Una città possibilmente nostra.

cinema eliseo 3

In questa eterna bruciante estate avellinese,  ho mandato mille benedizioni agli organizzatori del Laceno d’oro che hanno, ancora una volta e tra le solite difficoltà,  hanno dato vita alla tanto attesa rassegna cinematografica nel piazzale dell’ex-Gil. Luogo pieno di desiderata, questo, a ridosso di uno degli edifici più importanti e maltrattati della nostra città (anche se a farne l’elenco di edifici maltrattati, ne verrebbero fuori tanti, a cominciare dal Teatro Carlo Gesualdo, passando per il Mercatone, soffermandoci alla Casina del Principe, fino a stopparci, ma solo per eccesso di sdegno, davanti all’autostazione), quello della Gioventù Italiana Littorio, progettato negli anni ’30 dall’architetto Del Debbio, conosciuto da sempre, in città, come il Cinema Eliseo.

Definire maltrattato l’edificio dell’ex Gil è forse poco, perché come un malato cui si fa intravedere la possibilità di guarire, e quindi si illude che presto, molto presto, lascerà il letto di ospedale, così il nostro monumento, è stato oggetto di un intervento di ristrutturazione edilizia, di una parziale apertura al pubblico, di una nuova chiusura, di un incendio che ha bruciato gli interni della piccola sala cinematografica, di un lungo “non so a chi appartiene tra Regione e Comune”, di una stasi   Immotivata  fino a nostri giorni, che tanto assomiglia ad agonia. Frattanto il suo bel bianco, come la purezza, come la giovinezza, è diventato rosso pompeiano, i marmi “di quando c’era lui” sono stati imbrattati, il piazzale è meta di filonari e di una nuova gioventù tech, quel bel circolo del tennis, che dava un tocco di Finzicontinianità alla nostra ariana città, è stato abbattuto. E il piazzale è desolantemente vuoto.

 Così, tra l’abbandono e la vergogna, tra una sudata e una chiacchiera, ieri sera ho visto con piacere tanta gente  assistere a “Viaggio in Italia”, ( irripetibile Italia degli anni ’50, irripetibile fascino di Ingrid Bergman) di  Roberto Rossellini, definito, da uno degli organizzatori, il più grande regista italiano. C’era l’Avellino dei miei anni e non solo, tanti giovani che sperano un giorno di poter rendere concreto il sogno di fare dell’ex Gil la “casa del cinema”, c’era la solida, residua parte di città che conosco e che non smetto di amare,   un Avellino che resiste, qui, ora, malgrado sia provata dal crescente degrado, dalla mancanza di un nocchiero e di una rotta. ( Ho saputo che l’azienda che dovrebbe rendere sana e lustra la città, ha fatto volentieri a meno di prestare la sua opera igienizzante, avendo trovato il piazzale in buone condizioni! Come sia possibile, bisognerebbe avere altri occhi e forse anche un altro naso per dirlo!)

Ma c’erano anche seduti sulla loggia dell’Ex Gil, i novelli ragazzi del muretto, incuranti di quello che accadeva a pochi metri da loro, anzi infastiditi, abituati a sguazzare nel nulla che questa città tenta di offrire, padroni di un tempo morto, signori del “tanto  qui la comandiamo noi!” che schiamazzavano. Il film era troppo bello, Ingrid ha incantato tutti, Pompei e la solfatara hanno sempre la loro magia e credo che nessuno ha badato più a loro.

Dopo la proiezione non ho resistito ad entrare dell’atrio del  cinema Eliseo. Ho pensato a Camillo Marino, ai tanti Laceno d’oro trascorsi e i ricordi si sono affollati,  come sempre. Siamo entrati nella sala, completamente ristrutturata, con le nuove poltrone, le pareti scure, il soffitto chiaro. Praticamente finita. Al ricordo è subentrato lo sdegno. Che cosa manca per riaprire la sala? Quale medicina bisogna dare al malato perché venga dimesso? Quanti anni ancora bisogna attendere perché voci, corpi, passi, progetti trasformino questo luogo abitato da fantasmi in un luogo di persone, di carne e sangue?

I nuovi ragazzi del muretto devono avere esempio concreto che in questa città ci sono anche porte che si aprono ai loro desideri , luoghi che li accolgono. Che Avellino non è solo baratro, inconcludenza e nulla.

