Nella casa di N. compagna di infanzia

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

Mario Luzi

da Tutte le poesie Garzanti 1993

Atripalda

Ad Atripalda sono nata e ho abitato per i primi due anni. Poi ci siamo trasferiti ad Avellino, ma Atripalda e Avellino sono così vicine che vi tornavamo ogni giorno, quasi, perché continuavano ad abitare le sorelle e la madre di mia madre, le sorelle dell’altra mia nonna, povera, ci aveva seguito quasi in esilio ad Avellino e una folta sparsa parentela. Non ho mai capito quindi perché, con tanti affetti, i miei genitori fossero voluti andare via dal paese per abitare sette chilometri più avanti.

Quando ero bambina Atripalda si raggiungeva facilmente con la filovia, che mio padre non aveva la patente, e quel tragitto, è diventato nei miei ricordi un vero viaggio. La prima fermata della filovia era in piazza Libertà, proprio accanto alla sosta delle carrozze, fermata inconfondibile per quell’improvviso rullio che avvertivo e per l’odore selvatico dei cavalli. La filovia è stata abolita, e anche quel tragitto fin verso Pianodardine, accanto alle vecchie filande, credo ci sia ancora. È rimasto quello più breve, che costeggia la ferrovia e che sfila attraverso la campagna e il fiume Sabato.

Andare con mia madre ad Atripalda era sempre un correre. Non so perché facesse tutto di fretta, forse per quello scappare da ragazza durante la guerra, con la paura in corpo, paura che non l’aveva mai più abbandonata. Solo in un negozio amava fermarsi, in un vecchio negozio di coloniali, Limongelli, dove tra profumi di anice e cioccolata, comprava un cartoccino di cannellino e una busta di caffè macinato fresco. “Quello di Avellino non è così buono” riteneva mia madre. Niente era buono ad Avellino, neanche l’acqua da bere. I cannellini erano una vera leccornia, con quella sottile anima di cannella che restava in bocca, dopo aver succhiato lo zucchero intorno e che riempiva il naso di un profumo intenso, amarognolo.

Mia nonna Anna viveva poco lontana dal Limongelli, a via Cammarota in una strana casa con un portone grande, buio, il selciato di terra battuta e un acre odore di umido e muffa. Il suo appartamento aveva le stanze una dentro l’altra, un pavimento in cotto che traballava sotto i nostri passi, ma era luminosa: si affacciava da un lato sul fiume, dall’altro su un bel giardino interno. Mia nonna ci aspettava in cima alle scale, sempre vestita di nero, un tuppo di capelli bianchi acconciato sulla nuca, gli occhi chiari, chiarissimi, le mani nascoste nelle tasche del grembiule. Emanava luce, mia nonna, per quell’incarnato di perla, per quel suo viso rotondo in cui era calata una malinconia incancellabile. Era nata a Vietri sul mare e vissuta ad Amalfi, e poi, per strani giri del destino, si era ritrovata ad Atripalda, lontana, lei sì, dal suo mare, dalla sua famiglia. Pure quella luminosità di madreperla non l’aveva abbandonata: era questa la sua diversità rispetto agli altri parenti di Atripalda. Ogni volta era una conferma che c’era il mare, oltre le montagne, quando la ritrovavo in cima a quelle scale, appena sorridente, tra l’odore di umido e la luce del giardino.

Atripalda era geograficamente divisa in due dal fiume Sabato, e perché fosse collegata nelle sue parti, erano stati costruiti due ponticelli. Che ad ogni piena venivano scalzati, sicché bastava una pioggia più forte e persistente che Atripalda restava divisa. Malgrado i ponti, per anni ho creduto che il vero paese fosse solo quella parte del fiume dove avevano vissuto mio padre e mia madre, dove a via Rapolla ero nata io, di fronte ad un importante palazzo liberty, all’angolo della strada che porta nella piazza del <tempio maggiore, e alla chiesa madre di San Ippolisto. Proprio nei bassi del palazzo liberty c’era un negozio di cappelli.

