La recensione di Lia Tino

 

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Venerdì, 12 maggio ore 19.00
Presentazione del libro
di Emilia Bersabea Cirilllo
“Potrebbe trattarsi di ali” – L’iguana editrice
Con l’autrice intervengono
Carla Perugini- Università di Salerno
Generoso Picone-Direttore Il mattino-AV

La recensione di Lia Tino
Gli intensi, profondi, a volte crudi racconti dell’ultimo libro di Emilia Bersabea Cirillo “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana editrice, ruotano tutti intorno ad un tema mai così attuale e tanto presente nella vita di ognuno di noi: la solitudine.
Chi sono i personaggi che vivono questa esperienza?
Sono donne, ma non solo, a prescindere dal genere sono persone che a causa di fattori esterni perdono la capacità di rapportarsi all’altro, si relazionano unicamente al proprio “io” allontanano il “noi”.
Neppure il dolore che ha bisogno di relazione e comunicazione per trovare quel sollievo che deriva dal non chiudersi in se stessi, nella propria solitudine, riesce a vincere l’estremo individualismo presente nei personaggi.
Il testo offre una varietà di situazioni ed ecco Colomba, detta Beba, trascorre una vita agiata a “rammendare tempo e pensieri”, a lamentarsi di due piccoli bozzi, nati fra le scapole “forse… delle ali” ma, soprattutto, a nascondere, anzitutto a se stessa, il senso di colpa per l’allontanamento dei figli.
C’è Laura una donna appagata da un lavoro di responsabilità e da un uomo, Peppino, che riempie la sua vita. In due anni Laura perde tutto, amore e lavoro, si lascia vincere dall’apatia e dall’indifferenza verso tutti e tutto.
Il filo spezzato del rapporto con gli altri si riannoda grazie ad un’amica e all’improvviso bisogno di aiutare gli ultimi, i migranti che rischiano di morire nel mare nero e tempestoso.
Vinco la tentazione di parlare di ogni racconto e mi soffermo su “Come si fa a dire se” il più interessante e complesso dei sette racconti.
Ha una struttura “a quadro”: c’è la cornice, la scuola di scrittura creativa tenuta da Sara in una libreria del centro storico di Avellino; c’è la storia di Giovanna che si iscrive al corso di scrittura per reazione ad una vita piatta e sempre uguale: c’è il personaggio di Doree creato da Alice Munro in uno dei suoi racconti, “giovane madre di 3 figli soggiogata dal marito, impaurita dalla solitudine ma che riesce a trasformare una tragedia familiare, l’uccisione dei due figli, in un dono d’amore”; c’è infine Natalina che vive drammaticamente scissa dalla realtà, chiusa in un antico sogno infantile “avevo una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e fiori di lillà”.
I sette racconti scaturiscono da una comune visione: è difficile vivere, raggiungere la felicità o almeno la serenità è quasi impossibile, particolarmente per le donne soggette, a tutte l’età, da infinite vicende e attraversamenti fisici e psicologici. Sono storie a volte crudeli, spesso tristi, che tuttavia catturano l’attenzione e l’emozione del lettore grazie soprattutto ad una scrittura non solo scorrevole e lineare ma poetica e immaginifica.
La scrittrice nel susseguirsi dei periodi, a volte dei righi, ha la capacità di guardare con occhi nuovi ogni cosa, anche la più comune e banale, grazie, anche, al continuo uso di paragoni e metafore brevi, alla Emily Dickinson.
La poetessa americana usa questa tecnica nella poesia (“Bussa il vento come un uomo stanco… poi bussa come un uomo timido”; “Piantano sorrisi come semi”; “Odori come spezie addormentate”; “Attese come le parole di un amante”).
Emilia riesce a farlo nella prosa (“Vive nel suo corpo come in uno scafandro; “Il racconto aveva un tono sommesso come se stesse per spezzarsi”; “Montagne azzurre come caterve di nontiscordardime”; “Sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva come un oggetto coperto di polvere”).
In ultimo ricordo l’immagine tenere e dolcissima di Avellino, fondale dell’intero testo:…“l’aria stropicciata di un vestito mai stirato che aveva in certi giorni di vento”.

