da sempre.

Magari più in passato, fortunatamente.

Sì, vero, oggi riconcorrono sogni professionali ambiziosi, e le loro aspettative sono molto cambiate, e non sempre in meglio. Forse, se penso alle tante ragazze che non sanno preparare neanche un uovo fritto, si è passati da un eccesso ad un altro. La famiglia che, nonostante i ruoli non siano più prestabiliti e netti come in passato, continua a ruotare intorno alla donna ne ha in qualche modo risentito.

Non è la prima volta che scrive di donne.

Il mondo femminile mi ha sempre incuriosito e affascinato, per non parlare del corpo delle donne, attraversato da sensazioni così forti e diverse, se non contrastanti. E’ un corpo che genera vita, che contribuisce a costruire il mondo: se ci riflettiamo un attimo su è qualcosa di straordinario, che non finirà mai di stupirmi.

Quale dei sette racconti le è risultato più difficile da scrivere?

Forse l’ultimo, perché ho parlato di una realtà molto lontana da me, con la quale mi sono dovuta misurare partendo da zero. Descrivere la storia di una donna, costretta di fatto a prestare il proprio utero, il proprio corpo ad una coppia che non poteva avere figli non è stata impresa da poco. E’ una storia complicata, ma che si chiude con un filo di speranza. Si percepisce leggendo il libro? (domanda preoccupata e divertita, ndr). Così come nel racconto della bambola per uomini soli ho scoperto un mondo che ignoravo. In ogni caso scrivere per me resta una fatica, e tutti i capitoli sono lavorati, pensati, scritti in profondità.

Si dice, ormai da anni, che si scrive tanto ma si legge sempre meno.

Che si legga sempre meno è un dato oggettivo, non contestabile. Così come i libri che si presentano ogni giorno e affollano le nostre librerie sono davvero tantissimi, e per un lettore è sempre più difficile orientarsi. E’ chiaro che in un contesto simile il ruolo della casa editrice diventa fondamentale: un libro non va solo stampato e distribuito, ma soprattutto promosso e fatto vivere, raccontato.

Lei ha scelto una casa editrice di Verona. Non c’era niente di altrettanto competitivo più a portata di mano?

Sarebbe stupido negarci che al Sud è rimasto davvero poco. Sia chiaro: rispetto il lavoro di tutti e so benissimo che anche in Irpinia ci sono realtà serie e di qualità che operano da anni sul mercato. Con L’Iguana, però, c’è stata piena sintonia da subito. E’ una casa editrice tutta al femminile che mi ha stimolato molto su un genere che io adoro, il racconto. Stiamo lavorando su un progetto più ampio e di lungo respiro, che va oltre la semplice pubblicazione di un libro.

Lei cura da anni anche un laboratorio di scrittura presso la libreria “L’Angolo delle Storie”. Qual è la sua impressione sugli scrittori avellinesi? Crede che ci siano giovani talenti in giro?

Avellino è sempre stato un centro letterario dinamico, con buoni fermenti. L’attività letteraria non è mai mancata, anche se la carenza di spazi non è certo un buon alleato per chi ama i libri e la lettura. Le librerie sono poche, ma più che altro manca un circolo letterario, un luogo dove incontrarsi e discutere di libri e autori. Un punto di richiamo anche, eventualmente, per autori esterni. L’Angolo delle Storie fa un lavoro straordinario sui ragazzi e, grazie ad una storica collaborazione con alcune scuole della città, anche sui piccoli. E’ un riferimento importante che andrebbe sostenuto e integrato con altre iniziative.

da piùeconomia

 

 

Scrivere la vita nel linguaggio dei corpi

«Potrebbe trattarsi di ali»: nei racconti di Cirillo donne in bilico tra dolore e speranza

Fuorimisura Una donna di Botero; a sinistra, Emilia Bersabea Cirillo

ristretto il suo ambito d’azione per narrare la vita e la sua scelta di ritornare al passo breve, a 4 anni da i racconti de «Gli incendi del tempo» e a 15 da quelli più prossimi a questi di «Fuori misura», rivela una sorta di necessità di recuperare la tensione al dettaglio, alla particella e alla dimensione minimale per intercettare l’attimo in cui qualcosa accade, «acciuffare con la mano qualcosa nell’aria» direbbe Alice Munro, e lì rintracciarvi un residuo di senso, una possibile verità. Del resto, come ha scritto Svetlana Aleksievic, la letteratura non è forse l’impresa di mettere in connessione i dettagli? I 7 brani di «Potrebbe trattarsi d’ali» compongono una cartografia sentimentale attraverso l’indagine della superficie delle forme. Sullo sfondo compare una città anch’essa sfibrata – Avellino – e dal corpo ferito, fatta a pezzi e mai più ricomposto, corpo da cui sta fuggendo l’anima. Ci sono le forme di Agnese, protagonista del già conosciuto e qui modificato «Fuori misura», nasconde perché lei avrebbe voluto nascere bellissima «senza chiedere altro alla vita» e invece si ritrova debordante. Per nemesi dell’esistenza, fa la sarta, pret-a-porter di seduzione per Miss di provincia sognando di essere Grace Kelly, chatta con 10 uomini contemporeamente e poi con un tipo a cui invia la foto fatale, «sono un pacco dono colmo di sorprese. Slacciami, sfioccami», perché l’immagine della propria identità in fondo è quella che nel cuore ci si sente di interpretare. Si può essere sante o assassine, larghe o minute, magari con le bozze di ali sulle spalle, come capita a Colomba nel primo e forse più bel racconto della raccolta, «Potrebbe trattarsi d’ali» appunto, per volare e raggiungere i figli «spersi e sofferenti in giro per il mondo». Perché i corpi trattengono, sono pieni di un senza, rimandano a una mancanza e al vuoto riempito da una voce – in «Se stasera sono qui» – e reagiscono al dolore conservandone la trama di un dolore, trattengono il paradigma di una sofferenza, il segno di una lacerazione e basta un che, la parola «ccuore» prounciata forte a sciogliere un abbraccio. «Sangue mio» è il racconto di Anna, una donna romena che aveva dato il suo utero in affitto a una coppia della Napoli borghese, che torna in Italia perché malata di leucemia e ha la sola speranza di sopravvivere nel trapianto di midollo dalla figlia che non sa. In «Così ti passa la paura» Laura è svuotata dal ricordo di Peppino che non c’è più e nella casa di Bianca a Licosa riaquista un significato nella scelta della donna che accoglie ragazzini fuggiti a bordo di un gommone e precipitati in acqua e dal calco del corpo lasciato nel letto dal piccolo Mustafà prende l’energia per un nuovo inizio, il colpo di reni fino alla luce. Colomba, Rebecca, Agnese, Laura e Bianca, Anna, Giovannina e Natalina, Norma e Francesca, la bambola Soul Doll: i corpi di Emilia Bersabea Cirillo sono metafore di esistenze sfilacciate dalle perdite, dalle separazioni e dalle lontananze che però ambiscono a un’altra possibilità nella vita. Le loro vicende sono narrate in pagine venate da malinconia eppure da speranza. Il brano «Come si fa a dire se» è un esplicito omaggio a una delle sue autrici di riferimento, Alice Munro, di cui ricorda «Troppa felicità»: sulla scorta di quell’insegnamento, il racconto per Cirillo appare lo strumento più efficace a indagare e svelare i meccanismi della mente umana, a cogliere quei momenti di svolta repentina o brusca e comunque proveniente da un’urgenza e farne letteratura. In «Potrebbe trattarsi d’ali» conferma di esserne assolutamente capace.

Generoso Picone