Potrebbe trattarsi di ali

Leggendaria 125 Top 

23722341_1950955955226612_4676568495244930797_n

 

 

io e Carmen autuori

Il libro di Emilia Bersabea Cirillo/”Potrebbe trattarsi di ali”: 7 storie di donne, carillon dal meccanismo perfetto

da Il mondo di Suk

“Potrebbe trattarsi di ali” (L’Iguana editrice) è la nuova raccolta di racconti di Emilia Bersabea Cirillo, scrittrice e architetto irpina. Di Emilia Bersabea Cirillo ricordiamo l’ultimo romanzo “Non smetto di avere freddo”, della stessa casa editrice, opera narrativa molto intensa, che tante soddisfazioni di pubblico e critica le ha dato, ultima, in ordine di tempo, l’avere vinto l’importante premio nazionale di narrativa “Mariateresa Di Lascia 2017”, intitolato alla scomparsa scrittrice Di Lascia, che vinse il Premio Strega nel 1995 con il romanzo “Passaggio in ombra” (Feltrinelli).
Ora questa nuova uscita, con una raccolta di racconti, genere molto caro alla Cirillo. Si può dire, a ragion veduta, che il suo percorso letterario spesso ha prediletto i racconti, questa infatti è la terza raccolta che pubblica dopo “Fuori Misura” (Diabasis), “Gli Incendi del tempo” (et al. edizioni).
“Potrebbe trattarsi di ali” è il titolo evocativo che dà il nome alla raccolta e introduce il primo dei sette racconti, tutti dedicati alle donne.  Per ogni titolo c’è un piccolo sottotitolo con il nome della donna protagonista della storia, o di quella di necessario riferimento nell’economia della storia stessa.
Così: Colomba per “Potrebbe trattarsi di ali”, Rebecca per “Soul Doll”, Agnese per “Fuori Misura”, Natalina per “Come si fa a dire se”, Maria Fatima per“Così ti passa la paura”, Francesca per “Se stasera sono qui”, Anna per “Sangue mio”.

Potrebbe trattarsi di ali| ilmondodisuk.com
In alto, Emilia Bersabea Cirillo (a destra)

Sette storie di disperazione, di riscatto o consolatorie, scritte con una prosa sferzante che nulla concede al sentimentalismo ma di grande impatto e fascinazione. Una scrittura dalla parte delle donne, che scava a fondo e con grande maestria nelle psicologie, nei dolori, nelle profonde alienazioni. Ma soprattutto una scrittura che dà voce a voci diverse, unendole come un coro polifonico, scolpite nelle loro stesse storie come in un quadro, e a cui Emilia Bersabea Cirillo concede tutto, anche l’infinita piétas.
Sette storie che si leggono d’un fiato e si vorrebbe rileggerle, tanto la narrazione e i personaggi  femminili rimangono subito impressi nella memoria e talvolta è difficile abbandonarli.
Non vi è alcun dubbio che Emilia Bersabea Cirillo è maestra nel genere del racconto, le sue storie si dispiegano in un realismo quotidiano che appartiene agli umani e che, appunto per questo, diventa universale.
Storie che ci parlano, dunque, che potrebbero accadere a noi, narrate con maestria, si diceva, poiché la Cirillo è capace di restituircele con una chiarezza fulminante, senza mai eccedere, con uno stile alto che, nonostante la maggiore sintesi a cui il genere del racconto invoglia, non disdegna la descrizione dei luoghi, degli abbigliamenti così come delle psicologie degli stati d’animo, in modo così completo e compatto che sembra di vederli questi personaggi che animano le sue storie. Particolarità questa che rende queste sette racconti come quei carillon dal meccanismo perfetto, come quei congegni meccanici che affascinano appunto per la loro magica completezza e, a latere di tutto ciò, trasfusi di grande umanità, del senso del dolore come del senso della vita e di quello che ci appartiene e potrebbe appartenerci.
Infine i corpi di queste donne, quelli veri e quelli finti (Soul Doll) occupano una spazio verticale, si dispiegano non solo in larghezza (Fuori Misura), ma tendono all’alto, si allungano, a nostro avviso, verso un metaforico cielo dove possono finalmente sfiorare l’eternità delle loro storie. Da leggere.

 

Racconti di donne da exlibris20.it 

 

Potrebbe trattarsi di ali (L’Iguana) della scrittrice Emilia Bersabea Cirillo è una raccolta di racconti caratterizzati da alcuni tratti comuni come quello della solitudine, dell’assenza di Dio, dell’esistenza imperniata sull’abitudine e della negazione del rischio. Sono sette storie di “corpi che resistono”, legate tra loro da un filo rosso ovvero dal concetto di rinascita, rappresentato metaforicamente dalle ali. Le ali come immagine della possibilità di riscatto, come alternativa, come bisogno di reagire a una vita contraddistinta da un rigido e ineluttabile fatalismo; un’esortazione alla speranza che come in Emily Dickinson assume proprio la fattezza di ali e che “dimora nell’anima e canta la melodia senza parole”.

Narrazioni incentrate su storie di donne, costruite su una pluralità di voci, ciascuna con il proprio spazio e la propria dignità: donne sole, rassegnate a una severità implacabile e all’assenza di desiderio – come nel caso di Colomba; donne ridotte a meri oggetti inanimati e desoggetivizzati – ed è la storia della soul doll Rebecca;  e ancora donne “sufflè” e “fuori misura” – come per  Agnese; donne che scrutano, che indagano le storie nelle storie, capaci di cogliere il lato più intimo e personale dell’esistenza altrui –  Giovanna nel Come si fa a dire se; quelle tra cambiamenti e compimenti irrealizzati, deteriorate in un involucro ricoperto di polvere – come Laura; e ancora donne rivestite da una “corazza di gelo” rassegnate alla sopravvivenza in seguito al lancinante dolore dovuto alla perdita di una figlia – la storia di Norma; infine quelle che tentano nel preludio della fine di ricongiungersi con una parte di se stesse – il personaggio di Anna.

I racconti sono ambientati quasi tutti ad Avellino, ma anche a Napoli e Licosa e non mancano rinvii a Paesi lontani come la Nuova Zelanda e il Canada. Alcuni di questi luoghi però, sebbene descritti nel dettaglio, restano solo sullo sfondo, non vanno a caratterizzare, a particolarizzare la vita delle protagoniste e a confinare in un’aerea geopolitica le ansie, le solitudini, i vuoti dei personaggi che appaiono pertanto testimoni di sofferenze universali.

Lo stile, che è sempre prezioso anche quando riveste panni più umili, è caratterizzato da una prosa nitida, attraversata da fili diversi, che si tessono in una articolata descrizione della realtà.

L’autrice mantiene un distacco dai suoi personaggi, non interviene all’interno del testo per pilotare le coscienze dei protagonisti. Ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un mondo di solitudine, ideologicamente autonomo, indipendente dalla visione della scrittrice, che non fa altro che seguirne il naturale sviluppo senza piegarne la psicologia alle esigenze di trama.

Emilia Bersabea Cirillo adotta una tecnica narrativa per cui il carattere dei personaggi emerge dai dialoghi e dalle azioni, e altresì dalle sue accurate descrizioni che però sono ben lontane dal configurare un punto di vista espositivo onnisciente.

La narrazione degli accadimenti, con l’esclusione di ogni intervento giudicante dall’esterno, non conduce però all’annullamento di ogni rapporto critico tra l’autrice e i fatti narrati, invero pur non dando vita ad un gioco di primi piani e di punti di vista, più volte coglie l’occasione per intervenire, ad ammonire in alcuni casi e a condannare determinate condotte in altri – “esalto il corpo, unico valore di questo mondo sciatto”. Mentre il tono diventa amaro e malinconico quando fa cenno alla difficile situazione irpina – “il lavoro è una fata morgana in un deserto assolato”.

Non mancano inoltre cenni alla scrittura intesa come arte ed elogi più o meno velati a scrittrici come Alice Munro e Jane Austen.

Ed è proprio dall’ultimo capolavoro di quest’ultima – Persuasione – che Emilia Bersabea Cirillo sembra mutuare il racconto del passaggio da una donna passiva ad una soggetto agente, e altresì l’impatto fisico con le passioni: si concede al linguaggio del corpo aprendo la sua scrittura a delle immagini fisiche; il libro infatti presenta, soprattutto nel primo racconto e nel secondo, chiari e precisi riferimenti erotici-sensuali.

