Stabat Mater di Emilia Bersabea Cirillo

 

 Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac ut tecum lugeam- 

Andrea sapeva che da qualche parte tra il pubblico, sua madre stava piangendo. Per un momento distolse lo sguardo dal leggio, e guardò nell’oscurità della platea. Non vedeva niente. Le sedie del Duomo, gli scanni del coro, perfino l’orchestra di fronte a lui erano occupate da ombre. Il maestro gli fece cenno. Toccava a lui. Strinse le dita a pugno, se li portò al petto. Solo la sua voce, niente altro, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un gran respiro all’indietro. E iniziò a cantare.

 

Carte, sempre carte. Sigarette, posacenere pieni, la lampada sul tavolo accesa. I miei pomeriggi erano sempre stati di lavoro. Da qualche tempo anche pieni di fumo. Mi sono alzata, ho posato gli occhiali. Le sei e mezzo. Ancora poco. Poi televisione, un toast e a letto.

Ho guardato a nord, come tutte le sere. Come se il mio sguardo potesse davvero arrivare lontano, superando la montagna di fronte e i chilometri che mi separavano da Andrea. Che faceva, in quel momento? Aveva freddo? Aveva già mangiato? Stava leggendo? Riusciva a dormire?

Il telefono ha squillato.  Non ho risposto. Ha squillato ancora. Ho risposto per stanchezza.

Allora, avevi deciso di perderti un concerto importante.- 

Stavo pensando di andare a letto…

Passo alle otto. Ornella non farmi scherzi. E’ un’orchestra da camera eccezionale. 

Non ho voglia…

Alle otto. Poi mi ringrazierai.

Eugenio quando si trattava di concerti decideva per tutti e due,. Senza avvisare. Senza chiedere. Ed io non riuscivo ad oppormi. Ho acceso una sigaretta. Fumare dilatava il mio tempo fermo. Ho mandato dietro i vetri un bacio ad Andrea. E ho chiuso la finestra.

 

Eugenio l’avevo conosciuto un pomeriggio ad una fila al botteghino del teatro S.Carlo, in un’afa insopportabile di giugno. Mi facevo aria con il ventaglio, ma quel movimento ritmico non diminuiva la calura. Davanti a me c’erano almeno quaranta persone. Una mezz’ora di attesa. Avevo i pantaloni di lino appiccicati addosso. Il sudore mi colava dal sopraciglio. Ad un tratto sembrò non importarmi niente di Mahler e della 5° sinfonia. Volevo riprendere la macchina al parcheggio sulla Marina,imboccare l’autostrada, tornare a casa e farmi una doccia. Chiusi il ventaglio e lo misi in borsa. Uscii dalla fila. Uno dietro di me mi chiamò.

– Prenderò un biglietto anche per lei. Mi può aspettare al Gambrinus, intanto. 

Gli sorrisi. Mi sembrò di conoscerlo. Occhi azzurri e capelli bianchi ricci. Fu per il suo modo di parlare, gentile, trasognato, a dirgli di sì. 

-Eugenio Galzerani.

-Ornella De Santis.

Abitavamo nella stessa città tra le colline. Lo avevo visto fare la spesa al supermercato in centro.  Una volta mi aveva preso, da uno scaffale in alto, una confezione di marmellata ai lamponi che avevo promesso ad Andrea.

Arrivò dopo mezz’ora. Nella sala del caffè eravamo in pochi, avvolti dal fresco e dagli stucchi. Avevo già bevuto un succo d’arancia. Lui ordinò un gelato. Cioccolato e nocciola.

– Questo è il suo biglietto.- mi disse.- Quinta fila, la migliore.

– Come ha fatto?

– Trucchi del mestiere.

 

Ci frequentiamo da allora. Nove mesi, più o meno. Lui mi telefona all’improvviso per invitarmi ai concerti, dovunque siano. Mi aspetta sotto casa con la sua monovolume. Dopo andiamo a cena. In fondo non ci conosciamo, ma ci facciamo compagnia. 

Sa certamente di Andrea, in questa piccola città si sa sempre tutto. Non fa domande. 

A volte, quando è di umore, mi racconta della sua infanzia a Matera, del palazzo di tufo che stava alla fine del Corso e che guardava alle gravine.  Dell’insegnante di pianoforte di Tricarico che andava in casa ad insegnargli il solfeggio. Sua madre lo voleva direttore d’orchestra. A cinquantasei anni dirige una banca, in città.

– Quello che ci voleva per te, per farti uscire da casa.- ha commentato mia sorella Antonella Vedi, la Provvidenza esiste, e come.

A credere alla provvidenza, in quello che dice mia sorella c’è un fondo di verità. Da tre anni non facevo altro che fumare, lavoraree portarmi le pratiche a casa, per compagnia, raggiungere due volte il mese Volterra, per far visita ad Andrea. 

Adesso, tento l’aria della sera. 

Sono andata a farmi la doccia. Insapono il mio corpo automaticamente. L’acqua calda la sento però come una benedizione. Ho indossato un vestito di lana rosso, alto in vita, vecchio di sei anni. E il cappotto nero.

Eugenio ha citofonato alle otto. Preciso come la campana della chiesa. 

Mi ha sorriso, aprendomi la portiera.- Sei uno splendore! 

Ha sempre di questi complimenti esagerati. 

– Diciamo che sono meno opaca del solito.

Ha messo in moto. Piove lento, all’improvviso. Siamo fermi in una fila, sul corso principale.

-Non potevi perderti questo concerto- ha detto Eugenio guardandomi teneramente. – Pergolesi e Vivaldi. Insieme. Pare che ci sia un controtenore inglese, giovane, dalla voce eccezionale. La critica dice che è molto promettente.

Ho chiuso gli occhi. Dovevo scendere dalla macchina, inventare un improvviso malore. Non sono stata pronta. Ho detto solo – Allora andiamo.  Lui mi ha sfiorato la mano con un dito.

 

E’ la prima volta che vado a teatro in città insieme a lui. Da quando Andrea è a Volterra, cerco di farmi vedere il meno possibile in pubblico. Mi sono fatta trasferire in un tribunale dellaprovincia, per non avere contatti con i colleghi. Non mi piace che si parli di me, mentre passo tra la gente. Sorrisi, ammiccamenti, commenti, me li sento tutti nelle orecchie, 

Il foyer del teatro è pieno. Ho intravisto facce conosciute. Coppie cementate dalle rughe. Donne sole eleganti e scollate.

-Non entro.- ho detto ad Eugenio.

Lui mi ha preso per un braccio. -Non fare capricci. Sei con me.

L’ho guardato. Ha un viso puro, come se l’acqua cancellasse continuamente dalla sua pelle ogni traccia del tempo. E una voce che mi avvolge. Ho annuito. Gli ho dato il braccio. Siamo passati veloci in mezzo alla folla. Non ho visto nessuno. Avevo infilato gli occhiali scuri.

– Contenta? – ha detto Eugenio, mentre entravamo nel palco riservato a noi due.

Non ho risposto.