La grande assente

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In questo corpo perfetto, costruito secondo le leggi estetiche del buon gusto comune, è assente la vita, la parola, il battito del cuore.

E’ assente il sentimento, quella piccola cosa imponderabile che ci fa sudare, impietrire, piangere, ridere, aspettare, lasciare, amare, sopratutto amare, e non solo noi stessi, ma l’altro da noi, il mondo intorno a noi.

Eppure queste forme fisiche femminili, grandi bambole di compagnia e di piacere esistono, vengono prodotte, vendute, hanno conquistato il mercato di un sesso silenzioso, unilaterale, forse anche morboso.

Le donne devono essere come bambole, per piacere? Assenti, senza sentimenti, solo forma, senza  bisogni, senza speranza? Un po’ come sta accadendo con la Politica, che mette al governo graziose donne senza esperienza, ignare dai desideri della gente comune,  sicure che si può fare la spesa con ottanta euro al mese! Eppure quelle donne hanno il potere di decidere per noi, per la nostra vita, per il lavoro dei  miei figli, per la mia salute, per la mia pensione, per i miei servizi.

 Rifletto in questo giorno, l’otto marzo, che non è privo di significato per me, anche se non ha più i significati di un tempo. La vita è andata avanti, ha chiesto puntuale sempre il conto, tra doveri e piaceri non so cosa sia in attivo, la vita è stata una corsa forsennata a mantenere, per non rovinare, equilibri instabili, eppure non mi sono mai mossa da dove ero. Da dove sono. Tutto procedeva, sempre uguale, sempre diverso, gli anni si sono accumulati, le facciate dei palazzi si sono sbiancate, le gronde sono state otturate da foglie limacciose.

Noi abbiamo creduto che questa città, chiusa in una cassa come la bambola in fotografia, fosse una città assente! Fosse diventata, la città,  la grande assente della nostra vita, deprivata negli anni di quella provinciale bellezza gozzaniana, che ci aveva accompagnato e rassicurato nella giovinezza.

Ma oggi mi sono dovuta ricredere. Ho partecipato ad un incontro per l’otto marzo, e ho ascoltato storie commoventi di donne nigeriane approdate in questa città, alla ricerca di una cittadinanza, di un avvenire migliore. Ho parlato con Silvia, e ho saputo che dopo tanti anni di lotta, la grande fabbrica Iribus si riapre, ho visto Rita che lotta da sempre per i diritti dei cittadini nella Valle del Sabato, ho ascoltato le poesia di Monia e Antonietta, ho abbracciato Maddalena e Letizia, che portano avanti la loro associazione di Cittadinanza accogliente. La grande assente non era la gente, che chiede, spera, combatte, che a dispetto di tutto ama e vive in questa città, ma la Politica, che ignora i nostri diritti e non ascolta i nostri desideri.

 Mi è sembrato che questa città, proprio quella bambola senza volto, .potesse animarsi, uscire dalla scatola dove si è relegata, regalarci ancora tante sorprese.   Sopratutto offrirci una vita degna di essere vissuta.

Sono andata via dal circolo della Stampa piena di speranza.

 

 

Un consiglio di lettura – di Ave Ghirelli

il mio romanzo

Perché leggere questo libro? Ecco tre buone ragioni.

LA STORIA: si concentra intorno alle vicende di due donne, Dorina e Angela, che hanno trascorso insieme un’infanzia frantumata in orfanotrofio, intrecciando un’amicizia spinosa – carica di abbandono e violenza –  e che oggi si rincontrano  in carcere. Dorina da donna libera, cuoca inappagata e triste e Angela da reclusa, assassina che cova fantasmi e desideri.

I PERSONAGGI: Dorina e Angela, il freddo e il fuoco, la grazia e la bruttezza sono i personaggi indimenticabili del romanzo di Emilia B. Cirillo, figure che fatichi a lasciare quando hai finito il libro! Donne che cercano un proprio spazio nella vita e si cercano nella storia.

