Gianni, il maestro semplice che mi insegnò ad amare l’Irpinia

VIA GRAMSCI

Un ricordo di Gianni Celati

Di EMILIA BERSABEA CIRILLO.

Non conoscevo l’Irpinia, prima del 23 novembre 1980. Quella che sarebbe diventata la scena delle mie scritture mi era ancora ignota. Pensavo che il dentro, i paesi dell’interno, fossero bui e neri, poveri e freddi. Volevo aria e mare: Napoli, per dirla in una parola. Se penso a quel periodo, penso che le cose che cominciavo a scrivere non avevano una spina dorsale. Erano prove un po’ amebiche, che non si tenevano in piedi. Mancava un luogo, mancavano i nomi dei luoghi, avevo paura a nominare Avellino, avevo paura ad espormi. Ma poi è venuto il terremoto e le cose si sono capovolte.

Lo scenario dei paesi era desolante: rovine, pietre smosse, un patrimonio storico e abitativo andato in frantumi. Non avevo altro che macerie e crolli e paesi fangosi che scendevano a valle. Ed io ero là, in quel fango…

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Creature

Creature

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La stanza di Mark Strand

da “Il futuro non è più quello di una volta “ trad. Damiano Abeni edizione Minimum Fax, 2006

Creature


Agitu Ideo Gudeta, allevatrice di capre, pastora.
1 gennaio 1978-29 dicembre 2020.
A lei è dedicato questo mio racconto inserito nella raccolta “Rosso” a cura di Emanuela Sica – Delta tre edizioni

Deve capirlo subito Giulietta che quella masseria fuori al paese non è un luogo sicuro. Non ha cancelli, tanto per cominciare, solo un muretto basso di pietra sconciata delimita la proprietà. La casa, poi, non ha una telecamera di video sorveglianza, né finestre con le grate di ferro. E neanche porte con serrature di sicurezza. Insomma tutto a portata di mano, a cominciare dal fienile, carico di mangimi per le mucche, alle stalle, due corpi di fabbrica messi ad elle poco lontano dalla casa, alla cantina, dove non ci sono botti, ma lunghi tavoli di castagno dove si ammassa la pasta per il pane e per i fusilli. Certo, il sentiero per arrivare fin su in montagna è impervio, stretto da sembrare un solco lasciato dalle piogge, e la masseria, un cubo di pietra con due torrette ai lati, non si vede dalla strada principale e neanche dall’Ofantina bis, che scorre tangenzialmente. Non a caso quella proprietà sopra ai monti si chiama “La celata”, nascosta com’è tra querce e faggi. La padrona è una donna di circa quarant’anni, dal viso arrossato sulle gote e la fronte, occhi chiari, verde o forse azzurri, Giulietta non capisce perché la donna le lancia uno sguardo rapido, prima di volgerlo alla casa, mentre si tocca la treccia corta, scura, che tiene ferma con un cordino rosso. Indossa una tuta di ciniglia verde smeraldo, stivali di gomma, intorno al collo tiene avvolto un grande foulard stampato a farfalle. “Vieni, le dice, ti stavo aspettando” e le fa cenno di seguirla fino in casa.

Odore di latte, pensa Giulietta. Che altro potrei sentire, in una fattoria dove si allevano vacche? Ma quell’odore è lievemente acido, nauseante, come se vasche colme di yogurt stessero a prendere il sole. “È sempre così? “chiede Giulietta alla donna. “Più o meno. Dipende dal vento. A volte non si sente. Ma ti abitui. Soprattutto non fa danni.” La donna parla con lieve accento francese, sembrerebbe dal modo in cui arrota la erre. E ha modi eleganti nel preparare il caffè, pensa Giulietta che un poco si vergogna del suo aspetto dimesso, la giacca jeans della mamma, i pantaloni sformati, il foulard con un buco di sigaretta.

“ Donc, sono Adua Secors, sono nata in Somalia, mia madre era italiana, mio padre francese, prima che mi chieda tu.” Parla a voce bassa, con garbo. “Vivo qui da cinque anni, come si dice, un colpo di fulmine, mia madre era nata al paese sotto, Montella. Quando è morta ha voluto essere seppellita nella sua terra, sono venuta e mi sono innamorata.”

Adua parla a voce bassa, versa il caffè nelle tazzine bianche, moderne, mette nel piatto biscotti alla nocciola, “Sono artigianali, fatti a mano” e si siede accanto a lei, sotto la finestra alta della cucina. Se fosse acceso il fuoco sarebbe perfetto, pensa Giulietta, che guarda il camino di pietra vuoto, e immagina  serate di racconti accanto alle braci.

