Una terra spaccata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sola volta che ho visto Filippo nudo è stato da morto.

Il suo corpo si è svelato come una statua ritrovata in uno scavo. I capelli, lunghi sul collo, sono pettinati all’indietro. Una ciocca sulla fronte si avvolge in un’onda innaturale. Le labbra sottili sono incollate in un sorriso fermo.Una macchia rossa si allarga sotto l’occhio destro. Domando che cosa sia.

– Ematoma – risponde gelida l’infermiera, che continua a tenere sollevato il lenzuolo di plastica.  Le chiedo di alzarlo. Voglio vedere Filippo tutto intero. Gli hanno rasato i peli sul torace. Una cicatrice ancora viva dilania la pancia. Il sesso è incastrato nello scroto, come un bottone. Ha gambe ben fatte, polpacci rotondi da camminatore. I piedi, dalle unghie quadrate, sono attraversati da vene azzurrine.

Arriva un medico. Scoppia nel camice. Un bottone gli penzola dall’asola, come un impiccato.Vuole sapere se quell’uomo è, e guarda sulla scheda che ha in mano, il signor Filippo Ghirelli, nato a Napoli il 23 settembre 1952 residente alla via Chiaia n. 132. Pronuncio un sì deciso, come davanti al prete. E comincio a piangere.Il medico segna qualcosa sulla cartella. Poi sguscia fuori senza neanche salutare.

Alzo una mano per carezzare Filippo. L’infermiera scuote la testa. Struscio un dito sulle labbra. Mi sembrano di plastica. Il reparto, a sottolineare il freddo in cui i corpi sono custoditi, è foderato fino al soffitto di linoleum bianco ghiaccio. L’infermiera mi accompagna fuori dalla stanza. Ha capelli corti gonfi di meches gialle e orecchini a cerchio. Trascina i piedi dentro sandali di gomma bianchi. Seguo la donna come un’ombra. Devo firmare la dichiarazione di riconoscimento, mi spiega girandosi appena verso di me. Non ascolto. Lei si avvicina.

Voglio sapere, sussurro, devo sapere perché Filippo è morto e come. Le chiedo di richiamare il medico, altrimenti non firmo nulla. Lei fa spallucce.

 GENEROSO PICONE

Il Mattino 04/04/2010

«Lassù sei solo nelle cose, e non hai riparo. Quell’altopiano ti mette a nudo, di fronte a te solo. Come uno specchio da cui non puoi fuggire. Sei una foglia secca, sei un pezzo di ramo, sei un frutto caduto, sei venti, sei natura… Ne ritorni modificato. Come se potessi ancora vivere un’altra vita». Filippo non c’era mai stato lì, sul Formicoso, fino a quando non aveva conosciuto Gregoriana, una geologa chiamata a effettuare un sondaggio per verificare la possibilità di impiantarvi una gigantesca discarica. Presto si era legato a lei e di riflesso ad amare la bellezza selvaggia di quel lembo d’Irpinia, «miracolo di valli e colline, percorsi da sorgenti», come scrive Gregoriana, a difenderlo dalla minaccia delle ruspe, a confondere con la causa il suo destino. «Cosa ci succede in questi luoghi? Riflettono i nostri stati d’animo più di un’emozione? È che abbiamo bisogno di un baricentro, noi stessi, con le vite oscillanti che facciamo. E i luoghi, quelli veri, quelli che sentiamo dentro, ci ribaltano, come Alice che cade nello specchio, in un mondo inconfessato». Gregoriana, Filippo e Pero Spaccone, il toponimo dell’altopiano, sono i protagonisti di Una terra spaccata, il nuovo romanzo di Emilia Bersabea Cirillo (Edizioni San Paolo, pagg. 227, euro 14,50). Se i racconti di «Il pane e l’argilla» avevano segnato nel 1999 l’esordio felice della narratrice avellinese, questo testo pare chiudere un ciclo – «Il sapore dei corpi», «Fuori misura», «L’ordine dell’addio» – caratterizzato da una scrittura in grado di testimoniare un’appartenenza e interpretare il sentimento di un luogo. «Una terra spaccata» riesce a portare a maturazione quel progetto letterario e civile, misurandosi con una pagina di cronaca ancora calda – la cosiddetta battaglia del Formicoso è dell’estate 2008, ma il rischio che lì arrivasse l’immondizia di tutta la Campania è svanito soltanto nella seconda metà dell’anno scorso – per individuare il senso profondo di quanto avvenuto e promuoverlo a simbolo di un qualcosa che vada al di là, che interroghi le ragioni ultime dell’esistenza. Gregoriana De Felice è una geologa chiamata ad accertare la praticabilità di un’operazione che presto lei definirà delittuosa. Filippo Ghirelli è il proprietario dell’albergo napoletano dove lei alloggia, un passato misterioso e un’ambiguità affascinante. Il rapporto che tra loro nasce si costruisce sulla progressiva scoperta della verità del mondo: la donna capirà l’assurdità del ruolo di amante a cui Enzo la costringe, l’uomo attraverso la conoscenza dei luoghi irpini risalirà la corrente della sua memoria sfilacciata e dolente per approdare a una certezza. L’esperienza del Formicoso, di quell’altopiano di vento e azzurro, di una difesa della terra che forse in nessun altro posto assume caratteri di dignità umana quasi a diventare resistenza religiosa, li trasformerà definitivamente. Gregoriana si dimetterà dalla azienda che avrebbe voluto da lei false certificazioni e tornata a Roma la raggiungerà la notizia della morte di Filippo, caduto durante uno scontro per difendere Pero Spaccone. Un luogo è il suo racconto. Ne La terra spaccata la narrazione si cuce sul Formicoso per ascoltare e trasmettere la bellezza nascosta. Memoria e destino sembrano riposare lì, nella verità che aspetta di essere colta. Forse non riuscirà a salvare il mondo, ma certamente condurrà a guardare il cuore degli uomimi e della terra.