Avanti, presto, il Comune di Avellino riapra l’ex Gil. Nel nome di chi ha aspettato, di chi aspetta, di chi merita di vivere in una città possibilmente nostra.

 

 

 

 

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Pecore in città

irpinia mario perrotta

foto di Mario Perrotta.

Fino a qualche anno ha, sotto la casa di mia madre, in via Derna, passava almeno due volte l’anno un gregge di pecore. La loro presenza era annunciata dal suono dei campanacci, un suono roco e disomogeneo, assolutamente inconfondibile. Correvamo al balcone per vedere. Che poi era sempre la stessa scena: un pastore che apriva il corteo, il gregge vero e proprio, le zampe nere di un cane che spiccavano in quel bianco in movimento, due aiutanti pastori che fischiavano e contenevano con ampi gesti delle braccia le bestie, e un altro pastore che chiudeva la fila. La processione durava una decina di minuti, tra l’apparire e lo svoltare verso la campagna, all’inizio di piazza Cavour, nei pressi dell’attuale Questura. Da dove venissero e dove andassero le pecore e il pastore, e perché il loro tragitto passasse per la città, non l’ho mai saputo. Potevano fermarsi nei campi dietro i valloni, a contrada Bagnoli, ad Acque del Paradiso e restare a pascolare in pace, anziché scendere per le strade rumorose e spaventare le bestie.

Era, quella scena che si ripeteva due volte l’anno, la conferma che vivevamo ancora in una città con campagna, che eravamo salvi, allora, da ogni inquinamento e da ogni possibile distruzione del paesaggio. Che era vivo quell’equilibrio, miracoloso, in verità, tra il fare manuale e quello intellettuale, che questa città aveva un passato forte da cui scaturiva, come una sorgente e la sua acqua. Non vedevo, lo ammetto, quello che silenziosamente si stava preparando, l’assurda perché non necessaria avanzata del cemento, che ha trasformato il nostro paesaggio, le nostre colline, che hanno imprigionato l’aria, la luce. Non necessaria perché il numero di abitanti, in città, non è aumentato. Anzi, alla luce delle partenze di giovani che non fanno ritorno, direi che è diminuito. Non necessario perché c’era tanto da recuperare, da abbattere e ricostruire, del nostro patrimonio abitativo, che la città avrebbe potuto continuare ad avere la sua forma di fuso, chiusa tra i due fiumicelli, com’era stata per secoli. E se anche avesse voluto, avrebbe potuto ampliarsi conservando la sua forma, decidendo di addizionare il fuso, in altri fusi paralleli al primo, per mantenere al suo interno una regola. Perché qui, come in tante città, è la regola algebrica che si è perduta. Comporre una città secondo armonia, secondo un accrescimento non casuale, non dettato dal regime delle proprietà e dalla sola scelta funzionale, è quello che ci ha insegnato il razionalismo architettonico. E’ quello che ha permesso a Vienna di espandersi e di diventare la grande Vienna e a Berlino di diventare l’esempio di città operaia senza che perdesse la sua eleganza.  E’ mancato chi sapesse tenere la matita bene in mano e che sapesse disegnare, come faceva Tessenow, una città che bastasse a se stessa, con case e giardinetti, con alberature e slarghi, con pergolati e panchine, e che fosse tutto pubblico, tutto di tutti. Qui le cose nate per il pubblico si mantengono a fatica. Manutendere costa più che mettere in piedi. Perciò gli edifici pubblici recuperati sono occupati dal vuoto. Restano bui e silenziosi come fari spenti. E le case costruite dappertutto, anche negli scarti dei fossi, restano invendute, mancando perfino l’acquirente delle periferie napoletane, che, passata la grande paura dell’eruzione del Vesuvio, decide di restare a godersi il mare e il suo paese.

Torneranno le pecore in città. Questione di anni. Ne sono sicura. Saranno richiamate dall’odore dell’erba che intanto avrà coperto le case abbandonate. Gli animali sanno passarsi la voce molto meglio di noi, che pure stiamo a bivaccare su internet.  E faranno la tana e l’ovile nelle case sfitte, sulle colline e nelle ische ormai ricoperte di rovi, come quelle della bella addormentata. Arriveranno con loro uomini senza patria, abituati a mangiare accoccolati, porteranno le loro donne nei vestiti di sole, i bambini attaccati alla schiena. E troveranno una casa tra i rovi che sapranno adattare.  Ritorneranno i pastori, che bruceranno di sera le erbe secche raccolte, mangeranno pane e formaggio, lo spartiranno con gli uomini senza patria e dormiranno accanto alla brace d’inverno o sotto un albero d’estate,  come Benino.

