Macchinine di Emilia Bersabea Cirillo

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Le chiamavamo macchinine, in realtà erano delle sagome di alluminio a forma di automobile dei tipi allora in commercio, a cominciare dalla Cinquecento Fiat fino alla Ferrari, infisse su una grande ruota girevole, questa collegata ad un asse. Non aveva tettuccio, la giostra che si installava da giugno a settembre nella villa comunale di Avellino, potevamo usarla solo quando era bel tempo,  non tutti i giorni e di pomeriggio. Finiva che in un mese ci andavamo una decina di volte, con grande nostro scontento, perché avevamo solo sette anni e volevamo giocare sempre a cose nuove. Noi sta per me e mio fratello Luciano, con cui dovevo condividere, chiusa la scuola, pomeriggi caldissimi in casa, tra album da colorare, Lego da costruire, il gioco della settimana e corse  in cortile, dove, però, l’ombra arrivava tardi ed era lo stesso afoso sole a inseguirci.
Le macchinine non erano mica gratis e non potevamo permettercele  sempre.

“Non deve diventare una mania” ci ripeteva  nostra madre  quando ci sorprendeva dritti e imbambolati a guardare la fila dei bambini che saliva sulla ruota a cercare il suo posto tra le macchinine preferite. Restavamo intorno alla giostra, fermi come statue, fino a che ci era permesso di fare un giro, uno solo, mi raccomando, e stringevamo la monetina in mano come se fosse un pegno d’amore. Io correvo dritta verso la Ferrari, mio fratello su una vespetta arancione, qualche passo indietro. Ci sentivamo piloti, astronauti dentro due navicelle spaziali, pronti a spiccare il volo, perché quei congegni, ad un comando del bigliettaio, potevano alzarsi e abbassarsi, in un movimento verticale che dava proprio l’illusione di volare.

Era forse questo a piacerci tanto, staccarci da terra per un attimo, diventare come uccelli, protetti, sì, da quel leggero guscio di latta, a guardare le cose dall’alto, come se fossimo sul collo di una giraffa. E il cielo sembrava rotolare, vapore morbido verso di noi, senza mai sfiorarci. Chissà che accadeva in quel mondo troppo azzurro e bianco, mi chiedevo, che cosa avesse a che fare il cielo con la terra, ma erano curiosità labili, perché ritornava imperioso il desiderio del perdersi nel gioco e di gridare e ridere.

Il giro finiva sempre troppo presto, planavamo mentre Tintarella di luna che segnava la partenza, terminava.

“Altro giro, altra corsa”, biascicava nel microfono il bigliettaio, un uomo di cui conoscevamo solo il mezzo busto avvolto in una camicia bianco sporco e la testa rossa e rotonda come un pomodoro, e attaccava La gatta.

Quello era il segnale che dovevamo proprio andarcene ma la sensazione di volo restava attaccata alle gambe, ai piedi, tanto che iniziavamo a saltare, sul bordo delle aiuole, per continuare a provare la  leggerezza, senza ascoltare le raccomandazioni di nostra madre ”Attenti non fatevi male, non calpestate i fiori, non tenetevi per mano, non vi porto più” ed era questa minaccia a farci ritornare accanto a lei, obbedienti come soldatini di piombo.