Nelle realtà conflittuali, e a volte quasi paradossali quali sono quelli in cui la scrittrice colloca i suoi personaggi, l’evoluzione di ciascuna donna consiste nella capacità di partecipare al cambiamento appoggiandosi a un’altra donna, ed è difficile non vedere in questo la proiezione del desiderio di maggiore fraternità o unione del genere femminile da parte dell’autrice. In questi racconti dai finali volutamente irrisolti, l’incontro con le altre donne costituisce l’unica condizione di superamento dell’assurdo, inteso come un rapporto che si stabilisce tra chi chiede, interroga e il mondo irrazionale che resta sordo a questo richiamo; emblematica appare in tal senso soprattutto l’ultima parte della storia di Laura, dove la voce della sua amica Bianca le consente di riemergere, di ricominciare e di abbandonare quel corpo appesantito e rannicchiato in un involucro che le impediva di distendere le ali e di sfidare i propri limiti – “andò a fondo, troppo, era buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’aspettava la luce”.

Mariagrazia Passamano

 

 

 

 

http://www.giudittalegge.it/2017/10/15/dieci-buoni-motivi-per-non-leggere-potrebbe-trattarsi-di-ali/

BERSABEA CIRILLO PORTA MUNRO IN TERRA IRPINA

_840

Emilia Bersabea Cirillo ha letto a lungo e a fondo i racconti di Alice Munro e ne ha tratto una indicazione di percorso che le si addice. Soprattutto nel primo testo che apre e dà il titolo alla sua nuova raccolta, Potrebbe trattarsi di ali (l’Iguana Editrice), è evidente l’omaggio alla scrittrice canadese che peraltro è dichiarato in esergo. Il riferimento a Munro è apertamente presente poi in un altro racconto, Come si fa a dire se, una sorta di gioco metaletterario che prende spunto da un tema trattato dall’autrice premio Nobel, l’efferato gesto di un padre che uccide i suoi figli. Sono proprio queste le due storie meglio riuscite della raccolta, dove Bersabea Cirillo traduce con sapienza nel proprio linguaggio certe sospensioni narrative e l’introspezione portata avanti per allusività tipiche di Munro. Dal Canada ad Avellino, cambiano gli scenari e il contesto, ma è universale la capacità di entrambe le scrittrici di affondare la penna nella profondità (e nella crudeltà) della vita usando però sempre un tono delicato e lieve. Come quando Bersabea Cirillo ci narra di Colomba, signora di una buona borghesia di provincia, intrappolata nel proprio ruolo e nella vacuità di una vita che pare di ineluttabile monotonia. Il marito distratto, i figli lontani, a Colomba tocca la consolazione dell’abbraccio imprevisto di un’amica e le due «ali» che sente spuntare sulla schiena. Ma se quando segue il suo nume tutelare l’autrice irpina raggiunge risultati ragguardevoli, meno brillanti sono altri testi dell’antologia, che dunque appare disomogenea nella complessiva qualità letteraria.

Alcune volte Bersabea Cirillo sembra un po’ frettolosa nell’accumulo di argomenti, problemi e personaggi, condensando in un solo racconto quello che basterebbe a riempire un intero e corposo romanzo. Per esempio in Sangue mio, dove la protagonista si trova ad affrontare prima il dramma dell’emigrazione, poi la maternità surrogata, infine la malattia e l’incontro con una figlia adolescente e mai conosciuta. Decisamente un po’ troppo. Anche nelle sue parti meno convincenti, la scrittura dell’autrice irpina non è però mai banale né sciatta. E viene usata con un autentico sentimento del «dovere» di narrare.

Prime pagine di “Potrebbe trattarsi di ali” sul Mattino del 19 marzo 2017

_840

pdf mattino anticipazione

Il Corriere dell’Irpinia

Floriana Guerriero

14/04/2017

STORIE DI DONNE CHE RESISTONO
Sono corpi che non riescono a sottostare ai vincoli imposti dalle convenzioni sociali, dalle sofferenze della vita, che chiedono insistentemente di essere ascoltati, corpi femminili che diventano ossessione, conforto, consolazione, condanna. A raccontarli Emilia Cirillo nella bellissima raccolta “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana, in cui ancora una volta come già nel precedente romanzo “Non smetto di avere freddo”, sembra stabilirsi un legame fortissimo tra spazio esterno e carne dei personaggi, come se la città di Avellino, abbandonata, feria e immobile, che fa da sfondo alle storie diventasse specchio delle anime insoddisfatte dei protagonisti. “Le mie passeggiate – racconta Agnese in “Fuori misura” – sono rapide incursioni in una città fatta a pezzi e poi ricomposta secondo un disegno sgraziato. Un terremoto che a giorni compie quasi quarant’anni ha lasciato vistose cicatrici: un marciapiedi tutto buchi, cacca di cane impastata con il tufo, aree edificabili invase da roveti e, dovunque, edifici ricostruiti con un piano in più”. Il capoluogo è ridotto in macerie come il cuore delle protagoniste. Così è per Colomba, cinquantacinque anni, sposata con un marito che ama, due figli lontani, rigida fino al midollo e incapace di accettare ogni follia o pulsione, come se il guinzaglio a cui porta il suo cane tenesse prigioniera anche lei.  La vita comincia a chiederle il conto e il conto è un dolore strano e cronico che avverte al di sotto delle scapole, un dolore che non sembra volerla lasciare in pace, un dolore che è forse solo il modo in cui la sua anima chiede aiuto, poiché Colomba, da quando i figli sono partiti, continua a sentirsi sola e insoddisfatta, con giornate scandite da passeggiate e letture, come a voler ingannare il tempo che non passa mai. Colomba sente che il suo corpo sta cambiando, fino a chiedersi se quelle bozze al di sotto delle scapole non siano piuttosto delle ali che le stanno spuntando. Lei che si chiama Colomba ma non ha mai volato, che non si è mai sentita libera, che non accetta l’amore tra le sue due domestiche o gli eccessi del figlio, scoprirà attraverso il confronto con un’altra donna, anche lei costretta a fare i conti con la sofferenza del figlio lontano, ad esprimere ciò che sente, il valore del calore e della solidarietà che può unire, che non c’è nulla di male nel piangere, nel dare voce e corpo alle emozioni. Basta una frase, “Ccore mio”, per risvegliare la sua anima spenta, poichè le parole sono potenti e parlano all’anima. Ed è forse attraverso quel calore che potrà recuperare il rapporto con i figli partiti per inseguire i loro sogni ma  anche per prendere le distanze da lei e dalla sua rigidità. Poiché, come nella citazione posta ad epigrafe del racconto, è sempre possibile ricominciare “Mia madre ha cominciato a vivere,  a lasciarsi andare, a reinventarsi a cinquantacinque anni”. Sono donne di carne e gonfiabili, come Rebecca, la soul doll con il suo corpo perfetto che riempie la vita di Camillo, visceralmente legato a un’altra donna, la madre, che scompare all’improvviso lasciandolo solo, Rebecca è obbediente e comprensiva, ma anche lei destinata a portare i segni del tempo, disfacendosi un po’ alla volta, tutta plastica e niente sangue. Donne come Agnese, “Fuori misura”, come recita il titolo del racconto, con un corpo troppo grosso e sgraziato per poter realizzare il suo sogno di diventare mannequin, di essere come Grace Kelly, per essere finanche una commessa in quei negozi le cui vetrine non si stancava mai di guardare “Io sono uscita fuori misura. Sono andata oltre ogni immaginazione genetica in quanto a formosità. Sono over, come un soufflé che, fidando nella capacità contenitiva del ruoto, ha debordato dal forno”, un corpo che le ha impedito di diventare tutto ciò che ha sempre sognato di essere. E così non resta che la Rete per fare finta di essere davvero come Grace, come se quel corpo non esistesse.  Ma sono anche donne capaci di reagire, se Agnese non può diventare mannequin, potrà essere almeno stilista, costretta a confrontarsi con i corpi perfetti delle modelle, a fare i conti ancora una volta con il fallimento e a ricominciare un’altra volta. Poiché le figure femminili di Cirillo non hanno paura di mettersi in gioco, proprio come Laura, la protagonista di “Così ti passa la paura”, anche lei donna provata fortemente dalla vita, in cerca di un nuovo senso per la sua esistenza, licenziata dall’agenzia di viaggi per la quale lavorava, ferita dal dolore forte della perdita del proprio marito, cerca di riannodare i fili della memoria per trovare sé stessa, inseguendo l’ombra di una vecchia amica d’infanzia, Bianca che vive a Licosa. L’idea è quella di organizzare insieme a lei che abita in una località di mare e ha sempre vissuto di turismo pacchetti e itinerari ma scoprirà una realtà differente, la vita di chi come la straniera Maria Fatima è morta nel tentativo di approdare sulle coste italiane e di chi come Bianca si prende cura dei suoi figli. Poiché Bianca ha scelto di dedicare la sua esistenza a salvare altre vite, come quelle dei migranti sui gommoni. Racconti capaci di dimostrare che la quotidianità può fare paura ma sorprende sempre, permettendoci di scoprire ciò che è altro da noi, e ci sorprende proprio attraverso il confronto con altre vite. Poiché le nostre vite, ci ricorda l’autrice, sono legate le une alle altre e basta una parola per illuminare o accendere un’ossessione, come accade a Giovanna e Natalina, il solo sentir parlare di quell’autrice canadese, Alice Munro, evoca in lei il dolore per quel marito lontano. Cirillo ci insegna che ogni donna trova un modo differente per reagire al dolore, ad una vita che non sente come propria, ad un corpo che non riconosce, fino ad inventarsi una vita non vera, un marito partito per un luogo al di là del mare. A vibrare nei racconti la luce di Alice Munro, nume tutelare di Cirillo, con le sue storie di drammi quotidiani, in cui è facile ritrovare una parte di noi, proprio come quelle di “Potrebbe trattarsi di ali”, in cui la scrittura delle donne diventa espressione, come vuole Munro, di quegli spazi dimenticati, censurati, rimasti troppo a lungo in silenzio. Cirillo con il suo linguaggio caldo e insieme accurato sembra aver appreso la lezione della scrittrice canadese, come fossero due anime sorelle, “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale”.