13/05/2010 Famiglia Cristiana

Un raggio di sole su una terra ferita

Mariapia Bonanate

Una terra spaccata dalle contraddizioni di una società che divora i propri valori e radici. Una donna e un uomo spaccati dalla fatica del vivere. Sono i due destini che corrono paralleli in Una terra spaccata (San Pçoalo), l’avvolgente racconto di Emilia Bersabea Cirillo che ha il merito, oggi sempre più raro, di non correre dietro alle parole, ma di lasciare che siano le parole, ora pesanti come pietre, ora leggere come carezze, a creare situazioni e personaggi. A dare consapevolezze, a intessere la filigrana dei piccoli gesti e sguardi quotidiani con le domande profonde che decidono scelte fondamentali nell’individuo e nella comunità umana.

La terra è quella dell’Irpinia dove gli abitanti cercano di difendere la luce degli altipiani, i campi di grano, l’armonia di una natura costruita nei secoli. Ma è anche Napoli, sontuosa e sfigurata dai rifiuti, splendida negli angoli che sono stati risparmiati. Gregoriana, una geologa di quarant’anni – «senza felicità che si accontentava, da quando era bambina, di grattare spezzoni di affetto» – arriva nel capoluogo campano per fare dei saggi sul Formicoso, un altopiano dove sta per essere costruita una megadiscarica per rifiuti tossici e industriali. Incontra Filippo, proprietario dell’albergo che la ospita, un personaggio sfuggente e appartato, affascinante come un sogno a lungo coltivato, rimasto solo, dopo la morte della madre, fuggita dalla Russia bolscevica. È come se si aspettassero da sempre per unire le proprie solitudini, il silenzio che parla, la bellezza che salva.

Fra di loro si stabilisce un rapporto d’intimità amorosa e d’amicizia che mescola i luoghi dell’anima con quelli di una sensualità sospesa, ma proprio per questo affascinante e inedita. La geologa scopre che il terreno non è idoneo alla discarica e metterebbe in pericolo il più grande bacino idrico del Sud. La società per la quale lavora e ha l’appalto della costruzione, le chiede di tacere, ma nella sua vita, da quando Filippo le ha chiuso un mondo e aperto un altro, dove la verità diventa lamisura dell’agire e dell’amare, non c’è posto per i compromessi. Denuncia i rischi ambientali e geologici, solidarizza con le donne, dolenti figure da coro greco, che difendono con dignità il diritto a rimanere nella “povera terra” che abitano da sempre. La conclusione è drammatica, all’apparenza in perdita. Ma non «si perde quando si è salvata la parte più vera e autentica di sé stessi».

MARINA INDULGENZA

Metropolis 20-4-2010

Una storia di amore, di tensione verso la bellezza, di ricerca della verità, di attaccamento ai luoghi, che inizia con il riconoscimento di un cadavere e il ricordo di un incontro, quello tra Filippo e Gregoriana, in un pomeriggio di marzo in un albergo di via Chiaia, sullo sfondo di una Napoli sommersa dai rifiuti che tuttavia continua a meravigliare con squarci di raro splendore.

Lo sviluppo dell’evoluzione individuale dei due personaggi e la condivisione di un percorso sono il filo conduttore di “Una terra spaccata”, ultimo libro dell’architetto e scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, edito dalla San Paolo.