Un tempo quel negozio era stata la rivendita della fabbrica dei cappelli del mio bisnonno, Pasquale Gengaro, di cui si legge ancora la scritta in nero, scolorita, sul muro della casa di fronte. Mia nonna si chiamava Bersabea, come la sua nonna materna. Aveva ricamato tutta la sua vita con passione, aperto una scuola di ricamo con diverse lavoranti, che la chiamavano rispettosamente “ principale”, come una proposizione nel discorso. Era piccola di statura, neanche tanto bella, ma aveva piccole mani operose che aveva addestrato a trasformare qualsiasi pezza di lino in un oggetto prezioso. La sua era una scuola di inventiva, di esperimenti, di punti provati e riprovati fino ad ottenere il prodotto che rivelava, inconfondibilmente, la sua mano. Il negozio di cappelli era gestito dalle sorelle Anna ed Ermelinda e da una sua nipote, Ernestina, che è rimasta l’ultima cappellaia di Atripalda. Era tutto un andare e venire, in quel negozio, di pagliette, coppole e Borsalini, impilati gli uni sugli altri, tra cerchi di cartone e spugna. Un grande specchio rettangolare dava profondità al negozio, stipato di stigli di castagno liscio, tutti un po’ in disordine. C’erano sedie a profusione, perché ad una certa ora del pomeriggio, il negozio si trasformava, per essere così privilegiatamene al centro, diventa un salotto di chiacchiere. Mio padre salutava amici e amiche di infanzia, ed era tutto un ridere e ricordare. Una certa Rosaria, che per vivere vendeva pizzi e tomboli e organizzava viaggi mariani, arrivava lenta, implacabile. Con un naso che le correva in bocca, il tuppo mezzo sciolto, la si vedeva da lontano, alta com’era, procedere nel suo grembiule di cotonina, ai piedi pantofole che non levava mai, estate e inverno. Tirava fuori dalla sporta della spesa i suoi pizzi avvolti nella carta velina.” Figlie in fasce, lenzuoli in cascia” ripete come monito. Mia nonna finiva sempre per comprare qualcosa per il mio corredo, più che per generosità che per fiducia nel prodotto.

Era quella parte di Atripalda che andava dalla chiesa Madre fino alle Monache di Clausura da un lato, e la farmacia del dottor Laurenzano dall’altra, il nucleo del mio paese. L’altra parte, la piazza, il convento di san Pasquale, la casa del notaio Sessa, la dogana, il monumento al fante, costituivano elementi di un passaggio frettoloso, i luoghi di una sosta spiacevole, con il freddo o la pioggia, alla fermata della filovia.

Una volta quella piazza mi è sembrata particolarmente belle, avvolta in un colore oro e sabbia di una luce d’agosto, una volta che con mia madre arrivammo un giovedì, a fine mercato, tra bancarelle che smontavano e pezze di seta che venivano avvolte intorno a cilindri di cartone. Fu una visione: nello scendere dalla filovia, la piazza mi apparve un luogo vivo, parte del paese anch’esso e la luce, che batteva sulla facciata della dogana, rimandò sui nostri volti i riflessi color del tufo, facendoci parte del tutto. Vidi il convento dei francescani nascosto tra alberi e cappelle e croci avanzare in quella luce. Fu un capogiro, una rivelazione, quella piazza dalla forma sghimbescia, aperta e varia, mi sembro di polvere d’oro e il fante del monumento mi sembrò, con quel suo dito puntato, indicarmi una strada, un percorso. Quella parte del paese che ignoravo aveva dunque la magia, l’incanto, esattamente cole l’altra a me cara, quella dove vivevano le nonne, dove trascorrevo il mio tempo di bambina tra casse di biancheria e cuscini con rondini intagliate. Ero così persa in quel bagliore che non feci caso al fatto che mia madre, quella volta, non si fermò da Limongelli. Ma ricordo perfettamente che vidi pagliuzze dorate formarsi in cima alle scale, sul viso di mia nonna.

dal Pane e l’Argilla, Filema  editore 1999

La torre del Fanzago e la città vista dal cielo

Pubblico un raccontino uscito sul Mattino anni fa. Avellino meriterebbe stupore e cura.

