In un maggio freddo e piovoso

avellino anno zero

In un maggio freddo e piovoso, in un mattino di maggio freddo e piovoso che sembra tardo autunno, se non fosse per il profumo dei gelsomini fioriti sulla recinzione della casa di via Iannaccone,  cammino svelta sotto la pioggia fine,  avvolta dall’impermeabile londinese, la testa china, a ripararmi dal vento.

Cammino su un marciapiede martoriato dai fossi e dalle erbacce, lambendo il muro di tufo della villa comunale, coperto di muschio e di erbe verdissime, larghe e alte come cespugli di alghe. Le facciate delle case di corso Europa , anche quelle ricostruite e stupidamente colorate, i troppi affittasi lasciati sulle invetriate dei bassi vuoti, la condizione della strada carrabile avvallata, delle cunette occluse da rami e carte, la poca presenza umana, contribuiscono ad accrescere la mia infelicità.

Perché è vero, la felicità è cosa che cade, ( allora l’infelicità è cosa che resta?) è una fola che ci possiede per pochi attimi, ma se c’è, la senti dentro, come un’euforia duratura, onnipotente. La felicità rende leggero l’attimo che vivi, il futuro che aspetti, perfino il pesantissimo e rassicurante passato. E anche questa strada dove lavoro da quarant’anni e che tutti i giorni raggiungo e lascio, quando sono felice, in quell’attimo secondo, sembra ridente nei suoi giardini, nei suoi pini altissimi, nella sua modesta edilizia anni cinquanta. Pensi a cosa è stata questa città, a come l’hai vista nelle cartoline in bianco e nero, nelle foto pubblicate sul sito avellinesi.it e ti lasci prendere da quella luce nitida, dalle linee nette dei profili, dai marciapiedi lustri di sole, dalla strada dritta come un filo a piombo. Ed è come tuffarti in un film, in un romanzo, senti il tiepido avvolgerti, il calore di te bambina e di tua madre che ti portava a spasso, nella villa comunale, dove c’erano le macchinine a pedali che si fittavano e il carretto delle liquerizie e dei formaggini di cioccolato che pretendevi di mangiare.

Poi ci sono giorni come questi, in cui il freddo non si leva da dosso e questi ricordi dolci e sciolti si ghiacciano sulla pelle. Giorni di pioggia, di vuoto, di poche persone che sfilano sul marciapiede, di pochissime voci che ti salutano, di luoghi che non confortano, di assenza di felicità. Non è solo la mia infelicità a pesare, ma è il contorno, l’atmosfera della città che aggrava le cose, un senso di straniamento, come un ricamo diffettoso, che imprigiona la speranza.

Se ci fosse qualcosa che mi distraesse, che mi dicesse fermati, entra, guarda, tocca, annusa, parla, dici, illuditi, spera. Invece no, semplicemente no. La pioggia sottile e fredda di maggio punisce e basta, ricordandomi che vivo in un luogo interno del Sud, un luogo lontano dalla modernità, imploso in un cunicolo di promesse, che si è visto sfilare gli anni davanti a sé, per cambiare in peggio. I giardini dei palazzi al corso sono diventati cortili sconnessi, chiostrine sporche, passaggi disarmonici senza che ne avessimo vantaggio, al centro della strada quelle strane cabine grigie che dovevano essere gazebi di sosta restano fissi come relitti, spugnosi muri di tufo sono sovrastati da alberi selvatici. E nessuna vivacità, intorno.

E’ quest’ atmosfera sospesa, prigioniera di se stessa, che aggrava la mia malinconia, perché Avellino è diventata sgraziata, appezzottata, come una bambola di segatura cucita con scampoli diversi.

La bellezza di un luogo non può essere lasciata manipolare dal primo urbanista che passa, per essere trasformata in metricubodicemento, per di più mal confezionati, così mettiamo apposto tutti.