– Ornella, che hai?- ha chiesto avvicinandosi a me. La sua bocca era ad un filo dalla mia. Ho scosso la testa. Mi sono stretta il cappotto addosso.

Ho letto il programma. Stabat Mater di Pergolesi. Gloria di Vivaldi. 

La luce si è abbassata. Il cuore batteva velocissimo. Dovevo resistere. Ho tratto dall’astuccio una pilloletta rosa. L’ho ingoiata senza acqua.

-Posso fare qualcosa per te?- mi ha sussurrato Eugenio. 

Ho scosso la testa. 

-Tu dici troppe bugie. Ne parliamo dopo…

Il concerto stava iniziando.

 

Avevo visto Andrea dieci giorni prima. Lo avevo trovato ancora più magro, pallido, i denti gialli. Ci eravamo abbracciati nella stanza chiusa dalla porta di ferro, mentre il secondino si allontanava. Era tutto quello che ero riuscita ad ottenere dal direttore del carcere. Andrea mi aveva guardato con la sua faccia striminzita, lisciandosi i capelli biondi e fini che cascavano sulla fronte.

-Devi portarmi via da qui- aveva detto subito. 

-Non posso, Andrea.

-Mi sembra di impazzire.

Mi teneva la mano, come quando era bambino, con il pollice stretto sul mio dorso.

– La notte è peggio del giorno. Voci, rumore, spifferi. Non dormo, non sogno, resto con gli occhi chiusi. Penso a casa. A come sarà la mia stanza. Al copriletto rosso che mi comprasti quando compii dieci anni e non abbiamo mai cambiato. Mamma, mi stai ascoltando?-

La sua bella voce quieta. Le sue occhiaie da anemico. Lo scatto nella spalla, quando parlava di cose che lo riguardavano.

Lo ascoltavo. Come non potevo. Non riuscivo a dirgli che nella sua stanza non entravo più da mesi.

-Hai provato a studiare, un poco?

-Non ci riesco. Cantare qui, è impossibile. Non ho silenzio, non ho spartiti, non ho dischi, non ho voce.

Stava mettendosi a piangere. Lo abbracciai. Lagrime circolavano tra le ciglia. Ingoiavo saliva, per non scoppiare. Gli presi l’altra mano.

-Se vuoi, la prossima volta posso portarti gli spartiti. Potrebbe essere una buona cosa.-

– Non hai capito, la mia voce è arrugginita, è ferro vecchio, è spazzatura.

Gli passai le mani tra i capelli. Li aveva sempre morbidi, setosi.

-La tua voce sarà sempre bella, Andrea. Devi credere a tua madre.

Lui aveva poggiato la testa sulla mia spalla.

 

Il controtenore è giovane. Venticinque anni, leggo dalla brochure.Viene da una piccola isola dell’Irlanda.   E’ vestito con una camicia bianca di seta e un pantalone nero. E’alto, robusto, con i capelli rossi mossi, come un angelo di fuoco. Vorrei vedere da vicino il suo viso. Dirgli delle parole di incoraggiamento. Il soprano mi è sembrata alta, legnosa, con i capelli a baschetto e un decolleté inesistente. E’ vestita di nero, con una cintura di strass in vita. Ho tenuto le mani giunte sul grembo, lo sguardo puntato su di loro. Hanno cominciato.

Stabat madre dolorosa. Due voci eterne. Le spade nel cuore hanno sobbalzato. E’ questa la musica, mi sono detta, la sua  musica. Ho stretto le mani sulla balaustra ricoperta di velluto rosso. Eugenio mi ha preso il gomito. Ho fatto finta di non sentire, ostinata ho guardato dritto, allontanando il ferretto del reggiseno dal costato.

 

-Ti ho portato i libri – gli stavo dicendo – Hölderlin, Rilke, Allen Ginzberg. Non me li ricordo tutti, ma ho rispettato la nota. 

Il secondino era entrato senza far rumore dietro di noi. L’ora era diventata breve come un respiro. 

Ci eravamo sciolti dall’abbraccio. Quello era il momento più tremendo. In cui il cuore si scomponeva, come se fosse diventato uno specchio spezzato.

-Non potrebbe farci stare ancora un poco, non diamo fastidio a nessuno.

-Dottoressa, la regola…

-La prego, sia comprensivo.

La pappagorgia dell’uomo aveva tremato. Di fronte alla mia preghiera aveva accennato un sì complice ed era uscito.

Ci eravamo presi per mano. Ci guardavamo senza parlare. Era troppo quello che avevamo da dire. Troppo poco il tempo. Il calore delle sue mani, le sue dita fragili, l’osso rotondo del polso, la sottile linea azzurra delle vene furono le nostre parole. 

Andrea aveva faticato a separarsi da me.  

 Mamma, ti raccomando, mamma .- aveva urlato, aggrappandosi al mio braccio. Il secondino con la pappagorgia lo aveva afferrato per un braccio -Non lo tocchi !- avevo gridato. Andrea mi aveva abbracciato con gli occhi. Si era incamminato a testa bassa, senza voltarsi.

Avevo pianto, quanto avevo pianto, mentre la sua voce spariva nei corridoi.

Era la stessa di quando, da bambino, non voleva entrare in classe.  Non mi lasciare, mammaaa – era quella a prolungata, come un dolore insopportabile che me lo faceva affidare alla maestra e scappare fuori, per non sentirlo.  Per tutta la prima elementare Andrea pianse e vomitò. Tornava a casa calmo, indifferente, come se non fosse successo niente. Dovevo capire allora che c’era qualcosa che non andava.  Lui si sentiva abbandonato da me. Più scappavo, più piangeva.

Dovevo rifiutare la promozione. Dedicarmi a lui, come una madre deve. Non lasciarlo solo. Era questo che lui voleva, senza chiedermelo. Non capii. Non ero attenta a lui. Mi sembrava tutto facile, allora. Sopportabile, realizzabile. Accettai l’incarico. Andrea restò col padre. Ritornavo a casa solo il sabato e la domenica. Per due anni la nostra vita furono telefonate, regalini e lontananza. A me sembrava che non gli mancasse niente. Gli mancavo io, invece. 

 

La voce del controtenore è un filamento di seta doppia stesa tra due salici. Mantiene costante e morbido il tono della musica.- Fac ut portem – muove le mani come se dai palmi nascessero colombe di pace. IL soprano lo guarda e annuisce. Forse lo ama.

Pergolesi scrisse lo Stabat Mater e poi morì. A Napoli. A pochi chilometri da qui. Aveva 26 anni. La stessa età di Andrea, preciso. Lui muore in carcere, un poco al giorno, da tre anni.

 

Quando i carabinieri arrivarono in casa, Andrea era uscito per le prove. Era il 6 aprile. Mercoledì. Dopo una settimana avrebbe dovuto cantare lo Stabat Mater al Duomo.

Nel presentarmi il mandato chiesero scusa, dovevano fare il loro dovere.