“ Donc, alors.”

Un aiutante di Adua, un ragazzo della sua terra che bada alle mucche, si è dovuto allontanare.

“È partito? “chiede Giulietta, che ha messo la mano sotto al biscotto, per non far cadere le briciole. Adua alza le spalle, scuote la testa. “No. Difficoltà improvvise.”

 Ma dovrebbe tornare tra un mese, intanto giugno è di lavoro, le vacche vanno al pascolo, producono il latte migliore e Adua, ha bisogno di aiuto. Lei ha esperienza?

Giulietta ha bevuto il caffè. Dondola le gambe e si guarda le scarpe da ginnastica già piene di fango. Non ha esperienza, risponde, ma vuole imparare anzi sa che quel lavoro le piacerà molto, giura che ce la mette tutta.

Adua sorride.” Non è difficile, si tratta di considerare le mucche non animali, ma créatures. Noi siamo creature, tutto il mondo, umano e animale, è popolato di creature, con gli stessi diritti alla felicità!”

Giulietta annuisce. Vorrebbe fare tante domande alla donna. Che ci fai qui, tu, non credo ai colpi di fulmine, per i luoghi ancor meno. E la fissa con occhi fermi. Ma un tremito alle labbra tradisce il suo imbarazzo.

Adua sembra capire le sue perplessità.

“Sono una rifugiata, nella mia terra non posso ritornare.”

“Rifugiata, da cosa?”

“Dalla guerra, in Somalia. Avevamo una fattoria, i soldati l’hanno requisita. Di notte, mentre vedevamo l’incendio della nostra casa, siamo scappati.”

Adua si è alzata. Ha raccolto la sua sciarpa con le farfalle intorno al collo. “Alors, viens” e le chiede di seguirla.

Il lavoro di Giulietta consiste nel mungere le vacche al mattino presto, le cinque, precisa Adua, pulirle, e lasciarle uscire. A portarle al pascolo, nel bosco, ci pensano Lorenzo e Michele, due ragazzi del paese che lavorano da lei e dormono nel fienile. Adua glieli indica. Sono al limite della fila di faggi. Adua li chiama. Loro agitano le mani.

E poi? Chiede Giulietta, tutto qua?

Intanto c’è da sistemare la stalla, raccogliere il latte nei bidoni, consegnarlo al camioncino che passa per la raccolta, cagliare quello che serve per i formaggi.

Giulietta capisce che non è un lavoro facile, per lei che dorme fino alle nove e che non sa nulla di pastorizia. “Faccio una settimana di prova.” propone ad Adua.

“A me serve almeno un mese, ma vedi tu.” La donna stringe il cellulare nella mano. Guarda un messaggio che è arrivato, risponde frettolosa, poi fa sparire il telefono nella tasca del grembiule.

Adua fa entrare Giulietta nella stalla. Un ambiente rettangolare, moderno, che prende luce dall’alto.  Le vacche sono al loro posto, distinte secondo un numero crescente. Mansuete, i grandi occhi buoni, emettono suoni che sembrano lamenti, gorgoglii, rigurgiti. L’odore è forte, un caldo odore di stallatico che prende allo stomaco. Difficile resistere. Giulietta ritorna sulla porta. Ha bisogno di aria. Si scontra col corpo di un ragazzo, che è fermo, sulla soglia. La sua maglietta di cotone nero ha odore di sudore, acido, di fumo di erba. La sua bocca è rosea, la sua barba spunta rossa, sul viso. “Accorta” dice “ che, non ti senti bene?”

Lei non risponde, ha la mano sulla bocca. Lui si scosta di lato, in tempo per sottrarsi al vomito di Giulietta.

“Adua, e questa dovrebbe sostituire Zeembo?”

“ Zeembo è andato via. E lo sai, non lo voglio più, qua.”

Il ragazzo porta le braccia conserte.

 “Ma potrebbe tornare e chiederti scusa. “

“Non voglio scuse da nessuno.”

“Ma questa ragazza, la vedi, non è cosa sua!”

“Farà una prova, poi decide.”

Giulietta cerca un fazzoletto di carta, per pulirsi. Una mano di maschio le allunga uno Scottex. Lei lo afferra, cammina più o meno eretta, respira lentamente. Ha sentito la conversazione. Non è cosa sua, ma ci proverà.