La scatola del puzzle è stata regalata a Cosimo per il suo dodicesimo compleanno. Non l’ha mai aperta. A lui piace la play station e il computer e i giochi di gruppo e quel gioco è proprio da bambini, aveva pensato ricevendola dalle mani dello zio Mario.
– Quando sarà finito- gli aveva detto sorridendo- potrai far un quadretto e appenderlo nella tua stanza.- Lui aveva ringraziato senza entusiasmo ed era corso a seppellirla tra i libri di scuola e i quaderni. La ritrova per caso, cercando l’antologia di latino nel disordine della sua libreria, ancora nella busta di plastica della cartoleria. E’ curiosità che lo spinge a scartocciare, ad aprire. Duecento pezzi per comporre quel mosaico. La torre del Fanzago, che vede sullo sfondo del terrazzo della sua casa, è ripresa, nei suoi dettagli, obliqua sotto un cielo cupo di nuvole , attraversato da un sottile lampo.
Non gli piace fare puzzle, pensa subito. Richiedono troppa concentrazione, troppo tempo a studiare le tessere e i bordi diseguali per trovare l’incastro perfetto. Ma la foto ha qualcosa di irreale, di magicamente fantastico. Qualcosa visto di recente. Ci pensa e ricorda. Avatar! Il magico albero casa della città di Pandora assomiglia sotto quel cielo denso alla torre dalle colonne tornite. E da là animali volanti possono sollevarsi verso quel cielo.
Così Cosimo mette la foto e i pezzi sul tavolo della cucina. Prova. Immagina di essere un insetto alato che raccoglie le tessere, un pezzetto alla volta, per ricomporre un disegno.
Comincia dai bordi. Dall’azzurro che si incastra nel beige muffito della torre. Dalle modanature rotonde della base. Raccoglie, guarda, prova. Incastra, slarga, riprova. La torre gli viene più facile, sarà per quell’infinità di dettagli, per quella patina verdastra che si è poggiata sulle pietre e che rivela parti differenti.
Ma il cielo è un’ira di Dio di opacità, un colore simile a se stesso in più parti, nel quale si arrovella e si perde. Se non fosse per quella luce bianca, un lampo? Forse o una sottile nuvola di speranza? Ma è davvero così il cielo su Avellino? Scuro e minaccioso come fumo in una grotta? E lui, da uccello fantastico vuole raggiungere il nerastro per aprirlo, per far entrare squarci di sereno. Ma prima deve arrampicarsi sulla torre. Coraggio, trova il pezzetto con i ciuffi di erba. E i rocchi delle colonne, quella a destra è più lunga di quelle a sinistra, magie della prospettiva. Cosimo si porta le mani alla testa.
Che uccello fantastico sei, dunque, hai già le vertigini? Come avresti fatto a saltellare sull’albero casa nella città di Pandora? Chiudi gli occhi per il momento, e riprenditi, sotto di te ci sono case gialline in cemento armato che trasudano umido, nuove mansarde e terrazzini nei piani ricavati dalla ricostruzione, una Dogana che si sgretola insieme alla sua storia, e una piazza a cui di Centrale resta solo il nome. Intorno alla torre è mancanza di voci, di vita, ci sono ancora dopo trent’anni cantieri, alcune aree sono colme di erbacce e fiori selvatici, in altre giacciono antiche lastre di sepoltura protette da lamiere. E’ tutto lasciato così, al tempo, alla muffa, alla memoria ingenua di gente senza potere.
Chissà cosa deve ancora accadere.
L’insetto Cosimo, uccello indagatore, è finalmente attento ai dettagli. Sceglie accorto le tessere e prima di posarle una accanto all’altra, studia i particolari delle lesene, dei capitelli, delle paraste della torre. I fregi in alto sono come dei merletti, pensa, una vera opera d’arte.
E’ sempre più veloce, Cosimo. Incastra sicuro ora anche la materia del cielo, quella più delicata, più uniforme e variabile. Dalla cima della torre, dove si è appollaiato, vede tutta la città in volo. Senza più una forma, pensa e troppo mutevole, con le colline già prese nella rete del cemento e i fondovalli imbrattati di catrame. Adesso basta, spera. E ha un singulto. Come se il lampo promesso dal cielo sopra la torre scaricasse tutta la sua energia sulla città e su Cosimo, insetto compositore di puzzle.
L’ultima tessera incastrata ha una leggera striatura rossa. Cosimo guarda il suo lavoro. Tutto tiene. Ma tutto è tremendamente in bilico!
Per la rabbia accartoccia la foto. Poi la spiana sul tavolo. Non può essere, dice a se stesso. Corre sul terrazzo. La torre è là, ferma sotto un cielo chiaro, con il suo orologio che segna il tempo, simbolo perenne della città. Cosimo fa salti di gioia.
Però, che tipo lo zio, a regalargli quel gioco.