Filippo è un ricco decadente che si è ritagliato un angolo di mondo in una stanza di un albergo un tempo di sua proprietà; è un “dodecafonico blasé” che conduce una vita fitta di segreti e di zone d’ombra cui non fa accedere (quasi) mai nessuno, un uomo al “limite tra aria e acqua” con un forte desiderio di diventare terra, perché la sua esistenza è priva di radici fisiche ed emozionali.

Così come i suoi antenati russi, che furono cacciati dai loro possedimenti dai bolscevichi, anche Filippo si sente un senza patria e nonostante affermi che “Sapere di perdere quello che non ci è mai appartenuto non è in fondo una grande perdita”, è in realtà un uomo che ha bisogno di attaccarsi a qualcosa o a qualcuno ma ne è, allo stesso tempo, spaventato perché inevitabilmente quel qualcuno prima o poi dovrà andare via, così come accade per gli ospiti dell’albergo che restano alcuni giorni, stringono legami e poi se ne vanno, aumentando il senso di abbandono.

La personale ricerca di Filippo consiste nel trovare la bellezza nelle cose e nelle persone e non è un caso che lui preferisca rifarsi al concetto di bellezza utilizzando il termine russo krasotà che, da Dostoevskij in poi (il principe Miškin ne “L’Idiota” dichiara che “la bellezza salverà il mondo”) crea un legame misterioso tra il bello e il bene, riprendendo in tal senso l’idea di Platone che “il bello è lo splendore del vero”.

La ricerca di verità sarà appunto il fine cui tende Gregoriana, una geologa che si trova a Napoli con l’incarico di verificare se il Formicoso, un altopiano ventoso in Irpinia, ex riserva di caccia costellato da pale eoliche, macchie di verde e poche case, possa essere un luogo più o meno adatto ad ospitare una discarica regionale. Questa donna ricca di fascino è legata alla terra più di quanto ne abbia la reale consapevolezza, anche se allo stesso tempo vorrebbe assumere la forma dell’aria e liberarsi dalle sovrastrutture di un legame che si trascina e che non ha più nulla a che vedere con l’amore. E proprio il rapporto con Filippo, che percepisce in lei la voglia di verità, la porterà a fare delle scelte: “Filippo mi aveva aperto un mondo. Ne aveva chiuso un altro. Ero rimasta sulla soglia, frastornata. Al mio ritorno avrei varcato quel limite”.

Il superamento di questo limite avverrà quando lei entrerà a stretto contatto con il popolo del Formicoso e soprattutto con le donne che abitano quel luogo, esseri coraggiosi che si battono a difesa di una “povera terra” da cui è impossibile andarsene perché non riuscirebbero a vivere in nessun altro posto. Gregoriana resterà profondamente colpita dall’istaurarsi di questo mutuo sostegno tra la terra e chi ci abita e deciderà di combattere con i mezzi a sua disposizione, ovvero l’indagine scientifica, la costruzione della discarica perché “difendere la terra è come difendere e un amore”.

Con modalità diverse quindi, Filippo e Gregoriana condurranno una loro battaglia per impedire la contaminazione di quel pezzo di terra fatto di silenzio, di vento e di verde in un’Irpinia più volte martoriata, straziata e testimone di abbandoni, di lacerazioni, sfondo di generazioni senza futuro costrette ad andare via: “Venti anni di Svizzera, venti anni di fabbrica”, ma decise a ritornare con dignità perché “non sappiamo dove andare”. È il sud di cui parla Pasolini, il sud dei luoghi e dell’anima dove la tradizione si oppone al concetto di modernizzazione, un sud incorrotto dalle torsioni della società di massa ma anche spazio remoto, sorgente di ispirazione e metafora di un’umanità alla quale si ritorna e alla quale si tende.

L’altopiano viene dunque eletto metafora di un ideale luogo interiore per i due protagonisti che non hanno mai avuto una terra in cui identificarsi e riconoscersi.

Filippo, sebbene con un triste epilogo, deciderà di unirsi ai manifestanti perché sente con loro la condivisione della lotta e del dramma dei suoi antenati: “ i bolscevichi tolsero tutto al nonno […] non ha più visto la sua terra. Qui stanno togliendo la terra per seppellirvi rifiuti”.

Gregoriana farà parte a modo suo del coro tragico delle donne manifestanti, verso le quali prova una sorta di empatia, e nella sua ottica di verità a tutti i costi userà gli strumenti a disposizione per ribadire la non idoneità del sito a discarica, perché dopo essersi liberata di zavorre ingombranti, “Gli amori finiscono. E cominciano. Dipende solo da noi.”, trova finalmente una sua dimensione, uno spazio finalmente tutto suo, perché “Cercare una terra è come cercare un amore.”