E sono proprio questi tutti che continuano a lamentarsi che Avellino si è imbruttita, imbarbarita, che niente della grazia provinciale di un tempo è rimasta, e che stavamo meglio quando stavamo peggio. Sotto la pioggia, attenta a non scivolare sugli aghi dei pini di cui è coperto il marciapiede, mi continuo a domandare cosa è andato storto, come nelle vite che non hanno trovato una rotta. E’ andato che ci siamo affidati, che non abbiamo saputo guardare in noi stessi e dire che cosa volevamo da questo luogo, non abbiano saputo urlare il nostro grande bisogno di felicità,  offuscati nel profondo dal possesso immediato delle piccole cose, certi che la grande bellezza della natura intorno a noi potesse essere eterna.

E’ questa la città che volevamo? E’ proprio così che desideravamo vivere, ai confini del confino? Sono proprio queste le erbacce che volevamo vedere, queste panchine divelte, queste facciate allungate con un piano in più che sembra un portico per nani? E quella la strada piena di fossi? Dove sono i giovani, quelli che dovrebbero prendere il nostro posto, un giorno, quelli che dovrebbero abitare le nostre case e sedere nella poltrona di un cinema, entrare nei ristoranti, chiedere un libro in biblioteca?

Cammino svelta, per il Corso, inondato da negozi sempre diversi, in cui non sono mai entrata, alla ricerca di angoli che mi rassicurino, ma non ne trovo, non ne trovo. Resto a ripararmi dalla pioggia sotto il vecchio porticato della Banca d’Italia. Aspetto che smetta e che possa ritornare a casa. Dopo la pioggia viene sempre primavera, dice una vecchia canzone.

foto di Stefano Spina

 

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Dalla vita degli oggetti di Adam Zagaiewskij

cairano3

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

 

la foto è di Stefano Spina

La nostra magnifica presenza

cairano di stefano spina

Nel film “Magnifica presenza” di Ferzan Ozpetek, l’affittuario di un appartamento romano scopre di vivere insieme con i fantasmi di una compagnia teatrale, là rifugiatasi in una notte del ’43 per sfuggire a una retata antisemita. La vicenda, che potrebbe sembrare solo originale, diventa a mio parere indimenticabile, quando gli attori, rassicurati dal fatto che non ci sono più le milizie a minacciarli, decidono finalmente di lasciare la vecchia casa e di fare un giro per Roma in tram.  Riproveranno nostalgia per i luoghi ma anche una curiosità tutta umana per quello che ancora potrà accadere.

 Confrontarsi con quello che è stato, non è sempre una idea felice. Si rischia di rimanere delusi, nel tentativo di stringere un’ombra che rassicuri. “Da sveglio sarai vero. E di tutti” sente ripertersi  Pietro, il protagonista del film. Abbiamo bisogno del passato, per sentirci nel presente, di un muro da cui staccare la nostra corsa, per percepire il tempo del declino, di una presenza, per credere di possedere qualcosa.

E qui, ad Avellino, il paradosso è che, per quanto sveglie, le nostre “presenze” non appartengono a nessuno. Lo spirito dell’Eliseo, che ultimamente si è palesato per le strada,  è uno dei tanti  che vive prigioniero nella nostra città. A lui possiamo aggiungere lo spirito del castello, di piazza Duomo, del Victor Hugo, di villa Solimene, di villa San Giuliano, del Mercatone, della Dogana, della Casina del principe, lo spirito dei parchi S. Spirito e Palatucci, lo spirito dei poggi e delle colline malamente aggredite dal cemento, lo spirito della Ferrovia; sono tanti i fantasmi che si sono rifugiati nei luoghi desueti a difendere l’ultima fortezza della loro vita. Combattono una guerra di trincea, pietrificati intorno ad un tavolino di divinazione. Provano a toccare il pollice di uno con il mignolo dell’altro in una seduta che dura da troppo tempo, senza trovare nuove ragioni per allontanarsi dai loro nascondigli,  senza osare uscire a fare un giro in autobus.

Di cosa hanno paura, dunque, i nostri fantasmi? Di ritrovarsi in una città implicata nei malaffari, in una città perduta da un piano regolatore che permette di costruire anche nei rimasugli di suolo, ma poi perché, si chiedono i nostri, se le case sono vuote e i locali commerciali non si riescono a fittare? Hanno paura di nuove varianti al piano, che potrebbero riempire di cemento le poche aree libere rimaste, quelle intorno a villa San Giuliano, per dirne una, tra la Coop e la Questura, mentre la affascinante casa di campagna continua a cadere senza che nessuno degli enti preposti intervenga.