La stanza di Andrea era stata messa in ordine al mattino dalla cameriera. Stereo, cd, le stampe antiche di uno spartito di Bach regalo dei diciottoanni, il suo pianoforte, le cuffie, i libri di musica, di poesia, di filosofia, la libreria degli spartiti, le sue foto di ritorno da un concerto in Calabria, lo zaino ancora mezzo pieno.

– Mio figlio è alle prove. Al Duomo.- dissi sincera.

Loro sorrisero. Cip e Ciop pensai. Con la solerzia dei roditori alzarono il materasso, sollevarono lenzuola, spalancarono cassetti, svuotarono l’armadio, gettarono a terra le sue camicie, le mutande, i calzini, sventolarono gli spartiti, scopercharono il pianoforte.

Facevano il loro dovere. Come tanti che lavoravano in procura, con me. 

-Andrea non ha fatto nulla di male. Che volete da lui? Lui è un artista.

Parlavo come un personaggio delle telenovele.

 E’ stata uccisa una ragazza. Monica Ricchi. Anni 20. La conosce vero? Le possiamo dire solo questo.- ripresero a cercare, meticolosi, i guanti di lattice alle mani.

– E’ la fidanzatina di mio figlio Andrea.- sussurrai.

– Appunto.- disse uno dei due.

Corsi in cucina. Aprii il rubinetto. Bevvi dal cannello, lasciandomi bagnare il viso e la punta dei capelli. Il cuore era gelato in petto. Pensai alla Madonna Addolorata. Sette coltelli. Sette dolori. Me li sentii arrivare tutti insieme nel cuore.

Andrea amava quella ragazzina bruna dagli occhi grandi e neri. Veniva da Urbino, si era da poco trasferita in città. Aveva la grazia levigata di certe Madonne di Piero della Francesca, le mani dalle dita sottili, la pelle tenera. Per Andrea oltre il canto non c’era che lei. Le aveva dato una sua foto, in cui Monica sorrideva abbracciando il suo barboncino bianco. Le si vedeva  tra l’attaccatura dei seni il tatuaggio, una minuscola farfalla , che aveva scelto con Andrea.

Si erano conosciuti alla corale. Monica era soprano leggero. Non si impegnava come doveva, sprecava un talento naturale. –E’ venuta per gioco, per avere qualcosa da fare. Non studia per niente. – mi aveva confidato Andrea una mattina che facevamo colazione insieme.- Per fortuna, mamma, altrimenti non ci saremmo mai incontrati. E’ così bella, non trovi?-

Volevo bene a quella ragazzina, perché faceva felice Andrea. Perché era la femmina che avevo desiderata e avevo persa al quarto mese di gravidanza. Perché si volevano bene, mano nella mano sempre, per strada, si chiamavano – Amore- e si scambiavano orsetti e marmotte di peluche. In casa c’era un’aria leggera, da quando la foto di Monica era comparsa sulla scrivania. L’amore aveva reso Andrea premuroso, attento, ordinato. Una sera mi disse che voleva tentare l’ammissione ad un corso di alta specializzazione in Francia. E Monica? Gli chiesi? Anche lei lo tenterà.

Il canto e lei. Per sempre.

 

Telefonai al padre di Andrea, come chiamavo Giuseppe da quando ci eravamo separati. Gli urlai di tornare subito, dovunque stesse.

Non ti capiterà mai. Sono cose che si leggono sui giornali. Cose che tengono col fiato sospeso l’Italia per un’estate intera. Mio figlio l’ho cresciuto con i valori, il rispetto degli altri, la condivisione, un democratico senso del benessere, il limite tra bene e male. Ha studiato canto con i migliori maestri del conservatorio. E’ controtenore, un timbro rarissimo. Un dono del cielo, aveva detto un critico musicale. Repertorio barocco. Vivaldi, Pergolesi, Bach. Una carriera luminosa assicurata. 

Lui obbediente, premuroso con me, soprattutto dopo la separazione con Giuseppe. Non voleva lasciarmi la sera, per andare alle prove. Sorvegliava la mia solitudine. Troppo, per un ragazzo di sedici anni. Mamma, va bene mamma. Quando mi vedeva triste si sedeva sul mio letto e cantava per me la ninna nanna di Brahms, – Guten Abend, guten Nacht in die Rosen gedacht- e poi mi carezzava i capelli.

Un cruciverba misterioso, la vita dei figli. Diventano altro da noi senza che ce ne accorgiamo. Li guardiamo con gli stessi occhi amorosi, come fossero eterni bambini. Come non potessero diventare mai corpi che desiderino altri corpi, mai destini che cercano altri diversi destini.

Mi sedetti sul letto e piansi, le mani sulla fronte.

 

– Che c’è, mi chiede Eugenio. Non ti ho mai visto così.- Nel buio del palco tenta affettuoso di prendermi la mano. Gliela cedo, lui la stringe, la bacia. E’ elegante nei gesti. Attento. Un vero signore.

– Fac me vero tecum flere crucifixo condolere…- Quando finirà lo strazio di una madre, penso, non finirà mai, andrà oltre le parole, le voci accordate, le viole, i violini, il maestro di cappella, oltre le preghiere e le intenzioni, andrà oltre il corpo del figlio  schiodato dalla croce stretto nelle sue braccia, come il primo giorno che è nato, carne della mia carne sono in croce con te.

Eugenio mi ha porge il fazzoletto. Non mi sono accorta di star piangendo. E’per la voce del controtenore, la musica di Pergolesi, il sussulto del ricordo, la controfigura di Andrea che si aggira sul palco, la madre dolorosa ai piedi della croce, i capelli d’oro sghimbesci  sulla veste rossa, il costato squartato, lo strazio muto davanti al corpo del figlio morto. E’ il mio tempo, il suo tempo che si è fermato tre anni, cinque mesi e quattro giorni indietro.

Eugenio sussurra qualcosa che non capisco. Ha un profumo sordo di verde boscoso, la sua mano bianchissima accarezza la mia. Il suo fazzoletto sa di muschio, lo stropiccio, lo porto alla bocca. Desidero che le lagrime scendano. Che le lame nel cuore si allentino un poco.

 

Monica fu trovata nella tavernetta della sua casa, la testa fracassata, i capelli secchi di sangue. Era domenica mattina, molto presto. Sognavo di immergermi in un fiume piatto, sogno premonitore di lagrime, secondo la cabala familiare. Il telefono squillò a lungo, prima che rispondessi. 

Andrea urlava dall’altro capo di correre subito da lui, era assurdo. Da lui dove? A casa di Monica, vieniiiii, è morta, mammaaaa.- e sembrava come se cantasse. Ho ancora nelle orecchie quelle i e quelle a prolungate, come il suono di una fisarmonica tirata a lungo.

Non so come scesi le scale di casa e misi in moto la macchina. Pensavo al tatuaggio di Monica all’attaccatura del seno. Me lo aveva fatto vedere orgogliosa solo qualche mese prima. Era una farfalla con le ali socchiuse, strette intorno al capo.

-Non ho sofferto per niente!- mi aveva confessato- Solo un pizzicorino!  

E ora la piccola farfalla aveva preso il volo.