LA SCRITTURA: sapiente e raffinata, a partire dagli incipit: “Erano andate via tutte. Al battere delle mani di suor Vittoria, comparsa all’improvviso sul terrazzo, il gioco della mosca cieca era finito in un lampo” (Mosca cieca, pag. 9). “Crudele! Inveiva suor Ermelinda quando Angela portava in cucina le lucertole sezionate” (I calzettoni di lana a righe, pag. 31).

L’autrice ha una spiccata abilità nel descrivere la bellezza dei luoghi e il suo contrario – il Conservatorio di Santa Geltrude di Atrani, il carcere, Napoli… – nel rappresentare l’accumulo di vita negli elenchi di oggetti acquistati al supermercato, in quelli di pietre preziose, oppure di fiori e piante.  E’ una scrittura capace di raccontare lucidamente i nostri giorni, la crisi di tante piccole e medio imprese in primo luogo, la crisi della famiglia… ma è anche magica, quando Dorina “legge” immagini nello strato di amido lasciato dal riso nel lavabo, sogna o, semplicemente, vive.

Vento d’ottobre

mario perrotta foto foto di Mario Perrotta

La settimana scorsa sono stata ad Aterrana, frazione di Montoro, per assistere ad un bellissimo spettacolo teatrale “Carmine Crocco e le sue cento spose”, scritto dalla mia amica Licia Giaquinto, nata a Torchiati di Montoro e molto legata al suo paese, malgrado viva a Bologna da anni.

Ero stata ad Aterrana, splendido borgo seicentesco, qualche anno dopo il terremoto. Mi colpì la sua grazia selvaggia, quel leggiadro disegno unitario di palazzi e portali in pietra, finestre e vicoli, quegli androni odorosi di alberi e fiori che si inerpicavano fin dentro la montagna densa, inesplorata. Chi ci accompagnò a visitare la chiesa di San Martino, piccolo gioiello tardo barocco, raccontò che in paese era iniziato un lento ma inarrestabile fenomeno:  la popolazione era scesa a valle o aveva preferito trasferirsi in altri comuni.

Quella sera, erano passati almeno venti anni da quella mia prima visita, abbiamo attraversato un paese svuotato, con case portoni e finestre sprangate, belle loggette coperte di erba e alberi carichi di frutti che nessuno raccoglie. Ai trecento abitanti del borgo dovrebbero dare un premio, per voler ancora abitare un paese che non è più quello della loro giovinezza, accomunati dal ricordo e forse dalla speranza che in quel luogo possa ritornare un po’ la vita di un tempo.

Perché così sono i luoghi, recinti sicuri di quello che siamo stati, che siamo, e perderli significa perdere una parte di noi, quella più sentimentale e fondativa. Ho scritto di Aterrana, ma avrei potuto parlare di altri paesi dell’Irpinia, Andretta, Morra de Sanctis, Bisaccia, Cairano, paesi in cui lo spopolamento è stato inversamente proporzionale alla quantità di denaro investito nel dopo terremoto. Con tutto quello che è stato speso in case e infrastrutture, avremmo dovuto intercettare  condizioni di benessere e di progresso per questa nostra terra, avremmo dovuto avere in ogni paese balconi fioriti e camini accesi, lavoro per i giovani, nuove famiglie e tanti bambini nelle scuole materne. Invece qualcosa non ha funzionato. E i paesi sono vuoti, e i si vende appesi ai balconi fanno troppa tristezza.

Non c’è stato un progetto politico, negli anni del denaro facile, su cosa dovesse diventare l’Irpinia del dopo terremoto. Ogni paese “politicamente” faceva da sé, scrutando con sospetto l’altro paese che forse riceveva più contributi e costruiva più aree industriali, aree che adesso languono alle periferie dei piccoli centri, inutilizzate. Si sono macinati quintali di cemento per case che nessuno abiterà mai, i cui proprietari vivono oltre Italia; si sono stravolti territori e deviato fiumi per insediare fabbriche che non hanno mai funzionato, di cui fin da allora non avremmo saputo che fare.