È buio, al mattino, quando Adua l’aspetta davanti la stalla. La donna sceglie la mucca che sta difronte alla porta, dove l’aria arriva diretta. Adua cerca uno sgabello piccolo, poggia la testa sul fianco di una mucca, afferra le mammelle rosse e le spreme. Uno, due, due, uno, le dita di Adua vanno a ritmo, veloci, Devi fare piano, ma decisa, loro hanno un corpo come il nostro, non credere che sono diverse. Hanno bisogno di dolcezza.

Giulietta prende uno sgabellino dalla pila accanto alla greppia. Si siede vicino, fa come le ha mostrato Adua alla mucca numero tre. Ha coperto i capelli con il suo fazzoletto, non vuole  trovare i peli della vacca nel suo pettine. Nella stalla è odore forte di paglia bagnata di piscio, ma lei lo sopporta. Afferra le mammelle calde della vacca e stringe, il latte cade nel secchio. Fuori il buio si è appena colorato di rosa. La porta della stalla sbatte. Adua si alza. Accende anche l’altra luce.

Così vediamo meglio, dice, e si siede davanti al numero quattro.  Nella stalla è fiato caldo, tintinnio di braccialetti, la voce di Giulietta che canta una vecchia canzone di Loredana Bertè, Sei bellissima.

In due ore hanno finito.

Sono appena le sette del mattino e sembra che sia già trascorsa l’intera giornata. Giulietta non sa che fare, in mezzo a quel latte nei secchi. Adua è ritornata in casa. Ha ricevuto una telefonata. Parlava una lingua sconosciuta, forse il somalo, ha pensato Giulietta, ma l’ha sentita alzare la voce. E sbuffare forte, quando ha chiuso il telefono. Le ha chiesto se andasse tutto bene. Lei ha risposto “Levarsi davanti un uomo è più difficile che trovare asilo!” e Giulietta ha pensato subito a Zeembo, pur non conoscendolo.

I due ragazzi vengono a prendersi le vacche. Quello con la barba rossa si chiama Lorenzo.  Le dice che deve stare ad aspettare le donne, puliranno la stalla, insieme. Quello che le ha passato lo Scottex, riconosce   il bracciale di pelle e il tatuaggio con il serpente, dice di chiamarsi Michele. Giulietta lo guarda in viso. È bello, pensa, Dio come mi piace, così biondo e azzurro, con quel sorriso che sembra un angelo.

Anche lui la guarda, fissa il fazzoletto colorato che ha sui capelli, girato all’indietro come quello delle contadine, i capelli neri che sbucano ai lati le vanno sulle ciglia, il sudore che le corre dalla fronte fino alle labbra,  gli occhi scuri che sembrano bruciare, la tuta attaccata alla pelle.

Cosa hai da guardare? Chiede Giulietta.

Michele non risponde, fa slittare la porta scorrevole della stalla fino in fondo. Con un fischio le vacche sono fuori, una struscia Giulietta, che fa un salto indietro, per lo spavento.

Michele si mette accanto a lei, con un bastone sottile in mano.

“Allora, ti sta piacendo?”

“Cosa?”

“Toccare le zizze alle vacche.”

E mette le mani a coppa per toccarle il seno. Lei gli blocca la mano. Lorenzo lo chiama “ Miche’ ,jammo!” Lui se ne va, ma prima si volta a guardarla, di nuovo.

Giulietta aveva risposto ad un annuncio, pubblicato su “trovalavoro”. Cercasi aiuto estivo in masseria, massimo due mesi. No referenze, solo buone intenzioni. 

 A lei, purché potesse andare via da Napoli, andava bene tutto. Viveva in un appartamento prestato per un mese da un suo amico e doveva lasciarlo. Due stanze, bagno e cucina ai Cristallini. Non ne poteva più delle liti che sentiva la sera accendersi tra donne gelose. Giulietta era a Napoli per studiare chimica, aveva finito gli esami, le mancava solo la tesi, ma non voleva tornare al paese. Avrebbe avuto il mare, di fronte casa, e il giardino di agrumi sotto il terrazzo, ma sua madre aveva perduto la memoria, ed era come non averla, quella casa e il paese. Il padre e il fratello le avevano giurato che stava molto meglio, ma lei sapeva bene che la coprivano di bugie, per non farla preoccupare. Aveva perciò comunicato che andava un mese nelle montagne dell’Irpinia, sopra Laceno, a imparare a fare i formaggi. Aveva raccolto le sue cose nello zaino, scarponcini, tute, cappello, impermeabile, tutte in ordine, strato su strato. Quando aveva finito, aveva provato il peso dello zaino sulle spalle. Poteva farcela.