Così i nostri spiriti  continuano a rintanarsi, sempre di più.

 Ma credo che, ormai, sia giunto il momento di liberarli. E possiamo aiutarli solo noi, cittadini di Avellino.

Come nel film di Ozpetek, i nostri fantasmi sono ostaggio di loro stessi e della dimenticanza altrui.  Vogliono essere rassicurati. Vogliono che ci si prenda cura di loro, come fossero bambini spaventati. Vogliono aria che circoli nelle stanze, voci che discutono, sale piene di gente, progetti di recupero, progetti di allegria,  nuove sale cinematografiche, nuovi luoghi per la musica, sperimentazioni, laboratori, officine del pensiero, caffè filosofici,  battimani, biblioteche aperte fino a sera, cemento zero,  e un’energia buona che animi dalle fondamenta la loro struttura. In una parola: ordinarietà consapevole.

Vogliono anche abbracci e una parola forte  che li possa tenere per mano in un girotondo.

La parola, secondo me,  è visione,  con tutti i sostantivi e gli aggettivi a cui rimanda.  E’ questo che serve, ora. Una nuova visione delle cose,  dell’uso del nostro patrimonio, fatto di paesaggi e di terra, di edifici storico negati alla città, di menti giovani ed entusiaste, di utopie che diventano concrete, di occasioni di lavoro che lascino i nostri giovani qui.  Avellino   ha davvero bisogno di un vivere meticcio e laborioso, di tecnica e gioia, di anima ed esattezza, per una diffusa richiesta di felicità che si avverte da più parti.

Mi auguro davvero che gli spiriti dei nostri luoghi e dei nostri monumenti possano finalmente correre e danzare, uscire all’aria, coltivare frutta, fare un bagno nel fiume. E guardare dall’alto delle colline una città operosa che procede nella sua complessa semplicità  provinciale. Un luogo liberato dalle ragnatele e dalle pietre muschiose, in cui le cose accadono seguendo la necessità dei molti, restando vigili, però, sulla spiazzante legge del caso.

il mattino 10 marzo 2013

Il viaggio nell’Irpinia di pietra

Il viaggio nell’Irpinia di pietra – IL MATTINO – edizione di Avellino – 4.03.2011 pag. 35-44

L’Irpinia è una terra per chi non ha fretta. L’ho scoperto prendendo il pullman delle 10,40 che dal bivio di Nusco arriva ad Avellino: un tragitto di 45 chilometri coperti in un’ora e 25 minuti. Un viaggio tra i boschi e le alture, di fronte a montagne toccate dalla neve, in mezzo a tornanti, bordi di strade gelate, remi di castagno e di pruno, filari ordinati di viti e olivi appena piantati. Siamo partiti in due persone e arrivate in dieci, segno che la città capoluogo, in mezzo al giorno, non desta più curiosità. La prima parte del percorso fino a Ponteromito la passiamo in silenzio. Siamo, oltre l’autista, io e un ragazzo, che è andato a sedersi in fondo. Il bivio di Nusco è di fatto uno snodo: a sinistra si sale nel paese, sempre dritto si affronta la discesa verso Ponteromito, a destra si va verso Grottaminarda. Un altro pullman arriva e sosta più avanti. Non scende nessuno. Non sale nessuno. Chissà dove è diretto.

Noi iniziamo il viaggio sotto un sole lucido e gelido, ogni tornante superato apre una diversa prospettiva della montagna azzurrina. Intorno poche case in pietra, nessuna sagoma umana. Nuda natura. Potremmo in questo giorno, essere agli inizi del Novecento, come noi pensiamo che questa terra dovesse essere allora: isolata e fiera, di una lontananza senza dove. Chi sopravviveva a questa prova ambientale, poteva affrontare tutto nella vita: emigrazioni, guerre, catastrofi ed uscirne sano e salvo. Tutto è come allora, penso, o come penso dovrebbe essere, sarà che il sole rivela, a volte, la segreta natura delle cose, ma un’insana euforia prende possesso del mio corpo. Mi levo il cappello, guanti, sciarpa, ma sì, penso, vale la pena vivere in un posto così, pensare e percorrerlo, proprio come stai facendo e scriverne, anche, perché venga a quante più persone possibili la curiosità di vederlo.

