Scritture

Scrivere narrativa di Emilia

active young woman on rock wall in sport centre

Pensare a una storia non è difficile, è scriverne la vera scommessa. Molte sono le cose che vedo e vivo, durante una giornata e alcune non scivolano via, ma restano attaccate dentro di me, proprio come puntelli colorati sparsi su una parete da arrampicata. Due donne infagottate su una panchina, la forfora sul bavero del cappotto di un uomo in fila con me alla Posta, i denti d’oro di una giovane rom, il bicchiere di plastica vuoto di un profugo nigeriano davanti alla panetteria, le mani affusolate ed eleganti della donna che vende borse contraffatte al mercato, l’odore sporco delle panchine nella Stazione della metropolitana alle dieci di sera: sono solo alcune delle scene da cui può nascere un mio racconto, indizi di un’esistenza di cui posso solo intuire qualcosa, il resto è libertà immaginativa.
So che c’è materia dietro all’apparenza, è questa ricerca che lavora dentro di me anche quando non ci penso, sono i perché e i come, sono infinite strade che portano a una sola, quella che più mi convince, quella che può diventare narrazione.
Un piede qui, un altro là, una fune, un gancio, occhio, equilibrio, distribuire le forze e un poco alla volta, con attenzione, precauzione ma anche con una buona dose di follia, senza guardare troppo in basso, respirando regolarmente, si tenta la scalata.
Scrivere è un po’ così, fare a patti con se stessi per affrontare un’arrampicata. Ogni volta, per quanto la parete sembri uguale a quella già scalata, è sfidare una cosa diversa, ogni volta è di nuovo mettersi in gioco.
Scrivere racconti è sapere trovare, in uno spazio e tempo relativamente brevi, la giusta angolazione per una storia compiuta, che lasci in chi legge una sorta d’illuminazione, che lasci, in alcuni casi, una sorta di conversione.
Mi piace raccontare storie che hanno una durata breve. Storie che non potrebbero, per la loro struttura, per il loro intreccio, avere lo spazio e il tempo del romanzo. Storie che iniziano e finiscono in poche ore, in pochi giorni, in cui il personaggio principale è visto molto da vicino, ne sento l’odore, la voce, la risata, i sogni, le ossessioni, so la sua disperazione, il suo tentativo di esistere, le cose che ama, quelle che non ama, perché si trova là, in mezzo alla storia e cosa deve fare per andare avanti, per darsi valore. Il senso del raccontare è un po’ il senso della nostra vita: più cerchiamo dentro di noi, più proviamo a scavare e vedere in noi stessi, meglio uscirà la nostra narrazione. Perché la scrittura, per quanto sia una finzione, non ammette bari, non ammette bugie: più si è onesti, più ci si avvicina alla verità, alla propria verità, più chi ci legge se ne accorge e ne resta coinvolto.
Scrivere racconti è un po’ come fotografare, imprimere in se stessi istantanee su cui tornare e lavorare, riproducendo in parole e fatti lo shock che si è provato la prima volta.
Un racconto, anche se lungo, deve essere la sintesi della nostra percezione sensoriale.
«La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare.» scrive Flannery O’Connor, nel Territorio del diavolo.
Questo è quello che per me deve produrre una vera narrazione: spiazzare, a volte, accogliere, altre, sempre nella dimensione corpo-senso, corpo-parola, corpo- spessore.
Sono i particolari, soprattutto in un racconto, che servono a dare consistenza alla narrazione. Non c’è personaggio, anche secondario, che non debba essere descritto solo per una sua caratteristica, non c’è stanza o strada o magazzino, in cui dobbiamo entrare sentendone l’odore o il rumore, non c’è cibo di cui non dobbiamo raccontare il gusto, non c’è corpo di cui non dobbiamo conoscere il calore o il freddo.
Scrivere un racconto non è per nulla facile. Si pensa: poche pagine, una storia semplice, e che ci vuole? Ma se non si è allenati a guardare, a osservare, se non si è un po’ voyeur, curiosi della vita, interessati alle piccole cose, non si riesce davvero.
«Scrivere narrativa non è tanto questione di dire le cose, quanto piuttosto di mostrarle », continuo a citare Flannery O’Connor.
Ritornando ai pioli infissi sulla parte da scalata, come metafora della scrittura, bisogna aggiungere ancora qualcosa. Non basta aver messo i puntelli, bisogna sapere quali sono più forti e quali no, quali più accessibili nel nostro percorso, quali ci permettono di superare una difficoltà, quali ci mettono in grave pericolo. Noi non ci vediamo, ma nel tempo della scalata, in quello scegliere e provare, in quell’aderire del nostro corpo alla parete, in quel sostare e respirare, disegniamo una figura sottesa. Questa figura, complessa, astratta, visibile, percepibile, è la nostra scrittura.
In ogni caso, quando si arriva alla fine, abbiamo conosciuto noi stessi e la parete, abbiamo superato nodi, abbiamo imparato a respirare e a sentire il nostro sudore: possiamo tirare un bel sospiro di sollievo. È fatta. Il nostro racconto-scalata è finito.
Ora possiamo ricominciare daccapo.

 


“Fleurte”: un racconto su Matisse

«Lei è stata una donna fortunata. Matisse le ha voluto veramente bene. E le ha dedicato la sua opera. Anche io vorrei che qualcuno facesse lo stesso per me». Emilia Bersabea Cirillo, seguendo la sua passione per Matisse, ci porta a Vence.
La seconda puntata di “Possessioni” a cura di Alessandra Sarchi.

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FLEURTE
Racconto di Emilia Bersabea Cirillo*

“… Je préfère dire « fleurte » car c’est comme un peu si nous nous
jetions des fleurs à la figure, des roses effeuillées, et pourquoi pas?
Rien ne défend cette tendresse qui se passe de mots, et qui est au bord des mots”.

Henri Matisse.

È presto, troppo presto, a giudicare dal sottile strato di ghiaccio che copre il selciato. Marta soffia sul caffè bollente e guarda verso la piazza del paese. Bancarelle di fiori, formaggi, paté, hanno già issato le loro tende, le vetrine color lavanda del profumiere e quelle verde salvia del panettiere sono illuminate. Ogni cosa ha un suo colore e un suo sapore, a Vence. Marta ruota il collo, si massaggia la nuca, fa dei movimenti circolari con le braccia. Ha preso freddo la sera avanti, per parlare con Pietro nel corridoio della pensione. Quanto hanno parlato, come se la telefonata fosse stata gratis. Lui a fare sempre la stessa domanda, “Quando torni, amore mio, non ce la faccio più” mentre lo spiffero della porta d’ingresso le congelava le ginocchia. Lei accoccolata per terra a raccontare che Josephine le aveva proposto un ruolo nel balletto di Roland Petit, si proprio lui, il celebre ballerino, e che aveva solo due giorni per decidere.
«Allora non torni più?»
«Che dici, allungo la mia permanenza solo di qualche mese».
«Puoi fare a meno di me, Marta? Non ti mancherò?»
Era stata una lunga pietosa telefonata in cui lui, se avesse potuto, l’avrebbe tirata lungo il filo del telefono fino a Scandicci e lei, volentieri, sarebbe corsa da lui.

Al mercato ci sono già avventori, malgrado soffi un vento alpino, soprattutto donne con le loro ceste di paglia, “un peu de, un peu de”, e indicano col dito questo e quello. Lei comprerebbe fiori, garofanini rosa e rossi, anemoni viola, ranuncoli gialli e li getterebbe sul pavimento della scuola di ballo fino a coprirne il pavimento. Contrazione, rilascio, testa in giù, mani penzoloni, morbida Marta! Gonfia il diaframma, svuota, risali, lentamente, viso verso di me, come insegna la maestra Josephine, mentre i fiori galleggiano quieti sul parquet.
La padrona della pensione, Odette, grassa come un’oca, con una voce sempre allegra, arriva con una guantiera di croissant e panini, “Voilà, Marta, pour toi, c’est très chaud” gira le spalle e ritorna in cucina, sfrigola pancetta e uova per le ospiti inglesi arrivate da una settimana. La piazza si è animata: impiegati e studenti scendono dalla corriera, le scuole aprono alle otto, la corriera riparte ai venti di ogni ora. Alle nove in punto deve essere a Saint Paul de Vence. Lei è pronta, giusto mettere un elastico tra i capelli troppo lunghi, infilare il cappotto e correre giù, dietro il supermercato, dove c’è il grande parcheggio dei pullman. La signorina Josephine ammette solo cinque minuti di tolleranza per il suo corso di danza contemporanea, sala sette primo piano, nel palazzo di pietra gialla all’inizio del borgo.
«Marta, pour toi!» urla Odette dalla cucina. Di nuovo Pietro, lo sente. Di nuovo la sua voce e lo spiffero freddo del corridoio.
«Non so per quanto tempo posso esserti ancora fedele. E tu?»
Questo è il suo senso della lontananza.
«Non ho i tuoi problemi».
«Vuol dire che non mi ami davvero. E allora sai che ti dico? Anche io ti dò due giorni di tempo. Deciditi: o torni o ci lasciamo».
«Ma Pietro, ragiona, che significa? Io sto cercando la mia strada!», urla Marta.
«E allora torna, quella è la tua strada!»

La cornetta, dall’altro lato, sbatte sulla forcina.
Lo spiffero ora la prende alla schiena, come una puntura. Le fanno male braccia, gambe, anche il cuore.
«Marta, bien?», si sporge Odette dalla cucina. È sudata, i ricci scomposti sulla fronte, le braccia a fuso che sbucano dal camice.
«Bien, Odette. Bien».

Cammina dritta per la via, col suo corpo che sembra spezzarsi per quanto è gracile, poggia cauta gli stivaletti di cuoio sulle lastre di ghiaccio. Vede sfilare la corriera, mentre raggiunge la piazza di sotto. Se non ci fosse stata quella telefonata di Pietro! Batte i piedi per terra e sbottona il cappotto. Ora deve aspettare un’ora in quel vento lucido. No, impossibile! Deve passeggiare, far sbollire la rabbia in qualche modo. Le sue mani arrossate sono al riparo nelle tasche del giaccone blu, alla marinara, la testa è coperta dal berretto di lana, le gambe da spesse calze. Eppure sente freddo e saltella, un due tre, i suoi piedi sono così leggeri e bizzosi che sembrano toccare appena la pietra delle vie strette, tra odori di timo, rosmarino, lavanda.
«Questo inverno del 1970 è più gelido degli altri, a casa teniamo il camino acceso tutto il giorno. L’Italia è paralizzata dalle manifestazioni studentesche. Architettura è occupata da due mesi. In sostanza non ho nulla da fare. Ti penso. Che fai ancora a Vence?», le aveva detto Pietro. Lei ha una stufa a gasolio, che divide con la sua compagna di stanza, e la sera si fa una boule di acqua calda per prendere calore nel letto. Di questo lui non sa nulla.
Una Peugeot frena con grande stridio per non investirla. Lei si appiattisce contro il lastrone di un palazzo. Un crampo alla gamba la paralizza. L’autista le dice qualcosa, sporgendo la testa dal finestrino “Tu es folle”. E riprende veloce.
Sì, è folle a camminare come cieca, nella sua indecisione.
Al diavolo Pietro, lo spiffero, la schiena che vuole riposo. Ogni giorno dalla nove alle diciotto ha lavorato sul suo corpo chiedendogli sempre di più. Vuole diventare danzatrice. Tu hai il corpo della danza, le diceva la sua maestra, a Scandicci, quando aveva dieci anni. Ma con quel crampo che trilla come un campanello nei suoi muscoli, non riuscirebbe a fare un esercizio decente.
Si ferma a telefonare in una cabina. Un colpo di febbre, inventa. È a letto e non ce la fa a raggiungere la scuola. Joséphine sembra crederle. Non ha mai fatto un giorno di assenza, in sei mesi. Ma le sollecita la risposta per il balletto, entro domani.

