Costola sarà lei!

Era un libro che aspettavo, un progetto magnifico, tante scrittrici per un tema attualissimo: la invisibilità delle donne accanto a uomini che la storia ha reso famosi. La mia Monique Bourgeois sarà felice!

Grazie a tutte! In particolare a Saveria Chemotti ideatrice della collana ” Destini incrociati” e del nostro volume “ Costola sarà lei!” che sarà presentato da Annalisa Bruni nell’ambito del festival Carta Carbone, domenica 17 ottobre ore 10.30, presso l’Auditorium Santa Croce di Treviso.

“Costola sarà lei!”
Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, ma, appunto, perché dietro? Dietro, di lato, accanto, alle spalle… per secoli il ruolo delle donne è stato quello di stare al margine, nell’orbita gravitazionale di un uomo. Nate – biblicamente – “da una sua costola”, sono state costrette a vivere di luce riflessa, anche quando avrebbero potuto brillare da sole. Se avessero avuto lo spazio che si meritavano, cosa avrebbero detto? Come avrebbero descritto le loro relazioni?
Da questi interrogativi si sono mosse le dodici scrittrici italiane qui riunite, con lo scopo di ridare parola e voce a storie troppo spesso nascoste perché sottese. Dalla Sibilla Cumana a Lady Oscar; da Monique Bourgeois – la famosa modella di Matisse – a Matilde Serao; da Paolina Leopardi a Daisy Fay, la “ragazza” del grande Gatsby: le donne di questo libro si scostano dalla penombra in cui erano relegate, prendono parola e si raccontano, rifiutandosi di essere solo un’esile eco o un banale riflesso della realtà, per diventare finalmente le vere protagoniste della loro stessa esistenza.

scritti di

Ginevra Amadio, Elianda Cazzorla, Antonella Cilento, Emilia Bersabea Cirillo, Barbara Codogno, Michela Fregona, Loredana Magazzeni, Marilia Mazzeo, Carla Menaldo, Federica Sgaggio, Donatella Trotta, Serena Uccello

Il Poligrafo edizioni Padova.

Il primo gennaio di Eugenio Montale

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Tutte le poesie (Mondadori, 1996)

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Perché restare

Giorgio Caproni

Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io vada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della cìttà è troppo
fitto. lo son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. lo
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima

Non le voglio diverse…(In luogo di prefazione)

Amazzoni, amiche mie di tutta una vita,

in scarpe svariate – calzari screziati –

e scalze le più scapestrate,

in girotondo di canti sbilenco sprezzante

chiassoso a volte stridente

in cerchio tutte a saltare ballare chi il twist

e chi la quadriglia.

Le danze del mondo son sacre

il loro canto cura i malati addormenta i piccini

ma non può ritornarci chi è morto

anche se presto – chissà – imparerà.

Son così belle le amiche ricciute e con trecce a ghirlanda

o rasate a zero

il cranio sfera di avorio lucente

i capelli arruffati, in ruvidi rasta, e morbidi boccoli color del giacinto

su gambe agili – una sulle punte – piroetta

un’altra,

e lei in sedia a rotelle – la segue l’amica

con il bastone a treppiede a causa di un ictus.

Volteggiano giovani, i seni appuntiti,

volteggiano quelle con seni pendenti, giocosi

svolazzano i capezzoli a prugna,

e ragazzette dal seno piatto gioiose volteggiano

velando vergogne con mani a ventagli di aneto…

Io vi amo, amiche mie, per la vostra letizia la fedeltà

per il buono il bene la generosità

per quel senso materno con cui

vi chinate su piccoli e deboli, si tratti di

un topo o una rana

pensa se è un cucciolo di razza umana.

Tanja, Zoja, Larisa, le tre Nataše, Diana, Irina,

Katja-Lena, Tamara, Ilana, Christine e Ganna-Maria,

Nastja, Katja, Kioko… Maša, certo, e Maša quasi mi scordo

perché è così tanto che non c’è più,

che i suoi figli hanno già avuto figli e cresciuto i nipoti…

E di quelle che son dipartite il girotondo si svolge più in alto,

ti basta levare lo sguardo per scorgere

piante gioconde di piedi o pantofole sacre

di morti e il biancore dei loro sudari –

Vera, Katja e Olja, Tamara, Gayane e Marina, Irina

e Nathalie…

Abbiamo vissuto una vita portando in braccio

il nostro e d’altri dolore

ci siamo aiutate a trainare valigie e bare e patate,

piangendo sul petto dell’altra ogni passione-

ossessione,

ogni infedeltà, ogni aborto, i tradimenti, le perquisizioni

e vergognosa l’invidia.