 copertina emilia

Potrebbe trattarsi di ali, di Emilia Bersabea Cirillo, L’Iguana Editrice, pagine 169, € 14,00

Recensione e intervista all’autrice Emilia Bersabea Cirillo

di Maria Paola Battista

Potrebbe trattarsi di ali racchiude sette racconti brevi le cui protagoniste sono per lo più donne.

Stralci di vita che sembrano più che consueti conducono il lettore in vicende molto affascinanti che svelano momenti di sofferenza e di dolore.

Sia l’una che l’altro hanno un duplice aspetto: sono fisiche ma nascondono (o forse, manifestano, lo scoprirà il lettore) l’insoddisfazione psicologica, la mancanza di amor proprio e l’impossibilità di realizzarsi.

Nello stesso tempo celano personalità forti, coraggiose, che non si lasciano sopraffare dalla quotidianità ma cercano, a tutti i costi, di non arrendersi.

La mirabile tecnica della scrittrice non abbandona mai la stesura del libro, si ritrova nel presentare i luoghi, le vicende, i caratteri dei personaggi. Fantasia e realtà si fondono piacevolmente nello svolgimento dei racconti e pongono temi inquietanti.

Sogni, gelosia, sentimenti repressi, pazzia, immaginazione.

Sensazioni e fatti ben presenti nella vita delle donne.

È come se la sofferenza accompagnasse il cammino delle protagoniste, un cammino che è, però, straordinario nel suo svolgersi.

L’esteriorità manifesta un disagio interno, allora ecco che (citando le parole della IV di copertina) lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena incomincia a bruciare… e, lo sappiamo, le ali servono agli uccelli per volare ma sono anche il simbolo della fuga. Alle donne potrebbero servire per scappare via, per riprendersi la loro vita.

Nei racconti è facile ritrovare un vissuto psicologico forte, quasi prepotente,  molti sono i richiami alla psicoanalisi anche se sono celati, appunto, da corpi.

Niente è casuale, come mi confermerà l’autrice, dalla scelta del disegno di copertina ai nomi dei personaggi.

Intervista all’autrice
foto emilia

D: Nel 2016 Non smetto di avere freddo, pubblicato sempre per L’Iguana Editrice, ha vinto la XI Edizione del Premio Minerva. Quando hai scritto i racconti pubblicati in questo nuovo libro?

R: Alcuni li avevo già scritti, e li tenevo nel cassetto, poi l’editrice L’Iguana mi ha chiesto di scrivere un libro di racconti che avesse un tema portante che era il corpo delle donne. Così ho aggiunto a quelli che avevo altri due: Sangue mio e Soul Doll che avevo già in mento da un po’ di tempo.

D: Perché, tra i vari, hai scelto proprio questo tema?

R: Perché il corpo della donna è un corpo misterioso, violato e osannato solo per la parte estetica e anche molto incompreso. Le donne sono giudicate a partire da se sono belle o meno.

Non a caso è stata scelta per la copertina un’icona che è la Venere di Milo a cui sono stati apportati degli accorgimenti proprio per darne un ulteriore significato simbolico.

D: Hai dedicato il libro a “un corpo che resiste”. Cosa vuol dire per te, in questo caso, resistere?

R: Armarsi di pazienza e di speranza. C’è un libro di una scrittrice tedesca riguardo i campi di concentramento, Else Lasker Schuler, in cui scrive la speranza mi ha tenuta in vita.

D: Perché questi racconti di persone ferite nei loro corpi?

R: È un tema molto caro sia a Iguana che a me perché un corpo ferito è molto più letterario.

D: In che senso letterario?

R: Consente allo scrittore di indagare, di immaginare qualcosa sulla motivazione della menomazione. Nei racconti, infatti, anche i nomi sono molto in relazione con ciò che accade. Oggi si parla tanto di corpo, si vedono immagini così diverse dal passato. E anche il modo in cui ci si veste è figlio del nostro tempo, un tempo disgregato.

D: Se tu dovessi scegliere per i personaggi dei tuoi racconti, un aggettivo tra soli e tristi, quale sceglieresti e perché?

R: Io penso che siano più soli che tristi ma non sono solo soli, sono perturbati. C’è qualcosa che dentro non hanno realizzato, o meglio, che tentato di realizzare ma non riescono non perché siano sfortunati ma perché impediti. È come se fossero impacciati nella loro vita.

D: In un racconto, citi Alice Munroe, perché proprio lei?

R: Perché lei è la maestra dei racconti insieme a Katherine Mansfield.

Perché scrivere un racconto è difficilissimo,  è come chiudere una porta dietro di se sapendo che quello che sta nella stanza è in ordine o anche, se sta in disordine, lo riconosci.

Grazie a Emilia Bersabea Cirillo e sinceri complimenti.

Maria Paola Battista

@riproduzione riservata WWWITALIA.IT

intervista di Livio Partiti http://www.ilpostodelleparole.it

https://t.co/4Fa3zBUuWL

POTREBBE TRATTARSI DI ALI

recensione di Giovanna Piazza

 blog www.squadernauti.wordpress.com

28 aprile 2017

Pubblicato nel 2017 da L’Iguana editrice, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirilloraccoglie sette racconti, ciascuno dei quali ha per nucleo una figura femminile, non sempre coincidente con il personaggio protagonista della storia.

Il titolo di ogni racconto è accompagnato infatti da un sottotitolo recante un nome di donna, che risulta essere il motivo profondo e il fuoco della narrazione.

È evidente fin dal principio che la narrazione ruota attorno al tema del corpo: i corpi incarnano qui la coincidenza di identità ed estraneità; sono corpi usati e inaccessibili, corpi che riaffermano la propria traboccante presenza o evocano la propria assenza attraverso la sola voce, corpi debordanti ed eccessivi e corpi che vorrebbero stare nascosti, corpi mutilati o salvati e corpi di figli che perpetuano e interrompono il corpo della madre.

