Un consiglio di lettura – di Ave Ghirelli

il mio romanzo

Perché leggere questo libro? Ecco tre buone ragioni.

LA STORIA: si concentra intorno alle vicende di due donne, Dorina e Angela, che hanno trascorso insieme un’infanzia frantumata in orfanotrofio, intrecciando un’amicizia spinosa – carica di abbandono e violenza –  e che oggi si rincontrano  in carcere. Dorina da donna libera, cuoca inappagata e triste e Angela da reclusa, assassina che cova fantasmi e desideri.

I PERSONAGGI: Dorina e Angela, il freddo e il fuoco, la grazia e la bruttezza sono i personaggi indimenticabili del romanzo di Emilia B. Cirillo, figure che fatichi a lasciare quando hai finito il libro! Donne che cercano un proprio spazio nella vita e si cercano nella storia.

LA SCRITTURA: sapiente e raffinata, a partire dagli incipit: “Erano andate via tutte. Al battere delle mani di suor Vittoria, comparsa all’improvviso sul terrazzo, il gioco della mosca cieca era finito in un lampo” (Mosca cieca, pag. 9). “Crudele! Inveiva suor Ermelinda quando Angela portava in cucina le lucertole sezionate” (I calzettoni di lana a righe, pag. 31).

L’autrice ha una spiccata abilità nel descrivere la bellezza dei luoghi e il suo contrario – il Conservatorio di Santa Geltrude di Atrani, il carcere, Napoli… – nel rappresentare l’accumulo di vita negli elenchi di oggetti acquistati al supermercato, in quelli di pietre preziose, oppure di fiori e piante.  E’ una scrittura capace di raccontare lucidamente i nostri giorni, la crisi di tante piccole e medio imprese in primo luogo, la crisi della famiglia… ma è anche magica, quando Dorina “legge” immagini nello strato di amido lasciato dal riso nel lavabo, sogna o, semplicemente, vive.

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Vento d’ottobre

mario perrotta foto foto di Mario Perrotta

La settimana scorsa sono stata ad Aterrana, frazione di Montoro, per assistere ad un bellissimo spettacolo teatrale “Carmine Crocco e le sue cento spose”, scritto dalla mia amica Licia Giaquinto, nata a Torchiati di Montoro e molto legata al suo paese, malgrado viva a Bologna da anni.

Ero stata ad Aterrana, splendido borgo seicentesco, qualche anno dopo il terremoto. Mi colpì la sua grazia selvaggia, quel leggiadro disegno unitario di palazzi e portali in pietra, finestre e vicoli, quegli androni odorosi di alberi e fiori che si inerpicavano fin dentro la montagna densa, inesplorata. Chi ci accompagnò a visitare la chiesa di San Martino, piccolo gioiello tardo barocco, raccontò che in paese era iniziato un lento ma inarrestabile fenomeno:  la popolazione era scesa a valle o aveva preferito trasferirsi in altri comuni.

Quella sera, erano passati almeno venti anni da quella mia prima visita, abbiamo attraversato un paese svuotato, con case portoni e finestre sprangate, belle loggette coperte di erba e alberi carichi di frutti che nessuno raccoglie. Ai trecento abitanti del borgo dovrebbero dare un premio, per voler ancora abitare un paese che non è più quello della loro giovinezza, accomunati dal ricordo e forse dalla speranza che in quel luogo possa ritornare un po’ la vita di un tempo.

Perché così sono i luoghi, recinti sicuri di quello che siamo stati, che siamo, e perderli significa perdere una parte di noi, quella più sentimentale e fondativa. Ho scritto di Aterrana, ma avrei potuto parlare di altri paesi dell’Irpinia, Andretta, Morra de Sanctis, Bisaccia, Cairano, paesi in cui lo spopolamento è stato inversamente proporzionale alla quantità di denaro investito nel dopo terremoto. Con tutto quello che è stato speso in case e infrastrutture, avremmo dovuto intercettare  condizioni di benessere e di progresso per questa nostra terra, avremmo dovuto avere in ogni paese balconi fioriti e camini accesi, lavoro per i giovani, nuove famiglie e tanti bambini nelle scuole materne. Invece qualcosa non ha funzionato. E i paesi sono vuoti, e i si vende appesi ai balconi fanno troppa tristezza.