Abbiamo imparato il perdono,

ma prima ci siamo rubate i mariti

e abbiamo peccato e mentito e fatto di tutto

quindi in ginocchio piangenti pregato

chiedendo l’un l’altra e grazia e perdono,

carezze sorelle e amicizia.

Non le voglio diverse, io amo queste sventate,

sapienti, sfacciate,

fidate, ammalianti, fasulle,

stizzose incantevoli e superstiziose,

svampite idiote incallite che insegnerebbero

anche agli angeli in cielo…

Io vi voglio così – e così io vi sono all’altezza.

Ludmila Ulitskaya

“Tra corpo e anima” La nave di Teseo

Irpinia

Il pane e l’argilla.
Amare un paesaggio che non riesce a diventare futuro. Sempre troppe le partenze, sempre pochi i ritorni, “lontananza “ è la parola con cui
Si chiude la “stagione”, settembre è il mese più crudele. I paesi senza paesani si trasformano in fondali di brutti sogni, il vento gonfia le persiane schiuse, la polvere si alza fino si tetti.Ritorna il silenzio, ritorna la solitudine.
Ma ancora c’è tanta passione, tanto attaccamento, tanta sana dignità in chi vive in Alta Irpinia. L’ho sentito ieri, tra Cairano ed Andretta, nella gente con cui ho parlato, l’ho sentita nelleparole dei miei amici poeti, nella commozione della loro voce, al Borgo Castello. Che ne sarà, dunque, di questa terra? Chi continuerà ad abitarla? A curarla? Sarà lasciata spappolarsi nelle frane, o dal movimento di quell’argilla nascerà una forma nuova di esistenza? quante vite, quanti amori, quante voci, quante impronte ancora conoscerà la nostra Irpinia? Io spero tante, ma per queste bisogna affrontare il cuore del problema, aree interne vivibilità, aree interne e servizi, aree interne e reti. E lavoro. Prima di morire, dopo tanti proclami, promesse, progetti, che sono passati sotto questo cielo come nuvole, vorrei vedere qualcosa di concreto. #Hirpinia #laterradellosso #laterradelcielolargo #laterradeifiglipartiti #laterradeipoetidellosso

Cairano vista da Andretta

Vittorio Sereni – due poesie da Frontiera

Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Eugenio Montale

La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi la tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e svuotarsi cosi d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

Narcisi (aprile dopo aprile)

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Ricordi come raccoglievamo i narcisi?
Nessun altro lo ricorda, ma io sì, lo ricordo.
Tua figlia arrivava con le braccia piene, entusiasta e felice,
aiutando il raccolto. Io l’ho dimenticato.
Non si ricorda nemmeno di te. E li vendevamo.
Sembra un sacrilegio ma li vendevamo.
Eravamo così poveri? Il droghiere, il vecchio Stoneman,
strabico, con la pressione che virava al rosso barbabietola
(fu la sua ultima occasione, 
sarebbe morto nella stessa grande gelata in cui moristi tu),
fu lui a convincerci. Li comprava sempre, 
ogni primavera, sette pence la dozzina,
<<usanza della casa>>.

Era un vero lavoro,
sembravamo alle dipendenze di qualcuno, lavoranti
in un vivaio. Tu ti chinavi
sotto la pioggia di quell’aprile – il tuo ultimo aprile.

Li vendevamo destinati ad avvizzire.
Il raccolto s’infittiva più in fretta
di quanto riuscissimo a sfoltirlo.
Finì che ne fummo soprafatti
e perdemmo le forbici dono di nozze.

Da allora ogni marzo continuano a levarsi
dagli stessi bulbi, gli stessi
vagiti dal disgelo
ballerine arrivate prima della musica, scosse da brividi
tra le quinte dell’anno piene di correnti.
Su quella stessa onda lunga del ricordo, palpitanti,
tornano pe dimenticare te china laggiù
dietro le cortine piovose dell’aprile scuro,
che ne recidi gli steli.

Ma in qualche posto le tue forbici ricordano. Dovunque siano.
Qui, chissà dove, le lame aperte,
aprile dopo aprile
affondano sempre più
nella zolla – un’ancora, una croce di ruggine.

– Ted Hughes, da “Lettere di compleanno”
Traduzione di Anna Ravano

Sii paziente

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

Rainer Maria Rilke