Giuseppe era davanti al cancello della casa di Monica. Ci salutammo con un abbraccio. Temevamo. Tremavamo. Qualche giorno prima Andrea era tornato a casa nervosissimo, aveva dato un pugno nei vetri dell’armadio, si era ferito due dita. Mi urlò addosso che aveva trovato Monica con un altro, nella piazza del Duomo, proprio quando lui usciva dalle prove. Si stavano baciando, a tre metri da me, tutte puttane, le donne sono tutte puttane, l’ho presa a schiaffi, quella piccola puttana,l’ho strappata a quel verme fetente della terra, lei mi ha graffiato sul braccio, l’ho picchiata, puttana, un casino. Nessuno mi vuole bene, nessuno, aveva urlato, e si era chiuso nella sua stanza, alzando il volume dello Stabat al massimo. 

– Andrea ti voglio bene, io ti voglio bene- avevo gridato, battendo i pugni sulla porta.- Apri, per piacere, apri. Monica è una ragazzina, certe cose possono capitare…Cerca di essere comprensivo, Andrea…

Lui non aveva risposto. Mi ero seduta nel corridoio, stravolta. Non sapevo ancora che quella musica sarebbe diventata la misura del mio dolore, della sua follia, della nostra lontananza.

Improvvisamente Andrea aveva spalancato la porta.

– Non deve capitare tra due che si amano. Non deve e basta!

– Può capitare. Io e tuo padre ci siamo lasciati perché lui si è innamorato di Fulvia.

 Appunto, una puttana.

– Non è una puttana. Chi si innamora veramente… 

– Tu solo non sei puttana. Perché sei mia madre.- e mi aveva abbracciato piangendo.

 

La verità è che ci sentivamo in colpa io e  Giuseppe. Per averlo cresciuto come un adulto, quando adulto non era. Per essere stati ciechi alle sue richieste d’amore. Per aver litigato davanti a lui, come se lui non esistesse. 

E ora tremavamo. Rosi dal sospetto. Senza dirlo stavamo pensando la stessa cosa. A quando da bambino Andrea aveva scatti così furiosi da rompere la testa dei suoi pupazzi con la forza della sola mano. A quando aveva morso a sangue la babysitter che voleva portarlo a passeggio e lui voleva stare a casa a vedere i cartoni.

Tacemmo. Cercammo Andrea che piangeva, seduto sul marciapiede. Lo abbracciai. Qualcuno della polizia mi riconobbe.Chiesi di vedere Monica. Non mi fecero entrare. Non so chi mi diede le condoglianze. Portai via Andrea, a forza. Lo tenevo per mano. Entrammo in macchina. Tutti e tre. Per l’ultima volta. Il grande evento doloroso aveva riunito la famiglia.   

 

Lo Stabat Mater è finito. Le luci in sala sono accese progressivamente. Gli applausi mi hanno stordito, come sempre. Eugenio ha gridato bravo, al giovane artista che si è inchinato, tenendo per mano il soprano. I capelli rossi si sono mossi come un campo di spighe color sangue. Ero in un angolo del palco, gli occhiali scuri sul viso. Avevo voglia di dare un solo bacio in fronte al controtenore. Nel pensarlo mi sono messa a tremare. Come se la temperatura fosse scesa di colpo e intorno a noi ci fosse neve e ghiaccio, il mondo scivoloso ed incerto del gelo, delle stanze brinate da percorrere nudi, illividiti dalla paura.

Eugenio si è accorto che tremavo. Mi ha abbracciato e baciato i capelli.

-Vieni- ha detto- hai sopportato anche troppo.

Siamo usciti dal palco che cominciava l’intervallo.

– E Vivaldi?

– Era importante che sentissimo Pergolesi.

 

– Fu di sabato santo, i fiori ancora freschi del sepolcro, il Duomo illuminato di candele votive, l’odore di incenso disteso come polvere, che Andrea cantò il suo Stabat Mater. Aveva indossato il vestito nero con la camicia bianca e un papillon di raso rosso, che avevamo scelto insieme nel miglior negozio della città. Aveva i pugni stretti sul petto e gli occhi chiusi, lo vedevo dalla mia quinta fila, immersa in una zona d’ombra che mi ero scelta apposta. Il suo timbro prezioso tenne il filo delle parole, rincorse il lamento straziato del figlio e della madre. Pergolesi sarebbe stato orgoglioso di lui, pensai, mentre le lagrime scendevano scomposte. Stava la madre dolorosa, io ero là, seduta con un velo da lutto sul cuore, certa del futuro che ci aspettava. Per i giorni immobili. Per il canto fermo. Per il silenzio coatto. Per la paura della notte. Per l’angoscia del mattino. Per le albe senza conforto.

Perché la vita si era spezzata e non sapevo più comporla, perché anche quella musica era un lamento insopportabile e la voce limpida di Andrea una beffa del destino.

Quel canto era la sua preghiera di perdono, a Cristo con la faccia in terra.

Andrea si era dichiarato colpevole di aver ucciso Monica, la domenica mattina all’alba, in tavernetta, con una mazza di legno strappata da una catasta. Lo aveva lasciato per un altro, lei glieloaveva confessato. Così, per un altro e lui non ce la faceva a stare senza di lei. 

Non volevo, non volevo, ma una forza sconosciuta ha agito dentro di me, non potevo resisterle, non potevo restare ancora una volta solo. Ho passato un’infanzia a farmi compagnia con le figurine dei calciatori e le costruzioni. Quello che amo, lo distrugge sempre.Perché? Ditemi, perché? A Monica volevo dedicare il concerto. La mia musica, la mia vita.

Poi era scoppiato a piangere.

 

Siamo a casa. Seduti vicini in poltrona. Eugenio beve un bicchiere di vino, mentre gli racconto di Andrea. La mia voce risuona nel salotto ed è cosa nuova, per me.

– Riuscii a convincere il mio collega giudice ad autorizzare Andrea a cantare lo Stabat. Diedi tutte le garanzie, usai tutto il mio potere. Lui cantò come se stesse rendendo l’anima a Dio…Quando il concerto finì, non ebbi nemmeno il tempo di abbracciarlo. Fu portato direttamente in caserma. Ora lo vedo due volte al mese. E ogni volta è sempre peggio.-

Eugenio annuisce. Posa il bicchiere sul tavolino del salotto. Mi bacia la mano. E’ la sua comprensione a commuovermi. 

– Forse dovresti convincerlo a cantare. A intravedere una prospettiva.

– Non vuole niente, dice che la sua voce è arrugginita.- 

Nel cuore le spade ritornano al loro posto, più fisse che mai. 

– Deve passare solo il tempo.- dico per farmi coraggio.

Lui mi accarezza la guancia con due dita. Poi la nuca.

– Il tempo va accudito.- 

Lo guardo senza capire.

– Significa che devi prenderti cura di tuo figlio, anche contro la sua volontà.- Eugenio mi guarda tenerissimo. -Da bambino sono stato molto malato. Una febbre difterica mi stava consumando poco a poco. Neanche l’acqua più volevo bere. Quello che non fece mia madre…Ero già avvolto nelle nuvole, ma lei non si è arresa, chiamò da Bari un clinico illustre…ed eccomi qua. 