È magra, Giulietta, alta nel giusto, ha gli zigomi troppo pronunciati, che sembra un po’ asiatica. È magra da avere un seno da dodicenne, appena abbozzato, e mani e gambe sottili, e unghie delle mani morsicate a sangue. Il padre ha ascoltato ma non ha approvato. Lei ha promesso di tornare massimo per la Madonna del Carmine, ad Agnone, per l’onomastico della mamma.

“Giulie’, ma tu sei sicura che sai stare con le mucche? “le ha chiesto il padre, che è avvocato e che non ne ha mai vista una da vicino.

“Ci provo, al massimo torno un poco prima.”

E ora si chiede, mentre vede le vacche arrivare alla linea dei faggi, sente Massimo e Lorenzo fischiare per tenerle unite, se davvero vorrà restare. Non è una vita per lei, lo sa bene. Così isolata, lontana da tutto e tutti, con un cellulare che prende di rado la linea e quella casa senza un cancello. Se non fosse per Adua, quella donna le piace, da lei potrà imparare qualcosa, lo sente, sarebbe già in macchina, pronta a prendere la strada per Agnone.

È di sera che ha paura, in casa solo lei e Adua, sotto la pergola. I ragazzi, dopo il lavoro, scendono di solito a Bagnoli, cenano con le famiglie e ritornano alla masseria verso le nove. Adua resta fuori a fumare una sigaretta, Giulietta legge un romanzo che ha trovato in casa. L’uomo che piantava alberi, di Jean Jomo. Il buio intorno a loro è totale, la sera, se non fosse per quelle lampadine che sembrano di Natale, che si accendono in serie sui rami degli abeti.

Ogni rumore che viene dal bosco la fa sussultare, ogni verso di uccello o di animale la mette in allerta. Adua sembra non farci caso. Dice che lei è impressionabile e che deve abituarsi. In montagna è così.

Ma quella sera no, è passata una sola settimana, che si sente vicino un rumore secco, di vetro, uno sportello che viene sbattuto. Giulietta balza dalla sedia, Adua le tiene la mano. Stringe le labbra, che può essere?

Chi è? Michele, Lorenzo? la voce di Adua fluttua nel buio. Nessuna risposta. Forse passi, verso il bosco, sussurra Giulietta, non ha sentito un ramo spezzato?

Adua prende il telefono, chiama i ragazzi, chiede dove sono, presto, prestissimo, grazie. Arrivano dopo cinque minuti. Erano giusto all’ultima curva. Hanno tute pesanti, scure, e un berretto messo con la visiera all’indietro.

 Sotto la pergola, Adua racconta del rumore e dello sportello. I due ragazzi giurano di non aver incrociato nessuno, sulla strada. Ma si offrono di dormire in casa, quella notte. A piano terra Lorenzo. Al primo piano Michele. Nella stanza accanto a quella di Giulietta, propone Adua, perché è lei che sta tremando di paura, la vede?

La notte del settimo giorno, così Giulietta ricorderà quella notte, dormono poco tutti. Lei si volta nel letto, sente rumori da basso, e fuori, dal bosco. Ha imparato almeno questo, a riconoscere il silenzio. C’è un silenzio tranquillo,  il mondo in equilibrio, lei lo sente, perfetto e il suo corpo di adegua al benessere, come se bevesse cioccolata calda accanto al fuoco,  c’è un silenzio inquieto, somma di rumori, che viene dopo tempeste, urla, vocii, un silenzio che contiene rimasugli di tutto e invoca di non volerne più di suoni disperati, un silenzio strisciante, fatto di frammenti, interruzioni, sommatorie di vocalizzi e sussurri, quello che le fa più paura e la fa stare in allerta.

Nessuno dorme davvero, e all’alba lei è la prima a scendere in cucina, prepara il caffè, apre la porta di casa e corre fuori. Nessuna ombra, solo il parabrezza della sua Panda color oliva, per altro di seconda mano,  distrutto, il sacco a pelo e le scarpe da montagna che aveva lasciato sul sedile di dietro, scomparse.

“Qualcuno ti sta dicendo di andartene.” commenta Michele.

“Perché mai?”

“ Forse perché teme che tu possa restare per molto tempo.” Interviene Lorenzo.