Avenue Henri Matisse, legge sul cartello. Una freccia marrone indica una Chapelle du Rosaire. Andrà a vederla, decide. Almeno sarà al caldo. Sfiora il cancello di una villa con un giardino di palme, Le Rêve, il sogno. Le piacerebbe che fosse la sua casa. Poi dovrebbe svegliarsi, comunque. Affrontare la vita.
La sua lunga gonna a fiori si impiglia in un ramo di biancospino. Lei si ferma a staccarla. Certo, che luce. È per il mare laggiù che ogni cosa sembra lavata, anche il cielo.
C’è un tetto che è cielo e mare insieme, proprio sotto il muretto di ardesia. Una croce di ferro leggera e sottile come un filo di fumo si alza fino a lei. Deve essere quella della cappella.
S’introduce senza far rumore, scende le scale, apre una porta. La stanza rettangolare ha due pareti decorate con mattonelle a grandi figure in bianco e nero, le altre due sono colorate da enormi vetrate. Azzurro come il mare. Verde come il prato. Giallo come il sole. Dentro è silenzio e odore di cera. La luce rifrange e sfiora il pavimento di marmo bianco come se fosse un arcobaleno.
Marta cammina in punta di piedi. Ha le mani distese sui fianchi. “Se non ci fossero le sedie questa sala sarebbe perfetta per una danza”. Il suo corpo sfiora le mattonelle bianche e nere, lungo il bordo della parete, si avvita su se stesso, tocca il contorno dei fiori, rose suppone, sparsi intorno alla Vergine e a Gesù Bambino dai volti vuoti, abbandona il suo corpo indietro, la testa giù, dritta, un passo avanti, slancia il braccio in alto, a sfiorare la Madonna. Poi torna indietro di due passi. Vortica il busto, si rialza, mette le braccia davanti a sé e le accosta, senza che queste si tocchino, per sette volte. E su e giù, alza la testa, reclina il collo, più a destra, ancora, non sorridere, stai calpestando fiori, sai bene che dopo di te, per terra, ci saranno solo petali sparsi.
Un battito di mani secco, energico, interrompe la sua prova. È come ritornare ai giorni del catechismo.
Marta si volta. Si leva il cappello.
«Siamo in una chiesa, signorina».
La suora ha il viso rotondo e un sorriso sereno. Va incontro a Marta con un mormorio di rosario, che sbatte contro le sedie.
«Comunque, brava. Ha capito subito che questo è uno spazio di felicità».
I suoi occhi sono scuri e lucenti, sotto il bianco del velo.
Marta si scusa, è stato più forte di me, questa quiete, questa luce, i colori, il bianco, ho sentito dentro una grande gioia. Eppure ero arrivata con pensieri tristi. Ma sono tutti svaporati.
«Li aveva nel cappello?»
La suora ha labbra piene e rosa. Che tipa, pensa Marta, così sorniona e così acuta.
«Amori, lontananze, scelte? Magari! Lei è sempre così curiosa?»
«No, è lei, con la sua danza, a farmi venire una grande curiosità. Molti, arrivando qua, vivono una forte emozione. Ma solo lei ha espresso la sua beatitudine così sinceramente».
La luce gioca nei vetri. A Marta viene in mente una frase letta con Pietro. “Il vetro colorato scaccia l’odio.” Ora ne capisce il senso.
«Vuole saperne qualcosa di più, o le basta aver vissuto la sua emozione?», chiede la suora.
Mette le mani nelle maniche della tonaca.
«Certo che voglio sapere».
La suora la invita a sedere. Sono di fronte al grande disegno di San Domenico, anche lui ritratto con un volto vuoto.
«Un famoso pittore ha costruito questa cappella, quasi alla fine della sua vita. Si chiamava Henri Matisse e ha vissuto a Vence durante la guerra. Era già vecchio e malato. Non dipingeva più. Si limitava a colorare a tempera grandi fogli di carta alla ricerca di colori precisi, poi li ritagliava ed estraeva le forme. Era così geniale che gli riuscivano delle bellissime composizioni. Qualche anno prima aveva conosciuto una giovane donna che gli aveva fatto da infermiera. Le aveva chiesto di posare per lui, l’aveva riempita di doni e di affetto. Tra i due, così diversi, era nata un’amicizia irripetibile, fatta di confidenze, progetti, colori».
«Come un amore?»
«Forse era più di un amore. Ma non se lo sono mai detto. Lui lo chiamavafleurte, come se quel sentimento fosse fatto di fiori, che si lanciavano l’uno con l’altro, come le parole e le tenerezze che si scambiavano».
«E la cappella?»
«Malgrado la giovane corrispondesse a quel sentimento così tenero e appagante, aveva preso da tempo la sua decisione. Seguì la sua vocazione e si fece suora. Matisse rimase malissimo, quando lei glielo comunicò, sbatté il telefono e non dipinse per due mesi. Qualche anno dopo si ritrovarono, di nuovo, qui, a Vence. Lui aveva comprato la villa che sta di fronte, Le Rêve. Lei era diventata suor Jacques-Marie. E gli chiese di decorare una cappella dedicata alla Vergine del Rosario. Lui fu felice, accettò di aiutare la sua fleurte, così progettò la cappella, i decori, le porte, gli altari, pensò al bianco semplice e puro per le pareti, all’albero della vita delle vetrate. Voleva realizzare uno spazio in cui chi entrasse potesse sentirsi libero e purificato dai propri fardelli. Credo che le abbia provato questo, vero?»
Marta gioca con il cappello tra le mani.
«È stato come ritrovare casa. Ero arrivata qui molto triste, da ieri il mio ragazzo mi tormenta. Vuole che lasci la scuola di danza e torni in Italia».
«E a fare che? Gli uomini diventano furiosi quando il loro sogno di possesso non si realizza. Ma ognuno deve percorrere la propria strada, perché la vita che si vive deve essere la propria vita».
Marta guarda le mani della suora. Sono piccole, dalle dita leggermente storte, con le unghie tagliate corte. Le immagina sporche di colore, mentre aiuta Matisse a spennellare i cartoni bianchi, chiuse nella grande mano del vecchio pittore, quando si rincontrano dopo anni, aperte sul viso dell’uomo a lasciare una carezza tenera.
«È una storia struggente, suor Jacques-Marie, perché è lei, vero?»
La suora annuisce. Le prende la mano.
«Il mio nome è Monique. C’era già il mio destino di suora, nel nome. Mi dica il suo».
«Io sono Marta».
«Perché quando l’ho vista, qui, con quel suo corpo leggero percorso da una forza elettrica, ho pensato che lei avesse aggiunto qualcosa in più ad uno spazio che sembrava perfetto. Matisse diceva che la cappella era il suo capolavoro. Il compimento di una vita. Ma non aveva visto ancora danzare lei, qui dentro!»
Marta lascia il cappello sulla sedia. Si alza. Lenta si avvicina alla parete lunga, dove c’è il dipinto della Madonna. Tocca i fiori bianchi e neri che le volteggiano intorno.
«Questa è lei».
Poi, con il suo passo elastico, raggiunge la vetrata di fronte. Accompagna col dito il bordo delle foglie gialle. Suor Jacques-Marie la segue con lo sguardo.
«Anche questa è lei».
Ritorna accanto alla suora.
«Lei è stata una donna fortunata. Matisse le ha voluto veramente bene. E le ha dedicato la sua opera. Anche io vorrei che qualcuno facesse lo stesso per me».
La suora sorride. Si alza anche lei. Qualcuno apre la porta. È una donna vestita di scuro, con un corto velo in testa. Si ferma sulla soglia. Sussurra «Madre, la cercano a telefono».
Marta muove le gambe lentamente, come in un dondolio. La suora è più piccola di lei di qualche centimetro.
«Sono fortunata perché ho conosciuto il mio desiderio e l’ho seguito. Ma anche lei sa qual è il suo. Non gli dica di no. Potrebbe pentirsene per tutta la vita».
Marta resta in silenzio. Muove le labbra.
«Grazie, davvero».
«Sono io che ringrazio lei per avermi dato l’occasione di raccontare questa mia storia. Non la dico mica a tutti, sa?»
«Perché l’ha raccontata a me?»
«Ho sentito che ne aveva bisogno. Mi scusi, vado via, ma ritorni. L’aspetto».
La suora percorre veloce la stanza, si ferma a parlare con la donna vestita di nero. Esce con lei, le loro voci si rincorrono per un po’ sulle scale.
Marta si guarda intorno. Non sa come ha fatto suor Jacques-Marie a capire in un lampo tante cose. Di una cosa è certa: che se al mattino avesse comprato i garofanini rosa e rossi al mercato e li avesse portati con sé, ora sarebbero sparsi sul pavimento bianco della cappella, immersi nella luce cangiante delle vetrate e lei danzerebbe con i piedi nudi, affondati tra i fiori.

 

 

Il ricamo e la scrittura

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Mi incantavo a guardare i fili colorati rosa, azzurri, rossi, gialli delle matassine da ricamo Cucirini Cantoni poggiati sulla spalla di mia nonna che lavorava al punto a croce, già settantenne, accanto alla finestra della sua stanza. Con il punto a croce abbelliva una qualunque pezza di lino. Papere azzurre, fiordalisi e campanelle erano la sua passione, ma anche danzatori di tarantelle, gatti, mele, rondini e ciliege, figurine che lei ricavava da Mani di Fata o da qualunque rivista di lavori femminili.

Sapeva ricamare, mia nonna, come la maggior parte delle donne nate agli inizi del Novecento. Per loro l’economia domestica, materia che per me è stato un vero e proprio incubo perché non sapevo realizzare quei pupazzetti di stoffa imbottiti di segatura richiesti come saggio di fine anno, era un dovere di vita, una pratica da manuale. Ma per mia nonna il ricamo era qualcosa in più, era un tentativo di dire il suo mondo o forse di dimenticarlo.

Una forma d’arte, potrei affermare, anche se il ricamo rientra tra questi ultimi da poco, basta pensare alle opere di Maria Lai e Louise Bourgeois. Stava a lavorare per ore, come un dovere pagato, accanto al balcone della sua camera, anziana, ormai, le piccole mani agili che toccavano il lino bianco con una sorta di devozione. Si limitava a fare il punto a giorno, punto erba, punto a croce, qualche volta si esibiva in quello ad intaglio, adoperando delle forbici piccole, a punta dritta e pungente, per eliminare la stoffa e far emergere un bocciolo, uno strano arabesco dalla trama. Erano punti facili, diceva, quelli, si facevano per divertimento, e non capivo come si potesse divertire a restar ore ferma e china sul lavoro, cambiando occhiali ogni tanto, quelli da vicino e quelli da lontano, diceva, per vedere le cose più attentamente.