– Devo ringraziare lei, allora? 

Lo accompagno alla porta. Lui mi bacia la guancia. Sussurra a domani. La casa è tornata silenziosa. Spengo le luci in salotto. Porto il bicchiere in cucina. Guardo fuori, nel buio. Vado nella stanza di Andrea. Accendo la luce. Procedo incerta, tocco la cornice delle stampe, lo stipite del pianoforte, il portacarte di lino grezzo azzurro.

Gli spartiti sono nella libreria, disposti in ordine alfabetico. Sfilo quello dello Stabat Mater. Lo apro, lo sfoglio. E’ pieno dei suoi appunti a matita. Sui bordi scarabocchi e ghirigori. In un angolo dello Stabat, Andrea ha scritto – Monica sei la mia vita- con la sua grafia grossa, rotonda. 

Mi siedo sul suo letto. Accarezzo il copriletto rosso. Poso la mano sul cuscino, sull’impronta lasciata dal capo.

 

Preghiera In Irpinia

E’ facile essere affascinati da un panorama, quando c’è il sole. I colori rinverdiscono, le ombre sono più corte, la luce delinea contorni di montagne, sagome di paesi. Mi capita sempre quando percorro l’Ofantina bis e arrivo a Cassano: la montagna del Cervialto mi incanta, materna, con la sua sagoma maestosa, appena più sotto appare Bagnoli arroccata e Montella più giù , Nusco di lato appartata, con Cassano , la figlia minore. Ogni volta, quasi senza accorgermene pronuncio “Chemeraviglia”, una sola parola. Vorrei abbracciarla tutta, la montagna, i paesi, la valle, il fiume, le sorgenti, per sentirmi, nel mio corpo, parte di loro.

Oggi pioveva. Percorrevamo l’Ofantina per arrivare a Guardia del Lombardi   per dare un ultimo saluto ad un amico che molto amava questa terra d’Irpinia, da cui non si  era mai staccato e per la quale prodigava tutte le sue energie politiche e mentali. E anche sotto quel cielo scuro di nubi, scuro di cuore, ho pronunciato le stesse parole di stupore, “Chemeraviglia”, guardando le montagne di fronte a me.

E salendo più su, tra le curve del bosco,  dove una mano esperta aveva potato i faggi e raccolto i rami in fascine,  per una strada provinciale piena di fossi, ho sentito, malgrado tutto, questi luoghi “per come sono”, vivi seppur nel loro abbandono. “Siamo tornati indietro, agli anni cinquanta  perché abbiamo perso  anche la speranza del cambiamento. Le occasioni di sviluppo sono andate sprecate.” ha ribattuto  l’amica che guidava attenta, mentre io continuavo a tenere gli occhi fissi sulla rocca,  sul filo di monti, sulla potenza del paesaggio che ci sorvegliava. E al mio dire sulla assoluta bellezza di questi luoghi, sulle potenzialità che avrebbero,  lei mi ha risposto concreta, che non si mangia con il paesaggio e che  niente è stato fatto per far restare i nostri figli in Irpinia. Non una ferrovia, non un’infrastruttura, non una Università, non un solo progetto moderno, futuro. Solo parole, solo tavoli, soldi sprecati e nastri tagliati. Come non darle ragione.

A Guardia ci ha accolto una pioggia fredda, un paese silenzioso, tanta gente nella piccola sede del Municipio, dove c’era la Camera ardente di Giandonato Giordano. Quella sala, dai pavimenti a cementine, dove normalmente si delibera sul destino di un piccolo, splendido, spoglio paese d’Appennino del Sud, era per l’occasione piena di fiori e di pianto. Il vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi ha benedetto la bara e ha aggiunto commosse parole di cordoglio per la famiglia. Ha poi invitato tutti a pregare. Io prego solo in casi estremi, quando la violenza del destino decide di travolgere la vita e non so più arginare i frantumi della ragione. Ho girato lo sguardo dietro di me, mentre il parroco iniziava la lettura di un Salmo. Fuori la piazza di pietra bianca era battuta dal vento, le finestre delle case sprangate, non una persona per la strada. Il vescovo intanto aveva iniziato il Padrenostro. Ho girato lo sguardo e ho visto la gente tenersi per mano. Il mio bisogno di consolazione ha trovato agio in quella stanza, in quella occasione di lutto, e ho pregato, come se fossi una bambina che prega a sera con la sua famiglia, accanto a un camino, un Dio di cui non conosce ancora tutta l’onnipotenza e di cui intuisce l’infinita bontà e saggezza.

E’ stata quella preghiera corale, recitata dai presenti in commossa partecipazione, non solo una preghiera per Giandonato, ma anche per l’Irpinia tutta, perché per essa, per questa terra, sia fatta una nuova volontà.

Al ritorno pioveva fortissimo. Le montagne hanno vegliato il nostro viaggio. La bellezza aiuta, poco, ma aiuta sempre ho detto all’amica. Lei non ha ribattuto e ha continuato a scansare buche dalla strada.

Scrivere di Ornam Pamuk

  Uno scrittore è una persona che trascorre anni nel paziente tentativo di scoprire il secondo essere dentro di sé e il mondo che fa di lui ciò che è: quando parlo di scrittura, la prima cosa che mi viene in mente non è un  romanzo, una poesia o un filone letterario, ma è una persona che si chiude in una stanza, siede a un tavolo e, da solo, si guarda dentro; nel pieno delle proprie ombre, costruisce un nuovo mondo di parole. Quest’uomo, o questa donna, può usare una macchina da scrivere, farsi aiutare da un computer o scrivere a biro sulla carta, come ho fatto io per trent’anni. Mentre scrive, può bere tè o caffè, o fumare una sigaretta dietro l’altra. Di tanto in tanto probabilmente si alza dalla sedia, guarda dalla finestra e osserva i bambini che giocano in strada, e – se è fortunato – gli alberi o un bel panorama, oppure rimira un muro nero. Può scrivere poesie, commedie o romanzi, come faccio io. Tutte queste differenze arrivano solo dopo il compito fondamentale di sedere al tavolo e rivolgersi con pazienza dentro a sé stessi. Scrivere significa trasformare in parole questo sguardo interiore, studiare il mondo che la persona attraversa quando si ritira in se stessa, e significa farlo con pazienza, ostinazione e gioia. Quando siedo al mio tavolo per giorni, mesi, anni, lentamente aggiungendo nuove parole alla pagina vuota, mi sento come se stessi creando un mondo nuovo, come se stessi portando alla luce l’altra persona che vive dentro di me, proprio come si potrebbe costruire un ponte o una cupola, pietra dopo pietra. Le pietre che noi scrittori usiamo sono le parole. Quando le teniamo fra le mani, osserviamo ciò che le collega le une alle altre, le guardiamo da lontano, talvolta le accarezziamo persino con i polpastrelli e la punta della penna, le soppesiamo, le spostiamo anno dopo anno, con pazienza e speranza, creiamo mondi nuovi.