“Lei sta qua per un mese, massimo a metà luglio deve andare via.” spiega Adua, che è scesa ancora in pigiama.

“Se do tanto fastidio, me ne vado anche subito.”

“ Dove, con il vetro a pezzi? Devi restare, ora porto la macchina giù al paese, per ripararla.”

Adua fa cenno di si. “ Porta pure lei, dovesse servire qualcosa.”

“Chiama i carabinieri” suggerisce Giulietta.

“ A che serve? Faccio una telefonata, che dici Lorenzo?” Si porta le mani alla treccia, l’arruffa un po’, scioglie il laccio, lo rimette stretto, ma storto.

“ Se questo basta a farlo stare a posto suo, certo. Ma Zeembo non si rassegna, lo sai.”

Fortuna che è giugno e l’aria che arriva in faccia rinfresca. Michele guida lentamente, Giulietta guarda la valle che ad ogni tornante appare, frastagliata di case, un monastero su una montagna sembra un ricciolo di sabbia umida sulle costruzioni che faceva da bambina, in spiaggia.

Michele sta in silenzio. Alla sua domanda su chi è Zeembo, lui non risponde subito.

E’ in paese, dopo aver lasciato l’automobile dal carrozziere, “ Ci vuole almeno un’ora, Miche’, vatti a prendere un caffè con la signorina!” che il ragazzo parla.

“ Zeembo è, diciamo, il socio in affari di Adua. Ma non solo, è anche il suo ragazzo, anche se è un termine strano, Zeembo ha più di quarant’anni.”

Il caffè della piazza è affollato, ai tavolini , tutti occupati, uomini che giocano a tresette. Molte voci, rumori di sedie, vapore, tintinnio di cucchiai. Le vetrine del caffè sono piene di bottiglie di liquore, barattoli di crema al tartufo, marmellate di castagne. La montagna è generosa, dice Michele, le donne del paese bravissime a preparare ‘nginetti e le indica dei dolci come ravioli, ripieni di crema di castagne e rum, fritti e cosparsi di zucchero a velo.

Giulietta si siede, morde un dolce, vuole sapere perché Zeembo è andato via.

Michele mangia dolcetti, fa finta di non sentire. Ma lei gli urla nell’orecchio, sente il suo odore di stallatico, svaporato. Un odore che le arriva al cuore.

“ Zeembo ha rubato i soldi della raccolta del latte e della vendita del formaggio, di un mese. Adua lo ha accusato, lui si è difeso, le ha detto stronza puttana italiana,  lei ha preso il forcone, stavano nella stalla, e lo ha cacciato. Adua sperava che lui le restituisse i soldi, ma la sera stessa è sparito, con tutti i denari.

“ Non ha paura che torni?”

“ Quello? Non credo, Adua lo ha denunciato. Ha dovuto chiedere un prestito, in banca. Mantenere le vacche, costa.”

“Potrebbe essere stato lui, allora, ieri sera?”

“Chi lo sa. Adua lo ama, a quel miserabile. La vedi che è sempre attaccata al telefono?”

“È bello?”

“Mah, bello. Voi donne avete dei gusti strani. Certamente non passa inosservato, ma non ha capelli, raso raso, e poi ha una voce sgradevole. “

Giulietta guarda Michele. Quegli occhi azzurro lago, quel suo sguardo dolcissimo e freddo, e i capelli così biondi, da sembrare tinti.

“Tu sei bello. E hai una bella voce.”

Michele arrossisce. Si vede che non è abituato ai complimenti. Ma le sorride e le prende la mano, sotto il tavolino.

Si danno appuntamento la sera, nel fienile. Stanno sicuri, là dentro, tra le balle e i mangimi. Lui non andrà a casa a cenare. Resterà con loro, con la scusa di fare la guardia. Si fa prestare un bastone dal carrozziere, ora che la macchina è pronta, Giulietta ha pagato cento euro, praticamente un salasso, possono salire alla masseria. Il carrozziere offre un bastone anche a Giulietta, non si sa mai, una vipera, tra i boschi. Giulietta ride, lo accetta, promette che glielo riporta a fine mese.

La masseria è in silenzio, le vacche sono al pascolo, ma si intravedono tra i faggeti che ruminano, immobili. Adua è nella stalla. Ha munto solo la metà delle vacche. Le altre si lamentano, hanno le mammelle piene. È la prima volta che Giulietta sente il loro pianto. Da spezzare il cuore.