Mia nonna Bersabea aveva passato la vita ad allestire corredi per le signore di Atripalda e dintorni, insegnando, nel frattempo la segreta arte del ricamo alle sue lavoranti, “e guagliotte” come usava chiamare le sue apprendiste. Aveva messo quello che oggi definiremmo un laboratorio artigianale in casa della madre, ad Atripalda, di fronte al negozio di cappelli, nei pressi del Tempio Maggiore. Il ricamo era la sua vita, la sua passione, il suo desiderio.

Pina Bausch ha detto “Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti”. Per lei potrei declinare, “ricamiamo, ricamiamo, altrimenti che senso avrà la mia vita?” Era la volontà e la passione che animavano le sue giornate, che le davano la voglia e la stimolo di iniziare e finire un ricamo elaborato, una tovaglia da tavola per dodici di pura “organdis”, come diceva stroppiando il francese, o un lenzuolo di tela d’Olanda a quattro (significa con quattro federe), intagliato con nodi di amore e lunghi tralci di fiori negli angoli.

Stava sola tutto il giorno sul suo lavoro, il tempo di fare la spesa, di mangiare, poi riprendeva il muto parlare con le dimensioni della stoffa, con le matassine, come se non ci fosse stato altro, fino al tramonto, quando biascicava veloceavemariapadrenostrosalveregina, sui grani del rosario.

A volte venivano a farle visita da Atripalda due “guagliotte” che le erano rimaste affezionate: arrivavano che si tenevano sotto braccio, sempre con una bustina piena di biscotti. Le facevano compagnia per tutto il pomeriggio. Ed era come se per loro il tempo ritornasse, identico ad altri pomeriggi trascorsi insieme. Ricamavano, tenendo un pezzo del lavoro, in genere un lenzuolo, sulle gambe, parlavano e ricamavano, svelte una fila tripla di piccolissimi pois, o un elaborato tralcio di violette e mentre il lenzuolo si riempiva di figure, loro chiacchieravano, confidando le loro pene alla principale, questo era l’appellativo di mia nonna. Si chiamavano una Regina e l’altra Margherita, come se fossero nel nome gemelle, raccontavano delle famiglie, dei mariti, delle loro difficoltà perché qualche volta le vedevo piangere e quando andavano via mia nonna commentava con mia madre le tristi sorti di Regina, di quel suo marito violento, ma tutto questo era detto a bassa voce, mentre riponeva il lavoro in una sacca di stoffa bianca e i fili del ricamo in una scatola di latta rossa, quella delle caramelle Rossana.

Con una nonna così, non ho mai imparato a ricamare. Eppure tentammo, più volte. Non avevo pazienza io o non ne aveva lei, le lezioni di ricamo si sono fermate dopo una partenza timida con il punto erba e cinque fili tirati nella trama del lino per  il punto a giorno. Ma quei colori e quelle trame hanno fatto nascere in me altre passioni. Le parole sono state i miei punti a croce, le storie da scrivere il mio ricamo. Ci penso ogni volta che rivedo i lavori di mia nonna, custodite dalle veline bianche in cui sono state conservate dopo la sua morte.

Il mondo, sembrano dire, è duro da morire. Le guerre e le malattie hanno portato via la mia vita, quella che avevo costruito in un paese alle falde del Vesuvio con mio marito e i miei figli. Non mi è rimasta altra scelta che ritornare da dove ero partita, nella casa di mia madre, in quel paese dell’Irpinia, interno sul fiume Sabato. Non mi è rimasta altra scelta che lavorare, attingere al mio unico sapere. Cucire corredi. Ricamare. Il mondo è restato duro da morire. Un braciere sempre acceso. Ma almeno ho dato senso al mio dolore. Ho raccontato che ci sono notti in cui si può essere felici con il proprio amato, e giorni in cui il sole splende di più perché è nato un figlio e che ci sono domeniche in cui una tovaglia ricamata sul tavolo è già metà della festa.

Ho raccontato che il bello strappa facilmente un sospiro. Aiuta il nostro bisogno di consolazione. Che le trame non sono così tremende da capire. Che tutto può sfilarsi e ritornare sotto altre forme. Importante è conservare occhi pronti a guardare.

Il ricamo è stato il mio primo alfabeto della fantasia. Del possibile. Un vetro colorato per scoprire il mondo. Per capire che una papera è una papera e una rosa è una rosa. Indipendentemente dalla forma con cui è rappresentata.

da ” Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” Mephite Edizioni, dal  13 dicembre  2013 in libreria

 


 

 

 

Il mio racconto su ” Cairano e le relazioni felicitanti ” Mephite edizioni 2014

giovanni spiniello e zi' carminuccio

Il sogno di Giovanni

Giovanni era un uomo dalle grandi mani e dai piedi grandi. Con quelle grandi mani dipingeva. Con i grandi piedi sognava di girare il mondo. Una notte fece un sogno che durò fino al mattino.   Per timore di dimenticarlo, ancora con gli occhi cisposi, andò in cucina a raccontarlo alla moglie Teresa.

“Ho sognato una rupe altissima, verde come il grano in erba, in cima a una strada rossa di papaveri, che sbucava come un cardo tra una coltre fitta di nuvole.”

“E che succedeva? “ chiese con la sua voce canterina Teresa mentre zuccherava il caffè e gli porgeva la tazzina bianca.

“ Niente. Sono senza parole per quella bellezza. E’ come se la rupe mi chiamasse. Così solitaria. Così pulita.  Intorno a me fasci di erba arrotolata e impronte di scarpe. Un cavallo dal pelo scuro pascola poco lontano. Io faccio per andarmene, ho paura degli animali. -E’ tranquillo- mi dice una bambina che suona l’organetto, seduta su una pietra bianca. Da dove vien fuori questa bambina, mi chiedo. Ha il viso triste, suona inclinata su un lato, gli occhi socchiusi.   La musica si fa più svelta, come un colore passato rapido sulla tela. Cade dal cielo una polvere fina che rende tutto splendente. La bambina sorride. E’ diventata una donna bellissima, con trecce d’oro e occhi di perla. E danza con me, leggera come un angelo. Teresa, che felicità! Credi che esista davvero un posto così?”

Teresa alzò le spalle e sorrise. I capelli ricci le scivolarono davanti agli occhi. Lei li scostò col dorso della mano e rispose che sì, c’era sicuro un posto così.

“ Quella rupe mi ricorda il paese di mia nonna. Cairano. L’ho visto solo da piccola, una volta d’estate. Così in alto, che sembra entrare nel cielo. Tutto in salita, con le case e le strade di pietra.  E’ molto lontano da qui. Novecento chilometri, forse di più”

“ Voglio andarci. E dipingerlo.”

“ Aspettiamo la bella stagione. Intanto, continua a sognarlo. E’ l’unico modo che hai per vederlo.“

Giovanni bevve il caffè e, ancora in pigiama, corse nello studio. Prese carta e colori e disegnò il suo sogno, per non lasciarlo svanire.

Cavallo nero, fiori rossi, fasci d’erba

Giovanni ha mano grande e gamba superba

Le mani per dipingere,  i piedi per camminare.

La moglie Teresa morì all’improvviso.  Giovanni non sognò più. Anzi non riuscì a dormire pensando a quanto gli mancasse.   Ma una notte di giugno, il giorno del solstizio, sognò il sogno di Cairano. Solo la bambina e l’organetto mancavano, per il resto c’era proprio tutto, polvere fina compresa. Si svegliò e gli sembrò che in casa ci fosse Teresa.  Ma in cucina, di fronte ai fuochi spenti, si rese invece conto che non aveva più nessuno che ascoltasse i suoi sogni e che gli facesse il caffè.Giovanni aveva una faccia piccola, con guance rosse da bambino e occhi rotondi, come due ingenue caramelline al cioccolato. Si guardò nello specchio, quella mattina di giugno.  E decise che era ora di andare.Caricò i colori, i cartoni, i pennelli in una sacca, disse al portiere che andava fuori per una settimana. I suoi piedi grandi dissero alle mani di tacere. Avevano un bel pezzo di strada da fare.

Il grano verde e la polvere fina.

Giovanni sa quel che cerca mentre cammina.

Sogni e ascolto. E la musica bambina.

Novecento chilometri. Tutta una tirata. Era notte quando arrivò sotto la rupe. Era buio. Le stelle, per quanto lucenti, non riuscirono a rischiarare il paese. Giovanni sentì profumo di menta selvatica e di salvia intorno a lui. Si addormentò in macchina, per guanciale la cassetta di colori. E quando si svegliò al mattino, vide l’alba più rosea della sua vita, che spuntava dietro la rupe. Il paese era là, in cima, proprio come l’aveva visto in sogno, e nei campi le balle di fieno seccavano all’aria. S’incamminò, i piedi fecero tutto da soli, su per la strada dei papaveri, lui, la sacca e un cappello di paglia che calzò subito, per ripararsi dal sole. Che colori, pensò Giovanni, e che silenzio. E che panorama, giallo a chiazze e poi seppia e terra, e d’improvviso verde foglia, e grigio scuro, sotto l’ombra delle querce. Non si accorse della fatica di salire, tanto era frastornato dal paesaggio. Dopo aver camminato per un’ora lesse sulla scritta di ferro, nero su bianco, Cairano. Allora si fermò e si levò il cappello di paglia. Teresa, ti prego, fammi vivere il mio sogno.

Un sogno, solo uno, da vivere vicina

mani per dipingere la polvere fina,

mani per tenere la musica bambina

Sentì la musica salire dai campi. Era quella di un organetto suonato da un vecchio dalla faccia cotta di sole e i baffetti bianchi. Era la musica del sogno. Le dita del vecchio erano storte e agili sulla tastiera. Si guardarono. Avevano stessi occhi rotondi e scuri, buoni come confetti di cioccolato. “Mi chiamo Carmine, ma qua mi sanno pe’ ‘zi Carminuccio” disse il vecchio.

“ Mi chiamo Giovanni”

“ E che fai qua?”

“ Sono venuto a vedere”

“ Io sono nato a Cairano e qua voglio morire” disse il vecchio che non smetteva di suonare e gli fece con la testa cenno di seguirlo. Il mattino era luminoso. Carmine e Giovanni salirono insieme fino alla chiesa di San Leo, il primo suonando il suo organetto come se respirasse, l’altro ascoltando come se ricordasse. Dietro di loro si era fatta una piccola folla di bambini e di gente. Davanti al sagrato Carmine cessò di suonare e disse “Ora tocca a te” e sedette col suo organetto sulle ginocchia, sotto un albero. Carmine aprì la sacca dei colori, dispose i cartoncini bianchi sulla pietra e iniziò a disegnare, con le dita, intingendole nel colore nero. Un cavallo dalle zampe aperte, come in volo, una bambina dalle trecce bionde con una corona sulla testa, che sembrava una regina triste e una rupe sullo sfondo. Si sentiva osservato dalla gente, da Carmine, dai bambini, ma disegnava attento, pensando  al suo sogno. Quando finì e guardò il suo quadro, Giovanni sentì che mancava qualcosa: la musica che lo aveva accompagnato. Allora disegnò un organetto lungo quanto il dorso del cavallo. La bambina reggeva la tastiera da un lato, una mano sconosciuta larga come una foglia di palma dall’altro.

“ Mo’ sì, che va buono!” commentò Carmine. Si alzò e lo abbracciò. Giovanni, che non era più abituato agli abbracci, si sentì avvolto dal calore di quel corpo forte e piccolo, come una botte dove matura il vino. E pianse un po’, stranito.

