Per il mio liceo “P.S.Mancini”.

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In questo anno che finisce, il mio pensiero va al ”Mancini”, il Liceo Scientifico  di via De Conciliis che da ormai circa tre mesi è sotto sequestro giudiziario della Procura, perché ritenuto, ai fini statici, non sicuro. Tutti conosciamo come il corpo scolastico abbia lottato contro questa decisione, come invece il Liceo sia stato smembrato, costretto  a proseguire i corsi in aule libere solo di pomeriggio, come tanti studenti siano andati via, come insomma il Mancini sia diventato, a dispetto del podio che aveva raggiunto come Liceo  più innovativo d’Italia, una “scuola serale”, sic et simpliciter. Mi sembra che dalla data della forzata chiusura non siano stati fatti molti passi avanti, salvo una promessa di finanziamento di 250.000 euro, per un futuro intervento.  Credo, ma non me lo auguro,  che l’anno 2018 passerà così, per gli oltre mille studenti e professori, in un tran tran scolastico contro natura. Ma il Mancini non morirà, è troppo importante per la città.

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Sono solo sei casette.

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Sono rimaste solo sei casette, ad Aquilonia,  costruite dopo il sisma del 23 luglio 1930, quando il paese fu spazzato via  e  venne ricostruito in un luogo più alto rispetto alla locazione originale. Sei sole case asismiche, tracce di un permanere provvisorio.

In questi  quasi novant’anni anni le casette sono state abitate, hanno raccolto respiri, voci, hanno ricoverato corpi, riunito famiglie, vegliato sulla vita e sulla morte di chi si è avvicendato in quelle stanze umili. Erano asismiche, erano sicure, non sarebbero crollate via in un colpo solo, non avrebbero causato altri feriti, altri danni. E per novant’anni  la mappa di Aquilonia, paese dell’Irpinia interna ai confini con la Lucania è stata anche il disegno delle casette, che in fila ordinate,  hanno delimitato un quartiere.   Dopo un terremoto nasce sempre un paese nuovo, ispirato, non so perché, alla regola romana dei cardi e dei decumani che formano insule più o meno regolari. Dopo un terremoto, e Aquilonia ne fa conosciuto ben altri due da allora, si vuole che niente vada perduto, che non ci siano altri danni, che il paese resti composto, resti integro, per non lacerare vite e memorie.

E cosi’ e’ stato: le casette asismiche hanno resistito, dalle loro finestre si è continuato a guardare lo stesso panorama di montagne e di boschi, in quelle stanze ha continuato ad entrare la luce dell’ovest e le stufe a legna hanno mandato calore, mentre il fumo spandeva quell’odore di brace che si sente in inverno nei nostri paesi.

Novant’anni sono un tempo infinito, patriarcale, se rapportato alla vita di una persona. E di una vita così lunga si vogliono raccogliere le memorie, ma soprattutto si vuole avere cura, perché duri il più a lungo possibile, perché quella voce, quelle parole, a volte  desuete, diventino la nostra eredita’ morale, il nostro remoto futuro.

Non si seppellisce vivo un novantenne.

Non si abbatte un novantenne.

Il vuoto che lascerebbe in noi, nella nostra vita, sarebbe incolmabile. E il rimorso per la sua  scomparsa sarebbe più profondo del vuoto in cui annaspiamo. 

Piuttosto si vorrebbe che questa sua presenza, anche se vicina alla fine, in qualche modo restasse, come filigrana, come palinsesto, nella realizzazione della nostra vita.

La città, i paesi sono costruiti sulle permanenze, su luoghi fondativi, che rivestono per la comunità, memoria. Le sei casette asismiche di Aquilonia, che l’Amministrazione Comunale vuole abbattere per fare largo al vuoto, sono nella loro modesta dimensione, la rappresentazione collettiva di un luogo e di. Una memoria. Abbatterle è una dimostrazione di non dare valore a quello che è stato il passato del paese, un paese di grano e di pascolo, un paese che ha cercato in un nuovo sito, novant’anni fa,  un domani sicuro.

 Le casette potrebbero, con poca spesa, essere riusate, destinate come volano di alloggi per l’estate, quando forte è la richiesta di vacanza da parte di tanti emigrati di ritorno, potrebbero diventare laboratori per attività artigianali, per i giovani che non vogliono andar via dal paese, e ce ne sono, per fortuna.

Riusare significa dare valore a quello che sembra non averlo più, significa rintracciare l’esistenza ultima di un monumento, di un oggetto che non vuole spegnersi e sentirsi inutile. Novant’anni non possono essere cancellati da un colpo di ruspa, novant’anni è un tempo lontano, è un tempo veloce, è la forza del nostro tempo futuro.   

 

34 anni fa

34 anni fa c’erano i paesi di pietra e tufo e la gente nei paesi.
Non c’era una linea metropolitana, non c’era una Università, c’erano tribunali e ospedali in provincia, non c’era una strada veloce di collegamento per l’Alta Irpinia, ma c’era la strada ferrata Avellino-Rocchetta.
C’era forse speranza, o forse no. Il tempo , alla fine, trova le sue spirali intatte.
Ora , dopo 34 anni ci sono paesi di cemento, villette di cemento vuote, villette di cemento abitate in parte e il resto vuote e fredde, perché troppo grandi per essere riscaldate, ci sono paesi ricostruiti che trasudano condensa e sembrano vecchi di cento anni, non c’è una linea metropolitana, non cè’ Università, i tribunali e gli ospedali in provincia sono stati chiusi, c’è l’Ofantina bis, ma quanti morti ci costa, e non c’è più la strada ferrata ‘Avellino -Rocchetta. Ci sono 34 anni di mezzo. Che pesano come le pietre cadute quel giorno. Che ho cercato di vivere al meglio, tra le rovine e il futuro, decidendo di restare, di lavorare, di scrivere anche di Irpinia.
La gente nei paesi è giusto la metà di allora. Perché chi ha potuto è andato via, molti giovani, partiti, non tornano più. Che ne sarà di questa terra? Così lontana e ancora così futura. Lo chiedo con dolore e con speranza. Con il dolore di cittadina e la speranza  madre irpina. ( la foto è di Mimmo Iodice)

34 anni fa c'erano i paesi di pietra e tufo e la gente nei paesi.
Non c'era una linea metropolitana, non c'era una Università, c'erano tribunali e ospedali in provincia, non c'era una strada veloce di collegamento per l'Alta Irpinia, ma c'era la strada ferrata Avellino-Rocchetta.
C'era forse speranza, o forse no. Il tempo , alla fine, trova le sue spirali intatte.
Ora , dopo 34 anni ci sono paesi di cemento, villette di cemento vuote, villette di cemento abitate in parte e il resto vuote e fredde, perché troppo grandi per essere riscaldate, ci sono paesi ricostruiti che trasudano condensa e sembrano vecchi di cento anni, non c'è una linea metropolitana, non cè' Università, i tribunali e gli ospedali in provincia sono stati chiusi, c'è l'Ofantina bis, ma quanti morti ci costa, e non c'è più la strada ferrata 'Avellino -Rocchetta. Ci sono 34 anni di mezzo. Che pesano come le pietre cadute quel giorno.
E, fondamentale, la gente nei paesi è giusto la metà di allora. Perché chi ha potuto è andato via,  molti giovani, partiti, non tornano più. Che ne sarà di questa terra? Lo chiedo con dolore. Con il dolore di cittadina e madre irpina. ( la foto è di Mimmo Iodice)