Un amico scrive su Facebook dei silenzi del suo monastero indiano. Gli devo raccontare, se riesco, di questo silenzio, con buona pace dell’India. A Ponteromito l’autista annuncia una sosta di dieci minuti. Sale una ragazza con coda di cavallo, jeans infilati negli stivali con tacco e giubbotto. Gli occhiali da sole le coprono mezza faccia. Si siede avanti, appena dietro all’autista. Salgono anche due donne coi capelli color ruggine, solo che una li ha corti e l’altra raccolti. Sembrano sorelle, per il profilo somigliante. Indossano un cappotto grigio, simile, come se lo avessero comparto nello stesso giorno allo stesso negozio. Il loro è l’accento del luogo: un po’ chiuso, un po’ aperto, a seconda delle parole che pronunziano. Da Ponteromito si può costeggiare il flusso del fiume Calore verso Montella. Qui il fiume saltella, spuma, ti viene incontro, come se volesse offrirti una giovinezza scapestrata. E le donne si raccontano dei loro figli. Dei loro successi a scuola. Uno al geometra. L’altro al Classico. Parlano svelte, ogni tanto sospirano. Mi pare di capire che una accompagna l’altra a una visita medica. Intanto è salito un ragazzo con un giubbino di pelle, i capelli fermi nel gel come cerini, l’ipod nelle orecchie. Non vai a scuola, chiede la signora con i capelli corti. E si gira verso di me.

Che occhi: un’acquamarina trasparente. Per trovare occhi così devi andare in Bretagna e cercarli in volti lentigginosi, sotto le cuffie. La donna si accorge di essere guardata e si incuriosisce. Leva su di me il suo sguardo acquamarino. Mi sento come un ramo di corallo spezzato. Le sorrido. Lei mi sorride. È tutto. «È assemblea, dove vuoi che andiamo?», risponde il ragazzo. Va a sedersi anche lui in fondo al pullman. Guardo l’orologio. I dieci minuti sono passati. L’autista fuma, tranquillo e parla al cellulare. Ride, gira su se stesso con un solo piede, ci manca poco che si metta a ballare. Guardo di nuovo l’orologio. Dovrei lanciarlo lontano, nell’acqua del fiume e vederlo andare a fondo, senza rimpianti. Cosa mi tiene attaccata al tempo? Cosa spero che ne venga da questo giro di lancette automatico? In fondo le cose accadono, indipendentemente da te. Si nasce, indipendentemente da te. Sei sulla terra e non lo hai chiesto a nessuno. È che non so più attendere, senza agitarmi. L’autista sale. Ha lasciato la sua sigaretta a consumarsi per terra, ma non il suo telefonino, con il quale ci racconta di avere un appuntamento, nel pomeriggio e che lei, sì una lei, non facesse nessuna storia, per piacere. Mette in moto e un odore di gasolio mi ritorna nel naso. Si sale nel bosco, ancora tornanti, verso Montemarano.

I castagni spogli hanno alla base ciclamini in boccio. La terra è ancora chiazzata di neve. Nessun uomo, nessuna specie animale. Solo natura, luce e silenzio. Può questa bellezza ripagarci del vivere in una terra così marginale? Può questo panorama infinito di alberi e montagne essere di conforto al nostro desiderio di sapere? Può l’orizzonte a cui sembra tendere la curvatura del tornante, essere l’unico orizzonte della nostra vita? Resto in apnea, senza saper rispondere. Le 11 e 20. Se la strada ferrata Avellino-Rocchetta fosse stata sfruttata come doveva, ora sarei già a casa, penso, anziché ciondolare nel pullman. I paesi della provincia sarebbero stati più vicini tra loro; tutto il nostro territorio sarebbe stato un unico vero comprensorio di servizi e trasporti, e non ci sarebbe stato quest’andarsene senza ritorno che continuamente leggo e mi raccontano. Le signore tacciono, le teste poggiate alle poltrone. La ragazza davanti parla al cellulare. Amore. Solo purissimo amore. Cuori infradiciati di lacrime e speranze. Appuntamenti rimandati, serate avvelenate. Vorrei non sentire. Ma ormai va così: su treni, pullman, metropolitane, la gente svela parti di sé, incuranti di chi possa ascoltare. È questo che rende il mio viaggio di oggi, uguale a tanti altri viaggi.