foto di mario perrotta

il mattino 8.02.2010

Ho compreso, colmato di carezze il silenzio

Ho compreso, colmato di carezze il silenzio,
ho trasportato il suo acume dalla tua carità alle mie orecchie,
per non ricusare, oppormi alla tua quiete.
Mi hai portata nella tua mancanza di suono,
nel non dire, tra le pause della tua voce
e mi hai accompagnata fino all’assenza totale dei rumori.
Ho capito l’astensione del parlare,
la muta esistenza del corpo.
Mi hai dato in mano il suo accordo all’abbandono
delle richieste, dei tuoi desideri.
Mi hai consegnato tutto nella tua privazione
e senza rimpianto e senza nostalgia da un giorno all’altro
non hai più detto, non hai proferito, non risposto, non hai capito.
E da lì, dal tuo tempo distante, coerente luogo il tuo,
non hai cambiato silenzio, non lo hai più tradito.
     
Roberta Dapunt
Da le beatitudini della malattia 2013, Einaudi

Ballynahinch Lake

Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
LEOPARDI, Il sabato del villaggio

a Eamon Grennan

Così ci fermammo e parcheggiammo nella rinnovante luce primaverile
del Connemara in una domenica mattina
mentre una luminosità accattivante reggeva e si apriva
e la montagna assoluta rispecchiata nel lago
entrava in noi come un cuneo spinto dolcemente a fondo
nel durame.
Non troppo lontano
ma abbastanza perché il chiasso non si sentisse,
una coppia di uccelli d’acqua zampettava su e giù
senza sosta. D’un tratto quel loro bianco flettersi
che avrebbe potuto essere eccitazione o spasmi di morte
si trasformò in decollo, curve e discese profonde e sicure
sopra l’acqua – non anime che sfiorano i tetti
traducendosi dentro e fuori la casa della vita
bensì sollevatori d’aria, molto più pesanti dell’aria.
Eppure qualcosa in noi si era liberato dall’ingombro
a quella vista, così quando lei si piegò
per girare la chiave la girò solo a metà
e parlò, per così dire, direttamente al parabrezza,
di profilo e pensierosa, con le braccia tese sul volante,
affermando che questa volta, sì, era stato veramente
utile fermarsi; poi corrucciò le sopracciglia da guidatrice
che tremarono un poco quando il motore si accese.

Seamus Heaney

da Electric Light (Luce elettrica, 2001) Traduzione da Luca Guerneri

E TU

E tu dammi la mano

la cara mano tua che mi consola.

Cammina ancora innanzi a me per l’ultimo

tremito, prima della benda. Cela

con la persona il segno,

l’apparecchio di legno e fiele, l’umida

scarpata, in un mattino d’altri. E veda

te che sai e sorridi.

1950

Qui libri, scatole, lettere

e l’apparato scherano dell’avvilita intelligenza;

qui gli angoli acuti del disordine

cartoline che scricchiolano, pastiglie, inviti ai concerti.