29.06.2009  L’Unità

Fuoco, fiamme e una valanga di «monnezza» su Napoli

di Felice Piemontese

SCRITTORE

Curiosamente, ma non tanto, due dei romanzi in questione – entrambi pubblicati da Feltrinelli – vengono da persone già note nel campo dello spettacolo, Paolo Sorrentino, regista de Il divo (e prima ancora de Le conseguenze dell’amore e L’amico di famiglia) e Ruggero Cappuccio, regista soprattutto teatrale e già autore di testi narrativi che hanno avuto una certa eco. Sorrentino, al suo esordio come romanziere, ha pubblicato Hanno tutti ragione (di cui si è occupato su queste pagine M. De Mieri), che sta avendo un grande e meritato successo, col suo protagonista Tony Pagoda, cantante melodico di successo coinvolto in un susseguirsi picaresco di avventure tutt’altro che esaltanti, vissute tra Napoli, «questa distesa di immondizie con le colline» e il Brasile. Notevole, il romanzo di Sorrentino, soprattutto per la ricchezza linguistica (nonostante eccessi e sbavature, e metafore come questa: «un dubbio atroce si districa in me come un Tarzan poliomielitico senza machete e dentro la foresta»), il tentativo cioè di crearsi una lingua che contamini alto e basso, che preveda accostamenti apparentemente incongrui, iperboli in gran numero e un uso accorto, straniante, non naturalistico, del dialetto. Inevitabile il riferimento a Céline, alla sua petite musique, alla sua apocalittica visione del mondo. Da un’apocalisse non metaforica ma «reale», parte Cappuccio in Fuoco su Napoli (pagine 252, € 16,00), immaginando che in un futuro molto ravvicinato («questa storia è accaduta l’anno prossimo») l’esplosione del tappo vulcanico dei Campi Flegrei rovesci sulla città e sul circondario un uragano di fuoco con effetti anche sul mare, e quindi con una specie di tsunami che trasforma strade e piazze della città in una sorta di Venezia livida e disabitata. La notizia dell’imminente catastrofe viene appresa con l’anticipo di alcuni mesi dal personaggio principale del romanzo, l’avvocato Diego Ventre, singolare figura di mafioso e affarista dai gusti raffinati e dalla cultura enciclopedica, capace di usare la pistola e nello stesso tempo di citare a memoria testi di poeti latini. Una sorta di genio del male che – lo sappiamo bene, accade anche nella realtà – capisce fin dal primo momento che ogni catastrofe, anche la più spaventosa, può trasformarsi in un affare colossale, a patto che ci si faccia trovare pronti e decisi a tutto. Lui lo è, e in effetti vendendo ciò che sarà distrutto o irrimediabilmente danneggiato e acquistando ciò che si salverà, si ritrova padrone della città che peraltro vuol trasformare in una sorta di museo a cielo aperto, una Pompei del ventunesimo secolo. E anzi, paradossalmente ma non tanto, essendo un esteta gli sembra possibile perfino che dalla catastrofe Napoli possa uscire mondata dalle brutture che negli ultimi decenni l’hanno resa irriconoscibile privandola delle antiche bellezze. Una guerra tra bande camorristiche e l’amore per una giovane nobile, figlia di un duca rovinato dal gioco e dall’imprevidenza, complicheranno irrimediabilmente le cose. SUPEROMISMO CRIMINALE Il romanzo di Cappuccio si basa su un’idea di straordinaria efficacia che però, nel testo, si riduce quasi solo a pretesto per raccontare l’irresistibile ascesa di Ventre, il suo superomismo criminale, il suo mefistofelico rapporto con gli altri, a cominciare dalla ragazza, Luce, che diventa sua moglie senza sapere niente di lui. Curiosamente, mi sembra che Cappuccio passi dall’apocalittico al romanzo d’appendice di ottocentesca memoria, inclinando sempre più – man mano che si va avanti – verso quest’ultimo, con sviluppi sempre più improbabili e un personaggio che ricorda sempre più il Fantomas di Ponson du Terrail. Ed è un peccato, perché il romanzo, nonostante eccessi di letterarietà deteriore («scoprendo negli occhi di lei la vertigine del piacere a imboccare il passato con cucchiaiate di gusto e di gioia») ha momenti di grande intensità e forza narrativa e, proprio come accadeva un tempo, induce il lettore, nel susseguirsi dei colpi di scena, a chiedersi come va a finire. La Napoli sommersa dalla spazzatura è centrale infine in Una terra spaccata (ed. San Paolo, pagine 230, € 14,50) dell’avellinese Emilia Bersabea Cirillo, e si contrappone al verde altopiano del Formicoso, in Irpinia, scelto per ospitare un’enorme discarica per rifiuti, nel pieno dell’ultima, drammatica emergenza. In una situazione che è la meno romantica che si possa immaginare, la Cirillo riesce a costruire un’avvincente storia d’amore e a rivendicare valori oggi poco condivisi – l’orgoglio dell’appartenenza, il legame con la terra, il rispetto per ciò che è diverso – in modi narrativamente convincenti, senza enfasi e senza declamazioni, con una malinconia di fondo che permea tutto il libro e gli dà credibilità, efficacia.