Carmine riprese a suonare. Una musica veloce veloce, che tutti iniziarono a battere le mani. In quel momento una polvere d’oro, fina fina, cadde sul quadro.  La bambina-regina girò la testa verso Giovanni e gli fece l’occhiolino.

 

 

Scrivo perché (di Orhan Pamuk, tratto da La valigia di mio padre in Le voci di Istanbul. Scritti e interviste, Datanews, 2007)

Come sapete la domanda  che maggiormente viene  rivolta agli scrittori è la seguente: “Perché scrive?”

Scrivo perché ne ho voglia.
Scrivo perché non posso fare un lavoro normale come gli altri.
Scrivo perché dei libri come i miei siano scritti e io li possa leggere.
Scrivo perché ce l’ho con voi tutti, contro il mondo.
Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza tutto il giorno.
Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola.
Scrivo perché il mondo intero sappia che genere di vita io, gli altri, noi tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia.
Scrivo perché amo l’odore della carta e dell’inchiostro.
Scrivo perché credo più di tutto nella letteratura, nell’arte del romanzo.
Scrivo per abitudine, per passione.
Scrivo perché ho paura di essere dimenticato.
Scrivo perché apprezzo la fama e l’interesse che ne derivano. Scrivo per star solo.
Scrivo nella speranza di capire perché ce l’ho così tanto con voi tutti, con il mondo intero.
Scrivo perché mi piace essere letto.
Scrivo, dicendomi, che bisogna finire questo romanzo, questa pagina, che ho cominciato.
Scrivo, dicendomi, che è quello che tutti si aspettano da me.
Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella posizione che vi mantengono i miei libri.
Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello ed esaltante.
Scrivo perché è piacevole tradurre in parole tutta questa bellezza e la ricchezza della vita.
Scrivo non per raccontare una storia bensì per costruirla.
Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni.
Scrivo perché non riesco ad essere felice qualsiasi cosa faccia.
Scrivo per essere felice.

La tecnica dello scrittore in tredici tesi di W.Benjamin

31/03/2011 di emilia | Modifica

 

 

1. Chi intende procedere alla stesura di un’opera di vasto respiro, sia dia buon tempo e al termine della fatica giornaliera si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.

2. Parla di quanto hai già scritto se vuoi, ma non darne lettura finchè il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.

3.Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana.Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l’accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepitìo di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l’orecchio interiore quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé perfino i rumori discordanti.

4. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carte, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.

5. Non lasciar passare in incognito nessun pensiero e tieni il tuo quaderno di appunti con lo stesso rigore con cui l’autorità tiene il registro dei forestieri.

6. Rendi la tua penna sdegnosa verso l’ispirazione ed essa attirerà a sè con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un’intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.

7. Non smettere mai di scrivere perchè non ti viene in mente nulla. E’ un imperativo dell’onore letterario interrompersi solo quando c’è da rispettare una scadenza ( un pasto, un appuntamento) o quando l’opera è terminata.

8.Occupa una stasi dell’ispirazione con l’ordinata ricopiatura del già scritto. L’intuizione ne sarà risvegliata.

9. Nulla dies sine linea:sì però qualche settimana.

10 Non considerare mai perfetta un’opera che ti abbia tenuto al tavolino dalla sera fino al giorno fatto

11. La conclusione dell’opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.

12. Gradi della composizione: pensiero, stile , scrittura.Il senso della bella copia èche in questa fase l’attenzione va ormai solo alla calligrafia. Il pensiero uccide l’ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.

13. L’opera è la maschera mortuaria della concezione.

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Scritture e scrittura

 Bruno Nacci
Consulente per la narrativa delle Edizioni San Paolo

1. La scrittura non ha nulla a che vedere con la lettura, così come guidare un off-shore non ha niente a che vedere con il nuoto, anche se entrambe le attività si svolgono in mare.

2. A nessuno verrebbe in mente, ignorando il pentagramma e non sapendo suonare alcuno strumento, di mettersi al piano e di eseguire l’ Hammerklavier di Beethoven. Molti si siedono al computer o alla macchina da scrivere e iniziano il capolavoro.

2.1 Imparare a suonare il pianoforte non vuol dire diventare Arturo Benedetti Michelangeli, ma acquisire una tecnica che mette in grado di godere della musica in modo più intenso e consapevole, e si può correre con soddisfazione e profitto anche se non si va alle Olimpiadi.

3. Costruire un racconto è come costruire una sedia.

3.1 Prima di prendere un modello da imitare, chi vuole imparare a costruire una sedia deve conoscere le regole basilari della carpenteria.

3.2 Prima di imitare una sedia Luigi XVIII, normalmente si  esordisce con una umile sedia da mettere in chiesa o sul balcone di casa accanto al vaso di basilico.

4. Si è mai chiesto a un  falegname se costruendo sedie intende esprimere la sua concezione della vita? Oppure: che forma assumerebbe in una sedia la concezione della vita del falegname?

5. Per prima cosa la sedia deve stare in piedi, per seconda cosa deve essere quanto più comoda possibile. La sua bellezza è un dato evanescente, mutevole, imprendibile e imprevedibile, storico, come quello mitologico della bellezza femminile (in una formidabile pagina di Nerval, viene descritto lo splendido doppio mento di una signora…), e che in ultima analisi non riguarda chi fa una sedia o chi scrive un poema.

5.1 Qualcuno inizia fissando un dettagliato copione di quello che scriverà (i famosi 46 grandi fogli su cui Flaubert predispone ogni capitolo di Madame Bovary), altri naviga a vista senza sapere bene dove andrà a finire. In entrambi i casi la rotta va tracciata, in anticipo o durante la navigazione, perché in tutti i casi ci deve essere una rotta.

5.2 Per rotta si intende che non basta un’idea, un sentimento, una vaga atmosfera, e tanto meno un’ispirazione o una profonda meditazione…. Il racconto si compone di personaggi, vicende, sfondi, e tutto deve stare insieme, comporre un mondo piccolo o grande che sia, ma un mondo visitabile e coerente, abitabile per tutta la durata della lettura.

5.3 Un architetto potrà essere bizzarro o fantasioso finché si vuole ma non costruirà mai un palazzo senza scale o finestre, senza un tetto o un terrazzo di copertura, senza fondamenta.

6. Chi scrive un racconto non può raccontare quello che vede o sente, ma deve rappresentare quello che vede, costruirlo, che è molto più difficile e serve tra l’altro per riflettere sulla propria capacità di vedere (quando il procuratore nel racconto di Kafka vede Gregor tramutato in insetto sono le sue labbra sporgenti – aufgeworfenen Lippen-, protese come un grido inespresso, che caratterizzano il suo sconcerto. Kafka avrebbe potuto semplicemente scrivere: Fu preso dal terrore. Ma allora non sarebbe stato Kafka e noi non ce ne ricorderemmo).

6.1 La prima domanda di chi scrive è: sono capace di descrivere la mia camera? La seconda: sono capace di descriverla in modo che chi legge non si annoi o non pensi a un pieghevole di un’agenzia immobiliare?

6.2 Uno scrittore vero non discute mai le impressioni che gli altri provano leggendo quello che ha scritto (dopo un lavoro durato anni, e dopo un giorno e mezzo di lettura, alla reazione drasticamente negativa degli amici, Flaubert accantona il suo progetto – La tentation de saint Antoine –  senza dire una parola), perché quello che ha fatto è un lavoro, un’opera socialmente utile, non una proiezione del proprio desiderio di essere lodato.

7. Il racconto si svolge necessariamente nel tempo (dal fatto che la pellicola cinematografica è costituita da fotogrammi, il nouveau roman ha erroneamente dedotto che l’essenza del cinema è la fotografia. In ossequio a questo principio Claude Simon ha potuto impiegare una decina di pagine per descrivere un piccione sul davanzale della sua finestra… che ancora è lì  e aspetta una mano pietosa che lo faccia volare via. Ma Brodkey ne impiegherà quaranta per farci assistere, estasiati, a una fellatio in Storie in modo quasi classico) e dunque chi scrive deve misurare attentamente la relazione tra il tempo della scrittura, il tempo narrato e il tempo della lettura: quasi mai i tre tempi coincidono. A volte sono necessarie più parole per descrivere un’azione, perché una descrizione più sintetica ha l’effetto di un movimento accelerato, ridicolo, anche se il significato è lo stesso. A volte il contrario. Se Pierino è a letto con Pierina e suona il cellulare, posso certamente scrivere: «Rispose immediatamente». Ma se voglio suggerire che rispondere è per lui faticoso o penoso in quel momento dovrò dire qualcosa come: «Guardò prima il cellulare che suonava sul comodino, poi allungò una mano, lo sentì vibrare e finalmente si decise a rispondere». Quello che non devo fare è scrivere: «Non aveva voglia di rispondere ma prese ugualmente la telefonata». Perché? Perché in questo modo ho tolto al lettore la rappresentazione, l’ho informato su un fatto, che è quello che l’arte non dovrebbe mai fare, perché molte altre forme espressive, compreso il linguaggio comune, lo fanno già meglio.

8. Chi scrive non deve mai innamorarsi di un’idea. Il manoscritto dell’Infinito di Leopardi mostra soluzioni del tutto diverse via via scartate, perché quello che stava cercando era una forma compiuta e autosufficiente, non l’espressione di un sentimento. Non è il racconto che deve adeguarsi a ciò che voglio dire, ma ciò che voglio dire che deve adeguarsi al racconto. Questo è l’ostacolo più grande per chi inizia a scrivere, motivo per cui, almeno all’inizio,  è meglio scrivere di cose che non interessano minimamente (il sogno di Flaubert: scrivere un romanzo su niente). Diceva Cardarelli: Ispirazione per me è indifferenza. | Poesia: salute e impassibilità. Si può essere appassionati lettori, e anche lettori ingenui, ma questo è proibito quando si scrive.

8.1 Prima di scrivere un romanzo, cimentarsi in un romanzo o in un racconto di genere, perché lì le regole della retorica sono meglio definite (la retorica intesa come mediazione, luogo d’incontro tra le aspettative di chi legge e il mestiere di chi scrive) e si corrono meno rischi di naufragare nell’indefinito, lì s’impara il mestiere e ci si mette alla prova. Non è più facile scrivere un buon giallo o un racconto di fantascienza, ma richiede una stretta osservanza, un controllo sulla scrittura che educa alla disciplina letteraria.

9. Chi ama la gloria e scrive per la gloria può ricordarsi che tra un miliardo di anni (se non succede niente prima) il sole avrà reso irriconoscibile l’intero sistema solare, oppure, come diceva quel tale, può trascorrere le sue giornate prendendo a schiaffi i tutti i bambini che incontra, si sarà procurato così una posterità che non lo dimenticherà mai. Meglio scrivere per soldi. Meglio ancora per il piacere di scrivere e d’imparare a scrivere.