Qui due pietose tendine

fra l’interno e l’esterno, il condominio e il cortile. Ecco

le serrande si scatenano e vanno

tortuosi con cautela di carta in carta i gatti.

A Leningrado, vicino alla Nievà,

una sera di pioggia si baciavano una donna e un marinaio.

Mi tornano in mente quei due

quando condanno questa stanza, dove lavoro e invecchio.

1957

Franco Fortini – Tutte le poesie – Mondadori

E ora nella casa


E ora nella casa penso com’è il suo viso,

la svolta della guancia, la sua voce

se qualche volta per sé canta sola

e come nulla, se pianga, la consola.

Ma non sa quanto la mia mente tace

fra le sue tempie di chiusa persona,

né che fra quante passano figure

porta lei sola le ore future.

E se guardiamo i due volti diversi,

i nostri, una giustizia esce dalle paure:

non è in se stessa per morte finita

una vita che spera in una vita.

Queste parole ora dico per lei

che scende con la sua sorte infinita

nel sonno che la quieta,

anima mia da tanti anni segreta.

Franco Fortini

1952

Amelia Rosselli

amelia

Quanti campi che come spugna vorrebbero
arricchire il tuo passato, anche il
tuo presente soffocato.

Quante viuzze del tutto pittoresche
che tu vorresti tramutare in significato

dell’essenza di questa tua sofferenza.

Ma geme nell’essenza della tua sofferenza
un desiderio di sonno e di carne. Oh

come i merli tacciono! Hanno confuso
la tua idea della pace con il tramonto

che offrì ai tuoi occhi penduli solo
un sofisticato sequestro della tua brama
d’essere solo, e te stesso.

Amelia Rosselli,  Documento 1966-1973, Milano, Garzanti, 1976

da Biglietto di Natale

5.
Ho un'attenzione estrema per l'insieme,
l'effetto armonico ( i vini, per esempio, le tovaglie,
la lucentezza immaginata dei cristalli);
mediocremente assiduo, non so come, alle provviste...
Eccomi uscire, dunque, al braccio
una gran borsa a quadri...

sono una vecchia,  traffico,
senza ormai niente di patetico,
dietro certe verdure, certi spiccioli...

neppure il coltello in pugno, il sentire
lancinante la discreta aggressione; temo già
che sdruccioli, perda quota dentro la busta,
moneta senza corso...

( poche parole calde, quanto promettenti; però
i pezzetti incautamente sparpagliati
o mescolati nella carta straccia,
biglietto di natale scritto in rosso)

7.
Poi è venuto l'inverno
e siamo usciti casa...
Così, le cose del passato,
a ripensarci adesso ci viene da sorridere.

Maurizio Cucchi novembre 1977

Vòltess

da “Lünn” (1982)


Vòltess, sensa dagh pés, cume se fa 
quand ch’i penser ne l’aria slisen via, 
vòltess per abitüden lenta, sensa sâ, 
cume quj donn che per la strada i gira 
la testa per un òmm, in câ, o sü la porta, 
vòltess per simpatia d’un rümur luntan, 
o d’una runden sü nel ciel stravolta, 
vòltess sensa savè, per vuluntâ 
d’un quaj penser bislacch, o per busia, 
vòltess per returnà, che smentegâ 
sun mì che dré di spall te rubaria 
quel nient del camenà, quel tò ‘ndà via.

Vòltess

da “Lünn” (1982)

Grazie Vòltati, senza dar peso, come si fa
quando i pensieri nell’aria scivolano via,
voltati per abitudine, lenta, senza senso
come quelle donne che per strada girano
la testa per un uomo, in casa, o sulla porta,
voltati per simpatia d’un rumore lontano,
o d’una rondine su nel cielo stravolta,
voltati senza sapere, per volontà
d’un qualche pensiero bizzarro, o per bugia,
voltati per ritornare, che dimenticato
ci son io dietro le spalle per rubarti
quel niente del camminare, quel tuo andare via.

Franco Loi