I personaggi sono spesso presentati proprio come esistenze corporali, attraverso precise descrizioni di colori e tessuti degli abiti indossati o, in generale, mediante l’accumulazione dei dettagli del loro aspetto esteriore: forse si potrebbe dire che lo sguardo di chi scrive mostra quindi il carattere immediatamente visibile delle loro esistenze – dall’abbigliamento ai particolari fisici per giungere fino alle azioni – nonché il bagaglio di miserie e piccolezze che anche l’apparenza si porta appresso.

“[…] la signora Rachele non la riconosce subito, la ragazzina magrissima dall’aria sbattuta è diventata una donna secca, ancora più emaciata, i capelli sono inesistenti e le rughe sono comparse sulla fronte e sotto gli occhi. Veste un paio di jeans, un twin-set azzurro e un piumino blu, tutto ben fatto e ben accostato, la sciarpa le nasconde il collo e i guanti le mani, ma è lei”, p. 151.

Tuttavia, nello sguardo di chi narra, gli aspetti minimi ed evidenti – sebbene caratterizzino e dicano senza dubbio qualcosa di vero della natura dei personaggi – non risolvono l’intera figura: ecco perché nel passaggio dall’ordine del minuto al vasto, cioè dal dettaglio fisico alla totalità del personaggio, alla sua possibilità di essere altro, di eccedere il proprio corpo o di sottrarvisi, dalla vicinanza dello sguardo all’inafferrabilità della visione (che si dà come sospensione del giudizio del narratore), pare realizzabile il cambiamento, l’apertura, che è o sarà – di nuovo – un fatto minimo, concreto, dalla misura umana.

In Potrebbe trattarsi di ali, il primo racconto che dà il titolo alla raccolta, si legge di Colomba, una cinquantenne che si sente abbandonata dai figli e dal marito e che è presa in una vita muta e senza scopo, in una condizione di benessere materiale che la illude di essere al riparo da se stessa. L’incontro con un’altra donna, che si attua in maniera inaspettata attraverso la condivisione di una parola pronunciata con trasporto in dialetto, scioglierà in lei le resistenze a guardarsi e a esprimersi. E sembra quasi che il corpo, fin dal principio, le abbia lasciato un segno per intuire ciò che sarebbe avvenuto: “Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare. Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano sue due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi. Nel suo corpo qualcosa sta cambiando”, p. 11.

Anche Camillo Gussone, il commerciante senza una mano protagonista di Soul doll, immerso in un mondo di presenze familiari femminili (la madre Assunta De Luca, la sua assistente ucraina Kathrine e il fantasma della sorella morta Ernestina) realizzerà in qualche modo il proprio compimento: dopo aver cercato soddisfazione e rifugio nella compagnia del corpo perfetto di Rebecca, con un atto violento egli prova a liberarsi della finzione che sembra avvolgere la sua vita: “Ritorna improvviso e forte il desiderio che lo aveva preso la prima volta che era uscito con Fulvia Barone, la smania di andare oltre la camicia e il reggiseno, oltre il seno, oltre la bocca, di guardare dento, di vedere sangue, ossa. Apre il cassetto del comodino, trova a tastoni il coltello svizzero che usava ai tempi degli scout. Ha fretta, il sudore gli cola giù dalla fronte alle reni, gli occhi carichi di lacrime. Deve trovare una risposta a quel che avrebbe voluto sapere da sua madre, da sua sorella: di che materia è fatto l’amore che mi dai?”, pp. 57-58.

L’eccesso caratterizza anche il racconto successivo: Fuori misura è infatti il corpo di Agnese, una donna di centoquaranta chili alta centosessanta centimetri, che vive continuamente sospesa tra realtà e desiderio, in un mondo in cui il sovrappiù di apparenza coincide con il massimo nascondimento e la menzogna, all’interno di un perpetuo gioco: “Io continuo a ingrassare. Continuo a dimagrire. Ho finito per convincermi che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Grace è contenta. Ho aggiunto un’altra foto a quella sul comodino. Un ritratto in posa regale, stola di visone e capelli dietro le orecchie. Ho scritto Ad Agnese, con amicizia, che con me si è comportata come una vera amica”, pp. 72-73, corsivi nel testo.

La narrazione metaletteraria del quarto testo, Come si fa a dire se, costantemente in bilico tra letteratura e vita, mostra proprio il dolore del corpo strappato alla realtà o forse troppo immerso nella realtà – una dimensione che diventa perciò irreale e quindi ostile e inquietante (come se non si potesse credere troppo al mondo senza distruggersi): la prevedibile quotidianità di Giovanna verrà interrotta dalla sua scelta di partecipare a un corso di scrittura e dalla conoscenza che farà di Natalina in una lavanderia a gettoni: “Ne scrivo per allontanare un infondato senso di colpa che mi ha ossessionata e che ancora mi assedia. Se non avessi parlato con lei di quella scrittrice tanto brava che viveva in Canada, se non le avessi mostrato il libro con quel racconto, se non avessi ceduto alla sua preghiera di lasciarglielo in prestito. Sara non fa che ripetermi: Come si fa a dire se? La letteratura non è un comandamento. Mica tutte le donne morte sotto un treno hanno letto Anna Karenina, o tutte le mogli che tradiscono si credono Emma Bovary”, p. 75.

Così ti passa la paura racconta la storia di Laura, che perso il lavoro in un’agenzia di viaggi spera di trovare una nuova occupazione grazie all’aiuto di un’amica d’infanzia, Bianca, la quale le offrirà invece l’occasione di superare la propria paura di vivere: “Andò a fondo, troppo, era un buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, mosse veloci le gambe, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’aspettava la luce”, p. 123.

Chiuso in un dolore che sembra troppo grande, nonostante conduca una vita all’apparenza normale, è anche il personaggio di Norma in Se stasera sono qui: la splendida voce della figlia Francesca le mostrerà che forse è possibile comunicare l’indicibile attraverso l’arte e la bellezza e che anche la sofferenza più straziante ha una misura umana: “Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia. Lei partiva da meno qualcosa, sempre, le altre da zero, magari qualcuna perfino da due, tre, dieci, ma non le importava la differenza, non era invidiosa, no”, p. 137.

Conclude il volume Sangue mio: una ragazza rumena, Anna, accetta di concedere in cambio di denaro il proprio corpo per concepire e dare alla luce una figlia destinata a una facoltosa coppia italiana. Allorché scoprirà di essere gravemente malata, la donna farà ritorno in Italia per tentare una cura e si troverà costretta ad affrontare il proprio passato: “Versa il vino lentamente, alza il calice, Benvenuta, e la guarda fissa, senza bere. Non può sfuggire a quello sguardo, Anna lo sa bene. Prova a resistere, a portare il bicchiere alle labbra, ma Rachele d’Arienzo è ferma e fredda come una roccia, di fronte a lei. Non chiede. Aspetta.
Sono malata, pronuncia Anna. Ho la leucemia.
Ora può bere, un sorso dopo l’altro il vino sembra rianimarla, mastica piano la torta rustica salame, ricotta e uova, la sfoglia leggera, croccante. Avevo fame, dice Anna, solo che non me ne rendevo conto”, p. 154.

Ambientate nella provincia italiana, principalmente quella di Avellino, e narrate in una lingua in cui, accanto all’italiano medio sorvegliato, affiorano termini non comuni (ad esempio, “gragnolare”), parole in lingua straniera (come inglese e rumeno), locuzioni mimetiche del parlato degli stranieri (ad esempio, “Signora molto agitata, tutto il giorno senza mangiare niente, nemmeno biscotti e the”) ed espressioni e parole proprie del dialetto (“pannizzari”, “marenna”, “fa’ ‘o serio che ti spezzo ‘e cosce”, ecc.), le storie di Emilia Bersabea Cirillo sono popolate da figure femminili che cercano una propria autonomia senza perdere la capacità di contenere e lasciare entrare in sé il mondo, da corpi che lottano per non essere più solo un cumulo di parti e di ferite, che tentano cioè – ciascuno secondo le proprie possibilità – di divenire interi.

“C’è una sfida della storia, al divino, di cui non abbiamo consapevolezza. Vivere in questa certezza è presunzione, incoscienza. Ma ci aiuta e ci dà tanta forza”, p. 168.