  

saperincampania.it_- _Irpinia_Una_terra_spaccata_di_Emilia_Bersabea_Cirillo_-_2013-07-04 di Enzo Rega

Emilia Bersabea Cirillo, sensibile a raffinata scrittrice irpina, ha da poco pubblicato un nuovo romanzo, successivo a quello di cui qui si parla, Gli incendi del tempo, Et al. Edizioni, per il quale riceve il Premio Prata 2013 – sez. narrativa. Ma vogliamo tornare appunto un momento indietro, per lo stretto rapporto che con la nostra regione intrattiene il suo libro precedente, Una terra spaccata, San Paolo Edizioni 2010. E per parlarne, comincio da lontano, e apparentemente da altro. Era verso la fine degli anni Novanta e lo storico della letteratura Giuseppe Petronio, già molto anziano, venne a tenere una conferenza nel liceo bergamasco dove allora insegnavo. E parlando con lui notammo come gli autori italiani di quegli anni si occupassero solo di se stessi, di come la letteratura nostrana avesse smesso di cercare di rappresentare e di comprendere la realtà. A un certo punto le cose sono cambiate, anche se spesso questo tentativo è avvenuto attraverso libri di genere, come gli attuali polizieschi, o noir, italiani che però finiscono col dare una rappresentazione della nostra società. Per fortuna, con tutto il rispetto per il genere, c’è anche altro. Come questo romanzo di Emilia Bersabea Cirillo, Una terra spaccata. Che, della nostra terra, la Campania, riprende una delle questioni più drammatiche, quella dello smaltimento dei rifiuti. Il romanzo-saggio che ne deriva, è però letteratura e non reportage giornalistico. Ma rimaniamo un attimo fuori dal testo, per dei rimandi intertestuali: “Tutta la zona, concluse la signora, era sommersa dalla spazzatura. E alzando le braccia, con un movimento ondivago molto efficace iniziò quasi a mimare quelle colline e quegli altipiani di rifiuti, con grave rischio per la salute del corpo e l’integrità del carattere, ormai da mesi ci si muoveva seguendo il tracciato di stretti sentieri di fortuna”, una spazzatura che sembrava addirittura “piovuta dal cielo”, così fitta da “non credere ai propri occhi”; e ancora: “A destra e a sinistra del viale, si ergevano due simmetrici baluardi di spazzatura, che non solo coprivano totalmente i marciapiedi, ma occupavano, da entrambi i lati, un buon metro di carreggiata. I colori preponderanti dei sacchetti erano l’azzurro, il bianco, il giallino. Ma non mancava il classico nero dei bustoni formato famiglia. La nostra macchina, come per marcare la solennità di un ingresso in un’altra dimensione, procedeva lentamente, e le due masse di immondizia contrapposte al ciglio della strada mi facevano pensare alle muraglia d’acqua del Mar Rosso pietrificate al passaggio degli Ebrei in fuga”. Queste immagini da catastrofe biblica vengono non da Bersabea Cirillo, ma da Emanuele Trevi, Il libro della gioia perpetua (Rizzoli 2010, p. 32). E poi: “Proprio così, sogno le mie domande da incubo: quante tonnellate di rifiuti sono accatastate per esempio in questo momento a Napoli lungo le sue strade, e vicoli, e strèttole, e cupe, e rettifili, e larghi, e rue, e gradoni, e discese, e rampe? / Io sogno spesso le lordure della mia città: di giorno ne attraverso i cumuli, li sfioro, ne capto i miasmi che mi arrivano fino in gola e anche più giù, ma non li vedo. Li vedo invece di notte e ne riporto un immenso spavento. Una notte sognai addirittura che Page 1 of 3 Irpinia: Una terra spaccata di Emilia Bersabea Cirillo saperincampania.it (http://www.saperincampania.it) degli energumeni volevano seppellirmi vivo in un bidone della spazzatura”. Questo è invece Ermano Rea, Napoli Ferrovia (Rizzoli 2007, p. 134). In tutt’e due i casi si tratta di persone che arrivano da fuori, Trevi occasionalmente, Rea tornando a distanza da tempo nella sua città. Da fuori come la Gregoriana De Felice di Emilia Bersabea Cirillo; Gregoriana che arriva come geologa per verificare la fattibilità della discarica a Pero Spaccone, nel Formicoso. E qui vediamo già qual è la differenza con gli altri romanzi. Mentre i primi due non sono romanzi “sulla spazzatura”, anche se questa, soprattutto in Rea, vi ha un ruolo fondamentale, Una terra spaccata è costruito proprio su questo. Mentre in Trevi e in Rea vi è uno sguardo sulla superficie maleodorante, quello di Bersabea Cirillo è uno sguardo in profondità, che arriva nelle viscere della terra, anzi, nel cuore della terra, di una terra antica che deve essere devastata per accogliere i rifiuti della società dei consumi. Mentre in quei romanzi l’occhio è puntato su Napoli, sulla metropoli ingorda che produce quei rifiuti, l’occhio di Emilia, attraverso quello di Gregoriana (o di Gregoriana attraverso Emilia), è puntato sulla campagna, sull’altra Campania, quella più nascosta che deve scontare le malefatte dell’altra. Continua alla pagina successiva…. Gregoriana allora, preso posto in un albergo di Napoli, incomincia i sopralluoghi sul Formicoso, entra in contatto con le persone del posto perché, pur non