Beni culturali viventi.

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Ieri è stata una giornata di riconoscimenti per l’Irpinia. Il primo, di rilevanza nazionale, è andato a Summonte, paese di 1662 abitanti, alle falde del massiccio del Partenio, che è entrato a far parte dei Borghi più belli di Italia. Un riconoscimento che fa onore a chi crede nelle potenzialità del nostro territorio, ricco di bellezze naturali e artistiche diffuse. In particolare Summonte, paese di pietra, con palazzi dai bei loggiati in ferro battuto e passaggi da cui si gode uno splendido panorama, conserva, testimonianza rara, una torre longobarda circolare all’interno della cittadella. Ieri pomeriggio dunque, siamo andati a fare un giro nel paese, prima che iniziasse la manifestazione. Nel silenzio dell’attesa abbiamo passeggiato per le stradine pulitissime, ammirato la bella chiesa di San Nicola, visto i musicisti della banda di ottoni che avrebbe suonato in serata, mentre l’odore dei camini accesi ci rammentava che il paese era vivo, l’aria piacevolmente  fredda, la montagna vicina. Di gente ne continuava ad arrivare, mentre   scattavo  le ultime foto dei balconi addobbati con il meritatissimo  stendardo viola dei Borghi più belli di Italia.

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Per il mio liceo “P.S.Mancini”.

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In questo anno che finisce, il mio pensiero va al ”Mancini”, il Liceo Scientifico  di via De Conciliis che da ormai circa tre mesi è sotto sequestro giudiziario della Procura, perché ritenuto, ai fini statici, non sicuro. Tutti conosciamo come il corpo scolastico abbia lottato contro questa decisione, come invece il Liceo sia stato smembrato, costretto  a proseguire i corsi in aule libere solo di pomeriggio, come tanti studenti siano andati via, come insomma il Mancini sia diventato, a dispetto del podio che aveva raggiunto come Liceo  più innovativo d’Italia, una “scuola serale”, sic et simpliciter. Mi sembra che dalla data della forzata chiusura non siano stati fatti molti passi avanti, salvo una promessa di finanziamento di 250.000 euro, per un futuro intervento.  Credo, ma non me lo auguro,  che l’anno 2018 passerà così, per gli oltre mille studenti e professori, in un tran tran scolastico contro natura. Ma il Mancini non morirà, è troppo importante per la città.

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Una città possibilmente nostra.

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In questa eterna bruciante estate avellinese,  ho mandato mille benedizioni agli organizzatori del Laceno d’oro che hanno, ancora una volta e tra le solite difficoltà,  hanno dato vita alla tanto attesa rassegna cinematografica nel piazzale dell’ex-Gil. Luogo pieno di desiderata, questo, a ridosso di uno degli edifici più importanti e maltrattati della nostra città (anche se a farne l’elenco di edifici maltrattati, ne verrebbero fuori tanti, a cominciare dal Teatro Carlo Gesualdo, passando per il Mercatone, soffermandoci alla Casina del Principe, fino a stopparci, ma solo per eccesso di sdegno, davanti all’autostazione), quello della Gioventù Italiana Littorio, progettato negli anni ’30 dall’architetto Del Debbio, conosciuto da sempre, in città, come il Cinema Eliseo.

Definire maltrattato l’edificio dell’ex Gil è forse poco, perché come un malato cui si fa intravedere la possibilità di guarire, e quindi si illude che presto, molto presto, lascerà il letto di ospedale, così il nostro monumento, è stato oggetto di un intervento di ristrutturazione edilizia, di una parziale apertura al pubblico, di una nuova chiusura, di un incendio che ha bruciato gli interni della piccola sala cinematografica, di un lungo “non so a chi appartiene tra Regione e Comune”, di una stasi   Immotivata  fino a nostri giorni, che tanto assomiglia ad agonia. Frattanto il suo bel bianco, come la purezza, come la giovinezza, è diventato rosso pompeiano, i marmi “di quando c’era lui” sono stati imbrattati, il piazzale è meta di filonari e di una nuova gioventù tech, quel bel circolo del tennis, che dava un tocco di Finzicontinianità alla nostra ariana città, è stato abbattuto. E il piazzale è desolantemente vuoto.