“Scrivere di donne è faticoso e affascinante”

Share on Facebook
Tweet on Twitter

 

Si presenta
Emilia Bersabea Ciriello
Print Friendly

Sette storie di donne, sette racconti di corpi femminili. Storie difficili, dolorose, illuminate a tratti da una luce di speranza. Emilia Bersabea Cirillo presenterà venerdì 12 maggio, alla libreria “L’Angolo delle Storie” di Avellino, la sua ultima fatica letteraria. “Potrebbe trattarsi di ali” è il titolo del libro edito da L’Iguana, una casa editrice tutta al femminile.

Architetto, la scrittrice avellinese ha pubblicato “Il pane e l’argilla”, “Viaggio in Irpinia” (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002 e “Gli incendi del tempo” (et al. edizioni, Milano 2013). Molto apprezzati anche i romanzi “L’ordine dell’addio” (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea e “Una terra spaccata” (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata. “Non smetto di aver freddo” è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.

“Dopo il mio penultimo libro – racconta la scrittrice – sono stata sollecitata dalla casa editrice a scrivere dei racconti sul corpo femminile. Il racconto è un genere difficile, complicato e neanche particolarmente richiesto. Scrivere tutto in 20-25 pagine non è facile, un’impresa ardua che mi ha sempre affascinato. La richiesta mi ha sorpreso e stimolato, e così mi sono messa al lavoro”.

I sette racconti sembrano legati da un filo nero più che rosso. E’ davvero ancora così difficile la vita delle donne?

Le donne hanno sempre condotto una vita faticosa. Partoriscono, si occupano della cura delle persone, sono il fulcro di ogni famiglia. Sono impegnate in prima linea su più fronti, portano sopra di loro il peso del mondo, da sempre.

Magari più in passato, fortunatamente.

Sì, vero, oggi riconcorrono sogni professionali ambiziosi, e le loro aspettative sono molto cambiate, e non sempre in meglio. Forse, se penso alle tante ragazze che non sanno preparare neanche un uovo fritto, si è passati da un eccesso ad un altro. La famiglia che, nonostante i ruoli non siano più prestabiliti e netti come in passato, continua a ruotare intorno alla donna ne ha in qualche modo risentito.

Non è la prima volta che scrive di donne.

Il mondo femminile mi ha sempre incuriosito e affascinato, per non parlare del corpo delle donne, attraversato da sensazioni così forti e diverse, se non contrastanti. E’ un corpo che genera vita, che contribuisce a costruire il mondo: se ci riflettiamo un attimo su è qualcosa di straordinario, che non finirà mai di stupirmi.

Quale dei sette racconti le è risultato più difficile da scrivere?

Forse l’ultimo, perché ho parlato di una realtà molto lontana da me, con la quale mi sono dovuta misurare partendo da zero. Descrivere la storia di una donna, costretta di fatto a prestare il proprio utero, il proprio corpo ad una coppia che non poteva avere figli non è stata impresa da poco. E’ una storia complicata, ma che si chiude con un filo di speranza. Si percepisce leggendo il libro? (domanda preoccupata e divertita, ndr). Così come nel racconto della bambola per uomini soli ho scoperto un mondo che ignoravo. In ogni caso scrivere per me resta una fatica, e tutti i capitoli sono lavorati, pensati, scritti in profondità.

Si dice, ormai da anni, che si scrive tanto ma si legge sempre meno.

Che si legga sempre meno è un dato oggettivo, non contestabile. Così come i libri che si presentano ogni giorno e affollano le nostre librerie sono davvero tantissimi, e per un lettore è sempre più difficile orientarsi. E’ chiaro che in un contesto simile il ruolo della casa editrice diventa fondamentale: un libro non va solo stampato e distribuito, ma soprattutto promosso e fatto vivere, raccontato.

Lei ha scelto una casa editrice di Verona. Non c’era niente di altrettanto competitivo più a portata di mano?

Sarebbe stupido negarci che al Sud è rimasto davvero poco. Sia chiaro: rispetto il lavoro di tutti e so benissimo che anche in Irpinia ci sono realtà serie e di qualità che operano da anni sul mercato. Con L’Iguana, però, c’è stata piena sintonia da subito. E’ una casa editrice tutta al femminile che mi ha stimolato molto su un genere che io adoro, il racconto. Stiamo lavorando su un progetto più ampio e di lungo respiro, che va oltre la semplice pubblicazione di un libro.

Lei cura da anni anche un laboratorio di scrittura presso la libreria “L’Angolo delle Storie”. Qual è la sua impressione sugli scrittori avellinesi? Crede che ci siano giovani talenti in giro?

Avellino è sempre stato un centro letterario dinamico, con buoni fermenti. L’attività letteraria non è mai mancata, anche se la carenza di spazi non è certo un buon alleato per chi ama i libri e la lettura. Le librerie sono poche, ma più che altro manca un circolo letterario, un luogo dove incontrarsi e discutere di libri e autori. Un punto di richiamo anche, eventualmente, per autori esterni. L’Angolo delle Storie fa un lavoro straordinario sui ragazzi e, grazie ad una storica collaborazione con alcune scuole della città, anche sui piccoli. E’ un riferimento importante che andrebbe sostenuto e integrato con altre iniziative.

da piùeconomia

 

 

Scrivere la vita nel linguaggio dei corpi

«Potrebbe trattarsi di ali»: nei racconti di Cirillo donne in bilico tra dolore e speranza

Fuorimisura Una donna di Botero; a sinistra, Emilia Bersabea Cirillo

ristretto il suo ambito d’azione per narrare la vita e la sua scelta di ritornare al passo breve, a 4 anni da i racconti de «Gli incendi del tempo» e a 15 da quelli più prossimi a questi di «Fuori misura», rivela una sorta di necessità di recuperare la tensione al dettaglio, alla particella e alla dimensione minimale per intercettare l’attimo in cui qualcosa accade, «acciuffare con la mano qualcosa nell’aria» direbbe Alice Munro, e lì rintracciarvi un residuo di senso, una possibile verità. Del resto, come ha scritto Svetlana Aleksievic, la letteratura non è forse l’impresa di mettere in connessione i dettagli? I 7 brani di «Potrebbe trattarsi d’ali» compongono una cartografia sentimentale attraverso l’indagine della superficie delle forme. Sullo sfondo compare una città anch’essa sfibrata – Avellino – e dal corpo ferito, fatta a pezzi e mai più ricomposto, corpo da cui sta fuggendo l’anima. Ci sono le forme di Agnese, protagonista del già conosciuto e qui modificato «Fuori misura», nasconde perché lei avrebbe voluto nascere bellissima «senza chiedere altro alla vita» e invece si ritrova debordante. Per nemesi dell’esistenza, fa la sarta, pret-a-porter di seduzione per Miss di provincia sognando di essere Grace Kelly, chatta con 10 uomini contemporeamente e poi con un tipo a cui invia la foto fatale, «sono un pacco dono colmo di sorprese. Slacciami, sfioccami», perché l’immagine della propria identità in fondo è quella che nel cuore ci si sente di interpretare. Si può essere sante o assassine, larghe o minute, magari con le bozze di ali sulle spalle, come capita a Colomba nel primo e forse più bel racconto della raccolta, «Potrebbe trattarsi d’ali» appunto, per volare e raggiungere i figli «spersi e sofferenti in giro per il mondo». Perché i corpi trattengono, sono pieni di un senza, rimandano a una mancanza e al vuoto riempito da una voce – in «Se stasera sono qui» – e reagiscono al dolore conservandone la trama di un dolore, trattengono il paradigma di una sofferenza, il segno di una lacerazione e basta un che, la parola «ccuore» prounciata forte a sciogliere un abbraccio. «Sangue mio» è il racconto di Anna, una donna romena che aveva dato il suo utero in affitto a una coppia della Napoli borghese, che torna in Italia perché malata di leucemia e ha la sola speranza di sopravvivere nel trapianto di midollo dalla figlia che non sa. In «Così ti passa la paura» Laura è svuotata dal ricordo di Peppino che non c’è più e nella casa di Bianca a Licosa riaquista un significato nella scelta della donna che accoglie ragazzini fuggiti a bordo di un gommone e precipitati in acqua e dal calco del corpo lasciato nel letto dal piccolo Mustafà prende l’energia per un nuovo inizio, il colpo di reni fino alla luce. Colomba, Rebecca, Agnese, Laura e Bianca, Anna, Giovannina e Natalina, Norma e Francesca, la bambola Soul Doll: i corpi di Emilia Bersabea Cirillo sono metafore di esistenze sfilacciate dalle perdite, dalle separazioni e dalle lontananze che però ambiscono a un’altra possibilità nella vita. Le loro vicende sono narrate in pagine venate da malinconia eppure da speranza. Il brano «Come si fa a dire se» è un esplicito omaggio a una delle sue autrici di riferimento, Alice Munro, di cui ricorda «Troppa felicità»: sulla scorta di quell’insegnamento, il racconto per Cirillo appare lo strumento più efficace a indagare e svelare i meccanismi della mente umana, a cogliere quei momenti di svolta repentina o brusca e comunque proveniente da un’urgenza e farne letteratura. In «Potrebbe trattarsi d’ali» conferma di esserne assolutamente capace.