Quell’agosto del 1962, avevamo preso l’abitudine di uscire da casa solo i giorni pari, verso le sei. Dopo il sospirato giro sulle macchinine, ci fermavamo all’inizio della villa comunale, dove ci raggiungeva nostro padre, che finiva più o meno a quell’ora di lavorare. Era da poco passata la grande festa dell’Assunta, lungo il corso cittadino restavano ancora luminarie e ambulanti che vendevano cataste di torrone, banchetti di  bamboline di melassa ricoperte di granella colorata, giochi di plastica: ruote, camioncini, pistole, borsettine che potevano essere riempite al momento da variopinte caramelle gommose.
“Velenose” le aveva bollate mia madre. Davanti a quelle bancarelle dovevamo tirare dritto,  senza poterci fermare  neanche a sentirne l’odore.
“Preferisco spendere soldi per la giostra, anziché farvi rovinare lo stomaco con i coloranti.” dichiarava alle nostre suppliche. Il giro sulle macchinine era dunque per risarcirci di quella privazione, altrimenti non avremmo avuto nulla di nulla.
Alle sette meno un quarto arrivava nostro padre, giovane fumatore dalla cravatta Oxford, con la sua fronte alta e i capelli a riccioli. Ci sedevamo al tavolino del caffè Olga e mangiavamo un gelato al limone e fragola,  nella coppetta, perché ci sporcavamo di meno.
Non mi ricordo se fosse  più caldo del solito, quel 21 agosto,  se gli uccelli volassero bassi nel cielo, se i cani guaissero nei cortili, se ci fosse un particolare odore di gas, se all’improvviso il livello dell’acqua nel pozzo della casina seicentesca ai platani si fosse alzato. Uscimmo di casa alla solita ora, per la  nostra passeggiata. Indossavamo vestitini di cotone, calzoni corti e maglietta a righe per mio fratello, abito giallo con piccoli  fiori bianchi arricciato in vita per me e procedevamo uno a destra e uno a sinistra, stretti  alla mano di nostra madre, che aveva il corpo fasciato in un tailleur di lino panna.

Andavamo sotto il viale dei platani, in silenzio, io contavo i passi, come ci aveva raccomandato la maestra per tenere la mente sveglia, ogni dieci, poi si iniziava daccapo. Era fresco, sotto la grande ombra del viale, le panchine occupate da donne e bambini, passeggini e biciclettine con le rotelle, soldati in libera uscita dalla caserma Berardi,  anche da due fidanzati che si tenevano abbracciati, c’erano ancora fiori nelle aiuole e belle siepi di mortella, che non si poteva  abbandonare neanche un pezzetto di carta, tanto erano fitte e verdi e alte. Ricordo quel nostro passeggio lento, la mano sudata nella mano di mia madre, i calzini bianchi infilati nelle scarpe con gli occhielli e la molletta che mi stringeva i capelli, fermi sulla fronte, i sandali con la zeppa di mia madre, lo smalto rosso sulle unghie, il rossetto rosso sulle labbra, le case sbreccate in tufo, le persiane alla romana socchiuse, un odore secco di terra, i gerani e le begonie ai balconi.

“Vostro padre  ci raggiunge direttamente alle giostre.”  comunicò nostra madre, come se lei fosse una istitutrice e io e mio fratello stessimo chiusi in collegio, ma allora era così che si definivano, “vostro padre e vostra madre”.
“ Ma io voglio pure le pistoline con le caramelle colorate” piagnucolò Luciano.
“Scegli o la pistolina o il giro in giostra”, replicò lei severa. Quando faceva così c’era davvero poco da scherzare.
Io ero arrivata a dieci volte dieci, avrei fatto la terza elementare ad ottobre, e sapevo bene che dieci volte dieci erano cento, tanti passi, ne mancavano ancora trecento alla villa.
“Voglio andare sulle macchinine, una volta sulla Ferrari e un’altra volta sulla Seicento.” dissi seria, mentre mettevo un piede dopo l’altro.
“Vediamo, Daria. Forse si.”
Se mia madre avesse detto no, sarebbe stato nella norma. Ma quel forse aprì il cuore all’attesa e alla speranza. Avremmo fatto due giri. Sarei stata a lungo più vicino al cielo che alla terra.