 Così, tra l’abbandono e la vergogna, tra una sudata e una chiacchiera, ieri sera ho visto con piacere tanta gente  assistere a “Viaggio in Italia”, ( irripetibile Italia degli anni ’50, irripetibile fascino di Ingrid Bergman) di  Roberto Rossellini, definito, da uno degli organizzatori, il più grande regista italiano. C’era l’Avellino dei miei anni e non solo, tanti giovani che sperano un giorno di poter rendere concreto il sogno di fare dell’ex Gil la “casa del cinema”, c’era la solida, residua parte di città che conosco e che non smetto di amare,   un Avellino che resiste, qui, ora, malgrado sia provata dal crescente degrado, dalla mancanza di un nocchiero e di una rotta. ( Ho saputo che l’azienda che dovrebbe rendere sana e lustra la città, ha fatto volentieri a meno di prestare la sua opera igienizzante, avendo trovato il piazzale in buone condizioni! Come sia possibile, bisognerebbe avere altri occhi e forse anche un altro naso per dirlo!)

Ma c’erano anche seduti sulla loggia dell’Ex Gil, i novelli ragazzi del muretto, incuranti di quello che accadeva a pochi metri da loro, anzi infastiditi, abituati a sguazzare nel nulla che questa città tenta di offrire, padroni di un tempo morto, signori del “tanto  qui la comandiamo noi!” che schiamazzavano. Il film era troppo bello, Ingrid ha incantato tutti, Pompei e la solfatara hanno sempre la loro magia e credo che nessuno ha badato più a loro.

Dopo la proiezione non ho resistito ad entrare dell’atrio del  cinema Eliseo. Ho pensato a Camillo Marino, ai tanti Laceno d’oro trascorsi e i ricordi si sono affollati,  come sempre. Siamo entrati nella sala, completamente ristrutturata, con le nuove poltrone, le pareti scure, il soffitto chiaro. Praticamente finita. Al ricordo è subentrato lo sdegno. Che cosa manca per riaprire la sala? Quale medicina bisogna dare al malato perché venga dimesso? Quanti anni ancora bisogna attendere perché voci, corpi, passi, progetti trasformino questo luogo abitato da fantasmi in un luogo di persone, di carne e sangue?

I nuovi ragazzi del muretto devono avere esempio concreto che in questa città ci sono anche porte che si aprono ai loro desideri , luoghi che li accolgono. Che Avellino non è solo baratro, inconcludenza e nulla.

Avanti, presto, il Comune di Avellino riapra l’ex Gil. Nel nome di chi ha aspettato, di chi aspetta, di chi merita di vivere in una città possibilmente nostra.

 

 

 

 

Pecore in città

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foto di Mario Perrotta.

Fino a qualche anno ha, sotto la casa di mia madre, in via Derna, passava almeno due volte l’anno un gregge di pecore. La loro presenza era annunciata dal suono dei campanacci, un suono roco e disomogeneo, assolutamente inconfondibile. Correvamo al balcone per vedere. Che poi era sempre la stessa scena: un pastore che apriva il corteo, il gregge vero e proprio, le zampe nere di un cane che spiccavano in quel bianco in movimento, due aiutanti pastori che fischiavano e contenevano con ampi gesti delle braccia le bestie, e un altro pastore che chiudeva la fila. La processione durava una decina di minuti, tra l’apparire e lo svoltare verso la campagna, all’inizio di piazza Cavour, nei pressi dell’attuale Questura. Da dove venissero e dove andassero le pecore e il pastore, e perché il loro tragitto passasse per la città, non l’ho mai saputo. Potevano fermarsi nei campi dietro i valloni, a contrada Bagnoli, ad Acque del Paradiso e restare a pascolare in pace, anziché scendere per le strade rumorose e spaventare le bestie.