Possibile che si potessero collocare trenta aree industriali in Irpinia, senza attivare una strada ferrata che trasportasse le merci a valle? Per non parlare di Avellino, capoluogo senza funzione trainante per il territorio, in cui si è consumata la fiera delle opere incomplete oltre a una mostruosa cubica ricostruzione? Inutile polemizzare, certo, ma intanto i paesi sono quelli che sono e l’Irpinia tutta è sempre più povera di investimenti e persone.

Anche se qualcosa, impercettibilmente, sembra stia cambiando.

C’è un interesse nuovo per questa nostra terra da parte di associazioni di volontariato e di giovani operatori economici, di vignaiuoli e artisti di ritorno, come Franco Dragone, Vinicio Caposela, con il  loro Cairano 7x, lo Sponzfest.

Si è combattuto senza scampo per il ripristino della ferrovia Avellino-Rocchetta, contro le pale eoliche, con le associazioni Inloco motivi, Comitato Voria, Infoirpinia, non ultimo il Touring Club di territorio, i Piccoli Paesi.  Si è riscoperta finalmente forza agricola, il valore della Terra in quanto tale, il fascino dei suoi paesaggi, la bellezza dei suoi borghi. L’estate sembra la stagione migliore per appuntamenti culturali, per visite nei castelli, per percorrere la strada ferrata Avellino-Rocchetta, per commuoversi davanti ai tramonti. Purtroppo questo non basta, non può bastare per mettere in moto un’economia, per creare posti di lavoro, per far trasformare la curiosità dei turisti di passaggio in permanenza. Ci vuole tempo, investimenti, cooperazione, conoscenza e amore per questo territorio.

Chi vorrebbe trasferirsi oggi in un paese che non ha servizi, a cominciare dagli ospedali, strade di accesso, connettività e abitanti? “Ma bisogna ricordare che questa Alta Irpinia, sapientemente descritta da tanti cantori della nostra provincia, è anche terra di servizi scarsi o non adeguati, di battaglie contro i mulini a vento il più delle volte perse da cittadini e amministratori”, si leggeva in un articolo apparso su questo giornale e che ha creato molto dibattito sul web.

Perché un anno è fatto di dodici mesi e le stagioni non sono tutte felici come l’estate. Sono lunghi gli inverni in Irpinia. E non basta descriverne le sue bellezze e gli incanti che ne provengono, neanche organizzare istruttive gite solari, per cambiare di botto le cose. Per carità tutto serve, per alimentare la coscienza di vivere in un luogo di una bellezza silenziosa, dolcissima e aggressiva, un luogo che non va contaminato da discariche, estrazioni di petrolio e pale eoliche, il cui ambiente naturalistico e antropico va difeso e catalogato, come se fosse un enorme unico parco posto nell’Italia di mezzo. Perché è solo dalla forza ambientale, intensa diffusamente, anche nelle sue manifestazioni minime, dal dialetto alla manipolazione della pasta e della creta, può venire fuori un possibile disegno concreto di questa grande “piccola Svizzera nel cuore degli Appennini” come si definiva a metà novecento l’Irpinia.

Ho letto di un progetto pilota che costituisce un consorzio 25 comuni dell’Alta Irpinia. Di un altro che istituisce una zona franca a burocrazia zero, con l’intento di incentivare un progetto turistico in queste zone. Ma è solo di turismo che abbiamo bisogno, di alberghi, ristoranti  e ricettività? Certo è un’ottima cosa, ma io credo in uno sviluppo che abbia a che fare anche con il silenzio di questi luoghi e che non scardini gli equilibri interni di una collettività abituata a ritmi e consuetudini pacate, rispettose dei rapporti, e per questo ancora così umane.