Saranno loro a sognare. Sarà un sogno di una città operosa, con mestieri e lavori dimenticati, una città d’acqua e di lana, di campi e di frutta, di forma e misura. Con tante pecore sparse sul prato. Come nei presepi che ci ostiniamo a fare ogni anno.

proprietà riservata di Emilia Bersabea Cirillo

da “Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” Mephite edizioni

Il nostro benvenuto al nuovo vescovo di Avellino

Mano tesa dagli industriali «Dialogo sui temi sociali»

Il giorno dopo Il presidente Bruno: vedremo presto monsignor Arturo, può fungere da collante sulle istanze delle fasce deboli

L’entusiasmo Cittadini fuori al Duomo venerdì; in alto, Pino Bruno; a lato, dall’alto, Franco Festa, Ugo Santinelli e Emilia Bersabea Cirillo

«Credo e spero che il nuovo vescovo possa essere il collante giusto per favorire il dialogo e il confronto in un contesto che si caratterizza spesso per polemiche e divisioni». Il presidente di Confindustria Giuseppe Bruno accoglie a braccia aperte monsignor Arturo Aiello. «Per noi imprenditori la Chiesa è da sempre un riferimento importante. I nostri programmi si fondano su valori cristiani e l’impegno di tanti di noi sul fronte sociale, portato avanti nel silenzio e con discrezione, è la dimostrazione tangibile della nostra attenzione anche alle fasce più deboli e alle situazioni più disagiate». Bruno conta di incontrare il nuovo vescovo nei prossimi giorni. «Vogliamo coinvolgerlo nelle nostre sfide: credo che la Chiesa possa svolgere un ruolo di raccordo importante anche nell’intercettare i reali bisogni e le aspettative dei nostri giovani. L’Irpinia vive una situazione di emergenza sociale dalla quale bisogna uscire con il contributo di tutti, ognuno per la propria parte e le proprie competenze. Il vescovo ha dimostrato grande empatia e capacità di sintonizzarsi con i cittadini: è un valore aggiunto importante che guiderà anche la nostra associazione. Sono convinto – conclude il presidente degli Industriali irpini – che sarà un riferimento per tutte le forze impegnate ogni giorno sul territorio per la crescita e lo sviluppo dell’Irpinia».

Anche per lo scrittore Franco Festa l’insediamento del vescovo può aprire una nuova stagione in città «a patto che gli avellinesi sappiano rispondere al meglio alle parole di speranza e apertura pronunciate da Aiello. Occorre uscire dal torpore quotidiano, da un’attesa passiva che ha contribuito a spegnare progressivamente Avellino». Le prime parole, semplici e dirette, pronunciate dal vescovo hanno indicato una strada possibile, da percorrere tutti insieme. «Ha parlato di un palazzo vescovile con le luci sempre accese. È un messaggio forte, inclusivo soprattutto se si pensa al buio in cui siamo avvolti da troppo tempo. Anche per questo quella città inutilmente blindata non è stata un bel segnale, sarebbe stata opportuna – osserva – una gestione meno rigida».

«È importante inoltre – continua Festa che il nuovo vescovo abbia esaltato il valore della vita delle singole persone, anche e soprattutto, quella degli ultimi. Parole che credo siano arrivate dritte al cuore di tutti per aprirci all’accoglienza e al confronto senza distinzioni e pregiudizi. Servono unità e condivisione: speriamo che la nostra comunità si svegli e ritrovi orgoglio e voglia di crescere insieme».

Ugo Santinelli si dice incuriosito dagli studi di sociologia portati avanti dal vescovo. «Sarebbe interessante incontrarsi per confrontarsi su conoscenze e passioni che, evidentemente, ci accomunano. Io credo che, dopo le prime parole che hanno sicuramente scaldato il cuore della comunità, il nuovo vescovo troverà tempi e modi per incontrare gli avellinesi, uno per uno». Santinelli non risparmia qualche critica alla gestione dell’evento di venerdì. «Non si è fatta distinzione tra l’arrivo del nuovo vescovo e una partita di calcio. Si è applicato un dispositivo in maniera troppo rigida e burocratica, e questo ha finito anche con lo scoraggiare qualche fedele che magari, se non ci fossero stati tanti divieti e limitazioni, avrebbe partecipato con piacere all’evento».