Nell’agosto del 1962 sul viale dei platani si scorgevano, dietro i portoni dei palazzi, ampi cortili di terra battuta e orti che si spingevano lontano, verso una campagna vasta, irrigua. Altri portoni si aprivano su bassi abitati da famiglie numerose o su botteghe di piccoli artigiani: la nostra sarta, la vedova secca secca che rammendava, il panettiere Iermano, il salumiere Tozza, la merceria della signora Peppina, l’idraulico non mi ricordo il nome, che si erano spostati oltre la villa comunale, dove un tempo finiva la città, per trovare locali a basso costo. Era sempre il fermarsi a salutare, a spiegare, a chiedere, a commentare con loro che ci faceva ritardare la passeggiata.
Quel pomeriggio del 21 agosto 1962 fu una signora bassa, ossigenata, con piccoli occhi acquosi, un grembiule bianco sbottonato, le dita scure, che ci bloccò:  Marilena, una compagna di scuola di mia madre che si era messa a fare la  parrucchiera. Parlarono sottovoce, Marilena agitava le mani e poi se li passava nei capelli,  nostra madre ritta sulle zeppe stringeva la borsetta di rafia marrone e la guardava fisso in viso. Seguivo impaziente il loro dialogo dal quale percepii “scossa” “no, ma che dici, niente proprio” .
Seguirono sospiri, altri parlottamenti, io tirai la borsa a nostra madre, mio fratello disse “Eddai, vogliamo andare” la parrucchiera la baciò “Allora ti aspetto sabato mattina, vado a cambiare  diecimila lire affianco” poi sorridente, rivolta a noi ”  Fatevi un bel giro, mi raccomando, ma quanto so’ belle ‘ste creature!” e corse nella merceria.
“Che voleva”.
“Niente.”
“Che è la scossa?”
“ Si è scottata mentre asciugava i capelli.”
Nostra madre mi lasciò la mano, si tirò il colletto del tailleur panna, poi me la riprese, e mi sentii stringere forte.
Mi divincolai, ma lei mi chiamò, mi cercò ancora la mano, “Non fate capricci, per piacere, ho mal di testa.” e proseguimmo veloci verso la villa.

Il 21 agosto 1962  nel pomeriggio si alzarono all’improvviso  folate di vento di forte intensità della durata di pochi minuti, il tempo di  sollevare i tendoni delle bancarelle, le pieghe delle gonne a plissé, la biancheria stesa ad asciugare. Tremarono le porte a vetri della gelateria Olga,  quelle del barbiere Mario affianco,  di colpo si chiuse il portone sempre aperto del Palazzo Urciuoli, sbatterono le gelosie del palazzo Solimene, i fili del filobus si intrecciarono e andarono in corto circuito.  Anche  la baracca della biglietteria delle macchinine sembrò sollevarsi.

Che succede che succede, si chiesero in fila le madri senza fiato, voltandosi controvento e tenendo i figli vicini.  Nostra madre ci richiamò, invano: noi con due monetine ciascuno eravamo già dal bigliettaio a chiedere i giri sulle macchinine.
Passato il vento, ritornata la ferma aria estiva,  la giostra si riempì in un attimo. La Ferrari era occupata da due gemelli con un cappellino rosso e le efelidi sul naso. Non si poteva avere tutto, nella vita. Trovai posto in una millecento caffelatte, che non mi era mai piaciuta, ma sarei stata da sola, proprio perché non piaceva a nessuno. Mio fratello era giusto accanto a me, sulla sua vespa arancione.
“Dopo facciamo cambio”  gli chiesi “ Neanche per sogno”  rispose e si piegò sul manubrio, come se dovesse partire sul serio. Nostra madre era stata raggiuta da nostro padre, li vedevo sottobraccio, entrambi spettinati, ma che avevano da parlare tanto. E guardateci, fate un saluto, come fanno tutti i padri e le madri, sorridete, implorai con lo sguardo, niente, fissavano per terra poi ci cercarono senza vederci.

Tintarella di luna iniziò a tutto volume, ecco che si partiva, ciao madre, padre, casa, scuola, città noi siamo andati via e ora saliamo verso l’azzurro del cielo, la millecento aveva un clacson potente nascosto tra i pulsanti, tra rumori, cielo, alza e scendi, canzoni il primo girò passò in un attimo. La gatta era stata sostituita da “Le mille bolle blu”, io mi alzai pronta per uscire, pronta a correre verso la Ferrari, vuota, perché i due gemellini se ne stavano andando. Ci fu un po’ di confusione, vado prima io o esci prima tu, quando sentimmo  un botto tremendo, come se un camion avesse investito la giostra e spostato le macchinine. Urla di terrore, grida, il bigliettaio che raccomandava la calma, ma che calma, stavamo stretti su una ruota d’inferno. Io mi ritrovai a terra, con la testa sul cofano della Ferrari, vidi mio fratello barcollare sul bordo della giostra, mia madre era scomparsa, altre madri e padri stavano davanti con i loro figli, il bigliettaio ammutolì, le bolle blu sparirono.

Chiusi gli occhi, senza capire, la testa mi faceva male davvero, il cielo poteva anche tuffarsi su di me, perché non gli avrei resistito anzi gli avrei chiesto di cullarmi nel suo morbido. Forse dormii o persi i sensi, di quei momenti non ho ricordo, solo un buio di ghiaccio, una carta stampata in cui è stato fatto un buco e manca di parole.