Generoso Picone

 

POTREBBE TRATTARSI DI ALI di Emilia Bersabea Cirillo (recensione)

giugno 28, 2017

https://www.liguana.it/image1200/_850POTREBBE TRATTARSI DI ALIdi Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana editrice)

di Francesca G. Marone

Corpi di donne. Donne nei corpi, racchiuse in bozzoli che non si schiudono. Aspettano di spiccare il volo, attendono che la trasformazione appena accennata si compia per diventare finalmente altro da sé. Nelle sette storie di Emilia B. Cirillo si tocca con mano il disagio di ogni protagonista, si sente la pelle di ogni donna sotto le dita, una pelle ruvida increspata come se fosse grattata dal vento di una vita che tutto scompiglia. Sette racconti legati fra loro dal filo sottile dei corpi che parlano, ci dicono qualcosa di disturbante ma di necessario per lasciarci andare alla vita. Il corpo femminile è tema centrale  a partire dall’immagine raffigurata sulla copertina del libro: la Venere di Milo riveduta e corretta con alcune aggiunte. Protesi, pezzi, ali. Particolari che rimandano ad un assemblaggio di elementi atti a costruire nuove figure. Ma prima di costruire forse è necessario decostruire, buttare giù con una deflagrazione interna tutto ciò che non ci appartiene veramente ma che i ruoli ci hanno cucito addosso. Ne sappiamo bene noi donne di quella seconda pelle che la vita ci confeziona, vestiti che spesso non abbiamo scelto da noi, che non ci piacciono affatto, che ci soffocano la voce, che ci intralciano il passo. Conosciamo bene la vivisezione a cui è sottoposto il nostro corpo, celebrato sull’altare della bellezza, sacrificato per il piacere altrui, mortificato da imposizioni dettate da noi stesse, giudicato e soppesato come carne al macello nel mercato degli sguardi. 
“Stupido è il bello che sta uccidendo il mondo, conclusi.”  dice Agnese, una delle intense figure femminili disegnate dalla penna di Emilia Cirillo, in Fuori misura, lei è troppa, ha un aspetto “extra” rispetto alle Miss che popolano le strade e i negozi, slanciate e vestite di tutto punto. Nel suo sentirsi diversa con un sangue che ha soltanto una fame inappagata di vita e di eros, Agnese troverà un’altra sé in un’altra dimensione parallela. “Puoi essere al centro della vita anche dalla periferia.” Poi c’è Rebecca, in Soul doll, dolente bambola che riempie vuoti di disagio esistenziale dove ancora il corpo ha un peso specifico fortissimo, doloroso, posticcio, e vivo articolandosi con le sue protesi. Quella in gel dei seni di Rebecca e quella della mano finta, il moncherino, del suo uomo Camillo. Nelle altre storie incontriamo Laura donna senza lavoro che non ha novità da offrire ad un  mondo che la pressa con la fretta di realizzare, Laura che lascia quel poco di cui vive per chiedere aiuto all’amica d’infanzia. “Disoccupata con onore, si dice. Disoccupata disperata.” Laura di fronte a Bianca alla ricerca di quella luce che c’è in tutte le cose. Queste solo alcune delle protagoniste, tutte ognuna a modo suo, in una spirale di cambiamento. In ogni storia di questo libro di racconti la quotidianità delle  donne è attraversata e spaccata come da una scossa che fende la crosta terrestre toccando il disagio profondo e mettendolo a confronto con l’esterno. Nonostante il malessere che pervade le figure femminili di Emilia Cirillo l’autrice ci apre sempre a qualche spiraglio risolutivo, un abbraccio salvifico, un guizzo di vita che mettendoci in relazione gli uni con gli altri ci restituisce la dimensione dell’umano, dove tutto ridiventa possibile. La scrittura è curata e capace di grande sensibilità umana scandagliando ogni piega del disagio e rimandando spesso a suggestioni musicali e letterarie piacevolissime. L’idea che mi è rimasta addosso come una seconda pelle dopo la lettura è quella dell’imperfezione del nostro corpo, a partire dalla Venere in copertina con una protesi al braccio, ma che nulla può togliere alla bellezza dell’amore che quel corpo stesso merita completamente. Dal nostro sguardo, da quello di un’amica, dall’universo che saprà accogliere ogni donna nella sua unicità e preziosità. Imperfezioni che come la punta di un iceberg nascondono mondi che spingono per uscire se solo gliene dessimo l’opportunità. Dei sette racconti ho molto amato il primo: Colomba e il suo prurito fra le scapole, resto qui aspettando di vederne le ali crescere enormi come due uccelli mitologici per sorridere alla sua ritrovata libertà di vivere. E spiccare il volo. Ccore mio.

* * *

 

https://www.liguana.it/image1200/_850La scheda del libro

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, forniture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante.

* * *

Emilia Bersabea Cirillo avellinese, architetto, ha pubblicato “Il pane e l’argilla”, “Viaggio in Irpinia” (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002 e “Gli incendi del tempo” (et al. edizioni, Milano 2013). Ricordiamo anche i romanzi “L’ordine dell’addio” (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea e “Una terra spaccata” (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata. “Non smetto di aver freddo” è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva. Questo è il suo ultimo libro.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

_840

la recensione di Carla Perugini, Università di Salerno.

 

Tornata alla dimensione privilegiata del racconto, ancora una volta la scrittrice sceglie di indirizzare lo sguardo narrante verso il referente prediletto del corpo. Il ricordo va inevitabilmente al precedente volume di Fuori misura, di cui non per caso ritorna qui il racconto dallo stesso titolo. Ritroviamo infatti nel nuovo volume non solo la scelta del corpo come veicolo propizio per il contatto col mondo, ma anche il proporlo come barriera che tale contatto impedisce, se si rivela incapace di attrarre, di piacersi, di stare vicino al corpo di un altro: ecco quindi che la protagonista del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, si sorprende a pensare «che vive immobile nel suo corpo come in uno scafandro» (p. 23). Opaca e impenetrabile come un muro di gomma, la carne fa rimbalzare le percezioni, in una negazione dell’io che rimane  nascosto a sé e agli altri. Il vuoto che si crea puo’ essere riempito, paradossalmente, solo da altre azioni del corpo stesso, come per esempio mangiare fino a diventare obesi (Agnese), negarsi l’affettività fino all’autorepressione (Camillo), immaginarsi altre vite fino al tentativo di far sparire marito e figli (Natalina), sentirsi sempre più larga per non ammettere di sentire il vuoto (Laura), o dissanguarsi per una maternità tradita (Anna). Spesso incapaci di incontrare il tu nel dialogo e nella relazione affettiva, questi personaggi preferiscono rapportarsi con animali, come Colomba, “nomen omen”, con la sua cagnetta, o con oggetti transfert, come la bambola gonfiabile di Camillo in Soul Doll, i manichini e le stoffe di Agnese, gli oggetti della figlia morta per Norma.

I corpi, strumento di conoscenza o stigma personale, non sono quindi solo natura ma anche cultura. Con l’accesso al linguaggio natura e cultura si sovrappongono, anche se la coincidenza fra le due rimane imperfetta. La metafora parareligiosa del verbo che si fa carne ci soccorre nel tentativo di comprendere che cosa facciamo quando scriviamo, per esempio di cosa avviene nel corpo di Colomba quando comincia a sentire dei bozzi sulle spalle che potrebbero essere ali. La rivendicazione del proprio nome va di pari passo con il nuovo sentire del proprio corpo, ma gli altri vi vedono soltanto una pretesa ridicola, come sottolineano ridendo il marito e i figli: “Vuoi che t’inizi a chiamare Colomba proprio adesso, che non hai mai volato in tutta la tua vita?” (p. 10).