La sera, nel fienile, Michele l’aspetta accanto la porta. Arriva poggiandosi al bastone che gli ha dato il carrozziere. E’ inquieta, il buio la turba sempre un poco, si scusa.  La prende per mano, in silenzio, le traccia il percorso con la pila. Ha preparato un letto come meglio sa fare, nel suo angolo c’è una bottiglia di vino freddo, due bicchieri, una cassetta di frutta capovolta che usa come comodino. Ha fatto la doccia, profuma di bagnoschiuma all’avena, lo stesso che compra lei, al supermercato. Giulietta si muove appena, nell’angolo d’ombra. Ha una camicia leggera, bianca, e un pantalone corto, blu. Nel fienile è caldo, malgrado siano aperte le porte da entrambi i lati per fare corrente. Le labbra di Michele sono come voleva, morbide, ferme, e la lingua la cerca subito, nella bocca, lei aderisce al suo corpo e chiude gli occhi. Michele la corica sul letto, senza staccarsi da lei.

Ma una luce, debole, come di torcia scarica, avanza dalla porta del retro. Passi pesanti, due balle scaricate a terra, sospiri. Michele tappa la bocca a Giulietta. Lei è stretta a lui. Riescono a vedere la scena, ritagliata tra due file di balle.

“Sono qua, vieni”. E’ la voce di Zeembo, sussurra impercettibile Michele. Dopo neanche un minuto sentono i passi. “ Allora, che hai da dire?” è Adua, un poco ansimante.

“ Mi stai cercando. Eccomi.”

“Non voglio te, voglio i miei soldi.”

“Tu vuoi prima me, e dopo i soldi”

Zeembo tira Adua, a sé. Ma lei non vuole, fa un passo indietro.

“Che c’è, non ti piace più?

“Dammi quello che mi devi dare e sparisci.”

Zeembo proietta un’ombra lunga, così di spalle. Le sue braccia avvolgono Adua, ma lei grida di andarsene. Non lo vuole, non lo vuole più.

“E invece dici solo bugie, perché voi siete bugiarde, voi, tutte le donne!”

“Avevo fiducia, in te. Credevo che stavamo costruendo qualcosa, insieme. Ho sbagliato. Tu te ne vai, questo che ho non ti appartiene!”

Giulietta tocca Michele, lo implora con gli occhi. Lui le tiene ancora la mano sulla bocca. Zeembo non è un tipo da affrontare, a mani nude.

L’uomo insiste, la vuole, la vuole, non ha fatto che pensare a lei tutta la settimana, nascosto in paese, in una casa abbandonata. Lui non può vivere senza la sua Adua, se ne facesse una ragione. Ma la donna resiste, non vuole, non vuole, non vuole. Poi il rumore, come di pietra che rompe una sedia, come un martello che spacca qualcosa. La voce si Adua svanisce, un corpo cade per terra, poi silenzio. Giulietta non resiste. Deve andare.

Sguscia dalle braccia di Michele, cerca nel buio di non sbattere nelle balle di fieno, la scena che è davanti ai suoi occhi è di un corpo nel sangue, quello di Adua, la testa colpita a morte, il volto squarciato e di un uomo dalle spalle possenti e il culo nero che agita il suo corpo su di lei. Michele è nell’ombra di Giulietta, che si tiene la testa e si gira, l’uomo è troppo preso dal suo orgasmo per sentire il colpo di bastone che cala sul collo, inferto dalla giovane donna. Si accascia sul corpo di Adua, sporca le mani del sangue della donna che diceva di amare. Giulietta si accoccola su sé stessa, piange, la testa tra le mani, il bastone rotola fuori,

“ Un animale, proprio un animale!” urla Michele.

“ No, gli animali sono creature.” farfuglia Giulietta. E il viso di Adua le appare ricomposto, fiero come la prima volta che l’ha conosciuta.

Il mondo intorno a loro non contava

Il mondo attorno non contava,
né la tormenta che monotona ululava,
o che nella bucolica magione stessero
allo stretto e per loro non ci fosse altro tetto.

Intanto erano insieme.
E in tre per giunta, la cosa principale,
da ora avrebbero spartito in modo eguale
i doni almeno, nonché cibo e imprese.

Il cielo invernale sul rifugio era chino
come accade a ciò che è grande col piccino,
vi brillava una stella − ormai non poteva sfuggire
allo sguardo del bimbo, lo doveva seguire.