10. A volte anche i mediocri scrittori o i dilettanti hanno un’idea fulminante, come quell’amico che voleva iniziare un romanzo così: «La bambina, grazie a dio, era morta». Incipit splendido, ma come andare avanti? Una frase può suggerire un romanzo, può trascinarlo con sé meglio di una teoria o di un farraginoso schema morale (voglio scrivere sulla incomunicabilità della società, sulla povertà, sul potere, sul sesso, sulla vita di un artista ecc.), ma è solo un mattone. La fatica di mettere uno sull’altro migliaia di mattoni, di controllare continuamente il filo a piombo, di preparare la malta, di segare le assi ecc., questo è il duro lavoro dello scrittore, e a volte viene da chiedersi: chi glielo fa fare? Il contenuto e la forma di un romanzo o di un racconto sono inclassificabili e imprevedibili, si va dall’azione pura di Un manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, all’Uomo senza qualità di Musil. Ma tutti hanno in comune la costruzione. Niente dovrebbe appassionare uno scrittore più della costruzione, non la lingua (con buona pace dei linguisti, che come i becchini vengono a esequie avvenute e mettono la cassa sotto terra), non il bello scrivere, non la bravura, non la cultura, ma la semplice costruzione. Infatti il lettore si innamora dei personaggi, si appassiona a quello che accade, patisce, spera o soffre, attende con ansia la pagina successiva. Oppure smette alla prima pagina. La magia della scrittura narrativa è tutta qui. Il resto, come  direbbe il generale Patton, sono balle.

Emilia Bersabea Cirillo

 Dichiarazione d’amore per la Dogana di Avellino

 L’ultimo film che ho visto al cinema Umberto si intitolava Pomodori verdi fritti alla fermata del treno. Il film narrava di un’America razzista anni  trenta, di violenti uomini bianchi, di fedeli uomini neri, di due amiche coraggiose e solidali, dei loro destini che si intrecciano per una vita intera, del loro caffè Whistle Stop.Uscimmo dal cinema contente, il film era intenso, commovente, ben fatto. Mi ricordo che chiedemmo alla maschera fino a  quando sarebbe stato proiettato. Valeva la pena rivederlo.

Era il 1992. Malgrado fossero già passati 10 anni dal terremoto, Avellino era ancora tutto un puntello. Avevamo desiderio di posti dove raccoglierci, incontrarci, passeggiare. Avevamo voglia di normalità. Al centro storico si andava con difficoltà.  Troppi morti, troppi strazi, troppi crolli. Il cinema Umberto, miracolosamente intero e funzionante all’interno di quel tessuto urbano in fase di trasformazione, ci ricordava che la vita continuava sul suo binario, che si poteva ancora fare quello che normalmente si faceva prima del terremoto: entrare in un cinema, chiedere un biglietto, vedere un film, chiacchierare con un’amica, perdersi dietro visi sconosciuti, fumare una sigaretta, aspettare che tra un intervallo e un altro, il tetto mobile srotolasse sopra le nostre teste fino a mostrare il cielo. Ero grata a quella grande, antica scatola di luci, perché mi accoglieva, mi aiutava a sognare, mi proteggeva dalle rovine. Ritornavo a casa consolata.

E poi sapevo che era stata, in tempi lontanissimi e vitali, la nostra Dogana, un luogo importante, simbolico, di scambio, di pesa, di denaro, di carri, di paglie e granaglie. La maestra delle elementari, quando ci svelò che il cinema si era insediato nello spazio di quello che   era stata un casello daziario, produsse un certo stupore in classe. Non eravamo disposte a crederle. In risposta alla nostra incredulità, volle che trovassimo vecchie cartoline di Avellino, illustrazioni e qualunque altro documento. Lo scopo era farci affezionare alle ricerche storiche che lei amava tanto ma anche dimostrare che quella fabbrica era stata sempre là, da mille anni, in quello slargo circondato da bei palazzetti antichi, alle spalle della statua di Carlucciello,  che non si sarebbe mai mossa da quel luogo e che l’avremmo sempre ricordata, cinema o non cinema, nella sua verità di   monumento.

La maestra, con parole semplici, ci aveva edotto su quello che avrei studiato anni dopo ad Architettura e che   il grande Aldo Rossi definiva “permanenza del monumento” all’interno della città.

 Dopo pochi giorni della proiezione di Pomodori verdi fritti, sapemmo che un incendio aveva bruciato il cinema Umberto. Pensammo che lutto si fosse aggiunto a lutto. Ma che poi il cinema sarebbe tornato a spalancare la sua magica sala e che il tetto mobile avrebbe fatto vedere il cielo sopra le nostre teste.

Il film terminava così “…Quando il locale chiuse, il cuore della cittadina cessò di battere. E’ strano che in un locale come quello, si siano incrociati i destini di tanta gente…”.

 Non potevamo sapere quanto quelle parole si sarebbero rivelate profetiche.

La scrittura dei luoghi

Emilia Bersabea Cirillo

    L’autore che dispone finora  di un solo luogo nel quale
gli riesca di ambientare le sue invenzioni,
tiene a ripetere che di quel luogo, caro e prediletto, ha fatto pura astrazione.
Pietro Chiara.

 

Quando Gottardo Ortelli e Bambi Lazzati mi hanno invitato al seminario che ci vede qui stamattina e mi hanno chiesto quale sarebbe stato l’argomento del mio intervento, ho risposto subito:la scrittura dei luoghi- essendo questo un tema su cui vado pensando e lavorando da tempo.

Forse non ci eravamo inteso bene, fatto sta che nei giorni successivi ci siamo risentiti con Bambi che mi chiedeva di confermare se il mio intervento fosse sulla scrittura del corpo. Luoghi, corpo.

Ovviamente, ho risposto che volevo intervenire sulla scrittura dei luoghi.

Ma andando a scrivere il mio intervento e quindi a riflettere su cosa dire o non dire, mi sono resa conto che quel lapsus, conteneva una sana verità, luoghi e corpo hanno qualcosa in comune. E questo qualcosa è L’abitare.

Si dice, io abito a Avellino. Significa che vivo ad Avellino, che porto a spasso il mio corpo per le strade di Avellino, che proprio in quel luogo, in quella città sono nella mia carne e nel mio sangue, e che da nessuna parte, come nel mio corpo e nella mia città, mi sento meglio o peggio, che in un altro posto del mondo.

 Ma procediamo con ordine.

Che significa Abitare? La definizione che più mi convince è quella contenuta in “Genius Loci” di un architetto norvegese, Cristian Noberg Schulz, un libro che ho letto e amato ai tempi dei miei studi universitari di architettura.  Il genius loci è diventato per gli architetti della mia generazione un termine abusato; è stato usato spesso e a sproposito, a volte senza coglierne bene il significato: il genius loci è lo spirito del luogo che gli antichi riconobbero come quell’opposto con cui dovevano scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare. Ogni luogo è abitato da uno spirito che permea di se il luogo stesso. Compito di chi interveniene sul luogo è quello di sentirlo come tale, di rispettarlo, di interpretarlo. Significa saperne percepire l’odore, il respiro, l’atmosfera, il calore.

Ecco che cosa dice Norberg Schulz a proposito dell’abitare:

“ La parola abitare ha molteplici forme linguistiche che confermano e che chiariscono le nostre tesi. Heidegger mette in relazione il tedesco wohnen  con bleiben, rimanere e sich aufhalten fermarsi; oltre a ciò nota che la forma gotica wunian significa essere in pace. La parola tedesca pace è Friede, che significa essere libero, cioè protetta dal male e dal pericolo. Questa protezione è acquisita attraverso una Umfrieden o recinzione. Friede è anche messo in relazione con Zufrieden e Freund (amico). Heidegger usa queste relazioni linguistiche per dimostrare che abitare significa stare in pace in un luogo protetto. In altre parole attraverso l’abitare l’uomo conosce ciò che gli diventa accessibile. E ancora Heidegger a scoprire che il termine antico buan usato per edificare , significa abitare e che esiste una relazione intima col verbo essere. Ich bin. Io sono. Buan contiene la radice di bin. Significa io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e in cui io sono, la materia di cui gli esseri umani sono sulla terra, questo è il buan, è l’abitare.”

Ma che cosa è un luogo?

Sempre da N.Schulz:

“Intendiamo per luogo un insieme fatto di cose concrete, con la loro sostanza materiale, forma, tessitura, colore. Tutte queste cose insieme definiscono un carattere ambientale che è l’essenza del luogo stesso, la sua atmosfera, cioè come sono le cose che lo costituiscono. Il carattere è dire come è il terreno, come è il cielo, come sono i confini. E come lo sentiamo noi che lo percorriamo, che lo abitiamo.”

-Siamo forse qui per dire casa, ponte, fontana,cancello, brocca, albero da frutta, finestra, al massimo colonna torre- scrive Rilke nelle Elegie Duinesi. I luoghi sono designati da sostantivi che lo identificano. L’identità di un luogo è l’appartenenza al luogo medesimo. Quindi abitare significa appartenere ad un luogo concreto.

“ Ci sono ormai posti remoti, intatti, non dissacrati, posti che smemorano nel presente, che rapiscono nel passato? Io avevo provato questo rapimento a Tindari.. e qui a Selinunte, la prima volta che vi giunsi ,in treno appunto, tantissimi anni prima.” scrive Consolo nelle Pietre di Pantalica.

Una conseguenza che può tornare utile al nostro discorso è che la scrittura è una forma di abitare. Si dovrebbe stare a nostro agio, ci si dovrebbe sentire a casa  nel luogo protetto che è il nostro paesaggio interiore, rivisitando con le parole un mondo che conosciamo perfettamente, un mondo che ci ha “preso” e portato a fare a patti con lui.

Allora che significa scrivere di luoghi?

Significa riabitare i luoghi una seconda volta, scoprire  a se stessi che si sta davvero in pace in quel luogo protetto e che non ce ne sono altri che ci fanno sentire così a nostro agio, perché quello è un luogo virtuale, assolutamente diverso da tutti i luoghi che abbiamo visto, percorso, conosciuto ma è l’unico che basta a noi stessi, alla nostra fantasia, ai nostri personaggi, alle nostre storie, significa chiamare le cose per come sono, chiamarle per nome.

Scrive Gianni Celati in Verso la foce:

“Le cose sono là che navigano nella luce., escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel nostro apparire e scomparire, quasi che  fossimo qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo, per avere esistenza. E quando un uomo muore porta con sé le apparizioni venute a lui fin dall’infanzia, lasciando gli altri a fiutare il buco dove ogni cosa scompare…”

Celati ci dice insomma che c’è poco da fare, quando si scrive le cose che navigano nella luce, che stanno sotto i nostri occhi, che appartengano o meno al presente, che abbiano un portato di memoria e di infanzia, sono quelle le cose che vanno dette. Sono quelle le cose che abitiamo, le cose che dobbiamo chiamare per nome. E cosa è più naturale che chiamare per nome il luogo dove siamo  o siamo stati, partire da quello  per ritornare a quello? E’ un viaggio consapevole? Penso che sia soprattutto un viaggio necessario.

“ La questione del nome è molto emozionante…” scrive la Bachmann nel suo saggio “Il rapporto con i nomi”. E aggiunge:”…e ciò vale non solo per i personaggi, ma anche per i luoghi, le strade da disegnare su quella straordinaria carta geografica, su quell’atlante che solo nella letteratura acquista leggibilità. Questa carta coincide solo in pochi punti con le carte dei geografi…Proviamo a cercare la Francia che ora abbiamo in mente, mettiamoci in viaggio – non arriveremo ami, ci siamo già da sempre o non ci siamo stati mai. Su quell’atlante magico essa appare più vera, molto più vera di quanto non sia in realtà…”

Per questo motivo molti di noi, pur avendo viaggiato pochissimo pensano conoscono molti luoghi. Io per esempio conosco la Lisbona di Riccardo Reis, e quella di Pereira o quella dei caffè e del tram di Pessoa, che sono tre simili città, acquose e pizzute, azzurre di ceramiche e di case liberty, e conosco la Barcellona di Montalban, una città che mi ricorda la stessa atmosfera dolente di Napoli degli anni’60, e conosco la Londra di Virginia, Bond Street affollata di tram a due piani e di fiorai che offrono rose alla signora Clarissa Dalloway e di parchi e panchine dove trova rifugio Peter, ho perfino pattinato sul ghiaccio nel grande gelo di Londra, e penso di sapere individuare la casa degli Howard, e la casa di Clarissa, tra i palazzi vittoriani

 ma saprei vedere anche Felicia entrare nella casa del suo stupratore, e le periferie di Londra dove abitava Janet Frame,conosco le pensioni di terzo ordine della Mansfiel, ma anche il suo mare australiano e la sabbia bianca della sua baia e il legno del pavimento dei bugalonw.