Non c’è stato un progetto politico, negli anni del denaro facile, su cosa dovesse diventare l’Irpinia del dopo terremoto. Ogni paese “politicamente” faceva da sé, scrutando con sospetto l’altro paese che forse riceveva più contributi e costruiva più aree industriali, aree che adesso languono alle periferie dei piccoli centri, inutilizzate. Si sono macinati quintali di cemento per case che nessuno abiterà mai, i cui proprietari vivono oltre Italia; si sono stravolti territori e deviato fiumi per insediare fabbriche che non hanno mai funzionato, di cui fin da allora non avremmo saputo che fare.

Possibile che si potessero collocare trenta aree industriali in Irpinia, senza attivare una strada ferrata che trasportasse le merci a valle? Per non parlare di Avellino, capoluogo senza funzione trainante per il territorio, in cui si è consumata la fiera delle opere incomplete oltre a una mostruosa cubica ricostruzione? Inutile polemizzare, certo, ma intanto i paesi sono quelli che sono e l’Irpinia tutta è sempre più povera di investimenti e persone.

Anche se qualcosa, impercettibilmente, sembra stia cambiando.

C’è un interesse nuovo per questa nostra terra da parte di associazioni di volontariato e di giovani operatori economici, di vignaiuoli e artisti di ritorno, come Franco Dragone, Vinicio Caposela, con il  loro Cairano 7x, lo Sponzfest.

Si è combattuto senza scampo per il ripristino della ferrovia Avellino-Rocchetta, contro le pale eoliche, con le associazioni Inloco motivi, Comitato Voria, Infoirpinia, non ultimo il Touring Club di territorio, i Piccoli Paesi.  Si è riscoperta finalmente forza agricola, il valore della Terra in quanto tale, il fascino dei suoi paesaggi, la bellezza dei suoi borghi. L’estate sembra la stagione migliore per appuntamenti culturali, per visite nei castelli, per percorrere la strada ferrata Avellino-Rocchetta, per commuoversi davanti ai tramonti. Purtroppo questo non basta, non può bastare per mettere in moto un’economia, per creare posti di lavoro, per far trasformare la curiosità dei turisti di passaggio in permanenza. Ci vuole tempo, investimenti, cooperazione, conoscenza e amore per questo territorio.

Chi vorrebbe trasferirsi oggi in un paese che non ha servizi, a cominciare dagli ospedali, strade di accesso, connettività e abitanti? “Ma bisogna ricordare che questa Alta Irpinia, sapientemente descritta da tanti cantori della nostra provincia, è anche terra di servizi scarsi o non adeguati, di battaglie contro i mulini a vento il più delle volte perse da cittadini e amministratori”, si leggeva in un articolo apparso su questo giornale e che ha creato molto dibattito sul web.

Perché un anno è fatto di dodici mesi e le stagioni non sono tutte felici come l’estate. Sono lunghi gli inverni in Irpinia. E non basta descriverne le sue bellezze e gli incanti che ne provengono, neanche organizzare istruttive gite solari, per cambiare di botto le cose. Per carità tutto serve, per alimentare la coscienza di vivere in un luogo di una bellezza silenziosa, dolcissima e aggressiva, un luogo che non va contaminato da discariche, estrazioni di petrolio e pale eoliche, il cui ambiente naturalistico e antropico va difeso e catalogato, come se fosse un enorme unico parco posto nell’Italia di mezzo. Perché è solo dalla forza ambientale, intensa diffusamente, anche nelle sue manifestazioni minime, dal dialetto alla manipolazione della pasta e della creta, può venire fuori un possibile disegno concreto di questa grande “piccola Svizzera nel cuore degli Appennini” come si definiva a metà novecento l’Irpinia.

Ho letto di un progetto pilota che costituisce un consorzio 25 comuni dell’Alta Irpinia. Di un altro che istituisce una zona franca a burocrazia zero, con l’intento di incentivare un progetto turistico in queste zone. Ma è solo di turismo che abbiamo bisogno, di alberghi, ristoranti  e ricettività? Certo è un’ottima cosa, ma io credo in uno sviluppo che abbia a che fare anche con il silenzio di questi luoghi e che non scardini gli equilibri interni di una collettività abituata a ritmi e consuetudini pacate, rispettose dei rapporti, e per questo ancora così umane.