Per Emilia Bersabea Cirillo il nuovo vescovo «ha avviato il suo mandato nel solco dell’esempio del Papa che per me resta una figura rivoluzionaria nella sua semplicità, nel suo quotidiano messaggio di accoglienza e umanità». La scrittrice si sofferma sul legame che il nuovo vescovo sembra aver già instaurato con le giovani generazioni. «Ha usato un linguaggio immediato, vero. Sono convinta che i suoi continui riferimenti musicali lo avvicineranno in fretta e naturalmente ai più giovani. Spero che con Aiello si apra una stagione di dialogo e condivisione quantomai necessaria in città ripiegata su se stessa che fatica ad uscire dal pantano. Gli auguro – conclude – di portare avanti un’opera importante per la nostra comunità e di indicare un percorso di speranza e crescita per un futuro migliore».

La recensione di Lia Tino

 

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Venerdì, 12 maggio ore 19.00
Presentazione del libro
di Emilia Bersabea Cirilllo
“Potrebbe trattarsi di ali” – L’iguana editrice
Con l’autrice intervengono
Carla Perugini- Università di Salerno
Generoso Picone-Direttore Il mattino-AV

La recensione di Lia Tino
Gli intensi, profondi, a volte crudi racconti dell’ultimo libro di Emilia Bersabea Cirillo “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana editrice, ruotano tutti intorno ad un tema mai così attuale e tanto presente nella vita di ognuno di noi: la solitudine.
Chi sono i personaggi che vivono questa esperienza?
Sono donne, ma non solo, a prescindere dal genere sono persone che a causa di fattori esterni perdono la capacità di rapportarsi all’altro, si relazionano unicamente al proprio “io” allontanano il “noi”.
Neppure il dolore che ha bisogno di relazione e comunicazione per trovare quel sollievo che deriva dal non chiudersi in se stessi, nella propria solitudine, riesce a vincere l’estremo individualismo presente nei personaggi.
Il testo offre una varietà di situazioni ed ecco Colomba, detta Beba, trascorre una vita agiata a “rammendare tempo e pensieri”, a lamentarsi di due piccoli bozzi, nati fra le scapole “forse… delle ali” ma, soprattutto, a nascondere, anzitutto a se stessa, il senso di colpa per l’allontanamento dei figli.
C’è Laura una donna appagata da un lavoro di responsabilità e da un uomo, Peppino, che riempie la sua vita. In due anni Laura perde tutto, amore e lavoro, si lascia vincere dall’apatia e dall’indifferenza verso tutti e tutto.
Il filo spezzato del rapporto con gli altri si riannoda grazie ad un’amica e all’improvviso bisogno di aiutare gli ultimi, i migranti che rischiano di morire nel mare nero e tempestoso.
Vinco la tentazione di parlare di ogni racconto e mi soffermo su “Come si fa a dire se” il più interessante e complesso dei sette racconti.
Ha una struttura “a quadro”: c’è la cornice, la scuola di scrittura creativa tenuta da Sara in una libreria del centro storico di Avellino; c’è la storia di Giovanna che si iscrive al corso di scrittura per reazione ad una vita piatta e sempre uguale: c’è il personaggio di Doree creato da Alice Munro in uno dei suoi racconti, “giovane madre di 3 figli soggiogata dal marito, impaurita dalla solitudine ma che riesce a trasformare una tragedia familiare, l’uccisione dei due figli, in un dono d’amore”; c’è infine Natalina che vive drammaticamente scissa dalla realtà, chiusa in un antico sogno infantile “avevo una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e fiori di lillà”.
I sette racconti scaturiscono da una comune visione: è difficile vivere, raggiungere la felicità o almeno la serenità è quasi impossibile, particolarmente per le donne soggette, a tutte l’età, da infinite vicende e attraversamenti fisici e psicologici. Sono storie a volte crudeli, spesso tristi, che tuttavia catturano l’attenzione e l’emozione del lettore grazie soprattutto ad una scrittura non solo scorrevole e lineare ma poetica e immaginifica.
La scrittrice nel susseguirsi dei periodi, a volte dei righi, ha la capacità di guardare con occhi nuovi ogni cosa, anche la più comune e banale, grazie, anche, al continuo uso di paragoni e metafore brevi, alla Emily Dickinson.
La poetessa americana usa questa tecnica nella poesia (“Bussa il vento come un uomo stanco… poi bussa come un uomo timido”; “Piantano sorrisi come semi”; “Odori come spezie addormentate”; “Attese come le parole di un amante”).
Emilia riesce a farlo nella prosa (“Vive nel suo corpo come in uno scafandro; “Il racconto aveva un tono sommesso come se stesse per spezzarsi”; “Montagne azzurre come caterve di nontiscordardime”; “Sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva come un oggetto coperto di polvere”).
In ultimo ricordo l’immagine tenere e dolcissima di Avellino, fondale dell’intero testo:…“l’aria stropicciata di un vestito mai stirato che aveva in certi giorni di vento”.

