Dal Divano di Antonio Prete

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foto: Antonio Prete con Emilia Cirillo e Consiglia Aquino all’Angolo delle storie, Lezione su Leopardi, maggio 2015

I libri che si affollano intorno, su tavolini e piani d’appoggio, sono presenze discrete, quasi sempre amicali : se li apri ti portano con i volti degli autori pensieri per un dialogo che prende respiro nell’aria. Di lettura in lettura, le serate si riempiono di voci. Ecco Gianni Celati con i suoi Studi d’affezione per amici e altri, che ha pagine di grande acume e insieme di affabulatoria levità sulla prosa italiana, dalla storia tumultuante di vita e d’invenzione della novella all’epos cavalleresco alla narrazione che toglie gravità al dire e si fa fantasiosa meditazione sul vivente, come accade a Leopardi e a certi suoi eredi novecenteschi. Ecco La fuga di Andrea e altri racconti di Alceste Angelini, silloge postuma e lieve che mi riporta le conversazioni con il traduttore raffinato ed esigente dei lirici greci, quando ancora le librerie erano luoghi di incontro. Ecco il romanzo di Emilia Bersabea Cirillo, Non smetto di aver freddo, che nella partitura mossa e pensosa ritrae la trama destinale di due fanciulle, Dorina e Angela,  che dal collegio la vita porta su strade diverse e poi le riannoda in un gioco di riflessi e di inquietudini, e tutto questo lungo un narrare che mi riporta certe luci del Sud, certi umori e suoni e l’amaro di una distanza dal sogno.  Ecco, di Luca Baranelli, i ritratti di Compagni e maestri (Panzieri, Timpanaro, Calvino, tra questi), profili sobri e insieme vigorosi nel tratteggio, essenziali e venati di un’affezione che sa captare nel carattere le venature di saggezza.

dal “Divano “di Antonio Prete in L’immaginazione luglio-agosto 2016 Manni editore

Non smetto di aver freddo di Emilia Bersabea Cirillo: storia di un riflesso

Microstorie

 Il gioco degli specchi è la misura prima di qualsiasi esperimento letterario. Qualsiasi forma si scelga per scrivere, c’è sempre uno specchio in cui l’autore si riflette. È un’esigenza di copione perché la parte dello scrittore è quella di chi deve restituire brandelli di realtà, osservata in maniera maniacale, senza che neppure se ne accorga. Emilia Bersabea Cirillo osserva ogni cosa e, ogni cosa afferra, sminuzza, trattiene, rielabora. Ci sono dei momenti in cui vedi proprio le sue mani intente ad impastare scrittura, allo stesso modo in cui Dorina tira la sfoglia mentre riordina i pensieri e, Angela infila pietre per le sue collane, dal taglio differente ma comunque bellissime, per la stessa ragione. Le protagoniste di “Non smetto di aver freddo” sono due donne che si incontrano da bambine, in un orfanotrofio e, a cui suor Gertrude decide di dare vite differenti, distanti. Ma la vita, come la scrittura…

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Libri tanto amati: Emilia Bersabea Cirillo e Cesare Pavese

Ecco il mio libro tanto amato.

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(Foto di Emilia Bersabea Cirillo)

Ho letto la prima volta La luna e i falò che avevo quindici anni. Pavese era uno scrittore di culto, negli anni settanta. Certamente aveva concorso a farlo diventare tale la sua vita conclusa tragicamente, il suo lavoro di consulente editoriale all’Einaudi, la poesia Verrà la morte, il diario Il mestiere di vivere. Tutto quello che aveva scritto Pavese mi aiutò ad interrogarmi, in quell’età acerba, sul senso della mia esistenza. Volevo imparare da lui, così tormentato e solitario, così schivo e ruvido, a trovare risposte al mio stare al mondo. Sembrava impossibile. Eppure per quegli anni lui, con i suoi libri e le sue poesie, fu per me un maestro di scrittura e di pensiero.  Pose la sua terra, le Langhe, al centro della prosa, e il suo paese, Santo Stefano Belbo, divenne un topos letterario. Scoprii che la sua terra e la…

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Al di là dell’abisso di Virginia Woolf

da una lettera a  Vita Sackville-West, 8 settembre 1928

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“…Credo che il punto principale nell’iniziare un romanzo sia di sentire non tanto
che si è in grado di scriverlo ma che esso esista al di là di un abisso che le
parole non possono attraversare; e occorre tirarlo a sé, e solo provando un
angoscia che toglie il respiro. Ora, quando mi siedo a scrivere un articolo, ho
una rete di parole che certamente si poserà sull’idea in un’ora o giù di lì. Ma
un romanzo, per così dire, per essere un buon romanzo, deve sembrare,
prima che si inizi a scriverlo, impossibile da scrivere, ma solo visibile;
cosicché per nove mesi si vive nella disperazione, e solo quando ci si
dimentica ciò che si voleva dire, il libro potrà sembrare accettabile. Ti
assicuro che tutti i miei romanzi erano di prim’ordine prima che li scrivessi…”