Mia madre  improvvisamente mi tirò su, dovevamo andar via, presto, mio fratello era con mio padre, era tutto passato, ma dovevo aprire gli occhi  e darle la mano. Intontita, con il vestitino sporco di grasso all’orlo, mi alzai in piedi e la seguii.

La gente scappava dalla villa comunale, sentii per la prima vola la parola Terremoto passare di bocca in bocca, e non facemmo a tempo a uscire in strada, ecco mio padre che teneva stretto mio fratello seduti sulla panchina vicino al caffè di Olga, che si era svuotato e perfino la padrona stava in strada, accanto ai camerieri,  che percepii salire dalla terra una forza elettrica, potente, come se un tuono di pioggia venisse dal profondo, il cielo c’entra con la terra, allora, solo che quel tuono ci faceva oscillare, e poi tremare, come se una paura grande si fosse impossessata di noi e delle nostre membra.  Mia madre mi prese in braccio, non lo faceva mai, corse verso mio padre che ci chiamava, in mezzo alla folla, sembrava che ci rimescolassimo gli uni sugli altri, come in una gigantesca trottola impazzita. Durò qualche secondo. Mia madre pregò “Avemaria”,  io con lei, una signora si fece la croce e cacciò dalla borsetta il Rosario, i ragazzini della Ferrari schiacciarono il loro viso di efelidi nel grembo della mamma. Finalmente ci raggiunse nostro padre con Luciano sempre al collo e ci abbracciammo, tutti e quattro, come se volessimo diventare un corpo solo.

Quando ci staccammo, le bancarelle erano di sghimbescio, i padroni scappati, le stecche del torrone  e le bamboline di melassa sparse per terra. Le noccioline e le castagne infornate lastricavano il marciapiede, mischiate alle velenose caramelle di zucchero. Mio fratello smaniò per scendere dal collo di mio padre e corse a raccoglierle. Ne dette anche a me, ci  riempimmo le tasche, nessuno ci rimproverò. La folla, ragazzi, donne, vecchi, uomini, sostava per il corso, chiedendo che fare, cercando aiuto, gridando soccorso. Noi quattro ci avviammo su per il viale.

“E il secondo giro sulle macchinine?” chiesi tirando la gonna a nostra madre. “Io e Luciano lo abbiamo pagato. Ci voglio andare.“
“Non si può, Daria, lo capisci che è venuto un terremoto, dobbiamo andare a casa a vedere se sta tutto apposto” tentò di convincermi mio padre. Mi spostò sotto un arco, in un portone, per ripararci dalla calca e dal rumore delle sirene dei vigili del fuoco.
“Non si può” rispose mio fratello, e mostrò la lingua rossa per la caramella velenosa che stava succhiando.
“E io ci vado lo stesso, ci vado lo stesso!” ripetei, cocciuta.
Scappai, sgusciando tra le gonne e le gambe che mi ritrovai davanti.
Dariaaa, la voce di mia madre era un urlo acuto, che si conficcava in testa come una freccia, Dariaaaa torna subito qua,  io volevo fare ancora un giro, volevo stare tra le mie adorate macchinine, che si alzavano verso il cielo, lasciando a terra la terra e quell’elettricità invadente che mi aveva sconvolto il corpo. Fu una breve corsa. Marilena, uscita con le clienti, alcune ancora con i bigodini in testa, davanti la sua bottega, mi vide e mi acchiappò.
“Daria, addo’ vai’? E mamma dove sta?”
Io non risposi. Piangevo, credevo che non si vedesse, piangevo per la paura, per il dolore alla testa, perché sentivo che qualcosa era andata in frantumi.
“Non lo so” risposi e mi attaccai a lei.
Mia madre arrivò, senza la sua borsa di rafia, con la giacca spiegazzata.
“ Lo capisci che non si può andare più in villa, che puoi morire, lo capisci? C’è stato il terremoto, chissà quante case sono cadute e chissà quanti bambini stanno sotto le macerie mentre tu fai i capricci per quelle macchinine” e mi strappò dalle braccia di Marilena, che assentiva con quella brutta testa bionda ossigenata.
“Bugiarda! Non è vero, non ci sono bambini sotto le macerie. Io sono qui, guarda!”
Lei mi abbracciò, forte, come non aveva mai fatto, sentii il suo profumo di rosa, il suo collo vicino al mio collo, il sudore dei suoi capelli.
“Un’altra volta ci andiamo, sulle macchinine, ma ora non si può proprio, Daria.”
Mi prese per mano. Avevo gli occhi aperti e umidi.