Credo ad una Irpinia percorribile e raggiungibile non dalla massa vociante che consuma e lascia spazzatura, dormendo e mangiando in alberghi stile “Capitelletto barocchetto, con piscina a forma di cuore” per matrimoni e cerimonia in stile american country, ma che prediliga la scelta di una produzione e offerta di qualità, con coltivazioni intelligenti (Gianni Fiorentino, nella sua azienda a Paternopoli ha impiantato un meleto di mele limoncelle, introvabili anche sui mercatini) con recuperi architettonici organici, con un costruito green, rispettosi dell’ambiente e di questa sua ruralità, che è poi il senso più profondo e materno del suo fascino. Ci vorrà tempo, ma bisogna iniziare, una buona volta.

Ferrovie a tempo.

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È possibile che pochi chilometri di una ferrovia risorta per una manciata di giorni possano scatenare tanto entusiasmo in Irpinia? Pensiamo davvero che resterà, come avrebbe dovuto, per sempre o non piuttosto che siano della Ferrovie a tempo?
In altri paesi europei avere una rete ferrovia che assicuri un trasporto preciso e veloce è di fatto una cosa scontata, perché basilare nella costruzione e nello sviluppo delle città.
Qui in Irpinia andare a prendere un treno, solo per il breve tratto Lioni-Rocchetta e solo in occasione dello Sponz-Fest, diventa un caso eccezionale: la ferrovia voluta a fine ottocento anche dal grande Francesco De Sanctis , è stata soppiantata per anni dal trasporto su gomma fino a essere considerata un ramo secco dalle Ferrovie dello Stato. Un vero errore, che la dice lunga sulla miopia delle scelte politiche fatte per le zone interne del nostro Appennino. Voglio dire che quello che è ovvio e naturale altrove, qui diventa ardua e difficile conquista civile. Così è per tante altre cose: lavoro, prospettive, desideri. Lottare e’ adrenalinico, ma non ottenere che briciole ogni volta, stanca e corrode la speranza.
Ciò detto ringrazio le associazioni, tutte, che da anni sul territorio lavorano per riportare la ferrovia sui binari giusti e per permetterci collegamenti veloci con Salerno e anche con l’Appennino interno. Grazie, con l’augurio che il treno fischi ancora e sempre, attraversando normalmente un’Irpinia laboriosa e produttiva!

«Non smetto di aver freddo»: Emilia Bersabea Cirillo e il nocciolo di buio di un’amicizia femminile di Donatella Trotta

 

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A leggere il nuovo, potente romanzo di Emilia Bersabea CirilloNon smetto di aver freddo (L’Iguana editrice, pp. 348, euro 16), torna in mente quanto Franz Kafkadiceva sui libri di cui «abbiamo bisogno». Quei libri che non promettono una facile e superficiale felicità ma ci scuotono inducendoci a pensare; che non ci fanno fuggire da noi stessi ma – in fondo – ci rispecchiano e ci (ri)svegliano dall’anestesia globale delle distrazioni di massa (per)turbandoci in profondità; e che non ci fanno evadere dalla realtà ma ce la fanno vedere e attraversare lentamente, inesorabilmente, radicandoci in essa, uncinandoci l’anima e lenendo la cognizione del dolore con la forza trasformante delle parole. Che è poi il potere della letteratura senza aggettivi, fuori misura perché al di là del “mercato”: e – proprio per questo – universale. Vera. Come la vita: «Un libro – conclude Kafka – deve essere una piccozza per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi».
Non a caso, la metafora del gelo attraversa tutte le pagine del romanzo di Emilia Bersabea Cirillo,  in una costante oscillazione tra il “dentro” e il “fuori”, tra detenzioni fisiche in orfanotrofi e carceri e prigionie mentali, tra soggettività interiori e l’oggettività degli ambienti esterni. A partire dall’evocativo titolo, un verso tratto da una intensa poesia dell’autrice polacca Izabela Filipiak, Affamata(in buona compagnia, nell’eloquente esergo, con i versi di altre due poetesse,Antonella Anedda e , quasi a offrire precise coordinate iniziali alla storia narrata, squisitamente “al femminile” e non solo): «Cammino svelta. Ma non smetto di aver freddo». Perché il freddo che pervade tutto il libro non è solo quello materiale, concreto, fisico della neve, del ghiaccio e dei venti dell’Irpinia, terra d’elezione e di ispirazione dell’autrice, architetta e scrittrice che vive e lavora ad Avellino; ma è anche, e forse soprattutto, un paralizzante gelo interiore da abbandono e isolamento, una frigidità dell’anima e del corpo da glaciazione delle passioni, un brivido esistenziale alla continua ricerca di un fuoco che bruci – simbolicamente e concretamente – la vita restituendole finalmente calore, luce, e – magari – senso.