Il segreto dello scrittore non è l’ispirazione, giacché non è mai chiaro da dove essa provenga, il suo segreto è la cocciutaggine, la pazienza. “Scavare un pozzo con un ago” è un delizioso detto turco che sembra essere stato coniato apposta per gli scrittori. Nelle antiche narrazioni, amo la pazienza di Ferhat, che scava le montagne nel nome della sua amata, un sentimento che condivido. Quando, nel mio romanzo Il mio nome è rosso, ho scritto degli antichi miniaturisti persiani che avevano disegnato per anni lo stesso cavallo con immutata passione, memorizzando ogni pennellata, capaci di ricreare quel magnifico cavallo anche a occhi chiusi, sapevo che stavo parlando della professione dello scrittore, e della mia stessa vita. Se uno scrittore deve raccontare la propria storia – raccontarla lentamente, come fosse la storia di qualcun altro – se deve sentire il potere della storia farsi strada dentro di lui, se deve sedersi al tavolo e donarsi pazientemente a quest’arte – a questa attività artigianale – deve prima di tutto avere un po’ di speranza. L’angelo dell’ispirazione (che fa visita regolarmente ad alcuni e solo di rado ad altri) favorisce quanti hanno speranza e fiducia, ed è proprio quando lo scrittore sente maggiormente la solitudine, quando nutre i dubbi più lancinanti sul proprio lavoro, sui propri sogni e sul valore della propria scrittura – quando, cioè, è convinto che la sua storia sia solo la sua – che l’angelo sceglie di rivelargli storie, immagini e sogni che renderanno manifesto il mondo che egli desidera costruire. Se ripenso ai libri ai quali ho dedicato l’intera vita, ciò che mi sorprende di più sono quei momenti in cui le frasi, i sogni e le pagine mi hanno donato una felicità così estatica da farmi persino dubitare che tutto questo fosse frutto della mia immaginazione, che un potere più alto l’avesse trovato e me l’avesse generosamente offerto….A volte, mio padre si allungava sul divano di fronte ai suoi libri, abbandonava il volume o la rivista che teneva in mano e scivolava nel sogno, si perdeva nei suoi pensieri quanto più a lungo possibile. Quando vidi sul suo volto un’espressione completamente diversa da quella che assumeva nel bel mezzo degli scherzi e dei bisticci famigliari – quando vidi per la prima volta i primi segni dello sguardo introspettivo -, capii non senza trepidazione, specie durante l’infanzia e la prima giovinezza, che non era soddisfatto. Adesso, a così tanti anni di distanza, so che questa insoddisfazione è l’elemento essenziale che trasforma una persona in scrittore. Per diventare scrittori, la pazienza e la fatica non bastano: occorre anzitutto sentire l’istinto di fuggire dalla folla, dalla compagnia, dalle cose ordinarie e quotidiane, e di chiuderci in una stanza. Desideriamo la pazienza e la speranza per diventare capaci di creare un mondo profondo nella nostra scrittura, ma è il desiderio di chiudersi in una stanza che spinge all’azione.

Da ” La valigia di mio padre “   Orhan Pamuk                        

Ad Angolazioni il Sud dolente di Sonia Serazzi


Emilia Cirillo: diamo voce alle donne per scoprire il volto nascosto della storia


“E’ un Sud dolente e ancora fortemente rurale, contraddistinto da retaggi del passato, tra luoghi co- muni e pregiudizi, ad emergere dai romanzi scelti per la rassegna An- golazioni. Un ciclo di incontri che sceglie ancora una volta di restitui- re piena voce alle donne”. Lo sottolinea la scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, curatrice del ciclo di incontri ‘Angolazioni’ promosso dall’associazione ‘Paroletranoileggere” insieme ad Anna Catapano. Si comincia giovedì 4 aprile, alle 18.30, presso la libreria l’Angolo delle storie con la presentazione del romanzo di Sonia Serazzi “Il cielo comincia dal basso”, edito da Rubbettino nella collana ‘Che ci faccio qui’ diretta da Vito Teti. “Abbiamo scelto di puntare – prosegue Cirillo – su scritture fuori dal comune. Ne è un esempio il volume della Serazzi. Rosa, la protagonista, si racconta attraver- so un particolare diario che ci coin- volge nella sua vita fatta di piccole cose, di quotidianità, alla ricerca di ciò che è essenziale per esistere e t

Uno dei dibattiti all’Angolo delle storie


amare in libertà trovando il proprio posto nel mondo. Per Rosa questo luogo è un paese della Calabria che vive di relazioni familiari e amicali, di partenze e di ritorni, in cui sco- pre quanto sia bello imparare a fio- rire dove si nasce o si vive, fuori dal- le lamentazioni e dai cliché. Non mancano le riflessioni amare sulla fatica dell’impresa ma esse convivono magistralmente con l’ironia che arricchisce l’originalità della voce di Serazzi”. Un Sud rurale “a cui si affianca la città metropolitana, Napoli, dove la modernità sembra aver spazzato per sempre la civiltà contadina. Ma non del tutto. A chi mi chiede di cosa ha bisogno oggi il Sud, rispondo che ha bisogno di infrastrutture, di mettersi in collegamento con il resto del paese, di smettere di pensarsi ” a Sud di qualcosa “ma di percepirsi in orizzontale, la letteratura ha un ruolo cruciale per promuovere questa consape- volezza. Attraverso la voce delle donne vediamo gli altri aspetti del- la storia, andiamo al di là del già detto. Penso al bellissimo libro di Titti Marrone ‘La donna capovol- ta’, Iacobelli editore, che mette a confronto una docente di filosofia e una badante straniera chiamate al capezzale della madre della prota- gonista, uno scontro che si rivelerà un incontro. Lo presenteremo il 15 aprile. Il 7 maggio Licia Pizzi rac- conterà il suo ‘Piena di grazia”, Ad Est dell’Equatore, a partire dal per- sonaggio di Grazia, la protagoni- sta. Delia Morea presenterà il 21 maggio il suo “Romanzo in bianco e nero”, mentre il 4 giugno Anna Marchitelli illustrerà i suoi ‘Tredici canti’, attraverso le storie dell’ospe- dale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli come lo stesso matematico Cacioppoli”.

@Floriana Guerriero Quoidiano del Sud 2 aprile 2019

Nonna Peppa.

I miei genitori non andavano al ristorante. Era un lusso che non potevano permettersi. Mia madre preparava una sacca con cracker, frutta e panini le rare volte che ci recavamo in gita. Le uniche tavole apparecchiate conosciute erano le sale delle pensioni  al mare, sull’Adriatico, dove si mangiava senza molta etichetta, quasi stessimo in una famiglia allargata.