La grande assente

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In questo corpo perfetto, costruito secondo le leggi estetiche del buon gusto comune, è assente la vita, la parola, il battito del cuore.

E’ assente il sentimento, quella piccola cosa imponderabile che ci fa sudare, impietrire, piangere, ridere, aspettare, lasciare, amare, sopratutto amare, e non solo noi stessi, ma l’altro da noi, il mondo intorno a noi.

Eppure queste forme fisiche femminili, grandi bambole di compagnia e di piacere esistono, vengono prodotte, vendute, hanno conquistato il mercato di un sesso silenzioso, unilaterale, forse anche morboso.

Le donne devono essere come bambole, per piacere? Assenti, senza sentimenti, solo forma, senza  bisogni, senza speranza? Un po’ come sta accadendo con la Politica, che mette al governo graziose donne senza esperienza, ignare dai desideri della gente comune,  sicure che si può fare la spesa con ottanta euro al mese! Eppure quelle donne hanno il potere di decidere per noi, per la nostra vita, per il lavoro dei  miei figli, per la mia salute, per la mia pensione, per i miei servizi.

 Rifletto in questo giorno, l’otto marzo, che non è privo di significato per me, anche se non ha più i significati di un tempo. La vita è andata avanti, ha chiesto puntuale sempre il conto, tra doveri e piaceri non so cosa sia in attivo, la vita è stata una corsa forsennata a mantenere, per non rovinare, equilibri instabili, eppure non mi sono mai mossa da dove ero. Da dove sono. Tutto procedeva, sempre uguale, sempre diverso, gli anni si sono accumulati, le facciate dei palazzi si sono sbiancate, le gronde sono state otturate da foglie limacciose.

Noi abbiamo creduto che questa città, chiusa in una cassa come la bambola in fotografia, fosse una città assente! Fosse diventata, la città,  la grande assente della nostra vita, deprivata negli anni di quella provinciale bellezza gozzaniana, che ci aveva accompagnato e rassicurato nella giovinezza.

Ma oggi mi sono dovuta ricredere. Ho partecipato ad un incontro per l’otto marzo, e ho ascoltato storie commoventi di donne nigeriane approdate in questa città, alla ricerca di una cittadinanza, di un avvenire migliore. Ho parlato con Silvia, e ho saputo che dopo tanti anni di lotta, la grande fabbrica Iribus si riapre, ho visto Rita che lotta da sempre per i diritti dei cittadini nella Valle del Sabato, ho ascoltato le poesia di Monia e Antonietta, ho abbracciato Maddalena e Letizia, che portano avanti la loro associazione di Cittadinanza accogliente. La grande assente non era la gente, che chiede, spera, combatte, che a dispetto di tutto ama e vive in questa città, ma la Politica, che ignora i nostri diritti e non ascolta i nostri desideri.

 Mi è sembrato che questa città, proprio quella bambola senza volto, .potesse animarsi, uscire dalla scatola dove si è relegata, regalarci ancora tante sorprese.   Sopratutto offrirci una vita degna di essere vissuta.

Sono andata via dal circolo della Stampa piena di speranza.

 

 

Un consiglio di lettura – di Ave Ghirelli

il mio romanzo

Perché leggere questo libro? Ecco tre buone ragioni.

LA STORIA: si concentra intorno alle vicende di due donne, Dorina e Angela, che hanno trascorso insieme un’infanzia frantumata in orfanotrofio, intrecciando un’amicizia spinosa – carica di abbandono e violenza –  e che oggi si rincontrano  in carcere. Dorina da donna libera, cuoca inappagata e triste e Angela da reclusa, assassina che cova fantasmi e desideri.