Credo ad una Irpinia percorribile e raggiungibile non dalla massa vociante che consuma e lascia spazzatura, dormendo e mangiando in alberghi stile “Capitelletto barocchetto, con piscina a forma di cuore” per matrimoni e cerimonia in stile american country, ma che prediliga la scelta di una produzione e offerta di qualità, con coltivazioni intelligenti (Gianni Fiorentino, nella sua azienda a Paternopoli ha impiantato un meleto di mele limoncelle, introvabili anche sui mercatini) con recuperi architettonici organici, con un costruito green, rispettosi dell’ambiente e di questa sua ruralità, che è poi il senso più profondo e materno del suo fascino. Ci vorrà tempo, ma bisogna iniziare, una buona volta.

Perché sono qui

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Che significa mettersi al mondo? E chi ci mette al mondo? Nostra madre, esatto, ma la domanda è in quale mondo ci mette? Ed è questo il mondo che ci accompagna, con il quale facciamo a patti, che ci accoglie o ci scaccia? Credo che siamo noi a decidere, se vogliamo essere accolte o meno, se stiamo a nostro agio o meno.

Mondo. Il territorio reale che è scena delle nostre azioni. Mondo è un piccolo pezzo di terra su cui poggiamo i piedi. Sono i colori e le voci udite. Mondo, di affetti di ricordi di bene. Di paura di negazione di insuccesso. Ogni cosa e il suo contrario sta con mondo.

Allora io sono nata ad Atripalda. Nel 1955.- Il mondo è spazio e tempo. E’ un punto di coordinata nell’asse cartesiano.  Ma non basta. Ci vuole una terza coordinata, variabilissima, che attraversa il piano. E da’ corpo e senso al tutto. E’ il fare. La terza coordinata raccoglie , a partire dal dove e dal quando, il nostro agire. Traccia, smuove, segna un percorso. Fino a formare dei movimenti tridimensionali, figure geometriche che raccontano la nostra esistenza.

Chi niente fa, niente trova scritto. Come un elettrocardiogramma che traccia linee piatte, se il cuore è fermo. Ma io voglio che il tracciato della mia vita abbia senso. Almeno per me.

Allora, ritorna la domanda. Sto al mondo. Ho i piedi sulla terra, questa, Avellino, Irpinia, Campania, Sud Italia, Sud di Francia, di Germania, di Inghilterra, nord di Lampedusa, di Sicilia, Tunisia, Marocco, Grecia, e mi guardo intorno.

In questi anni il guardare e il camminare per questa terra, con i miei occhi, i miei piedi, la mia curiosità, sensibilità, ha prodotto scrittura. Ha prodotto relazioni, poche, ha prodotto una famiglia, la mia casa, il mio restare. Ma volevo restare? Volevo partire? Volevo altri mondi? Volevo proprio questo mondo?

E’ stata la manifestazione al Goleto, Libere di esistere, del 13 novembre, con la presenza delle amiche della Libreria delle donne di Milano, Laura Minguzzi e Marina Santini, e della discussione intorno al loro libro, L’autorità femminile, che mi ha dato modo di riflettere sul mio re-stare. Marina del Goleto, ego abbadessa, come ha detto Marina Santini, forse non aveva scelto di fare la suora benedettina. Ma ha fatto di necessità virtù. Si è guardata intorno e ha fatto di tutto perché la sua vita, al Goleto, fosse la storia di quel convento. Ha lavorato positivamente e con tenacia per dare consistenza e durata alla sua scelta. Si è data una motivazione. Ha agito, non solo per se stessa ma anche per quello che era il suo intorno.

Il terzo punto di coordinata ha prodotto, unito agli altri due, una ricca e forte traiettoria. Marina conosceva il suo territorio, lo governava, con autorità e, credo, con giustizia. Era un riferimento all’epoca. Lo è ancora per noi. E ora il Goleto è là, vivo e vero.