Le montagne sono alle spalle. Montemarano appare all’improvviso, palazzi anni sessanta in bella mostra. Sale un giovane alto e magro con un ciuffo di capelli biondi che gli piove in faccia. Mi ricorda Accio, quello del «Monello». Ho un’età, lo capisco da questi ricordi non condivisibili. «Abbonato», dice all’autista e va sedersi anche lui in fondo al pullman. È una moda: i giovani dietro, gli anziani davanti. Le cose vanno da se. Non mi sono mai potuta sedere dietro, neanche all’automobile, perché soffro di mal di macchina e devo stare davanti, perché si sentono meno le curve. Fatto sta, che anche al mio posto, davanti, comincio a sentire lo stomaco illanguidirsi. Mangio un cracker, li porto sempre con me. Guardo avanti fisso. Sono le 11,35 e siamo sull’Ofantina, finalmente. Il pullman fila, recupera minuti, il rettilineo mi conforta lo stomaco, la superstrada veloce mi distoglie dai pensieri della nostra permeabilità alla bellezza. Un senso di pratico, di tutto e subito, di raggiungibile si impossessa di me.

Bisogna avere un’altra visione del mondo per dare valore a questa solitaria resistenza alla meta. Il viaggio non è l’arrivo, ma il mentre, ci insegna Ulisse. Eppure con tutte le sue forze, lui volle ritornare ad Itaca. Ci mise dieci lunghissimi anni, ma infine approdò. E cosa vuoi che siano, in fondo, un’ora e quaranta minuti per coprire 45 chilometri, nella stessa area geografica? Finisco il pacchetto di cracker in uno sfasciume di briciole. Il pullman lascia di nuovo l’Ofantina. Scende per San Potito. A Parolise si ferma. Salgono una madre e una figlia, vestite più cittadine, Moncler luminoso e Pquadro a tracolla. Avellino è vicina. Solo un quarto d’ora. Il tempo è mutato. Il sole è stato mangiato dalle nuvole. Su questa piana imbottita tra le montagne, siamo abituati alle giornate uggiose. Sento un mormorio, sul pullman. I ragazzi dal fondo si fanno avanti. La ragazza ha spento il suo cellulare, contenta di un appuntamento per sabato. Le signore in ruggine tirano su le borse e si acconciano i capelli guardandosi in uno specchio da borsa rotondo. Davanti al cimitero di Avellino, mentre aspettiamo in fila che il rosso del semaforo diventi verde, si fanno entrambe il segno della croce e recitano «l’eterno riposo» a bassa voce.

Emilia Bersabea Cirillo

Silvia Caratti

foto di Stefano Spina                                                   foto di Stefano Spina
                                                                                               

E se la tua mano fosse nella mia,

addì 12 novembre 2003 anno del Signore,

se mi permettessi di tenerla,

di toccare le nocche bianche,

le piccole unghie lisce

e il miracolo si compisse ancora

e se non dovessi stare tutto il giorno

tre questi libri morti e polverosi

sarebbe un po’ più bello

sapendo che a casa tu mi aspetti,

che torno e c’è già caldo e la luce

è accesa come la tua voce

e se in un’ora e qualche minuto

indefinito di una notte,

girandomi nel letto

ti rannicchiassi contro un fianco

lasciandomi sentire le tue labbra

e il tuo calore

(di che povera materia sei fatto, amore?)

*

Dal suono dell’abisso

dove siamo caduti vi scriviamo

dall’esatto momento

in cui c’è stato tolto tutto,

da dove non risaliremo:

promettiamo che non lo faremo

che resisteremo

attaccati a un unico scoglio

dove si aspettano soccorsi

che non verranno.