Conosco molti luoghi che ho abitato con gli autori che amo, il cafè Select di Monparnasse dove Hemingway andava a bere e Pamplona in piena fiesta di S.Firmino, conosco la Parigi burrosa, nebbiosa e piovigginosa di Simenon, l’atmosfera di certe strade di Pigalle, ma soprattutto i paesi della provincia francese dove Maigret andava a risolvere i suoi casi delittuosi, paesi di pietra attraversati dal fiume, con vasti paesaggi tranquilli di campi.

L’anno scorso sono andata in Francia e sono passata per Tarascona. Mi sono fermata a visitare la casa di Tartarino, e ho sostato a lungo nel giardino di Tartarino, un piccolo giardino tranquillo, con una vasca al centro e due panchine. Devo dire che la sua piccolezza mi ha meravigliato. Si quel giardino che conoscevo dalle letture della mia infanzia era davvero un giardino qualunque di una piccola casa di provincia, con poche stanze anguste, ma era stato il luogo da cui Daudet aveva lanciato il suo aquilone nell’aria e aveva cominciato a fantasticare, in cui la sua visione aveva preso avvio. Il luogo è dentro di noi ho pensato, e seduta su quella panchina in un pomeriggio caldo e silenzioso ho cercato di mettermi al posto di Daudet e vedere i leoni comparire dietro le siepi. Ovviamente non ci sono riuscita, ma è stata un’emozione, dopo tutto.

Ecco , leggendo e amando quello che leggevo, ho viaggiato tantissimo e a volte ho anche paura di andare a vedere le cose di persona, per paura che si rompa qualcosa, che resti delusa. Quei luoghi hanno preso il mio corpo, sono diventata parte di loro, li ho abitati, percorsi, sbirciati, ne ho sentito l’odore di lavanda, di pane cotto, di pesci fritti, di sapone, e il rumore della pioggia, delle porte sbattute, ho sentito le voci ridere, urlare, piangere, sussurrare, ho visto la luce bianca del Nord e quella feroce, accecante del sud,  sono stata in mille caffè, e bar, e ho mangiato dolci e stufati e ancora oggi non mi stanco di andare e viaggiare e trovare e vivere in mille altri luoghi. Erano i luoghi della vita degli scrittori che ho citato. I luoghi dove avevano sperimentato un appartenenza.

Io non potrei scrivere di luoghi che non conosco. In cui non ho abitato, o visitato, o vissuto. Non potrei, forse per mancanza di fantasia o perché so rischiare poco, scrivere, come ha fatto salgari o come ha immaginato Bizet, storie in terre sconosciute. Un luogo bisogna sentirlo sul corpo, attaccato alla pelle. Bisogno che diventi il tuo dentro, come se penetrasse in te come una trasfusione, come se io fossi il corpo e il luogo il vestito che mi abita, Scrittura del luogo. Scrittura del corpo. Hanno in comune la fisicità.

Molti autori trovano difficile scrivere di luoghi che non hanno conosciuto da bambino. Le voci sentite nell’infanzia hanno un timbro più vero. Si conoscono i sapori di cucinato e il periodo di maturazione dei frutti,si conosce la cadenza, la parlata, gli accenti, i modi di raccontare le cose accadute. Ho trovato conforto e riscontro in due scrittrici americane del Sud.

Scrive Carson Mccullers:

“Questa è una caratteristica degli scrittori del sud.   Per loro infatti non si tratta solo del modo di parlare o delle foglie , ma di un’intera cultura che fa del sud una patria nella patria…uno scrittore del sud resterà sempre legato al particolare regionalismo della sua lingua, alle voci, alle foglie al ricordo.”

Non vorrei essere fraintesa, non sto parlando di una scrittura regionale e delle piccole patrie, non sono molto amante delle poesie dialettali, per quanto appartenga ad una regione famosa per il suo teatro di Eduardo e per il festival della canzone napoletana, credo che la lingua della scrittura sia sostanzialmente quella italiana. Sto cercando solo di dire che abitare in un luogo ci educa a vedere e a sentire, diversamente che un altro.

Scrivere narrativa non è tanto un modo di dire le cose, quanto un modo di mostrarle.

Imparare a guardare è davvero alla base di ogni forma di arte, ha scritto Flannery O’Connor.

Scrivere di luoghi significa imparare a vedere, avere un punto di vista, una prospettiva, una visione. Non significa descrivere, non stiamo parlando di libri di viaggiatori dell’ottocento, né delle impressioni di Piovene nel suo viaggio in Italia. Il luogo te lo porti dentro, è parte di te. E se pensi ad una storia da scrivere, devi necessariamente pensare ad un luogo dove far accadere le cose, dove far muovere i tuoi personaggi. Il luogo non è un fondale, o una paravento, ne una semplice scena di teatro. E’ un personaggio muto, il grande personaggio muto della storia, è la sua ossatura.

Il luogo va nominato, ho osservato in intervento al convegno di Sud Creativo che si è tenuto a Napoli l’anno scorso si chiamava appunto –Nominare i luoghi della scrittura-.

Tutti i nomi di scrittori che vi ho citato scrivono subito il nome del paese in cui si svolge la loro storia, e il nome delle strade, del mercato, del santo protettore, perché tutto questo serve moltissimo a creare l’atmosfera, a farci stare dentro la storia, a sapere dove siamo.

 All’inizio non davo mai nome ai luoghi che scrivevo e le mie storie erano monche, spettrali o forse assolutamente campate per aria. Mi sembrava , nel dare un nome, di cedere a dare un nome, a cercare un luogo. E le cose stavano tutte per aria, come nuvole. Avevo quasi vergogna a nominare i luoghi perché non c’era un vero luogo dentro di me.

Poi è venuto il terremoto in Irpinia. E mi sono messa a girare per i paesi. Non avevo mai pensato di scrivere di quei paesi. E’ stata una necessità, come un risarcimento alla loro offesa, al loro strazio.

Ancora Celati, in Verso la foce:

 

“…Nomi strani, l’idea di un piccolo stanziamento e poi sempre luoghi complessi che ci vorrebbero mesi per conoscere un po’. Ogni volta è una sorpresa, scopri di non sapere niente sul mondo esterno.”

Scrivere ha a che fare con un luogo, il proprio, quello che si è visto per la prima volta, che si costruisce e scompone dentro di noi, guardando fuori la nostra finestra, sentendo parlare, vedendo i colori, percorrendolo a piedi, scrutando il paesaggio, rinvenendo storie: la scrittura deve testimoniare un’appartenenza, deve dare il senso del luogo, così che chi scrive, e veniamo ai miei autori più cari, possa essere riconoscibile. La Sicilia Di Vittorini di Consolo di Tomasi di Lampedusa, le langhe di Pavese e di Fenoglio, la Londra di Virginia, la Torino di Natalia, di Fruttero e Lucentini, la Napoli di Anna Maria Ortese, di Elena Ferrante, di Raffaele Lacapria.

Ma che cosa è il senso del luogo? Io lo definisco così: è quel genius  loci, quello spirito del luogo che ogni scrittore coglie, introietta ed elabora, è il paravento dietro cui canta, per citare il bellissimo film di Olmi, è il vissuto individuale che si è formato in quella identità geografica. “Addio monti” è il senso del luogo.

A supporto di quello che vi ho raccontato fin’ora, vorrei ancora dirvi, prima di raccontarvi sugli scrittori e sulle aree geografiche a me più care, che in Italia è da poco nata un’emergente disciplina detta “ geografia umanistica” che indaga le ragioni profonde del nostro sentirci “a casa”, del nostro sentirci radicati in una località, risalendo grazie alla scrittura e agli scrittori, alla formazione di una identità geografica.

Io ho trovato molto interessante il libro di una dottoranda in geografia dell’università di Padova, Maria de Fanis che ha pubblicato appunto un libro: “Geografie letterarie”Meltemi editore che approfondisce l’identità geografica istriana attraverso l’opera del poeta Biagio Marin, di Grado, e quella chioggiotta attraverso l’opera dello scrittore Giovanni Comisso.

Il senso del libro è che i poeti e gli scrittori trasmettendo le impressioni e gli stati d’animo che il paesaggio suscita in loro contribuiscono alla formazione di una identità culturale-geografica, aiutandoci così a scoprire il significato emotivo che un luogo racchiude oltre a formare un vero e proprio patrimonio comune.

“ Il senso del luogo dipende sia dai lineamenti propri di un territorio- che ne costituiscono l’identità del luogo- che nella connotazione  che tali elementi assumono nel vissuto di ciascun individuo. …Tra i mezzi più efficaci per evocare il senso del luogo, le rappresentazioni letterarie sembrano garantire la trasmissione dell’essenza dello spazio vissuto attraverso l’utilizzo di ben collaudati canoni formali…Ne sono ottimi esempi i “templi letterari”cioè contesti divenuti improvvisamente attraenti sulla scia della fama di un opera. Valga per tutti il deserto, che dopo i romanzi di A,de Saint Exupéry, assunse la connotazione di vita dura ma esaltante…”,

 

 ma sicuramente l’isola, e il mare,  il faro dopo robinson croste e la linea d’ombra e al faro sono diventati luoghi dove trascorrere una vita dura ma esaltante, perché la scrittura dei luoghi svela il nostro bisogno di radicamento. I luoghi appartengono agli uomini e gli uomini ai luoghi.

“ Il contesto con il quale un individuo interagisce che egli vede, esperisce in cui vive è principalmente un luogo amato, odiato, concito, estraneo, nel quale risiedere, dal quale fuggire”.

 

 E’ il paesaggio della mente e da questo rapporto che nascono anche diverse figure e individualità: il radicamento più profondo, il senso di intrappolamento, il desiderio di viaggiare,di evadere, lo sradicamento totale, riscontrabile negli emigranti o negli esiliati, a cui corrispondono le figure dell’ebreo errante e del vagabondo.

Bene, spero fin qui di essere stata abbastanza chiara: abitare significa stare a proprio agio in un luogo circoscritto.

Il luogo è un insieme fatto di cose concrete, con la loro sostanza materiale, forma tesatura, colore. Il luogo è definito dal suo carattere i atmosfera. Carattere è come sono i luoghi, collina, terra pianeggiante, cielo, confini.

Uno scrittore, che ha dalla sua sensibilità e sguardo attraversa i segni del luogo, li arricchisce di valore estetico,di significati legati all’esperienza, creandovi segni nuovi, altera la realtà fisica, altera il significato di quello che è sotto i suoi occhi, insomma fa un’opera artistica.

E il  LETTORE? Mette in gioco le sue conoscenze, la sua emozione,  attraverso la scrittura ha una nuova  percezione della realtà.