toccando a lei prendere decisioni definitive, una delegazione vuole parlare con lei per convincerla ad abbandonare ogni proposito. La geologa si trova così coinvolta nel clima di protesta e finisce per assumere il punto di vista della comunità locale, non solo perché empaticamente si trova in sintonia con quella gente, ma anche perché da scienziata (e nel romanzo si riportano anche alcune questioni squisitamente “tecniche” che l’autrice ricostruisce) ha potuto verificare la non idoneità del sito: c’è una falda acquifera che potrebbe essere contaminata dai rifiuti attraverso delle crepe che potrebbero esserci nel terreno argilloso che così non impermealizzerebbe adeguatamente. E soprattutto entra in contatto con una terra, con la terra ancora più terra, se vogliamo dir così, che è la montagna nella sua sovrastante tangibilità. C’è un avvicinamento all’Irpinia partendo da Napoli, e attraverso campagne già devastate, che mostrano ancora la loro feracità, nonostante la ferita di condomini non finiti (ricordiamo una scena “anacronistica” del film di Martone sul Risorgimento mancato), e le ferite nelle montagne dove sono state aperte cave (più o meno all’altezza di Nola). L’Irpinia si presenta con una sorta di magico vento che spingerebbe a prendere il volo e con le parole di Corrado Comune, il rappresentante della Comunità che si organizzata contro la discarica: “Mi alzo la mattina e mi guardo intorno. E tutte le mattine sono contento di vedere le cose che vedo. Da cinquant’anni. Sempre le stesse, sempre diverse. La montagna di abeti e faggi, verde fino alla cima, le vacche che gironzolano sui campi o stanno ore immobili, la catasta di legna di quercia che il legnaiolo compone a fine agosto, la casa di mia suocera rifatta dopo il terremoto. Poi ci sono gli uccelli che arrivano dalle regioni nord orientali, beccacce, pavoncelle, fratini e le quaglie, che si annidano dentro le stoppie del grano. Tutte le mattine, sentendo il silenzio, interrotto solo dal loro verso, mi ripeto che vivo in un posto speciale… ogni tanto devo chiudere gli occhi e respirare…” (Una terra spaccata, p. 35). E questa bella pagina è aperta da una fondamentale affermazione di Corrado: “Dottoressa in questi luoghi non abbiamo che i luoghi. E loro bellezza”; al che Gregoriana, entrando in immediata sintonia, risponde: “I luoghi sono come i corpi. Nasciamo dentro di loro per caso. Restiamo con loro per necessità” (pp. 34-35). Se questa è senza dubbio la madre-terra, la divinità femminile tellurica, per il resto, in questo paesaggio naturale e montano, sembra di muoversi tra Heidegger (che si schiera per il mondo contadino contro certo uso della tecnica) e Rigoni Stern. E c’è l’archetipo della montagna, che se vogliamo è un archetipo nell’archetipo, in quanto terra che esce dalla terra e che sembra dotata di un’ulteriore e particolare energia. E questo ci fa ricordare Sortilegio, considerato uno dei più bei romanzi, benché sfortunato, dell’austriaco Hermann Broch, morto nel 1951: “Al sortilegio di Marius si oppongono alcuni degli abitanti, quelli più vicini alla montagna, di cui avvertono la misteriosa potenza, e che vogliono rispettare e difendere contro le mani dei profanatori che si dispongono a riaprire le gallerie delle miniere ormai sigillate da secoli. E vi si oppone soprattutto madre Gisson, ‘una donna vecchia e saggia nella quale s’incarna la bontà del genere umano’ come la definisce lo stesso Broch” (per comodità, riassumiamo citando dal risvolto di copertina). Questa ‘donna vecchia e saggia’ s’incarna nel romanzo di Bersabea Cirillo, come coraggiosa rappresentante della comunità del Formicoso e portatrice di sana umanità ancorata al proprio Page 2 of 3 Irpinia: Una terra spaccata di Emilia Bersabea Cirillo saperincampania.it (http://www.saperincampania.it) sentimento ancestrale della terra. Ciò che è bello e buono (bello-e-buono insieme com’era per i Greci) va difeso. Così, Gregoriana scrive allora a Corrado Comune (che nel cognome porta il senso di un bene collettivo): “Lei mi ha parlato della bellezza la prima volta che ci siamo incontrati. Di come a volte deve chiudere gli occhi, tanto si sente coinvolto, quando attraversa i suoi paesi. È un’immagine bellissima, che mi accompagnerà a lungo. / Difendete la bellezza, difendete il silenzio, difendete la vostra internità che vi ha reso certamente diversi e speciali. Vi farà sentire uniti. Vi farà sentire una vera comunità” (p. 202). E di un posto in cui si dovrebbe scavare si dice: “Un posto solitario, lontano… Che non vuole essere toccato, ed invece noi siamo pronti con le nostre rondelle a penetrarlo. Ma lui si difende, eccome!” (p. 168); tanto che si osserva, in risposta: “Sembra che stai parlando di una persona, non di una terra” (ivi). Una persona, appunto. E, per assonanza, la “terra spaccata” di Emilia Bersabea, ci ricorda la “donna spezzata” di Simone de Beauvoir.Per gli antichi la terra non era poi come una madre? Anzi, la madreterra,appunto.