I PERSONAGGI: Dorina e Angela, il freddo e il fuoco, la grazia e la bruttezza sono i personaggi indimenticabili del romanzo di Emilia B. Cirillo, figure che fatichi a lasciare quando hai finito il libro! Donne che cercano un proprio spazio nella vita e si cercano nella storia.

LA SCRITTURA: sapiente e raffinata, a partire dagli incipit: “Erano andate via tutte. Al battere delle mani di suor Vittoria, comparsa all’improvviso sul terrazzo, il gioco della mosca cieca era finito in un lampo” (Mosca cieca, pag. 9). “Crudele! Inveiva suor Ermelinda quando Angela portava in cucina le lucertole sezionate” (I calzettoni di lana a righe, pag. 31).

L’autrice ha una spiccata abilità nel descrivere la bellezza dei luoghi e il suo contrario – il Conservatorio di Santa Geltrude di Atrani, il carcere, Napoli… – nel rappresentare l’accumulo di vita negli elenchi di oggetti acquistati al supermercato, in quelli di pietre preziose, oppure di fiori e piante.  E’ una scrittura capace di raccontare lucidamente i nostri giorni, la crisi di tante piccole e medio imprese in primo luogo, la crisi della famiglia… ma è anche magica, quando Dorina “legge” immagini nello strato di amido lasciato dal riso nel lavabo, sogna o, semplicemente, vive.

Vento d’ottobre

mario perrotta foto foto di Mario Perrotta

La settimana scorsa sono stata ad Aterrana, frazione di Montoro, per assistere ad un bellissimo spettacolo teatrale “Carmine Crocco e le sue cento spose”, scritto dalla mia amica Licia Giaquinto, nata a Torchiati di Montoro e molto legata al suo paese, malgrado viva a Bologna da anni.

Ero stata ad Aterrana, splendido borgo seicentesco, qualche anno dopo il terremoto. Mi colpì la sua grazia selvaggia, quel leggiadro disegno unitario di palazzi e portali in pietra, finestre e vicoli, quegli androni odorosi di alberi e fiori che si inerpicavano fin dentro la montagna densa, inesplorata. Chi ci accompagnò a visitare la chiesa di San Martino, piccolo gioiello tardo barocco, raccontò che in paese era iniziato un lento ma inarrestabile fenomeno:  la popolazione era scesa a valle o aveva preferito trasferirsi in altri comuni.

Quella sera, erano passati almeno venti anni da quella mia prima visita, abbiamo attraversato un paese svuotato, con case portoni e finestre sprangate, belle loggette coperte di erba e alberi carichi di frutti che nessuno raccoglie. Ai trecento abitanti del borgo dovrebbero dare un premio, per voler ancora abitare un paese che non è più quello della loro giovinezza, accomunati dal ricordo e forse dalla speranza che in quel luogo possa ritornare un po’ la vita di un tempo.

Perché così sono i luoghi, recinti sicuri di quello che siamo stati, che siamo, e perderli significa perdere una parte di noi, quella più sentimentale e fondativa. Ho scritto di Aterrana, ma avrei potuto parlare di altri paesi dell’Irpinia, Andretta, Morra de Sanctis, Bisaccia, Cairano, paesi in cui lo spopolamento è stato inversamente proporzionale alla quantità di denaro investito nel dopo terremoto. Con tutto quello che è stato speso in case e infrastrutture, avremmo dovuto intercettare  condizioni di benessere e di progresso per questa nostra terra, avremmo dovuto avere in ogni paese balconi fioriti e camini accesi, lavoro per i giovani, nuove famiglie e tanti bambini nelle scuole materne. Invece qualcosa non ha funzionato. E i paesi sono vuoti, e i si vende appesi ai balconi fanno troppa tristezza.

Non c’è stato un progetto politico, negli anni del denaro facile, su cosa dovesse diventare l’Irpinia del dopo terremoto. Ogni paese “politicamente” faceva da sé, scrutando con sospetto l’altro paese che forse riceveva più contributi e costruiva più aree industriali, aree che adesso languono alle periferie dei piccoli centri, inutilizzate. Si sono macinati quintali di cemento per case che nessuno abiterà mai, i cui proprietari vivono oltre Italia; si sono stravolti territori e deviato fiumi per insediare fabbriche che non hanno mai funzionato, di cui fin da allora non avremmo saputo che fare.