Il falò divampava, il ceppo si consumava ardente;
era calato il sonno. Non già per il superfluo riverbero
fulgente l’astro si distingueva tra schiere di sorelle,
quanto perché rendeva la terra prossima alle stelle.

25 dicembre 1990

© Iosif Brodskij, Il mondo attorno non contava, in Poesie di Natale, trad. it. di Anna Raffetto, Milano, Adelphi, 2004

41 e sentirli tutti

Oggi avrei voluto ricordare diversamente i 41 anni dell’anniversario del 23 novembre 1980, data di un terremoto violentissimo che spezzò i già fragili destini di un’Irpinia e delle zone interne dell’Appennino del Sud. Avrei voluto aprire la finestra e trovare un cielo pulito, tanto per cominciare, aria respirabile, facciate di condomini decorose, aiuole curate. Avrei voluto sentire i rintocchi della Torre dell’orologio segnare il tempo e quello delle campane del Duomo rispondere, in un dialogo proficuo, quasi a richiamarci sulla collina della Terra, a pregare per le vittime e a raccoglierci in silenzio. Girando lo sguardo intorno, avrei voluto vedere una quinta alla piazza, i palazzi ricostruiti , botteghe, movimento, vita, fiori ai balconi e persiane aperte. Scendendo poi in piazza Amendola mi sarei volentieri infilata nella Dogana restaurata,( dopo trent’anni imprigionata nei ponteggi se lo merita!) un giardino e uno spazio centrale dove poter far mostre e concerti e mi sarei trovata circondata da giovani, industriosi imprenditori che desiderano qui vivere , restare e lavorare per la loro terra. Andando in giro, dopo 41 anni, mi sarebbe piaciuto trovare una città ricostruita secondo una logica anche conservativa oltre che premiativa, una città viva, produttiva, positiva, progettante, capoluogo pensante di un’Irpinia popolata ( basta emigrare! Anzi venite ad abitare da noi!) e modernamente agricola. Ecco oggi avrei voluto dire, sono passati 41 anni abbiamo sofferto, abbiamo pianto, raccolto le pietre delle case e dei portali, quelle belle pietre scalpellate ad arte, le abbiamo riportate al loro posto, ricomposte, nel nostro sogno di territorio da curare, abbiamo visto la città conclusa e ci siamo rialzati. Vedete come siamo diventati? Operosi, ordinati, diligenti! Abbiamo finalmente una città che è uno specchio di pulizia e di rigore svizzero, una metropolitana leggera che ci collega in lungo e in largo, una ferrovia che ci porta in un clic a Napoli e Salerno, ospedali dove si entra malati e si esce sani e assistiti, scuole rimesse a nuovo, marciapiedi senza buche, mercati e mercatini, caffè splendidi, luoghi di accoglienza per i giovani, teatri e musei. Avellino ha riscoperto la sua funzione territoriale, è la città del vino Fiano, del Greco e dell’Aglianico , eppure non si vaneggia da ubriachi e si sognano archistar che piovono dal cielo, ma sobriamente si realizzano opere per ottenere il buon governo della città. E voi che postate su Fb foto di 41 anni fa , macerie e bare, Paesi in polvere, paesaggi con rovine , sappiate che tutto quello è solo uno straziante ricordo ! Ma , sappiate anche che non si possono aggiungere altre immagini e niente più parole alla vergogna di questi 41 lunghi anni di speranze e sperpero, di un passo avanti e due indietro per chi ha vissuto qui credendo che qui fosse il suo posto e la sua casa e che bisogna fare meglio, subito, oltre che presto, perché il tempo della pazienza e della malinconia consolatoria è finito.

Costola sarà lei!

Era un libro che aspettavo, un progetto magnifico, tante scrittrici per un tema attualissimo: la invisibilità delle donne accanto a uomini che la storia ha reso famosi. La mia Monique Bourgeois sarà felice!

Grazie a tutte! In particolare a Saveria Chemotti ideatrice della collana ” Destini incrociati” e del nostro volume “ Costola sarà lei!” che sarà presentato da Annalisa Bruni nell’ambito del festival Carta Carbone, domenica 17 ottobre ore 10.30, presso l’Auditorium Santa Croce di Treviso.