Da adolescente, perciò, dei ristoranti di Avellino ne sapevo appena l’esistenza. Avevano nomi  tra il nobile e il militare, La corona di Ferro,  il Soldatiello, il Barone, o femminili Rosetta o Sofia, Martella. Accendevano nella mia fantasia immagini di battaglie medievali o di vaste cucine voltate, popolate da donne attente a far vento sotto pentoloni di sugo o di brodo. In verità mangiavo poco, senza troppa voglia, pasta al sugo e fettina, e mi bastava: non capivo l’utilità sociale del ristorante, della necessità di cibarsi fuori casa. Fino a che feci ingresso in un ristorante avellinese e le cose della mia vita presero un altro gusto.

Avevo conosciuto ad una gita scolastica ai laghi di Monticchio un giovane con dolcissimi occhi scuri, dal colorito olivastro, i capelli corvini ricci, un eterna sigaretta tra le mani. Lui faceva l’ultimo anno del liceo scientifico, io il secondo . Disse di chiamarsi Antonio, anzi Tonino, qualche amico  nel pullman però lo chiamò “o cinese”, perché era stato uno dei primi a leggere ad Avellino il quaderno rosso di Mao.  Parlammo tutto il tempo  di libri e di poeti. Amava Pasolini e Parise, Moravia e Camus, autori che non avevo mai letto. Mi colpì per la sua voce, profonda, calma,  e per il fatto che sapeva ascoltare.   

Lo ritrovai qualche tempo dopo al liceo, durante una manifestazione studentesca, di cui era animatore.  Lo ascoltavamo incantati nell’atrio del liceo parlare di scuola democratica, di operai e studenti uniti nella lotta, di autogestione, con la sua bella voce calma e quella gestualità che sosteneva il filo delle parole.  Fu dopo l’assemblea che lo accompagnammo, io e due suoi amici inseparabili,  a casa. Con grande mia meraviglia Tonino non bussò a nessun  portone, ma entrò svelto in un ristorante a piano terra e ci salutò.

Non sapevo di quella trattoria, giù al Macello  e dell’esistenza di  quella strada, via Vincenzo Volpe, STRADA PRIVATA, come si leggeva su un cartello posto all’ingresso. Allora, parlo degli inizi degli anni ’70,  via Volpe sconfinava nella campagna, in un’isca rigogliosa, coltivata a broccoli e ortaggi, con alberi di gelsi e fichi. Era una strada di soli quattro palazzi, due  per lato e pochi negozi. Una salumeria gestita da una donna piccola e precisa, come un punto della Singer, Teresa, una macelleria con un macellaio dal sorriso più sincero e affettuoso che abbia conosciuto,  un bar e una  trattoria, che faceva da angolo, con ben otto vetrine e una rivendita di vini, la trattoria Spina, appunto. Tonino o’ cinese era il figlio dei proprietari.

Successe poi che con Tonino  ci demmo appuntamento al ristorante. Che entrai in quella sala dalle pareti ricoperte di legno e dai tavoli quadrati con tovaglie candide, realizzati da un falegname di Cascia molto in voga   in quegli anni, che fui attratta dal banco delle verdure in mostra sui vassoi,  peperoni agrodolci, zucchine alla scapece, parmigiana di melenzane, melenzane al funghetto, peperoncini verdi con i pomodorini, peperoni imbottiti, funghi trifolati, fagiolini all’insalata, che sentii gli odori di sugo e di arrosto provenire dalla cucina e voci e risate e uno spostare di pentole allegro e mi sentii in un altro mondo, dove il cibo era generosità, prosperità, abbondanza. E mi inoltrai con Tonino per un corto corridoio. Così conobbi la cuoca. Era bassa e alquanto in carne,    occhi   scuri e sguardo sveglissimo,  pelle delicata e olivastra, un gran tuppo di capelli grigiastri e un grembiule bianco, qua e là macchiato di bruno. Aveva fattezze mediorientali, in fondo, proprio come il figlio Tonino. Col tempo avrei scoperto che avevano in comune una sconfinata bontà e un grande amore per il prossimo. C’erano quattro fornelli accesi, contemporaneamente su quella grande cucina industriale, le cappe in funzione, brodi, sugo con carne, sugo senza carne, olio per la frittura , patate già pelate e tagliate a tocchetti per il forno, una montagna di polpette dorate, eppure lei parlava tranquilla con un aiutante, un uomo dagli assurdi pantaloni alla zuava e camicia a quadroni di flanella, e contemporaneamente batteva la carne per le cotolette e controllava ogni cosa, proprio come un generale sul campo di battaglia. Golda Meir vestita da cuoca, pensai,  ritrovando una straordinaria somiglianza con la leader israeliana.

Ci sorridemmo, subito. Disse di chiamarsi Giuseppina, Peppa, come usavano in famiglia.- E questa bella signorina chi è? – Tonino rispose che ero un’amica, e lei insistette a farmi provare una polpetta calda. I denti  disfacevano la crosta per affondare nella polpa di carne profumata di pepe e prezzemolo, morbida, pastosa. Mi guardò e me ne offrì un’altra, sicura di se stessa. Guardai Tonino. Anche lui sorrideva, sornione, come poi avrei imparato nel tempo, col capo leggermente inclinato a sinistra.

Gli anni mi hanno riportato sempre più spesso a via Volpe, in quel ristorante che ha ospitato soldati, agenti di commercio, affezionati avventori, famiglie napoletani in uscita domenicale,   dove una sera Demetrio Stratos, a serrande abbassate, cantò Arbeit macht Frei, e   Anna Identici “Era bello il mio ragazzo”, dove Giorgio Napolitano aveva un tavolino in fondo alla sala principale, in cui i dirigenti del PCI, nazionale e non, erano di casa, tanto che Peppa insegnò ad una senatrice originaria di Andretta, ma che viveva da molti anni a Roma, Giglia Tedeschi, a fare i peperoni imbottiti all’irpina,  aneddoto entrato nelle cronache.

 In quel ristorante si cucinavano soprattutto le pietanze della nostra tradizione: sarebbe stato oggi un ristorante della cultura del territorio, uno di quelli consigliati dallo Slow Food, per capirci. Ma lei, Peppa, o nonna Peppa, come fu chiamata in seguito dai miei figli, cucinava quello che sapeva fare, che aveva imparato dalla nonna e poi dalla mamma, quello la terra produceva nei mesi in cui si produceva, con prodotti che arrivano direttamente dalle campagne avellinesi e aiellesi. Broccoli a Natale, zucchine a luglio, fagiolini d’agosto, melenzane e peperoni d’estate.

Aveva la grazie contadina del racconto, l’arte veloce dell’impasto, la pazienza domestica del tirare la pasta a mano, fusilli con il ferretto, coccetelle arrotolate con un dito, e tutto faceva con una volontà e una dedizione totale. Perché lei , come la Babette del racconto di Karen Blixen , era una vera artista dei rapporti umani e sapeva trasformare i suoi pranzi in uno scambio di doni e di gioia.

 Ma quando entrai quel giorno nel ristorante e la conobbi, non potevo immaginare che quella donna, la cuoca ai fornelli,   che per me allora era solo la mamma del mio amico Tonino, sarebbe diventata un giorno mia suocera, che mi avrebbe schiuso un mondo di valori e persone, semplici, umili, lavoratrici, che mi avrebbe raccontato la vita che si vive, non solo quella che si immagina e si scrive, ma che soprattutto avrebbe  nutrito la mia fame di affetto, che avrebbe amato e nutrito i miei figli, che sarebbe stata per noi l’indimenticabile nonna Peppa.