Era, quella scena che si ripeteva due volte l’anno, la conferma che vivevamo ancora in una città con campagna, che eravamo salvi, allora, da ogni inquinamento e da ogni possibile distruzione del paesaggio. Che era vivo quell’equilibrio, miracoloso, in verità, tra il fare manuale e quello intellettuale, che questa città aveva un passato forte da cui scaturiva, come una sorgente e la sua acqua. Non vedevo, lo ammetto, quello che silenziosamente si stava preparando, l’assurda perché non necessaria avanzata del cemento, che ha trasformato il nostro paesaggio, le nostre colline, che hanno imprigionato l’aria, la luce. Non necessaria perché il numero di abitanti, in città, non è aumentato. Anzi, alla luce delle partenze di giovani che non fanno ritorno, direi che è diminuito. Non necessario perché c’era tanto da recuperare, da abbattere e ricostruire, del nostro patrimonio abitativo, che la città avrebbe potuto continuare ad avere la sua forma di fuso, chiusa tra i due fiumicelli, com’era stata per secoli. E se anche avesse voluto, avrebbe potuto ampliarsi conservando la sua forma, decidendo di addizionare il fuso, in altri fusi paralleli al primo, per mantenere al suo interno una regola. Perché qui, come in tante città, è la regola algebrica che si è perduta. Comporre una città secondo armonia, secondo un accrescimento non casuale, non dettato dal regime delle proprietà e dalla sola scelta funzionale, è quello che ci ha insegnato il razionalismo architettonico. E’ quello che ha permesso a Vienna di espandersi e di diventare la grande Vienna e a Berlino di diventare l’esempio di città operaia senza che perdesse la sua eleganza.  E’ mancato chi sapesse tenere la matita bene in mano e che sapesse disegnare, come faceva Tessenow, una città che bastasse a se stessa, con case e giardinetti, con alberature e slarghi, con pergolati e panchine, e che fosse tutto pubblico, tutto di tutti. Qui le cose nate per il pubblico si mantengono a fatica. Manutendere costa più che mettere in piedi. Perciò gli edifici pubblici recuperati sono occupati dal vuoto. Restano bui e silenziosi come fari spenti. E le case costruite dappertutto, anche negli scarti dei fossi, restano invendute, mancando perfino l’acquirente delle periferie napoletane, che, passata la grande paura dell’eruzione del Vesuvio, decide di restare a godersi il mare e il suo paese.

Torneranno le pecore in città. Questione di anni. Ne sono sicura. Saranno richiamate dall’odore dell’erba che intanto avrà coperto le case abbandonate. Gli animali sanno passarsi la voce molto meglio di noi, che pure stiamo a bivaccare su internet.  E faranno la tana e l’ovile nelle case sfitte, sulle colline e nelle ische ormai ricoperte di rovi, come quelle della bella addormentata. Arriveranno con loro uomini senza patria, abituati a mangiare accoccolati, porteranno le loro donne nei vestiti di sole, i bambini attaccati alla schiena. E troveranno una casa tra i rovi che sapranno adattare.  Ritorneranno i pastori, che bruceranno di sera le erbe secche raccolte, mangeranno pane e formaggio, lo spartiranno con gli uomini senza patria e dormiranno accanto alla brace d’inverno o sotto un albero d’estate,  come Benino.