“Costola sarà lei!”
Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, ma, appunto, perché dietro? Dietro, di lato, accanto, alle spalle… per secoli il ruolo delle donne è stato quello di stare al margine, nell’orbita gravitazionale di un uomo. Nate – biblicamente – “da una sua costola”, sono state costrette a vivere di luce riflessa, anche quando avrebbero potuto brillare da sole. Se avessero avuto lo spazio che si meritavano, cosa avrebbero detto? Come avrebbero descritto le loro relazioni?
Da questi interrogativi si sono mosse le dodici scrittrici italiane qui riunite, con lo scopo di ridare parola e voce a storie troppo spesso nascoste perché sottese. Dalla Sibilla Cumana a Lady Oscar; da Monique Bourgeois – la famosa modella di Matisse – a Matilde Serao; da Paolina Leopardi a Daisy Fay, la “ragazza” del grande Gatsby: le donne di questo libro si scostano dalla penombra in cui erano relegate, prendono parola e si raccontano, rifiutandosi di essere solo un’esile eco o un banale riflesso della realtà, per diventare finalmente le vere protagoniste della loro stessa esistenza.

scritti di

Ginevra Amadio, Elianda Cazzorla, Antonella Cilento, Emilia Bersabea Cirillo, Barbara Codogno, Michela Fregona, Loredana Magazzeni, Marilia Mazzeo, Carla Menaldo, Federica Sgaggio, Donatella Trotta, Serena Uccello

Il Poligrafo edizioni Padova.

Il primo gennaio di Eugenio Montale

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Tutte le poesie (Mondadori, 1996)

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Perché restare

Giorgio Caproni

Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io vada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della cìttà è troppo
fitto. lo son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. lo
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima

Non le voglio diverse…(In luogo di prefazione)

Amazzoni, amiche mie di tutta una vita,

in scarpe svariate – calzari screziati –

e scalze le più scapestrate,

in girotondo di canti sbilenco sprezzante

chiassoso a volte stridente

in cerchio tutte a saltare ballare chi il twist

e chi la quadriglia.

Le danze del mondo son sacre

il loro canto cura i malati addormenta i piccini

ma non può ritornarci chi è morto

anche se presto – chissà – imparerà.

Son così belle le amiche ricciute e con trecce a ghirlanda

o rasate a zero

il cranio sfera di avorio lucente

i capelli arruffati, in ruvidi rasta, e morbidi boccoli color del giacinto

su gambe agili – una sulle punte – piroetta

un’altra,

e lei in sedia a rotelle – la segue l’amica

con il bastone a treppiede a causa di un ictus.

Volteggiano giovani, i seni appuntiti,

volteggiano quelle con seni pendenti, giocosi

svolazzano i capezzoli a prugna,

e ragazzette dal seno piatto gioiose volteggiano

velando vergogne con mani a ventagli di aneto…

Io vi amo, amiche mie, per la vostra letizia la fedeltà

per il buono il bene la generosità

per quel senso materno con cui

vi chinate su piccoli e deboli, si tratti di

un topo o una rana

pensa se è un cucciolo di razza umana.

Tanja, Zoja, Larisa, le tre Nataše, Diana, Irina,

Katja-Lena, Tamara, Ilana, Christine e Ganna-Maria,

Nastja, Katja, Kioko… Maša, certo, e Maša quasi mi scordo

perché è così tanto che non c’è più,

che i suoi figli hanno già avuto figli e cresciuto i nipoti…

E di quelle che son dipartite il girotondo si svolge più in alto,

ti basta levare lo sguardo per scorgere

piante gioconde di piedi o pantofole sacre

di morti e il biancore dei loro sudari –

Vera, Katja e Olja, Tamara, Gayane e Marina, Irina

e Nathalie…

Abbiamo vissuto una vita portando in braccio

il nostro e d’altri dolore

ci siamo aiutate a trainare valigie e bare e patate,

piangendo sul petto dell’altra ogni passione-

ossessione,

ogni infedeltà, ogni aborto, i tradimenti, le perquisizioni

e vergognosa l’invidia.

Abbiamo imparato il perdono,

ma prima ci siamo rubate i mariti

e abbiamo peccato e mentito e fatto di tutto

quindi in ginocchio piangenti pregato

chiedendo l’un l’altra e grazia e perdono,

carezze sorelle e amicizia.

Non le voglio diverse, io amo queste sventate,

sapienti, sfacciate,

fidate, ammalianti, fasulle,

stizzose incantevoli e superstiziose,

svampite idiote incallite che insegnerebbero

anche agli angeli in cielo…

Io vi voglio così – e così io vi sono all’altezza.

Ludmila Ulitskaya

“Tra corpo e anima” La nave di Teseo