Marina è una traccia, un punto luminoso. Comincia da lei e per lei, la mia idea di voler fermarmi a lavorare sull’Irpinia. Terra che in fondo conosco poco e che, a differenza di Avellino, mi appare più vivace e accogliente, anche nella sua spoliazione.

La coordinata numero tre, riferita ad Avellino, ha una traiettoria minima. Poco movimento, poche prospettive. La città è paludosa, i piedi affondano nella sabbia, si fatica a camminare. Ho cercato nel passato. Riferimenti: le donne, la politica. Non mi sono mai sentita accolta. Non sono riuscita a costruire parola con altri/e, se non in sporadici casi, Lia Libraia, per esempio. E ora con Fiorella e Anna.

In città ogni cosa soccombe alla logica del perdere. Qui tutto muore, appena inizia. Tira un’aria piccola e fredda, quella che, a lungo andare, come i più perfidi spifferi, può provocare polmoniti e malattie respiratorie.

Non si respira, nella valle. Non riesco ad interrogarmi più sulle cause. Prendo il buono , poco , che viene. Il ritorno dei miei figli, un pranzo di domenica con gli amici, la luce dei certe mattine, il mio legame con Tonino, antico e forte, il silenzio della campagna, il mercato del sabato, le contadine con la loro verdura freschissima, il ricordo di Lucio.

Avellino è diventata nel mio 3d uno scarabocchio. Forse lo è sempre stato, con questa smania, molto italiana, molto modernista del Sud, di cambiare, di abbellirsi, di apparire, dimenticando che c’è una sostanza a cui guardare. Il proprio sapere. I propri maestri.  Francesco de Sanctis. dovrebbe essere letto e conosciuto nelle scuole, insieme a Guido Dorso, tanto per cominciare. E poi si dovrebbe tornare ai caffè, alle librerie, alle associazioni, ai luoghi del trovarsi, ai luoghi del vedersi, ai luoghi della parola.

Una ferrovia veloce e leggera che arrivi al centro della città, che ci colleghi con Salerno e Napoli e Bari, per  riportarci al nostro Sud interno, e poi al mare: sogni, speranze, chiacchiere di una vita. Si parte per andare sempre più lontano, verso un orizzonte sconosciuto. Il nostro piccolo orizzonte, fatto di montagne e di paesaggi e di silenzio, convince i giovani e non solo sempre di meno a restare.

La città non da motivo di fondamenta. Resisto a fatica. Resto a fatica. Forse perché non so dove andare. Forse perché amo questi luoghi e mi sembrerebbe impossibile tagliare di netto e andare da un’altra parte. Vivrei di nostalgia, che non è quella greca, il dolore del ricordo, piuttosto quella romantica tedesca, la Sensucht, il voler ritrovare la strada di casa. E allora, come Marina, credo che debba fare di necessità virtù. Debba agire, far andare e venire il mio punto luminoso in queste coordinate spaziali, per disegnare una rotta, che sia segno del mio passaggio. Scrivo, questo è un dato. E non saprei scrivere di altro. Sono qui perché scrivere mi fa conoscere questa provincia, questa sua internità, che sempre mi crea meraviglia.

L’Irpinia è tanto dei miei scritti. L’Irpinia interna, quella che si va spopolando, che si riempie di pulmann per ogni Sagra, che resta vuota, la sera, dopo che il grande sbarco dei turisti di un giorno, è finito. Perché Irpinia. Perché la terra trema ed insieme è solida. Perché all’argilla si mescola la pietra. Perché è stata terra di emigrazione. E’ stata terra di ritorni. Al contrario Avellino è terra di passaggio e passeggi. Un ingarbuglio di tracce, che non hanno mai creato una rotta. Mentre dico questo penso alle comete, alle stelle che più di tutte vediamo e di cui conosciamo il nome.

A una madre. Poesia di Rocco Scotellaro

Margaret-Bourke-Whit

Come vuoi bene a una madre

che ti cresce nel pianto

sotto la ruota violenta della Singer

intenta ai corredi nuziali
e a rifinire le tomaie alte
delle donne contadine?