Saranno loro a sognare. Sarà un sogno di una città operosa, con mestieri e lavori dimenticati, una città d’acqua e di lana, di campi e di frutta, di forma e misura. Con tante pecore sparse sul prato. Come nei presepi che ci ostiniamo a fare ogni anno.

proprietà riservata di Emilia Bersabea Cirillo

da “Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” Mephite edizioni

Il nostro benvenuto al nuovo vescovo di Avellino

Mano tesa dagli industriali «Dialogo sui temi sociali»

Il giorno dopo Il presidente Bruno: vedremo presto monsignor Arturo, può fungere da collante sulle istanze delle fasce deboli

L’entusiasmo Cittadini fuori al Duomo venerdì; in alto, Pino Bruno; a lato, dall’alto, Franco Festa, Ugo Santinelli e Emilia Bersabea Cirillo

«Credo e spero che il nuovo vescovo possa essere il collante giusto per favorire il dialogo e il confronto in un contesto che si caratterizza spesso per polemiche e divisioni». Il presidente di Confindustria Giuseppe Bruno accoglie a braccia aperte monsignor Arturo Aiello. «Per noi imprenditori la Chiesa è da sempre un riferimento importante. I nostri programmi si fondano su valori cristiani e l’impegno di tanti di noi sul fronte sociale, portato avanti nel silenzio e con discrezione, è la dimostrazione tangibile della nostra attenzione anche alle fasce più deboli e alle situazioni più disagiate». Bruno conta di incontrare il nuovo vescovo nei prossimi giorni. «Vogliamo coinvolgerlo nelle nostre sfide: credo che la Chiesa possa svolgere un ruolo di raccordo importante anche nell’intercettare i reali bisogni e le aspettative dei nostri giovani. L’Irpinia vive una situazione di emergenza sociale dalla quale bisogna uscire con il contributo di tutti, ognuno per la propria parte e le proprie competenze. Il vescovo ha dimostrato grande empatia e capacità di sintonizzarsi con i cittadini: è un valore aggiunto importante che guiderà anche la nostra associazione. Sono convinto – conclude il presidente degli Industriali irpini – che sarà un riferimento per tutte le forze impegnate ogni giorno sul territorio per la crescita e lo sviluppo dell’Irpinia».

Anche per lo scrittore Franco Festa l’insediamento del vescovo può aprire una nuova stagione in città «a patto che gli avellinesi sappiano rispondere al meglio alle parole di speranza e apertura pronunciate da Aiello. Occorre uscire dal torpore quotidiano, da un’attesa passiva che ha contribuito a spegnare progressivamente Avellino». Le prime parole, semplici e dirette, pronunciate dal vescovo hanno indicato una strada possibile, da percorrere tutti insieme. «Ha parlato di un palazzo vescovile con le luci sempre accese. È un messaggio forte, inclusivo soprattutto se si pensa al buio in cui siamo avvolti da troppo tempo. Anche per questo quella città inutilmente blindata non è stata un bel segnale, sarebbe stata opportuna – osserva – una gestione meno rigida».

«È importante inoltre – continua Festa che il nuovo vescovo abbia esaltato il valore della vita delle singole persone, anche e soprattutto, quella degli ultimi. Parole che credo siano arrivate dritte al cuore di tutti per aprirci all’accoglienza e al confronto senza distinzioni e pregiudizi. Servono unità e condivisione: speriamo che la nostra comunità si svegli e ritrovi orgoglio e voglia di crescere insieme».

Ugo Santinelli si dice incuriosito dagli studi di sociologia portati avanti dal vescovo. «Sarebbe interessante incontrarsi per confrontarsi su conoscenze e passioni che, evidentemente, ci accomunano. Io credo che, dopo le prime parole che hanno sicuramente scaldato il cuore della comunità, il nuovo vescovo troverà tempi e modi per incontrare gli avellinesi, uno per uno». Santinelli non risparmia qualche critica alla gestione dell’evento di venerdì. «Non si è fatta distinzione tra l’arrivo del nuovo vescovo e una partita di calcio. Si è applicato un dispositivo in maniera troppo rigida e burocratica, e questo ha finito anche con lo scoraggiare qualche fedele che magari, se non ci fossero stati tanti divieti e limitazioni, avrebbe partecipato con piacere all’evento».