 Fatto questo lungo preambolo, spero che non vi troppo annoiato, vorrei parlarvi brevemente di tre luoghi a me molto cari, per tre diversi motivi, e conseguentemente di tre gruppi di autori che di questi luoghi hanno scritto:

Torino e le langhe, la Sicilia orientale e l’Irpinia, naturalmente.

Torino l’ho molta amata da adolescente, non la conoscevo per niente e mi ricordo che feci di tutto per andarci, avevo 15 anni e fu, naturalmente una delusione. Avevo letto Pavese, tutto o quasi, un autore di cui si parla poco oggi, direi un autore quasi dimenticato, bene, non stiamo a dire le lodi di Pavese e quello che ha fatto per la cultura italiana, la traduzione di Moby Dick basta per tutti.

Ebbene, forse sotto l’influsso di Pavese, Torino mi sembrò una città nebbiosa, piena di caffè e portici, di macchine pronte a partire per le colline, di un fiume che era per la città come il mare.

“questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume

nella bella città, in mezzo a rati e colline,

e la sfumano come un ricordo…”

 

“In quell’estate andavo in Po un’ora o due al mattino. Mi piaceva sudare al remo e poi cacciarmi nell’acqua fredda, ancora buia, che entra negli occhi e li lava…La collina sovrastante era bella al ritorno, fumando la pipa e fu su quelle tavole di barca  che presi gusto all’aria aperta e capii che il piacere dell’acqua e della terra continua al di là dell’infanzia, di là da un orto e di un frutteto.”

Ma Torino è per Pavese anche l’antitesi delle sue Langhe, delle sue colline.

Ecco cosa dice in Città e campagna:

Le vie fresche di mezza mattina erano piene di portici

e di gente. Gridavano in piazza. Girava il gelato

bianco e rosa: parevano le nuvole sode nel cielo.

Sa faceva sto caldo in città, si fermavano a pranzo

Nell’albergo. La polvere e il caldo non sporcano i muri

In città: lungo i viali le case son bianche.

Il ragazzo alza gli occhi alle nuvole orribili.

In città stanno al fresco a far niente, ma comprano l’uva,

la lavorano in grandi cantine e diventano ricchi.

Se restavano ancora , vedevano in mezzo alle piante,

nella sera, ogni viale una fila di luci.”

La scrittura dei luoghi è anche scrittura del ritorno. E’ vedere le cose una seconda volta. Il paese prima e dopo. Come essere un poco emigrati. Dal paese si vuole partire per fare fortuna. Sono temi cari a me che vivo in una terra di emigrazione, di partenze e di ritorni.

Ma quando si torna, niente è più la stessa cosa: il paese, se stesso, neanche i ricordi. Di mezzo c’è una vita trascorsa da un’altra parte, in altri luoghi appunto. Una vita abitata? Chi lo può dire.

Il luogo per eccellenza è quello abitato della nostra infanzia, quello che ci ha visto crescere ed è cresciuto con noi, nel quale abbiamo formato il nostro carattere, il nostro convincimento. Le colline, il fiume, il declivio, i colori bruciati della vendemmia, le vigne, la terra vangata, la luna, sono queste che cose sulle quali Pavese ritorna.

“Così questo paese dove non sono nato ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste di paese intorno e ballavano. Bevevano, si portavano a casa la bandiera  i pugni rotti. Si fa l’uva e si vende a cannelli, si raccolgono tartufi e si portano ad Alba. C’è Nuto il mio amico del salto che provvede di bigonce tutta la valle. Cosa vuol dire? Un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via: un paese vuol dire non essere sol, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” ( la luna e i falò)

Ma Torino e Pavese sono accomunati in maniera indimenticabile da Natalia Levi Ginzburg, torinese anche lei, scrittrice di luoghi ma anche di case, di storie familiari, di cui coglie le atmosfere, le parole, i sussurri, nel suo libro “Le piccole virtù” che vi riporto e che è una conferma di quanto fino adesso ho tentato di raccontarvi:

“La città che era cara al nostro amico è sempre la  stessa: c’è qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinema nuovi. Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi di una volta: nomi che ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora abitiamo altrove, in una città tutta diversa e più grande: e se ci incontriamo e parliamo della nostra città ne parliamo senza rammarico di averla lasciata e diciamo ora che non potremmo più viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atrio della stazione e camminare nella nebbia per i viali per sentirci proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira  la città ogni volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più ragione di stare…La nostra città del resto è malinconica per sua natura. Nelle mattine di inverno, ha un suo particolare odore di stazione e fuliggine diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco che tinge di rosa e di lillà i mucchi di neve,i rami spogli delle piante…Se c’è un po’ di sole, e risplende la cupola di vetro del salone dell’Automobile e il fiume scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la città può anche sembrare, per un attimo, ridente ed ospitale: ma è un’impressione fuggevole: La natura essenziale della città è la malinconia…

La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; è, nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e  sognare…”

 

A questo punto mi mermetto ancora una piccola digressione Torinese. Non avevo mai letto “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini. L’ho fatto questa estate. Il vero protagonista di quel romanzo è Torino, i suoi luoghi, (il baloon, le ville in collina, il negozio di vestiti ricamati per bambini bene) la sua espansione edilizia, i giochi di potere dell’ufficio tecnico comunale, roba da poco se paragonata quanto allora significasse Torino per l’economia italiana. Ecco cosa scrivono Fruttero e Lucentini di Torino:

 “…Ti trovavi a camminare a sud di Principe Oddone, per esempio, e a un tratto dicevi, ecco ci sono, non c’è alcun dubbio, è qui, questo li batte tutti, è il quartiere più lugubre di Torino. Ma il giorno dopo un’identica certezza ti fulminava mentre attraversavi via Gioberti o via Perrone…non era questione di quartieri ricchi o poveri come di solito succede nelle altre città: qui il lugubre, evidentemente, era distribuito con puntigliosa equità, era democratico.

Sfido, avrebbe gridato certi suoi colleghi, è una città tutta uguale, tutti i quartieri si rassomigliano, tutte le strade si incrociano ad angolo retto, si ha sempre la sensazione di essere rimasti fermi, c’è da perdere la testa, c’è da impazzire, che città, madonna che città…”

 

Passiamo adesso ad un’altra tappa di questa geografia letteraria che sto tracciando con voi. Un luogo assai diverso da Torino, dalla sua melanconia, dalla sua lugubre rigidità: la Sicilia, una terra che amo moltissimo, mitica, infiorata di fiori e profumi e colori, di tocchi barocchi, di dolci dolcissimi, di gentilissima gente, ma anche nera pece di lutto, distrutta da uno Stato che l’ha voluta dimenticare, affidandola a un clan di caprettari .

 ” Questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali: questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno intorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi, questo clima che ci infligge sei mesi di febbri a quaranta gradi…sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questo nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, some sulle città maledette della bibbia; in ognuno di quei sei mesi se un siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportar da tanto lontano che ogni goccia è pagatala una goccia di sudore; e dopo ancora le piogge, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio dove una settimana prima le une e le altre crepavano di sete…”

 Ho estrapolato un brano dal Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,  dal celebre colloquio tra il principe Fabrizio Salina e Chevalley. Mi è sembrato contenesse tutto quel senso del luogo che abbiamo detto prima, un senso di radicamento, di identità geografica, che cerchiamo nella scrittura dei luoghi.

E credo che abbia qualcosa in più, che non ho ancora detto, ma che connatura una scrittura dei luoghi: è una scrittura civile, morale. Non si può attraversare un luogo, che a sua volta è attraversato dal tempo e dalle vicende della storia come se fossimo fantasmi. Si apre un capitolo che non affronterò ma che ha che fare col senso dello scrivere, oggi. Ma non è ripeto argomento delle nostre riflessioni.

 Ebbene, questa Sicilia aspra e difficile, impervia  è la stessa che racconta Vittorini, che ha tutta un’altra visione del mondo, tanto da non voler pubblicare il Gattopardo, come credo molti di voi sanno.

Sentiamo cosa scrive Vittorini in Conversazioni in Sicilia:

“Ma guarda, sono da mia madre, pensai quando dalla corriera scesi appiè della lunga scalinata che portava ai quartieri alti del paese di mia madre. Il nome del paese era scritto sul muro come sulle cartoline che io mandavo ogni anno a mia madre, e il resto quella scalinata tra vecchie case, le montagne attorno, le macchie di neve sui tetti, era dinanzi ai miei occhi come d’un tratto ricordavo che era stato una volta o due nella mia infanzia. E mi parve che essere là non mi fosse indifferente, e fui contento di essere venuto, non essere rimasto a Siracusa, non aver preso il treno per l’alta Italia, non aver finito il mio viaggio…anzi forse averlo appena cominciato; perché così io sentivo guardando la lunga scalinata e in alto le case e le cupole e i pendii di case e roccia  e i tetti nel vallone in fondo, il fumo di qualche comignolo, le macchie di neve, la paglia e la piccola folla di scalzi bambini siciliani sulla crosta di ghiaccio che era in terra, nel sole, intorno alla fontana di ghisa…”

 Vittorini scrive tra il 1953 e il 1956 le Città del mondo, storia di due pastori padre e figlio, che girano a piedi  la Sicilia meridionale diretti al loro paese. Sentite cosa dice Vittorini del suo libro: “…E’ una Sicilia in cui i paesi, per il continuo spostarsi dei personaggi che sono pastori, contadini, venditori ambulanti e camionisti, zolfatari e campirei, sono come vie e piazze angoli di una medesima città e nello stesso tempo è come se questa Sicilia racchiudesse entro i suoi confini l’universo perché tutto ciò che nel libro viene citato come esterno all’isola è come se fosse Sicilia…” Sarà stato per la memoria che di questo libro, letto sulla soglia della laurea in architettura, ma credo che esso costituisca grande parte nella mia passione della scrittura dei luoghi.

In questo brevissimo excursus non posso dimenticare uno scrittore che dei luoghi ha fatto una passione civile: Vincenzo Consolo. Riporto un brano da “lo Spasimo di Palermo.”

“…Era il terzo giorno di scirocco, l’aria greve, lattiginoso il cielo, il mare di un verdastro torbido, oleandri, robinie, lentischi vizzi, muti, lenti gli scaricatori del mercato, la gente oppressa da quel sudario molle, quel fuoco mucido che ra calato su quella primavera. Impose a lui che andava verso lo Spasimo, per la Porta dei Greci, oltre le mura e Santa Teresa alla Kalsa, un cerchio di dolore sordo alla testa.