Protagoniste del libro (che sarà presentato dall’autrice domani alle 18.30 a Napoli, nella libreria Iocisto in via Cimarosa 20 con, tra gli altri, Antonella CIlento) sono due donne, voci narranti del romanzo: la bella e riservata Dorina De Feo – raccontata in terza persona –  bionda, mite e remissiva che nella malinconia del suo sguardo di cielo adombra tuttavia i lampi di un’inimmaginabile autodeterminazione e voglia di riscatto; e l’occhialuta, inquieta e imprevedibile Angela Senese, narrata invece in prima persona: figurina tragica, ribelle e spigolosa nella sua irredimibile bruttezza e nella sua inesausta fame d’amore (e di bellezza) che l’esistenza le ha negato, tranne che nei romanzi e nei classici – che costellano la narrazione, con frequenti rinvii – divorati da Angela per poter «vivere tutte le vite» che vorrebbe. Due persone diversissime tra loro e tuttavia accomunate, nell’infanzia e adolescenza, dalla crescita insieme in un orfanotrofio di suore ad Atrani, dove nasce la loro amicizia esclusiva, per certi versi quasi morbosa e fatale, sbilanciata come un legame covalente e tuttavia a un certo punto perduta, nel gioco del tempo, delle lontananze e dei differenti destini che porterà Dorina ed Angela a ritrovarsi, infine, inaspettatamente, vent’anni dopo. In un carcere femminile nell’avellinese: dove Dorina – sposata con Walter e madre della piccola Barbara – lavora in cucina, preparando con cura i pasti per le detenute, e Angela viene invece reclusa, per aver ucciso una donna. Intorno a loro, una folla di personaggi – soprattutto femminili, ma non solo – non secondari allo sviluppo degli eventi, cesellati dal bulino dell’autrice in ritratti che restano a lungo impressi nella memoria del lettore.

Il corto circuito, attraverso svolte progressive sapientemente incastonate da Emilia Bersabea Cirillo in un mosaico che alterna analessi e flussi di coscienza tra passato e presente delle protagoniste, è inevitabile. Come il prezzo altissimo da pagare, per entrambe, nello sciogliersi dei grumi esistenziali che affiorano dall’incontro tra Dorina e Angela, tutte e due diversamente costrette a fare i conti con lo spettro del disamore, il rischio del tradimento e – soprattutto – con il fantasma primigenio di due madri senza le quali, riflette Dorina, è «come essere senza ombra». Anime “frantumate” dalla tragedia di un’infanzia segnata dall’abbandono e donne in bilico, sospese sul ponte (o sull’abisso) di scelte radicali, Dorina e Angela incarnano così due volti di un eterno femminino che non può prescindere, sembra suggerirci l’autrice del romanzo, dall’ineluttabile rapporto con il materno inteso anche come luogo, e identità: dalla madre alla madrepatria, fino alla madrelingua, con il corredo dei suoi inserti dialettali non nuovi nella cifra stilistica di Cirillo. Non a caso, sullo sfondo della storia di questa amicizia femminile, o meglio profondamente intrecciati con essa, interagiscono ambienti, atmosfere e dettagli precisi ed evocativi, «scatole fredde dei ricordi» e memoria vivente di luoghi che, da sempre, intessono le trame narrative della scrittura icastica e plurisensoriale, insieme poetica e filosofica, nitida e sorvegliata dell’autrice, incline a una ricerca antropologica che diventa testimonianza forte di appartenenza a luoghi, tradizioni, persino cibi ad alta densità simbolica, anche con le loro ricette terapeutico-salvifiche (come le mitiche “mulegnane c’a ciucculata”).