Se il corpo nella fiction viene raccontato, in altre espressioni artistiche racconta, si fa agente immediato e diretto delle intenzioni dell’artista come nella danza, nella scultura, nel teatro o in certe performances contemporanee, che vanno genericamente sotto l’etichetta di body art, di cui forse l’esponente più inquietante, per una sorta di ricerca totalizzante attraverso il corpo che si fa ontologica, è Marina Abramovic. Nella scrittura di Emilia potremmo riconoscere una volontà di rappresentazione che l’avvicina alla drammaturgia quando, a proposito dei tempi verbali, decide di alternare al “preterito”  il presente narrativo (“Potrebbe trattarsi di ali”, “Soul Doll”, “Fuori misura”, “Sangue mio”). Se, infatti, l’uso del passato connota la letterarietà del racconto (la diegesis), l’uso del presente sollecita il lettore a una visione scenica di quanto viene narrato, a entrare nel campo della mimesis. In questi ultimi racconti l’inserimento residuale del passato verbale viene a svolgere quasi la funzione che ricopriva il coro nel teatro antico, quando un messaggero o un gruppo di attori riassumeva azioni già accadute o impossibili da rappresentare sulla scena. Ciò a cui assistiamo sono dei conflitti intimi o interpersonali, che si svolgono nello spazio deputato per eccellenza alla loro nascita e al loro sviluppo, ma anche, a volte, alla loro risoluzione: la famiglia. “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” (p. 80). Questa citazione, riferita alla maniera di scrivere della grande Alice Munro nel racconto “Come si fa a dire se”, apre a diverse interpretazioni: puo’ essere letta come una metodologia narrativa, quando dei piccoli indizi che formano la prima trama finiscono per assumere sempre maggiore rilevanza fino a scoprire una seconda trama fino ad allora soggiacente; puo’ valere per la psicologia del personaggio, che cambia e si evolve nel corso della narrazione, come succede alla Giovanna del testo appena citato, o alla Norma di “Se stasera sono qui” o alla Emanuela di “Sangue mio”. Sono personaggi volutamente asimmetrici, in cui i dettagli fisici, ora mancanti, ora deformati, ora ridondanti, distanziano l’io dal mondo, come per la mano finta attaccata al moncone di Camillo, in “Soul Doll”, “come un segno di eterno disequilibrio” (p. 50), “perché lui conosceva la mancanza e la sostituzione, il doversi accontentare del finto come se fosse reale” (p. 42). Questi corpi in bilico fra umiliazione e riconoscimento, fra consapevolezza dei limiti e volontà di riscatto, sembrano far propria l’amara considerazione di Jean Paul Sartre nell’Essere e il nulla: “Corriamo verso di noi, per questo non possiamo mai raggiungerci”.

Anche se la geografia di questo libro è più circoscritta rispetto a quelli precedenti di Emilia Cirillo, limitandosi alla sua città o ad altri luoghi della Campania (c’è anche una breve trasferta a Roma), il mondo vi penetra inesorabilmente grazie agli inevitabili riferimenti alle realtà del nostro tempo: la disoccupazione, la realtà virtuale, l’immigrazione, il volontariato, il consumismo… Ritroviamo l’uso spezzato della sintassi, la mescidanza fra lingua e dialetto, la narrazione metaletteraria, quando una storia è anche la messa in opera della storia stessa (in questo senso esemplare è “Come si fa a dire se”). Il lettore è invitato a partecipare alla creazione e allo sviluppo di quanti popolano questa scrittura, attraverso allusioni e ammiccamenti a personaggi reali delle nostre terre, a paesaggi a noi noti, a costumanze locali. E, attraverso noi, anche l’autrice sembra entrare di più nelle sue storie, ove pare quasi di sentire l’eco di un significativo appello della straordinaria scrittrice brasiliana Clarice Lispector in Acqua viva: “Tu che mi leggi, aiutami a nascere”.

Carla Perugini

 

  • Emilia Bersabea Cirillo: «Potrebbe Trattarsi Di Ali» La Recensione

LIBRI

Emilia Bersabea Cirillo:
«Potrebbe trattarsi di ali»
La recensione

Sette storie di donne: un’altra scommessa (vinta) dalla casa editrice di Verona «L’Iguana»

La videorecensione della settimana consiglia «Potrebbe trattarsi di ali» (L’Iguana editore), il libro di Emilia Bersabea Cirillo. Un testo che affronta con profondità il tema del corpo femminile. Sette storie che destrutturano il corpo, luogo di dolore e assenze. Emilia Bersabea Cirillo narra di real doll e donne fuori misura. Ma anche di vittime e carnefici.

Storie di donne che resistono, tra introspezione e rinascita, raccontate con uno stile lieve, chirurgico, a volte feroce. Un’altra sfida (vinta) della casa editrice di Verona «L’Iguana», progetto tutto al femminile che sa valorizzare e promuovere il talento delle donne.

16 maggio 2017 (modifica il 19 maggio 2017)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo

Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo

di Silvana Arrighi

“Il calore della lampada si fa sempre più cocente, non dà più fastidio, ormai. La pelle di Colomba, anzi, ha bisogno di quel calore. Ne vorrebbe di più. Forse così i bozzolini diventerebbero di fuoco e qualunque cosa ci sia dentro, grasso accumulato, nostalgia, parole mai dette, potrebbe sgusciare fuori, libera”.
[…]
“Io ho pensato che mi fossero venute le ali.” […]
“Le ali? e che se ne fa delle ali? ”
“Potrei raggiungere presto mio figlio, senza prenotare voli e controllare partenze.”

Il nuovo libro di Emilia Bersabea Cirillo si annuncia con una bella confezione, un titolo accattivante, una copertina in cui una mescolanza fra la Venere di Milo e la Nike di Samotracia, dotata di testa e di un solo braccio, carnalmente umano, porta il suo paio di ali quasi fossero una gerla, evocativa dei mille pesi che quotidianamente le donne portano sulle spalle o, forse, della loro capacità di volare al di là del peso fisico che vorrebbe trattenerle a terra. Le “ali” della protagonista del primo racconto (Potrebbe trattarsi di ali), Colomba (come altro avrebbe potuto chiamarsi?), sono due addensamenti di grasso che si ritrova un giorno sul dorso, all’altezza delle scapole. Lipomi – diagnostica il fisiatra. Magari ali – pensa Colomba: ali che la potrebbero portare in volo dal figlio lontano. Forse quei “bozzolini” che lei può toccare sulla propria schiena sono solo pieni di nostalgia per chi si è allontanato, e non può toccare più. Forse potrebbero aprirsi in

ali liberatorie, a portarla via dalla piccola vita di provincia e famiglia in cui appare intrappolata.

Camillo, il protagonista di Soul doll, rimpiange di non aver mai potuto toccare le bambole di sua sorella Ernestina: “Nessuno ha mai capito quanta tenerezza c’è in me”. È uno dei pochi personaggi maschili presenti nei sette racconti della Cirillo, e neppure lui, in fondo, ne è protagonista. Lo è Rebecca, la sua compagna, una donna inanimata il cui corpo è però più vero del vero: Camillo ne ha potuto richiedere la confezione secondo i suoi gusti e il suo gradimento. L’altezza, le misure del seno, dei fianchi, il colore della pelle, dei capelli, degli occhi, financo le dimensioni e l’aspetto della vulva sono come lui li ha voluti. Rebecca è stata confezionata “at customer’s request” e di Rebecca Camillo è perdutamente innamorato, perché “sogna un abbraccio che duri tutta la notte” e solo quell’essere di silicone, dall’apparenza indistruttibile e dal sorriso così accondiscendente, pare in grado di darglielo.