Dal 21 agosto 1962 non ho più messo piede su una giostra e non ho mai più guidato una Ferrari, alzandomi in volo. Ho lasciato il cielo al cielo e la terra alla terra.

questo racconto è stato scritto per l’antologia Vite che tremano, a cura di Ida Di Ianni e Matilde Iaccarino, Volturnia Edizioni, 2016 all’indomani del terremoto di Amatrice. Il ricavato della vendita è andato al Comune di Amatrice, per contribuire a ricostruire la biblioteca.

 

 

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Per il mio liceo “P.S.Mancini”.

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In questo anno che finisce, il mio pensiero va al ”Mancini”, il Liceo Scientifico  di via De Conciliis che da ormai circa tre mesi è sotto sequestro giudiziario della Procura, perché ritenuto, ai fini statici, non sicuro. Tutti conosciamo come il corpo scolastico abbia lottato contro questa decisione, come invece il Liceo sia stato smembrato, costretto  a proseguire i corsi in aule libere solo di pomeriggio, come tanti studenti siano andati via, come insomma il Mancini sia diventato, a dispetto del podio che aveva raggiunto come Liceo  più innovativo d’Italia, una “scuola serale”, sic et simpliciter. Mi sembra che dalla data della forzata chiusura non siano stati fatti molti passi avanti, salvo una promessa di finanziamento di 250.000 euro, per un futuro intervento.  Credo, ma non me lo auguro,  che l’anno 2018 passerà così, per gli oltre mille studenti e professori, in un tran tran scolastico contro natura. Ma il Mancini non morirà, è troppo importante per la città.

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Sono solo sei casette.

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Sono rimaste solo sei casette, ad Aquilonia,  costruite dopo il sisma del 23 luglio 1930, quando il paese fu spazzato via  e  venne ricostruito in un luogo più alto rispetto alla locazione originale. Sei sole case asismiche, tracce di un permanere provvisorio.

In questi  quasi novant’anni anni le casette sono state abitate, hanno raccolto respiri, voci, hanno ricoverato corpi, riunito famiglie, vegliato sulla vita e sulla morte di chi si è avvicendato in quelle stanze umili. Erano asismiche, erano sicure, non sarebbero crollate via in un colpo solo, non avrebbero causato altri feriti, altri danni. E per novant’anni  la mappa di Aquilonia, paese dell’Irpinia interna ai confini con la Lucania è stata anche il disegno delle casette, che in fila ordinate,  hanno delimitato un quartiere.   Dopo un terremoto nasce sempre un paese nuovo, ispirato, non so perché, alla regola romana dei cardi e dei decumani che formano insule più o meno regolari. Dopo un terremoto, e Aquilonia ne fa conosciuto ben altri due da allora, si vuole che niente vada perduto, che non ci siano altri danni, che il paese resti composto, resti integro, per non lacerare vite e memorie.

E cosi’ e’ stato: le casette asismiche hanno resistito, dalle loro finestre si è continuato a guardare lo stesso panorama di montagne e di boschi, in quelle stanze ha continuato ad entrare la luce dell’ovest e le stufe a legna hanno mandato calore, mentre il fumo spandeva quell’odore di brace che si sente in inverno nei nostri paesi.

Novant’anni sono un tempo infinito, patriarcale, se rapportato alla vita di una persona. E di una vita così lunga si vogliono raccogliere le memorie, ma soprattutto si vuole avere cura, perché duri il più a lungo possibile, perché quella voce, quelle parole, a volte  desuete, diventino la nostra eredita’ morale, il nostro remoto futuro.

Non si seppellisce vivo un novantenne.

Non si abbatte un novantenne.

Il vuoto che lascerebbe in noi, nella nostra vita, sarebbe incolmabile. E il rimorso per la sua  scomparsa sarebbe più profondo del vuoto in cui annaspiamo. 