Possibile che si potessero collocare trenta aree industriali in Irpinia, senza attivare una strada ferrata che trasportasse le merci a valle? Per non parlare di Avellino, capoluogo senza funzione trainante per il territorio, in cui si è consumata la fiera delle opere incomplete oltre a una mostruosa cubica ricostruzione? Inutile polemizzare, certo, ma intanto i paesi sono quelli che sono e l’Irpinia tutta è sempre più povera di investimenti e persone.

Anche se qualcosa, impercettibilmente, sembra stia cambiando.

C’è un interesse nuovo per questa nostra terra da parte di associazioni di volontariato e di giovani operatori economici, di vignaiuoli e artisti di ritorno, come Franco Dragone, Vinicio Caposela, con il  loro Cairano 7x, lo Sponzfest.

Si è combattuto senza scampo per il ripristino della ferrovia Avellino-Rocchetta, contro le pale eoliche, con le associazioni Inloco motivi, Comitato Voria, Infoirpinia, non ultimo il Touring Club di territorio, i Piccoli Paesi.  Si è riscoperta finalmente forza agricola, il valore della Terra in quanto tale, il fascino dei suoi paesaggi, la bellezza dei suoi borghi. L’estate sembra la stagione migliore per appuntamenti culturali, per visite nei castelli, per percorrere la strada ferrata Avellino-Rocchetta, per commuoversi davanti ai tramonti. Purtroppo questo non basta, non può bastare per mettere in moto un’economia, per creare posti di lavoro, per far trasformare la curiosità dei turisti di passaggio in permanenza. Ci vuole tempo, investimenti, cooperazione, conoscenza e amore per questo territorio.

Chi vorrebbe trasferirsi oggi in un paese che non ha servizi, a cominciare dagli ospedali, strade di accesso, connettività e abitanti? “Ma bisogna ricordare che questa Alta Irpinia, sapientemente descritta da tanti cantori della nostra provincia, è anche terra di servizi scarsi o non adeguati, di battaglie contro i mulini a vento il più delle volte perse da cittadini e amministratori”, si leggeva in un articolo apparso su questo giornale e che ha creato molto dibattito sul web.

Perché un anno è fatto di dodici mesi e le stagioni non sono tutte felici come l’estate. Sono lunghi gli inverni in Irpinia. E non basta descriverne le sue bellezze e gli incanti che ne provengono, neanche organizzare istruttive gite solari, per cambiare di botto le cose. Per carità tutto serve, per alimentare la coscienza di vivere in un luogo di una bellezza silenziosa, dolcissima e aggressiva, un luogo che non va contaminato da discariche, estrazioni di petrolio e pale eoliche, il cui ambiente naturalistico e antropico va difeso e catalogato, come se fosse un enorme unico parco posto nell’Italia di mezzo. Perché è solo dalla forza ambientale, intensa diffusamente, anche nelle sue manifestazioni minime, dal dialetto alla manipolazione della pasta e della creta, può venire fuori un possibile disegno concreto di questa grande “piccola Svizzera nel cuore degli Appennini” come si definiva a metà novecento l’Irpinia.

Ho letto di un progetto pilota che costituisce un consorzio 25 comuni dell’Alta Irpinia. Di un altro che istituisce una zona franca a burocrazia zero, con l’intento di incentivare un progetto turistico in queste zone. Ma è solo di turismo che abbiamo bisogno, di alberghi, ristoranti  e ricettività? Certo è un’ottima cosa, ma io credo in uno sviluppo che abbia a che fare anche con il silenzio di questi luoghi e che non scardini gli equilibri interni di una collettività abituata a ritmi e consuetudini pacate, rispettose dei rapporti, e per questo ancora così umane.

Credo ad una Irpinia percorribile e raggiungibile non dalla massa vociante che consuma e lascia spazzatura, dormendo e mangiando in alberghi stile “Capitelletto barocchetto, con piscina a forma di cuore” per matrimoni e cerimonia in stile american country, ma che prediliga la scelta di una produzione e offerta di qualità, con coltivazioni intelligenti (Gianni Fiorentino, nella sua azienda a Paternopoli ha impiantato un meleto di mele limoncelle, introvabili anche sui mercatini) con recuperi architettonici organici, con un costruito green, rispettosi dell’ambiente e di questa sua ruralità, che è poi il senso più profondo e materno del suo fascino. Ci vorrà tempo, ma bisogna iniziare, una buona volta.