Norma, protagonista di Se stasera sono qui, è una madre a cui è toccato in sorte il dolore più grande, la perdita di una figlia nel fiore della giovinezza. “La sua storia personale era completamente diversa da quella di tutte le altre, lei aveva perso una figlia di ventitrè anni in un incidente, la sua unica figlia, il suo mondo. Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia.“ È il racconto che più commuove, il più struggente. L’ultimo della raccolta, Sangue mioè invece il più fortemente legato alla realtà del nostro tempo, narrando una storia di maternità surrogata e del rapporto fra parti ricche e parti povere del mondo. La protagonista, la romena Anna, è costretta per indigenza a prestare il proprio corpo ad una coppia sterile, italiana: diciassette anni dopo dovrà fatalmente incontrare Emanuela, che dentro al suo corpo era cresciuta e dalla quale si era separata subito dopo averla messa al mondo, e chiedere un aiuto che solo lei le può dare, per il suo corpo malato.

 

Ancora il corpo. Il corpo è prepotentemente presente nei sette racconti della raccolta, con tutte le sue funzioni e la sua concretezza biologica: lacrime, sangue, viva materialità. Corpi  estremi, anche: come quello di Agnese, la protagonista di Fuori misura, una donnona di centoquaranta chili che, liberatasi dai condizionamenti legati all’aspetto fisico e alla sua misura extra-extra-large, riesce ad uscire da se stessa, si fa disegnatrice di moda e fa fortuna disegnando e vendendo abiti per altre donne.

Ispirata all’autrice canadese Alice Munro, le cui parole – “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale” – sono poste in esergo a propiziare le pagine che seguiranno, Emilia Bersabea Cirillo ha la rara abilità di mettere nella pagina scritta, e scritta benissimo, la meravigliosa complessità dei pensieri femminili. Non nasconde quanto il lavoro di scrittrice le costi fatica (“Quando scrivo butto sangue”, è l’espressione che ha usato ad una recente presentazione del suo libro), tuttavia le sue parole – che spesso attingono a dialetti e tradizioni delle terre del sud, orgogliosamente messe in primo piano – pur ricercate e dotate di una peculiare ed apprezzabile asciuttezza scorrono fluide e limpide come acqua sorgiva, e risultano essere le migliori, le più eleganti, per esprimere sentimenti ed emozioni. Non c’è timidezza o impaccio nell’ambientare le storie in luoghi piccoli, fuori dal mondo, paesi di provincia che ci immaginiamo distanti dal glamour della città: le storie di queste donne irpine, spesso donne comuni e semplici, di mezza età e di poche pretese, sono universali come universali sono le emozioni. Colomba, Agnese, Natalina, Laura, Bianca, Francesca, Anna sono donne la cui sofferenza spesso si tocca con mano, tuttavia sono estremamente resistenti, forti, reattive. Raccontando di loro e delle loro vite, Emilia Cirillo racconta lucidamente la nostra quotidianità, le contraddizioni, le difficoltà dei nostri tempi. Se parlare dei luoghi fisici è fondamentale – in particolare quelli legati alle proprie radici -, maggiormente lo è parlare dei luoghi universali delle emozioni.

La scelta del racconto come modalità espressiva è per la Cirillo “una questione di misura. Nel momento in cui si sceglie questo genere non sono possibili sbavature”. Il racconto è forse la sua dimensione narrativa d’elezione, “Una scelta letteraria precisa, necessaria”. E, citando mirabilmente la Nobel canadese – “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” – nel racconto Come si fa a dire se dimostra di averne introiettato appieno l’insegnamento, vista l’abilità con cui sa intrecciare fra loro due diverse trame, l’una mantenuta più in superficie, la seconda più sotterranea: è questo, a mio avviso, il racconto dal maggior valore letterario. L’orizzonte narrativo della Cirillo ci conduce attraverso storie disturbanti: le sue donne, a volte disperate, spesso sofferenti, hanno però tutte ali per volare, possono prendere in mano il proprio destino, e vincere la sfida della vita. La Venere-Nike presente in copertina è anche personificazione della Vittoria: la vittoria era alata perché doveva portare in alto il vincitore al di sopra dei comuni mortali. Ma le sue ali indicano anche che è rapida e inafferrabile: va, letteralmente, presa al volo, come l’attimo fuggente di un’opportunità del destino che difficilmente potrebbe ripresentarsi. Le donne di Emilia Bersabea Cirillo vogliono un destino da portare a testa alta, di cui sentirsi fiere: se sono penalizzate dalla vita, sono vincitrici nello spirito. E ottengono cura, premura, affetto, una unificante carezza, un abbraccio risolutivo.

Ancora una volta l’editrice Iguana ha confermato il suo desiderio di pubblicare “storie vere e buone”, valorizzando e promuovendo il talento delle donne. Emilia Cirillo, architetto di professione, grande lettrice da sempre (Pavese, Hemingway, Faulkner, Gadda e poi la Woolf, Kathrerine Mansfield, Fabrizia Ramondino, la Ginzburg fino ad Alba de Cespedes sono state le letture della sua formazione) si conferma nuovamente, dopo Non smetto di aver freddo (2016), come sensibile e straordinaria narratrice dell’animo femminile.

Emilia Bersabea Cirillo, “Potrebbe trattarsi di ali”, pp.169, euro 14, L’Iguana editrice, 2017.

Giudizio: 5/5

 

Cultura

Potrebbe trattarsi di ali, o delle cose che arriveranno

RACCONTI. “Potrebbe trattarsi di ali”, una raccolta di Emilia Bersabea Cirillo edita da L’Iguana

Kevin Francis Gray, Ghost Girl (2007)

I racconti della raccolta di Emilia Bersabea Cirillo (Potrebbe trattarsi di ali, L’Iguana editrice, pp. 168, euro 14) hanno tutti in comune la caratteristica di narrare storie che si svolgono in un tempo e in uno spazio liminali, lì dove qualcosa finisce e altro, che non conosciamo e non sapremo, succederà. Accade col primo racconto, quando Colomba, autoritaria e arrivata, senza sapere più che cosa desideri e col timore latente di avere allontanato le persone più importanti, in nome di una legge morale sbiadita, incontra una donna che le somiglia. Hanno entrambe due bozzi sulla schiena, solo che Colomba crede che si tratti di ali.

Laura, invece, protagonista del racconto Così ti passa la paura ha perso il lavoro, il suo unico amore, una direzione nella vita, che scorre lenta e ordinata oltre la sua volontà come se niente fosse accaduto. Sarà grazie all’intuizione di andare a trovare un’amica d’infanzia che si troverà sommersa nel caos dell’esistenza, dove devi saper nuotare per sopravvivere. Perché ugualmente basta un gesto banale, un leggero discostarsi dalla routine e tutto intorno muta. Molto spesso, però, il cambiamento è una parte integrante e inconsapevole della banalità dell’esistenza, dalla quale le protagoniste delle storie raccontate si allontanano, ignare sia del pericolo che stavano vivendo sopportando una vita che non apparteneva loro affatto, sia di quello a cui vanno incontro, cambiando anche solo una piccola abitudine, graffiando lo specchio immobile della routine.

LA SCRITTURA di Cirillo, nelle storie così diverse che consegna, riesce nell’impresa di tratteggiare con forza e precisione il dolore lacerante, a volte urlato, a volte sepolto, della vita quotidiana. Il realismo romantico della scrittrice arriva infatti a mostrare con nitidezza la spietatezza dell’esistenza sia quando essa si svolge attorno ai divertissements necessari alle personagge per dimenticare quanta vita stiano sprecando, sia quando, al contrario, le protagoniste sono poste di fronte alla necessità di sopravvivere e convivere con un dolore insuperabile, quello della morte.
È il caso, per esempio, di Norma, dalla giovinezza fortunata, colta, indipendente e libera rispetto al giogo che rappresentava il matrimonio per molte sue coetanee e poi costretta a confrontarsi da sola con la morte del suo tesoro, della sua unica, bellissima e talentuosa figlia femmina.

CIRILLO immagina per lei un momento di catarsi, inaspettato nella sua semplice e stridente banalità, e la lettrice si trova commossa di fronte all’evidenza di tanta ordinaria ferocia del destino, proprio nascosta nella famigerata porta accanto.
A fare da cornice a ogni storia il contesto variegato di una parte del sud Italia, indicato con il nome di specifiche località della provincia di Avellino, poi Ogliastro, Punta Licosa, Napoli: la Campania. Nel realismo di Cirillo questa geografia non si connota per alcun tipo di folklore, meraviglia o colpa primordiale, descrivono una terra fertile e angusta, accogliente e ingiusta, come sono tante.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: