IMG_2365.JPG

Annunci

Scrivere la vita nel linguaggio dei corpi di Generoso Picone

«Potrebbe trattarsi di ali»: nei racconti di Cirillo donne in bilico tra dolore e speranza

Fuorimisura Una donna di Botero

ristretto il suo ambito d’azione per narrare la vita e la sua scelta di ritornare al passo breve, a 4 anni da i racconti de «Gli incendi del tempo» e a 15 da quelli più prossimi a questi di «Fuori misura», rivela una sorta di necessità di recuperare la tensione al dettaglio, alla particella e alla dimensione minimale per intercettare l’attimo in cui qualcosa accade, «acciuffare con la mano qualcosa nell’aria» direbbe Alice Munro, e lì rintracciarvi un residuo di senso, una possibile verità. Del resto, come ha scritto Svetlana Aleksievic, la letteratura non è forse l’impresa di mettere in connessione i dettagli? I 7 brani di «Potrebbe trattarsi d’ali» compongono una cartografia sentimentale attraverso l’indagine della superficie delle forme. Sullo sfondo compare una città anch’essa sfibrata – Avellino – e dal corpo ferito, fatta a pezzi e mai più ricomposto, corpo da cui sta fuggendo l’anima. Ci sono le forme di Agnese, protagonista del già conosciuto e qui modificato «Fuori misura», nasconde perché lei avrebbe voluto nascere bellissima «senza chiedere altro alla vita» e invece si ritrova debordante. Per nemesi dell’esistenza, fa la sarta, pret-a-porter di seduzione per Miss di provincia sognando di essere Grace Kelly, chatta con 10 uomini contemporeamente e poi con un tipo a cui invia la foto fatale, «sono un pacco dono colmo di sorprese. Slacciami, sfioccami», perché l’immagine della propria identità in fondo è quella che nel cuore ci si sente di interpretare. Si può essere sante o assassine, larghe o minute, magari con le bozze di ali sulle spalle, come capita a Colomba nel primo e forse più bel racconto della raccolta, «Potrebbe trattarsi d’ali» appunto, per volare e raggiungere i figli «spersi e sofferenti in giro per il mondo». Perché i corpi trattengono, sono pieni di un senza, rimandano a una mancanza e al vuoto riempito da una voce – in «Se stasera sono qui» – e reagiscono al dolore conservandone la trama di un dolore, trattengono il paradigma di una sofferenza, il segno di una lacerazione e basta un che, la parola «ccuore» prounciata forte a sciogliere un abbraccio. «Sangue mio» è il racconto di Anna, una donna romena che aveva dato il suo utero in affitto a una coppia della Napoli borghese, che torna in Italia perché malata di leucemia e ha la sola speranza di sopravvivere nel trapianto di midollo dalla figlia che non sa. In «Così ti passa la paura» Laura è svuotata dal ricordo di Peppino che non c’è più e nella casa di Bianca a Licosa riaquista un significato nella scelta della donna che accoglie ragazzini fuggiti a bordo di un gommone e precipitati in acqua e dal calco del corpo lasciato nel letto dal piccolo Mustafà prende l’energia per un nuovo inizio, il colpo di reni fino alla luce. Colomba, Rebecca, Agnese, Laura e Bianca, Anna, Giovannina e Natalina, Norma e Francesca, la bambola Soul Doll: i corpi di Emilia Bersabea Cirillo sono metafore di esistenze sfilacciate dalle perdite, dalle separazioni e dalle lontananze che però ambiscono a un’altra possibilità nella vita. Le loro vicende sono narrate in pagine venate da malinconia eppure da speranza. Il brano «Come si fa a dire se» è un esplicito omaggio a una delle sue autrici di riferimento, Alice Munro, di cui ricorda «Troppa felicità»: sulla scorta di quell’insegnamento, il racconto per Cirillo appare lo strumento più efficace a indagare e svelare i meccanismi della mente umana, a cogliere quei momenti di svolta repentina o brusca e comunque proveniente da un’urgenza e farne letteratura. In «Potrebbe trattarsi d’ali» conferma di esserne assolutamente capace.

La grande assente

sexbots-matt-mcmullen-ss07

In questo corpo perfetto, costruito secondo le leggi estetiche del buon gusto comune, è assente la vita, la parola, il battito del cuore.

E’ assente il sentimento, quella piccola cosa imponderabile che ci fa sudare, impietrire, piangere, ridere, aspettare, lasciare, amare, sopratutto amare, e non solo noi stessi, ma l’altro da noi, il mondo intorno a noi.

Eppure queste forme fisiche femminili, grandi bambole di compagnia e di piacere esistono, vengono prodotte, vendute, hanno conquistato il mercato di un sesso silenzioso, unilaterale, forse anche morboso.

Le donne devono essere come bambole, per piacere? Assenti, senza sentimenti, solo forma, senza  bisogni, senza speranza? Un po’ come sta accadendo con la Politica, che mette al governo graziose donne senza esperienza, ignare dai desideri della gente comune,  sicure che si può fare la spesa con ottanta euro al mese! Eppure quelle donne hanno il potere di decidere per noi, per la nostra vita, per il lavoro dei  miei figli, per la mia salute, per la mia pensione, per i miei servizi.

 Rifletto in questo giorno, l’otto marzo, che non è privo di significato per me, anche se non ha più i significati di un tempo. La vita è andata avanti, ha chiesto puntuale sempre il conto, tra doveri e piaceri non so cosa sia in attivo, la vita è stata una corsa forsennata a mantenere, per non rovinare, equilibri instabili, eppure non mi sono mai mossa da dove ero. Da dove sono. Tutto procedeva, sempre uguale, sempre diverso, gli anni si sono accumulati, le facciate dei palazzi si sono sbiancate, le gronde sono state otturate da foglie limacciose.

Noi abbiamo creduto che questa città, chiusa in una cassa come la bambola in fotografia, fosse una città assente! Fosse diventata, la città,  la grande assente della nostra vita, deprivata negli anni di quella provinciale bellezza gozzaniana, che ci aveva accompagnato e rassicurato nella giovinezza.

Ma oggi mi sono dovuta ricredere. Ho partecipato ad un incontro per l’otto marzo, e ho ascoltato storie commoventi di donne nigeriane approdate in questa città, alla ricerca di una cittadinanza, di un avvenire migliore. Ho parlato con Silvia, e ho saputo che dopo tanti anni di lotta, la grande fabbrica Iribus si riapre, ho visto Rita che lotta da sempre per i diritti dei cittadini nella Valle del Sabato, ho ascoltato le poesia di Monia e Antonietta, ho abbracciato Maddalena e Letizia, che portano avanti la loro associazione di Cittadinanza accogliente. La grande assente non era la gente, che chiede, spera, combatte, che a dispetto di tutto ama e vive in questa città, ma la Politica, che ignora i nostri diritti e non ascolta i nostri desideri.

 Mi è sembrato che questa città, proprio quella bambola senza volto, .potesse animarsi, uscire dalla scatola dove si è relegata, regalarci ancora tante sorprese.   Sopratutto offrirci una vita degna di essere vissuta.

Sono andata via dal circolo della Stampa piena di speranza.

 

 

ParoleTraNoiLeggere, il nostro laboratorio di scrittura e lettura.

L’atto dello scrivere è, in genere, la ricerca di un canale di comunicazione con gli altri: difficilmente si scrive solo per se stessi.

“Può darsi che non vi sia mai nulla di nuovo da dire, ma c’è sempre un nuovo modo per dirlo e, dato che in arte il modo di dire una cosa diviene parte di quel che è detto, ogni opera d’arte è unica e richiede rinnovata attenzione.” Flannery O’Connor

 

presentazione rossa