Per Emilia Bersabea Cirillo il nuovo vescovo «ha avviato il suo mandato nel solco dell’esempio del Papa che per me resta una figura rivoluzionaria nella sua semplicità, nel suo quotidiano messaggio di accoglienza e umanità». La scrittrice si sofferma sul legame che il nuovo vescovo sembra aver già instaurato con le giovani generazioni. «Ha usato un linguaggio immediato, vero. Sono convinta che i suoi continui riferimenti musicali lo avvicineranno in fretta e naturalmente ai più giovani. Spero che con Aiello si apra una stagione di dialogo e condivisione quantomai necessaria in città ripiegata su se stessa che fatica ad uscire dal pantano. Gli auguro – conclude – di portare avanti un’opera importante per la nostra comunità e di indicare un percorso di speranza e crescita per un futuro migliore».

La recensione di Lia Tino

 

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Venerdì, 12 maggio ore 19.00
Presentazione del libro
di Emilia Bersabea Cirilllo
“Potrebbe trattarsi di ali” – L’iguana editrice
Con l’autrice intervengono
Carla Perugini- Università di Salerno
Generoso Picone-Direttore Il mattino-AV

La recensione di Lia Tino
Gli intensi, profondi, a volte crudi racconti dell’ultimo libro di Emilia Bersabea Cirillo “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana editrice, ruotano tutti intorno ad un tema mai così attuale e tanto presente nella vita di ognuno di noi: la solitudine.
Chi sono i personaggi che vivono questa esperienza?
Sono donne, ma non solo, a prescindere dal genere sono persone che a causa di fattori esterni perdono la capacità di rapportarsi all’altro, si relazionano unicamente al proprio “io” allontanano il “noi”.
Neppure il dolore che ha bisogno di relazione e comunicazione per trovare quel sollievo che deriva dal non chiudersi in se stessi, nella propria solitudine, riesce a vincere l’estremo individualismo presente nei personaggi.
Il testo offre una varietà di situazioni ed ecco Colomba, detta Beba, trascorre una vita agiata a “rammendare tempo e pensieri”, a lamentarsi di due piccoli bozzi, nati fra le scapole “forse… delle ali” ma, soprattutto, a nascondere, anzitutto a se stessa, il senso di colpa per l’allontanamento dei figli.
C’è Laura una donna appagata da un lavoro di responsabilità e da un uomo, Peppino, che riempie la sua vita. In due anni Laura perde tutto, amore e lavoro, si lascia vincere dall’apatia e dall’indifferenza verso tutti e tutto.
Il filo spezzato del rapporto con gli altri si riannoda grazie ad un’amica e all’improvviso bisogno di aiutare gli ultimi, i migranti che rischiano di morire nel mare nero e tempestoso.
Vinco la tentazione di parlare di ogni racconto e mi soffermo su “Come si fa a dire se” il più interessante e complesso dei sette racconti.
Ha una struttura “a quadro”: c’è la cornice, la scuola di scrittura creativa tenuta da Sara in una libreria del centro storico di Avellino; c’è la storia di Giovanna che si iscrive al corso di scrittura per reazione ad una vita piatta e sempre uguale: c’è il personaggio di Doree creato da Alice Munro in uno dei suoi racconti, “giovane madre di 3 figli soggiogata dal marito, impaurita dalla solitudine ma che riesce a trasformare una tragedia familiare, l’uccisione dei due figli, in un dono d’amore”; c’è infine Natalina che vive drammaticamente scissa dalla realtà, chiusa in un antico sogno infantile “avevo una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e fiori di lillà”.
I sette racconti scaturiscono da una comune visione: è difficile vivere, raggiungere la felicità o almeno la serenità è quasi impossibile, particolarmente per le donne soggette, a tutte l’età, da infinite vicende e attraversamenti fisici e psicologici. Sono storie a volte crudeli, spesso tristi, che tuttavia catturano l’attenzione e l’emozione del lettore grazie soprattutto ad una scrittura non solo scorrevole e lineare ma poetica e immaginifica.
La scrittrice nel susseguirsi dei periodi, a volte dei righi, ha la capacità di guardare con occhi nuovi ogni cosa, anche la più comune e banale, grazie, anche, al continuo uso di paragoni e metafore brevi, alla Emily Dickinson.
La poetessa americana usa questa tecnica nella poesia (“Bussa il vento come un uomo stanco… poi bussa come un uomo timido”; “Piantano sorrisi come semi”; “Odori come spezie addormentate”; “Attese come le parole di un amante”).
Emilia riesce a farlo nella prosa (“Vive nel suo corpo come in uno scafandro; “Il racconto aveva un tono sommesso come se stesse per spezzarsi”; “Montagne azzurre come caterve di nontiscordardime”; “Sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva come un oggetto coperto di polvere”).
In ultimo ricordo l’immagine tenere e dolcissima di Avellino, fondale dell’intero testo:…“l’aria stropicciata di un vestito mai stirato che aveva in certi giorni di vento”.