Mi sganciarono dalla tua gonna
pollastrello comprato alla sua chioccia.
Mi mandasti fuori nella strada
con la mia faccia.
La mia faccia lentigginosa ha il segno
delle tue voglie di gravida
e me le tengo in pegno.Tu ora vorresti da me
amore che non ti so dare.
Siamo due inquilini nella casa
che ci teniamo in dispetto,
ti vedo sempre tesa
a rubarmi un po’ di affetto,
tu che a moine non mi hai avvezzato.
Una per sempre io ti ho benvoluta
quando venne l’altro figlio di papà:
nacque da un amore in fuga,
fu venduto a due sposi sterili
che facevano i contadini
in un paese vicino.
Allora alzasti per noi lo stesso letto
e ci chiamavi Rocco tutt’e due.
Rocco Scotellaro (Tricarico 1923- Portici 1953)

la neve in Irpinia

La neve mi è piaciuta sempre poco. Il suo candore inganna.   Non c’è verso di sfuggirle, si imbozzola intorno a te e alle cose, come una grande ragnatela di cui si diventa prigionieri. Hai voglia a dire: scenari di fiaba, ma chi lo dice che le fiabe hanno solo scenari ghiacciati, regine che conficcano punteruoli magici nel cuore per trasformare gli uomini in statue congelate? Non basta già il freddo che ogni cuore trattiene a farci vivere in una favola tragica?

Siamo a far tira e molla con la neve da due settimane. Le strade ne sono piene, e i paesi, e le montagne e le pianure. Si gela la laguna, si gelano i fiumi, Ricordo che in Orlando, il romanzo di Virginia Woolf, il grande gelo di Londra congelò le navi del porto di Londra per sei mesi. E  la corte era tutta là, a pattinare sul ghiaccio, e danzare, e banchettare, come se fossero pinguini allenati.

Ma noi non siamo pinguini. E non viviamo nel romanzo della Woolf. Siamo umanità dolente che non riesce, nei periodi ordinari, a venire a patti con un quotidiano decente, e che in questo momento non riesce a scongelarsi da un’ ibernamento annunciato. La neve questa neve straordinaria, che ci tiene a forza in casa, che ci vede camminare per strada a fatica, che ci blocca in un autobus per quattro ore, dimostra quanto le cose della vita possano diventare fragili e complesse al tempo stesso.  Prendiamo la rete dei trasporti stradali, l’unica esistente in provincia. Per giorni l’Ofantina bis è stata inaccessibile, i paesi dell’Alta Irpinia isolati, eppure la superstrada Ofantina è stata fatta per agevolare la percorrenza interna, con grande spesa e dispendio. Forse una strada ferrata sarebbe stata meglio, forse l’Avellino Rocchetta in uso non avrebbe prodotto interruzioni dei collegamenti per tanti giorni, forse come irpini non ci saremmo sentiti sempre isolati, sempre tagliati fuori.

Si fa presto a dire paese. I paesi dell’Irpinia, i paesi dell’appennino hanno pagato un costo altissimo in questo giorni. Ci sono stati morti, tetti crollati, animali affamati, scarsità di generi alimentari. In molti paesi è mancata la corrente, qualcuno è rimasto bloccato in casa per sei giorni, prima che arrivassero i soccorsi. I volontari hanno spalato fino allo sfinimento, i Vigili del Fuoco hanno dimostrato il loro assoluto eroismo,la CroceRossaha portato medicinali in contrade irrangiungibili. Il Presidente della Regione Campania Caldoro, che è napoletano e che crede che Napoli sia Caput Mundi,  non ha voluto credere all’evidenza: pare abbia espresso perplessità per la pericolosità delle nevicate cadute in Irpinia. E non ha voluto mandare l’esercito nei nostri paesi a dare una mano. Perché dei paesi, dei piccoli centri  non sembra davvero importare niente a nessuno.

Pochi centrimetri di neve a Roma: è questa la notizia, è questo il vero panico dell’Italia. Pochissimi giorni di gelo sulla capitale e si blocca il mondo. La neve, in quanto fenomeno naturale, è democratica. Cade dappertutto, senza badare se coprirà il Colosseo o il castello di Torella dei Lombardi. I nostri amministratori dovrebbero imparare questa democraticità,  per poter dare a tutti le stesse possibilità di sopravvivere all’emergenza.