In Non smetto di aver freddo, accanto a temi cari a Cirillo già nei suoi precedenti romanzi e raccolte di racconti, come la riflessione sottotraccia sul tempo, ci si imbatte così in una sorta di condensato dei topoi della scrittrice: c’è la gelida Irpinia matrigna della mancanza di lavoro e prospettive, che costringe i suoi figli a migrare come nella storia di Walter, dipendente dell’agonizzante FMA e dei suoi genitori, Cosimo e Antonia (la solidale suocera di Dorina); c’è Avellino “città morta” e claustrofobica, perché di tanta vita passata «resta solo una traccia, quasi che la città abbia perso senso, proprio come accade alle vite ridotte a strappare fogli dal calendario»; c’è il centro storico di Napoli con il suo caos, che induce Dorina a pensare: «Che aria… da noi neve e silenzio e invece qui acqua scura, smog, scarichi e ammuina». E c’è la luce del mare di Atrani, sulla Divina Costa evocata come un sogno, o una fiaba di un’infanzia come aurora dopo la notte da ritrovare, magari, in un giardino segreto che può essere più vicino di quanto non sembri, in un angolo dimenticato. Dove, forse, poter ricominciare a sperare in una possibile felicità, o nell’impossibile possibilità dell’amore: perché, in fondo, «non ci allontaniamo mai dalle cose che amiamo, anche se dovessimo fare il giro del mondo».

E il romanzo di un’amicizia dolorosa, dai molteplici piani di lettura, diventa allora lo snodo di un cammino di emancipazione femminile oscillante, come la vita stessa, tra luce e buio. Paura e coraggio. Invidia (intesa, etimologicamente, come mancanza atavica) e felicità. Bellezza e orrore. E ancora, tra dannazione e riscatto, male ed espiazione, solitudine feconda e isolamento autolesionistico, indifferenza e pietas solidale. Emilia Bersabea Cirillo lo percorre, in questo libro che è una delle sue opere forse più complesse e articolate, con passo lieve ma deciso. Fedele, fino in fondo, alla lezione di Virginia Woolf, quando in Momenti d’essere ricordava di sé: «Forse dunque è la capacità di ricevere scosse che fa di me una scrittrice».Mercoledì 15 Giugno 2016

 

Isolamento, solitudine. Due suicidi in Avellino.

 

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Ho letto L’invenzione della solitudine di Paul Auster, in questi giorni. Un libro che ha già nel titolo, un progetto di vita.Il senso filosofico del testo è racchiuso in una frase di Pascal, citata nel libro. “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza.”Per trovare pace in una stanza, bisogna fare a patti con se stessi, scavare dentro di se, sempre più profondamente, lavorare sulla memoria, sul “ non sarà mai più”.  Auster lo fa per elaborare vari lutti, per primo quello per la perdita del padre, un avaro uomo d’affari, con il quale ha vissuto sempre un conflitto di invisibilità.

Tranquilli. Quante volte sento dire nel nuovo gergo giovanile questa parola.“Esente da qls. turbamento sia d’ordine fisico (il mare è t.) che morale (avere la coscienza t.) Sicuro, senza preoccupazioni. “

Ho sempre amate le storie di vite chiuse, ritirate, periferiche e nonostante tutto feconde e produttive. Ho letto di una generazione di giapponesi che vivono chiusi nella loro stanza, rifiutando ogni rapporto con il mondo, gli Hikikomori. Ho letto “La vita istruzioni per l’uso” di George Perec. Ho letto “La vita di Proust” raccontata da Celeste, la sua cameriera, per conoscere abbastanza della sua scelta di vivere in una camera e scrivere di notte. Ho letto La vita di Santa Teresa, raccontata da lei stessa. Ho letto le poesie di Emily Dickinson, scritte nella sua stanza bianca.Ho letto Antigone, e della sua condanna a vivere e morire in una prigione, per aver sotterrato il fratello.Questa è la letteratura.