Giorgio Bassani – L’airone


il compleanno di Giorgio Bassani lo ricordo con alcuni brani tratti dal suo romanzo L’Airone, vincitore del Premio Campiello 1969. Un viaggio in cui i paesaggi della valle del Delta del Po e gli stati d’animo del protagonista, Edgardo Limentani, sono uniti da grandi similitudini. Descrizione di un viaggio verso la morte, fu definito questo romanzo, dallo stesso autore.

Alzò il capo, e si distrasse a guardare fuori dallafinestra. Cupa ma limpida, la luce era ormai piena. Niente nebbia, niente foschia. Sotto la finestra, attiguo quasi al cortiletto terroso dove Bellagamba teneva le galline, vedeva stendersi in prospettiva verticale un pelato, misero campo di football, con le solitarie travi delle porte, alle due estremità, di cui anche di lontano gli pareva d’essere in grado di percepire tutta la grigia, fragile, tarlata decrepitezza. Oltre il campo sportivo, l’intero paese, in pratica: le tegole scure dei suoi tetti, così diverse dai tetti di Ferrara, (più grosse, più irregolari: neanche se fossero state fatte a mano, una per una, ma insieme così simili, così palesemente della stessa famiglia). Ed ecco, là, la piazza, la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice da un lato, dall’altro lato la facciata rossa dellaCamera del Lavoro fra le vetrine ormai illuminate dei due caffè, e in mezzo, quasi su una stessa linea, ben più alte dei tetti delle modeste, basse casette d’abitazione che le affiancavano, le due massicce moli contrapposte dell’ex Casa del Fascio e dello stabile dell’I.N.A.. E poi, più in là, l’ansa del porto fluviale, nascosta, sì, fra le duerive, ma localizzabile a colpo sicuro per via dellealberature emergenti dai barconi da carico, alla fonda nella darsena. E infine, più in là ancora, molto più in là, lungo il nastro asfaltato della provinciale di Ferrara, alte di contro alla fila dipioppi intirizziti che segnava di qua dal Po di Volano il confine nord della Montina, le esili, affumicate ciminiere dello zuccherificio dell’Eridania, e quella, più bassa, dell’idrovora del Consorzio Bonifiche…

Si mise a scrutare anche lui il cielo, nella stessadirezione, e vide quasi subito un uccello isolato che, a un centinaio di metri di quota, stava lentamente avvicinandosi. […l’airone…] Si trattava di un uccello piuttosto grosso: con due ali grandi, molto grandi, però sproporzionate rispetto al corpo che invece era piccolo, gracile. Veniva avanti con fatica evidente, arrancando. Il lungo collo a esse, stretto fra le scapole; le vaste ali marrone, di una pesantezza da stoffa, aperte a tirarsi sotto la pancia il maggior volume di aria possibile: sembrava non farcela a tagliare di traverso il vento, e erano anzi in procinto ad ogni istante di venire travolto, d’essere spezzato via come uno straccio.«Che buffa bestia!», pensò. Lo vide sorvolare adagio il pezzo di laguna che separava la barena dalla botte, e quindi sospendersi a perpendicolo sopra la loro teste: fermo, in pratica, e perdendo via via un po’ di quota.
L’airone si abbassò ancora. Ormai se ne scorgevano le zampe magre come stecchi, tese all’indietro, il becco grande, a punta, la testina da rettile. Di colpo, tuttavia, quasi spossato dallo sforzo compiuto, oppure come se fiutasse qualche pericolo, si rovesciò sul dorso, e, riprendendo quota, in pochi secondi scomparve in direzione del campanile di Pomposa.
Veniva avanti, adesso, sempre più avanti, mostrandoglisi con straordinaria, quasi insopportabile evidenza. Sulla testina perfettamente liscia inalberava per di dietro qualcosa di esile: una specie di filo, di antenna, chi lo sa. Non cadde subito. Lo vide impennarsi, sbattere disordinatamente le ampie ali marrone, quindi sbandare verso l’isolotto da cui erano partite le fucilate. Lottava per sostenersi, per riprendere quota. Ma poi di colpo si lasciò andare, e venne giù come se stesse rompendosi in tanti pezzi. […]/ Credeva che fosse morto e che la cagna si sarebbe avventata a raccoglierlo. Invece no. Appena riemerso, fu pronto a drizzarsi su quei suoi trampoli di gambe, cominciando a muovere in qua e in là la testina minuscola. […] Ancora [l’airone] non aveva capito niente. O tanto poco, che sebbene un’ala, la destra, gli penzolasse lungo il fianco, a un dato punto mosse le scapole come se si accingesse a spiccare il volo. […]/ Inquieto, senza mai smettere di volgere in giro la liscia testa un po’ fatua, da viveur, prolungata dietro la nuca dalla strana, quasi impercettibile antenna filiforme, cercava di raccapezzarsi


Un secondo tipo di lettore

«…Sí, ma esiste un secondo tipo di lettore. È l’isolato sociale – il bambino che fin da piccolo si sente assai diverso da tutti quelli che lo circondano. Questo è molto, molto difficile da scoprire in un’intervista. Le persone non amano ammettere di essere stati degli isolati sociali da bambini. Allora accade che quel senso di diversità venga trasportato in un mondo immaginario. Il quale, però, non può essere condiviso con quelli che ti stanno intorno – perché è immaginario. E cosí il dialogo piú importante della tua vita si svolge con gli autori dei libri che leggi. Anche se non sono presenti, essi diventano la tua comunità»…Secondo Heath, i lettori del tipo socialmente isolato (che lei chiama anche lettori «resistenti») hanno molte piú probabilità di diventare scrittori di quelli la cui abitudine è stata formata. Se la scrittura era il mezzo di comunicazione nella comunità dell’infanzia, è logico che, crescendo, gli scrittori continuino a considerare la scrittura come qualcosa di indispensabile per provare un senso di connessione. Quella che viene percepita come la natura antisociale degli autori «essenziali», che può concretizzarsi nell’esilio di James Joyce come nella solitudine di J. D. Salinger, deriva in gran parte dall’isolamento sociale necessario per vivere in un mondo di fantasia. Guardandomi negli occhi, Heath disse: «Tu sei un individuo socialmente isolato che vuole disperatamente comunicare con un essenziale mondo immaginario».

Sapevo che stava usando la parola «tu» in senso impersonale. Eppure, avevo l’impressione che mi stesse guardando dritto nell’anima. E l’euforia che provai per quella descrizione accidentale di me stesso in polisillabi impoetici fu la conferma della verità di tale descrizione. Il semplice fatto di essere riconosciuto per ciò che ero, di non essere incompreso, si era rivelato, all’improvviso, una ragione per scrivere.

Jonathan Franzen Come stare soli, Einaudi editore.