   Era il tempo febbrile delle pesti, del colera di Palermo. In quel momento arrivava il paranzello o brigantino con l’infetto che lo scirocco spargeva al Castellammare, al Borgo, all’Oreto, a Sant’Erasmo, ai Tribunali. Passavano i mulatti in cerata nera per quel tratto, le carrette cigolanti, Chi ha morti gridavano.,   Le fosse di Santo Spirito e di Vergine Maria erano colme, fumi grassi si alzavano dalle spiagge…”

Si può riuscire meglio a raccontare in poche righe un luogo del mediterraneo che spugna nella peste?C’è un fenomeno ultimo di scritture che hanno a che fare solo con i luoghi. Libri che non sono romanzi, non sono racconti, non sono saggi, stanno a metà tra un manifesto civile, una memoria arrabbiata, un viaggio sentimentale, un diario di ricerca di senso

Ha iniziato Celati nel 1984 con i suoi Narratori delle pianure, un libro fatto di brevi storie semplici, quasi racconti orali, che Celati situa  geograficamente nella pianura del Po. Recuperando la novella, genere ormai dimenticato, Celati raccoglie le storie che sente raccontare, riscrive un sentito  dire che “circola in un luogo”.  E’ la distruzione delle cose che sono sotto i nostri occhi, che racconta Celati, nominando luoghi, paesi, strade borghi e che cammina parallela alla distruzione delle nostre certezze.  Sembra che la provincia diventi per celati “un luogo mentale sul quale sforzarsi di riconoscerne i confini, che sono poi i confini della nostra capacità di inventare storie”.   Il luogo va sentito, come una corrispondenza necessaria, come un corpo cavo in cui cercare accoglienza. Non c’è alcuna ricerca folkloristica. C’è solo il mio tu, ecco. E’ sostanzialmente un problema di visioni, del vedere. In Verso la foce, Il suo diario di un viaggio in Senegal, ma anche nel Lunario del Paradiso, in Cinema naturale, Celati non fa che cercare, pazientemente, con una scrittura semplice, l’ovvio che abita le cose eleggendo a luogo naturale, la provincia.

E’ la provincia un luogo lontano dalle mode, dal minimalismo, dalla scrittura di fabbrica, ma anche dalla scrittura geometrica cara a Calvino. Celati cerca una scrittura che abbia slancio verso il mondo e che guardi il mondo in modo naturale, cerca autori, che non hanno rifiutato la provincia, ma ne hanno fatto luogo di un esperienza memorabile.

Nasce così Narratori delle riserve, un’antologia di scrittori italiani, che non ricusano il loro lavoro di scrittori provinciali. Un luogo è un luogo e ci si può sentire a casa ovunque se ci si spoglia della nostra presunzione, ha detto un caro amico di Celati, il fotografo Luigi Ghirri, che in quegli anni accompagna Celati in questi viaggi di osservazione lungo la pianura Padana.

…Ma solo di qui può nascere la strana idea che ci sia qualcosa da vedere, dice celati in Commenti di un teatro naturale delle immagini, come una qualità assoluta dei luoghi, quotata da un listino di valori. Mentre in realtà non c’è mai niente da vedere, ci sono solo cose che ci capita di vedere con minore o maggiore trasporto, indipendentemente dalla loro qualità. …Da Ghirri ho imparato che occorre volgere gli occhi all’orizzonte…”Credo che Celati abbia fatto scuola. Dal suo esempio sono nati una serie di narratori che scrivono soprattutto di luoghi, dei loro luoghi e che hanno forte connotazione provinciale. I loro temi, però, hanno a che fare con il nostro tempo e hanno carattere assolutamente nazionale: la distruzione del paesaggio, la omologazione delle periferie, lo sterminio delle coste, la mancata industrializzazione, la casetta geometrie che irrompe come tipologia ripetitiva sulle spiagge romagnole, la dimenticanza in cui versano alcune aree geografiche del Sud. In loro ritroviamo anche certi aspetti Ginzuburiani ( la malinconia, il ritorno nel luogo, il sentirsi e il non sentirsi a casa), che hanno a che fare con una domanda: che ci faccio qui? Oppure: ritornerei ancora a vivere in questo luogo? E ancora : può la scrittura dare un contributo a ricercare il senso di agio, di stare bene in un posto?

quando viaggiavo a piedi per scrivere i diari di verso la foce mi sono accorto che c’è una grande differenza tra prendere appunti sul momento e sul posto in cui sei e scriverne a distanza. Quando scrivi a distanza sei già nella generalità dei discorsi e tutto prende un aspetto di completezza del pensiero. Perché a distanza si fa avanti una teoria  sulle cose che hai visto…invece se scrivi per dar conto di quello che vedi e scrivi sul momento, non capisci molto ma le scene hanno ancora un senso di un limite nella tua osservazione. Allora scrivi la strada su cui vai e quel che vedi nelle cunette ai lati della strada, e le case di abitazione e il tipo di traffico…poi guardi l’orizzonte e vedi che rapporto c’è tra l’orizzonte e quel pezzo di terra dove stai mettendo i piedi. Là spunta il senso del limite, che è anche il senso delle visioni e delle apparizioni…La visione di un luogo sorge non certamente come un discorso con risposte pronte, ben dette e sicure, ma come un pensare-immaginare su cone è fatto il mondo.”

(Marco Sironi- Geografie del narrare. Insistenze dei luoghi di Luigi Ghiri e Gianni Celati- Diabasis 2004)

Sembra che ad un certo punto la scrittura in quanto narrazione di storie, in quanto pura invenzione non basti più a chi scrive. Si ha bisogno di parlare del qui e dell’ora, delle cose che stanno sotto i nostri occhi, che mutano sotto i nostri occhi, del senso di stare e resistere in un luogo. Non sono romanzi, queste scritture, dunque, e neanche reportage giornalistici. Celati li chiama racconti di osservazioni.  C’è in queste scritture un sentimento dolente di assistere ad un impoverimento delle coscienze, dei pensieri, delle aspettative che è proprio del nostro tempo.  C’è, ripeto, il non sentirsi più ad agio, non sentirsi più in pace in un luogo di cui si percepisce la mancanza di protezione.

Merita di essere ricordato, anche se si tratta di un romanzo, Pier Vittorio Tondelli col suo Rimini, se non lo avete ancora letto, fatelo:  vi sentirete coperti di sabbia, languore e frenesia,   Giulio Mozzi col suo Fantasmi e fughe, storia di un vagabondare e nascondersi sulle spiagge della riviera veneta, e ancora Dario Voltolini, Daniele Benati, Ermanno Cavazioni, Giorgio Messori, Beppe Sebaste, Antonio Delfini, autore molto caro a Celati e anche a me.

I libri di cui vi leggerà qualcosa sono di autori campani. Antonio Pascale, Franco Arminio, Antonella Cilento.

E, guarda caso, sono libri di gente più o meno coetanea,tranne la Cilento che è la più giovane di tutti, che indipendentemente l’una dall’altra, ha scritto del suo luogo.

Vi leggo Pascale, casertano trapiantato a Roma, che ha scritto “ La città distratta”

“…E’ che a Caserta le cose finiscono. Siano cose di poco conto o importanti, feste o associazioni, teatri o cinema, locali alternativi o locali di lusso, terminano. Non che si spengano di morte naturale, fisiologica, al contrario: tutto si interrompe improvvisamente. Ci siamo abituati. Non fai a tempo a capire che una cosa è morta che un’alta è nata…E tutta questa inconsistenza fa dire ad alcuni  casertani che la città è molle.  Nel senso che le contraddizioni e i conflitti animano i paesi dell’interland e solo temporaneamente il centro…” Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, paese dell’Irpinia di Oriente. Dalle sue peregrinazioni in Irpinia è nato “Viaggio nel cratere”“…Una volta si andava via spinti dalla miseria, ma ovunque si andasse si continuava a pensare al paese. Adesso chi è rimasto pensa che avrebbe fatto bene ad andarsene. Le vecchie al paese nuovo camminano leggermente più erette. Le strade sono più larghe e  per andare da un posto ad un altro si possono scegliere molte strade. Al paese vecchio non era così. Il vicolo era a ciottoli e in mezzo c’era la lista di pietre liscie…Una volta il pese finiva sul giornale ogni dieci anni. Adesso ci sono persone che escono solo per commentare puello che sul paese scrivono i giornali locali…Nell’insieme io mi sentirei di suggerire l’immagine di un popolo che sta abbastanza male ed è convinto di stare malissimo. E così si vieta di apprezzare i doni che questa terra può dare: il silenzio, la calma dell’azzurro e della luce, il verde, il modo di passare la giornata. Sono anni che giro l’Irpinia per cogliere e capire i segni di una mutazione che ha reso questi paese ibridi, obliqui…”

Antonella Cilento è una giovane scrittrice napoletana che ha pubblicato da pochissimi giorni “Non è il paradiso – favola infernale del far cultura a Napoli.-” “Eva vive su un incrocio…Da casa sua partono tre strade: via Caravaggio, corso Europa e via Manzoni. Zona alta, collinare, un tempo ci si veniva a prendere il fresco, ora è una selva cementizia. Dal suo condominio si vede la città a strisce: una fettina di via Caracciolo fra due palazzi e una clinica, uno scorcio di Nisida con italsider (ma anche una curva del San Paolo,si sentono le grida in certi giorni che il vento è a favore, così com si sente la puzza di uova marce dalla solfatara che entra dalle finestre del bagno quando l’aria viene verso terra), una panoramica grandangolare dagli astroni ai Camaldoli alla tangenziale, uscita via Cilea…Quando fabbricarono i caseggiati di questo incrocio immaginarono una napoli di montagna, con gli abeti. C’è n’è uno in corso Europa, di fronte ad una chiesa blu e uno sotto casa, chiuso come un gatto nell’aiuola…” Anche chi vi parla ascritto un libro sui luoghi. Si intitola “Il pane e l’argilla” e narra di questo mio vagabondare nei paesi dell’Irpinia  dopo il terremoto, tra megaricostruzione e mancato sviluppo..

Prima del terremoto l’Irpinia era inesistente nelle cose che scrivevo. Apparteneva  alle carte topografiche del mio ufficio. Col terremoto, con questa frattura del prima e dopo, ho imparato a guardare a questo territorio con altri occhi. O forse sarà STATA LA NECESSITà. Non avevo altro che macerie e crolli e paesi fangosi che scendevano a valle. Ed io ero là, in quel fango e in quelle pietre e non volevo andare più via. Mi dicevo, ma allora se resto ci sarà pure un motivo, se resto e voglio raccontare devo partire da qua.

E’ stata la mia sola consapevolezza, partire da quei paesi. Uno dopo l’altro  ho preso a camminare per questo territorio , ma è stato come camminare dentro di me, per avere consapevolezza di me.

Ora so che voglio scrivere di luoghi che conosco, voglio scrivere di Irpinia. “Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo” conclude meravigliosamente Celati, in Verso la foce.

 Quando scrivo il nome di un paese sulla carta il paese smette di essere   interno di una realtà interna, penso che sono un passo fuori da loro e loro sono già un passo lontano da me ed io sono come un fotografiche li ritrae cercando sempre nuovi punti di vista. Penso che sto mettendo sulla carta pezzi di mondo. O almeno ho definito un mio mondo, montagne, nuovi e vecchi paesi abbazie, rovine, frane, argilla, superstrade, case ricostruite e rimaste vuote, in cui faccio andare a vivere o morire i miei personaggi. E dire il loro nome è come battezzarli una seconda volta. Ho questa necessità di nominarli. Adesso posso perché mi appartengono, nel senso che posso anche non vederli più partire e andare a vivere altrove, ma loro sono dentro di me. Sono il mio mondo. E cosa è scrivere, se non dire il proprio mondo?

Grazie.

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3 thoughts on “Scritture

  1. Sonia Pendola 09/02/2011 / 21:13

    Il solo commento che posso postare è : grazie. Come dopo un pranzo ben cucinato e offerto con genuina generosità.

    Sonia

    • emilia 11/02/2011 / 19:38

      Sono io che ti ringrazio, Sonia!
      A presto.
      Emilia

  2. Alina Laruccia 14/02/2011 / 19:52

    … avevo lasciato i miei auguri, ma il commento è sparito… pazienza… gli auguri erano davvero sinceri…
    alina

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