Piuttosto si vorrebbe che questa sua presenza, anche se vicina alla fine, in qualche modo restasse, come filigrana, come palinsesto, nella realizzazione della nostra vita.

La città, i paesi sono costruiti sulle permanenze, su luoghi fondativi, che rivestono per la comunità, memoria. Le sei casette asismiche di Aquilonia, che l’Amministrazione Comunale vuole abbattere per fare largo al vuoto, sono nella loro modesta dimensione, la rappresentazione collettiva di un luogo e di. Una memoria. Abbatterle è una dimostrazione di non dare valore a quello che è stato il passato del paese, un paese di grano e di pascolo, un paese che ha cercato in un nuovo sito, novant’anni fa,  un domani sicuro.

 Le casette potrebbero, con poca spesa, essere riusate, destinate come volano di alloggi per l’estate, quando forte è la richiesta di vacanza da parte di tanti emigrati di ritorno, potrebbero diventare laboratori per attività artigianali, per i giovani che non vogliono andar via dal paese, e ce ne sono, per fortuna.

Riusare significa dare valore a quello che sembra non averlo più, significa rintracciare l’esistenza ultima di un monumento, di un oggetto che non vuole spegnersi e sentirsi inutile. Novant’anni non possono essere cancellati da un colpo di ruspa, novant’anni è un tempo lontano, è un tempo veloce, è la forza del nostro tempo futuro.   

 

34 anni fa

34 anni fa c’erano i paesi di pietra e tufo e la gente nei paesi.
Non c’era una linea metropolitana, non c’era una Università, c’erano tribunali e ospedali in provincia, non c’era una strada veloce di collegamento per l’Alta Irpinia, ma c’era la strada ferrata Avellino-Rocchetta.
C’era forse speranza, o forse no. Il tempo , alla fine, trova le sue spirali intatte.
Ora , dopo 34 anni ci sono paesi di cemento, villette di cemento vuote, villette di cemento abitate in parte e il resto vuote e fredde, perché troppo grandi per essere riscaldate, ci sono paesi ricostruiti che trasudano condensa e sembrano vecchi di cento anni, non c’è una linea metropolitana, non cè’ Università, i tribunali e gli ospedali in provincia sono stati chiusi, c’è l’Ofantina bis, ma quanti morti ci costa, e non c’è più la strada ferrata ‘Avellino -Rocchetta. Ci sono 34 anni di mezzo. Che pesano come le pietre cadute quel giorno. Che ho cercato di vivere al meglio, tra le rovine e il futuro, decidendo di restare, di lavorare, di scrivere anche di Irpinia.
La gente nei paesi è giusto la metà di allora. Perché chi ha potuto è andato via, molti giovani, partiti, non tornano più. Che ne sarà di questa terra? Così lontana e ancora così futura. Lo chiedo con dolore e con speranza. Con il dolore di cittadina e la speranza  madre irpina. ( la foto è di Mimmo Iodice)

34 anni fa c'erano i paesi di pietra e tufo e la gente nei paesi.
Non c'era una linea metropolitana, non c'era una Università, c'erano tribunali e ospedali in provincia, non c'era una strada veloce di collegamento per l'Alta Irpinia, ma c'era la strada ferrata Avellino-Rocchetta.
C'era forse speranza, o forse no. Il tempo , alla fine, trova le sue spirali intatte.
Ora , dopo 34 anni ci sono paesi di cemento, villette di cemento vuote, villette di cemento abitate in parte e il resto vuote e fredde, perché troppo grandi per essere riscaldate, ci sono paesi ricostruiti che trasudano condensa e sembrano vecchi di cento anni, non c'è una linea metropolitana, non cè' Università, i tribunali e gli ospedali in provincia sono stati chiusi, c'è l'Ofantina bis, ma quanti morti ci costa, e non c'è più la strada ferrata 'Avellino -Rocchetta. Ci sono 34 anni di mezzo. Che pesano come le pietre cadute quel giorno.
E, fondamentale, la gente nei paesi è giusto la metà di allora. Perché chi ha potuto è andato via,  molti giovani, partiti, non tornano più. Che ne sarà di questa terra? Lo chiedo con dolore. Con il dolore di cittadina e madre irpina. ( la foto è di Mimmo Iodice)