Poi  ho letto dei suicidi, due, un quarantenne e un ottantenne, qui, nella città di Avellino, a poche ore di distanza l’una dall’altra, dopo già tanti altri casi, dall’inizio dell’anno. Del primo si racconta che non trovasse lavoro, del secondo che fosse un avvocato in pensione, l’uno che abitasse in un quartiere periferico e l’altro al centro della città, entrambi comunque dentro una “solitudine” che non era da inventare, perché concreta, dolorosamente reale e soprattutto ignota ai più. Due suicidi in pochi giorni: la nostra provincia porta proprio un triste primato. E mi chiedo, che cosa manca ad una vita perché una stanza, quella in cui secondo Pascal potremmo imparare a vivere tranquilli ed essere felici,  diventi il “mondo”, il nostro ambiente protetto, accogliente e non una sorta di prigione, un confino a cui non vogliamo rassegnarci? Come si faccia a non essere coinvolti, ogni giorno, da quanto avviene dentro e fuori di noi? Sembra che ogni mattino si metta in moto un processo ignoto, in cui siamo protagonisti e spettatori, allo stesso tempo, per il quale dobbiamo agire, esporci, difenderci, senza avere tempo per riflettere, per ragionare e lavorare sul nostro desiderio più profondo.

Vivere tranquilli, in una stanza. Ma la stanza soffoca. E fuori la città cede, lentamente, senza riuscire a restituire speranza. Intanto sale una melma appiccicosa che ci sporca, ci afferra, ci contamina, senza darci più tempo per pensare.Chi vive qui, queste cose le sa.

La solitudine, come invenzione di vita, è da uomini e donne forti, che hanno scelto di lasciare da parte i progetti di onnipotenza e  acceso una piccola luce di speranza, che percorrono un sentiero ombroso, fatto di silenzi, di voci, di grida. Sono persone che  sanno ascoltare e rispondere con  parole giuste, con  gesti giusti alle tante richieste che provengono dal loro e dall’altrui animo. Sanno di appartenere al mondo ma sanno anche di vivere un loro proprio mondo.

Cosa è mancato, mi chiedo,  a questi due uomini: parole, gesti, accoglienza? Perché non sono riusciti ad elaborare i loro lutti? Penso che non fossero   soli,  ma isolati, come pazienti infettivi. Si erano isolati, erano stati isolati? Non lo so. Certo che una piccola città che fa il vuoto intorno alle persone, che non riesce ad aggregare se non per manifestazioni di piazza mangerecce, che tiene chiuse le poche strutture pubbliche, che vive con gli occhi chiusi e lo sguardo al passato, è una città malata. Cosa manca a questa città, che non si accorge di nulla, dei sogni dei giovani come dei  bisogni dei vecchi, che procede nei suoi mattini luminosi   tra queste montagne che non sono risorsa, ma chiusura al mondo,  sulle sue strade affossate, in un traffico senza ragione, perdendo un pezzo di sé, al giorno, nel suo isolamento fuori dal tempo, nella sua mancanza di lavoro, nella sua assenza di felicità?Bisogna affrontare politicamente il problema di queste vite fragili, vite isolate, quelle che non chiedono e non dicono, quelle delle persone in fila, accanto a noi, quelle degli sconosciuti che urtiamo sul marciapiede chiedendo al massimo “scusa”Forse bisogna cedere all’entusiasmo dei giovani che vogliono fare qualcosa per questa città, non sottovalutare la loro portata innovativa,  forse dobbiamo cominciare a parlare, ritornare alla voce, al dialogo, a chiedere “Come stai?” non per buonismo, ma perché la vita degli altri è, in qualche modo, anche la nostra.