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La grande assente

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In questo corpo perfetto, costruito secondo le leggi estetiche del buon gusto comune, è assente la vita, la parola, il battito del cuore.

E’ assente il sentimento, quella piccola cosa imponderabile che ci fa sudare, impietrire, piangere, ridere, aspettare, lasciare, amare, sopratutto amare, e non solo noi stessi, ma l’altro da noi, il mondo intorno a noi.

Eppure queste forme fisiche femminili, grandi bambole di compagnia e di piacere esistono, vengono prodotte, vendute, hanno conquistato il mercato di un sesso silenzioso, unilaterale, forse anche morboso.

Le donne devono essere come bambole, per piacere? Assenti, senza sentimenti, solo forma, senza  bisogni, senza speranza? Un po’ come sta accadendo con la Politica, che mette al governo graziose donne senza esperienza, ignare dai desideri della gente comune,  sicure che si può fare la spesa con ottanta euro al mese! Eppure quelle donne hanno il potere di decidere per noi, per la nostra vita, per il lavoro dei  miei figli, per la mia salute, per la mia pensione, per i miei servizi.

 Rifletto in questo giorno, l’otto marzo, che non è privo di significato per me, anche se non ha più i significati di un tempo. La vita è andata avanti, ha chiesto puntuale sempre il conto, tra doveri e piaceri non so cosa sia in attivo, la vita è stata una corsa forsennata a mantenere, per non rovinare, equilibri instabili, eppure non mi sono mai mossa da dove ero. Da dove sono. Tutto procedeva, sempre uguale, sempre diverso, gli anni si sono accumulati, le facciate dei palazzi si sono sbiancate, le gronde sono state otturate da foglie limacciose.

Noi abbiamo creduto che questa città, chiusa in una cassa come la bambola in fotografia, fosse una città assente! Fosse diventata, la città,  la grande assente della nostra vita, deprivata negli anni di quella provinciale bellezza gozzaniana, che ci aveva accompagnato e rassicurato nella giovinezza.

Ma oggi mi sono dovuta ricredere. Ho partecipato ad un incontro per l’otto marzo, e ho ascoltato storie commoventi di donne nigeriane approdate in questa città, alla ricerca di una cittadinanza, di un avvenire migliore. Ho parlato con Silvia, e ho saputo che dopo tanti anni di lotta, la grande fabbrica Iribus si riapre, ho visto Rita che lotta da sempre per i diritti dei cittadini nella Valle del Sabato, ho ascoltato le poesia di Monia e Antonietta, ho abbracciato Maddalena e Letizia, che portano avanti la loro associazione di Cittadinanza accogliente. La grande assente non era la gente, che chiede, spera, combatte, che a dispetto di tutto ama e vive in questa città, ma la Politica, che ignora i nostri diritti e non ascolta i nostri desideri.

 Mi è sembrato che questa città, proprio quella bambola senza volto, .potesse animarsi, uscire dalla scatola dove si è relegata, regalarci ancora tante sorprese.   Sopratutto offrirci una vita degna di essere vissuta.

Sono andata via dal circolo della Stampa piena di speranza.