 

"Una terra spaccata"
 ed. San Paolo“Una terra spaccata” ed. San Paolo

Sono ferite dell’anima quelle evocate dal bellissimo e coinvolgente romanzo di Emilia Bersabea Cirillo dal titolo “Una terra spaccata” San Paolo editore, che, attraverso la cronaca di un evento realmente accaduto – la ricognizione di un terreno per la costruzione di una discarica nel territorio del Formicoso, un tema purtroppo di stretta attualità – ci apre uno spiraglio sulla “terra spaccata” dei ricordi del nostro passato, della cenere che i dolori della vita lasciano sulle cicatrici del nostro cuore ferito.

La scrittrice avellinese, traccia con estrema dovizia di particolari e partecipazione emotiva i sentimenti disperati degli abitanti di quelle zone che vedono, ancora una volta, la loro vita minacciata da scelte fatte da altri, vittime che vengono abbandonate al loro destino di povertà, senza che si offra loro la soluzione per venir fuori da una situazione difficile, depauperate soprattutto nella loro dignità. Ciò che l’autrice riesce a rappresentare in maniera più intensa è il loro senso di impotenza e allo stesso tempo il bisogno di lottare, di non arrendersi alle decisioni imposte da altri. E la protagonista, Gregoriana, una geologa che procede nel cammino della sua vita senza cedere a compromessi, rappresenta l’immagine della coerenza e dell’onestà, in un mondo governato dalla falsità e dall’opportunismo che spiana la strada alla corruzione, al chiudere gli occhi di fronte alla necessità di inchinarsi al “Dio denaro”. La sua solitudine interiore sembra reincarnarsi in un “luogo dell’anima”, in cui ritrova una parte di sé, un senso di stabilità, un’esigenza di trovare le proprie radici: e da quel luogo sperduto e ventoso viene attratta e quasi inglobata in un paesaggio che perde i contorni meramente fisici per diventare suo e che difenderà contro tutti – “non è un film, è la loro vita” dirà in un passo del romanzo.

Il vento può definirsi in un certo senso un altro protagonista del romanzo, vento che sembra spazzare via “la munnezza” ma anche l’incubo di una situazione mai risolta, vento che cancella il passato e porta ad operare una scelta definitiva in nome di un bisogno interiore finalmente rivelato. Intrigante e allo stesso tempo enigmatico è il personaggio di Filippo, che fa della propria solitudine un segno di distinzione, una sorta di maschera dietro cui nascondersi, dietro cui velare la sua tristezza, che continua a fuggire dalle persone, dai luoghi e in fondo da se stesso: suggestiva è l’idea che egli ha del silenzio, di qualcosa che si deve ascoltare, fermandosi a riflettere: “il silenzio non è l’assenza dei suoni”.

E quando sarà costretto a fermarsi, lo farà inconsapevolmente proprio in quel luogo che egli ha scelto, perché gli trasmetteva un senso di pace, e resterà un simbolo, per chi lo aveva conosciuto, di qualcosa di ineluttabile.

a cura di Ilde Rampino

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5 thoughts on “Una terra spaccata

  1. mariaantonietta nania 25/06/2010 / 13:56

    CARISSIMA E BRAVISSIMA EMILIA,
    GIÀ DA QUALCHE GIORNO HO FINITO DI GODERMI IL TUO BEL LIBRO, MA NON AVEVO ANCORA AVUTO TEMPO E TESTA PER SCRIVERTI. EBBENE, È DAVVERO BELLO, COMPLIMENTI. ORA TI DICO PERCHÈ MI PIACE.
    MI PIACE IL TUO MODO DI DESCRIVERE CON POCHE MA CHIARISSIME PAROLE SCENE, PERSONE E SENSAZIONI. SEI BRAVISSIMA A DESCRIVERE LE SENSAZIONI E A COLLOCARLE NELLA SCENA.
    MI PIACE MOLTO LA SEMPLICITÀ DEI MESSAGGI, LE FRASI CHIARE, ESSENZIALI ED EFFICACI.
    MI PIACE LA STORIA, CHE È D’AMORE, MA NON È SCONTATA, NON È BANALE ED È UNA STORIA D’AMORE NON SOLO TRA UN UOMO E UNA DONNA, MA TRA DUE PERSONE E SE STESSE, LO SCOPRIRE SE STESSI ATTRAVERSO L’ALTRO. QUESTA È UNA COSA IN CUI HO SEMPRE CREDUTO.
    NON POSSO NASCONDERTI UN DISPIACERE: LA MANCANZA DEL LIETO FINE, IMMAGINABILE FIN DALLE PRIME RIGHE. IO, INGUARIBILE, HO SPERATO FINO ALL’ULTIMA PAGINA, NON CERTO IN UNA RESURREZIONE, MA ALMENO IN UNA VITTORIA DEGLI ABITANTI SULLA MAFIA DEGLI SCAVI DELLA DISCARICA. INSOMMA, DICIAMO CHE DOVE FINISCE IL ROMANZO, NON VEDO LA FINE, NÈ LA CONSOLAZIONE. MA QUELLO PERCHÈ SONO IO CHE VIVO NELLE FAVOLE E SPERO SEMPRE NEL “TUTTI VISSERO FELICI E CONTENTI”, SOPRATTUTTO QUANDO, NON TRATTANDOSI DI STORIE VERE (O ALMENO NON DEL TUTTO), SI HA LA FACOLTÀ DI DECIDERE DEI DESTINI DEI LUOGHI E DEI PERSONAGGI. QUINDI QUESTO È UN PROBLEMA MIO.
    HAI TRATTATO TEMI SERI E DRAMMATICI CON GRANDE RISPETTO E CHIAREZZA. INSOMMA, COMPLIMENTI DAL PROFONDO DEL CUORE E UN ABBRACCIO
    Maria Antonietta Nania

    • emilemil 25/06/2010 / 14:06

      Carissima Maria Antonietta, i tuoi complmenti mi fanno assai piacere. Sono contenta che il libro ti sia piaciuto e cheabbia lasciato in te una traccia, anche se di disappunto per la sua fine. Non poteva che finire così, perchè la discarica si farà, sul Formicoso, perchè questi sono decisioni prese, per le zone interne, improduttive, secondo il sistema dei valori usato da chi decide la loro morte.

      Ancora grazie
      emilia

  2. norberto 08/03/2011 / 17:50

    Emilia sei brava, il tuo ultimo libro mi ha fatto compagnia in un viaggio della speranza a par ed il tempo é volato.Non ero lì a Par ero tra i nostri monti con le nostre idee e le nostre illusioni.Scusa se dico nostre ,ma le tue emozioni sento siano anche le mie.ciao

    • emilia 08/03/2011 / 22:37

      Grazie Norberto, anche se non ci conosciamo le tue parole mi fanno piacere.

    • emilia 09/03/2011 / 22:28

      Norberto! Tu sei! Scusa, ma non avevo capito. In bocca al lupo per il tuo viaggio. A presto.
      Emilia

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