Sepolcri del Giovedì Santo

Il giovedì santo, di sera, andavo alla chiesa di fronte casa, quella del Cuore Immacolato di Maria per i Sepolcri. Mi piaceva osservare nella cappellina del Corpus Domini i cesti dei fiori senza profumo, il grano germogliato, i ceri bianchi che dovevano ricreare una forma astratta di corpo morto, uno spazio di lutto. Tentavo di pregare ma era come se nel mio cervello si facesse il vuoto. Cosa dire davanti al mistero della morte, se non immaginare una luce radente le pareti della chiesa, che ci avvolgesse tutti?

Mi chiedevo se le donne che si alternavano sull’inginocchiatoio di velluto rosso, le mani sul volto, riuscissero a pregare davvero, quali parole adoperassero, per essere ascoltate da quel vuoto. Malgrado la mia poca fede, però, restavo immobile, nella fila delle devote, sperando che la loro parola o un loro pensiero mi contaminasse. Non mi inginocchiavo, non riuscivo, fissavo i fiori, anturium rossi per qualche minuto poi cedevo alla fila che pressava, dietro di me.

Dalla chiesa del Cuore Immacolato andavo fino a quella dei Cappuccini, forse la chiesa più bella di Avellino, con quella parete di fondo rivestita di legno intarsiato, dove si ripeteva lo stesso rito, incenso, silenzio, fila, intenzione di preghiera, cappella con il grano germinato, candele, la mensa di legno di platano . E dai Cappuccini, se non si era fatto tardi, arrivavo alla chiesa San Ciro, la   parrocchia della mia giovinezza, dove mi sedevo a un banco e restavo per un po’. Pensavo, fissavo il grano e i fiori bianchi, calle e ginestre, e cercavo di trovare il raccoglimento per pregare. Alla fine era sempre l’Ave Maria a venirmi alle labbra:  pregavo una donna che conosceva i misteri del mondo, perché ero convinta che solo lei potesse capire il mio turbamento. Facevo i Sepolcri per trovare parole, una per ogni filo di grano germogliato, parole che potessero inscrivermi nel dolore di un corpo, nel mistero della sua  resurrezione, che mi insegnassero il pianto e la speranza.

Oggi non è stato possibile in tutta Italia uscire e andare per Sepolcri. Sono restata in casa ad ascoltare la Messa officiata da don Sergio Melillo, Vescovo di Ariano Irpino, città assediata dal Covid-19, in isolamento da giorni.

Non avrei mai creduto che mi sarebbero mancati  tanto i cari Sepolcri. Invecchio, ho bisogno dei miei piccoli riti, ho bisogno di consolidare la memoria. O forse ho solo bisogno di imparare a pregare e sperare in uno spazio astratto che mi accolga tra fiori che non danno profumo.

Narratori non ospedalieri

Una lettera di Gianni Celati a Daniele Bennati

Brighton aprile 1993

Caro Daniele,

bene! questa tua lettera è importante! perché ci deve essere qualcosa nell’aria, nel famoso Zeit Geist, in quanto negli ultimi mesi – dopo il mio tracollo (dentro di me) per avere fatto quel libro che non volevo, il primo che non volevo, Narratori delle riserve, [1] e dunque essermi messo in una grossa difficoltà col mio dentro e col mio fuori – negli ultimi mesi rimugino e giro attorno a domande e questioni come quelle che descrivi nella tua lettera.

Certo, qualcosa deve esserci, qualcosa si deve fare, per uscire dall’incanto giovanile: che sarebbe poi sempre una certa comodità con se stessi, la comodità di potersi pensare individui dissociati dal generale corso della vita, semplicemente perché siamo noi! E questo porta con sé anche tutto un genere di sentimentalità e di mollezza, con se stessi prima che con gli altri, che ti dispone a voler essere sempre sedotto da tutto ciò che ti lascia tale e quale. Così io credo che lo scrivere possa essere anche una disciplina di rafforzamento, antisentimentale e antimollezza: perché il nostro lavoro è di vedere in avanti dove porta una scintilla del senso (meaning, Meinung), avanti diciamo tra dieci o vent’anni, avanti rispetto alla vita morta o pensionaria o ospedaliera che vorrebbe dare il senso come scontato. Per questo sforzo di vedere la scintilla in avanti, al di là di tutte queste ceneri e spegnimenti che attraversiamo come un campo di battaglia, per questo sforzo bisogna in effetti seppellire il nostro io giovanile, che ci gratifica tanto anche da vecchi! E bisogna pensare che si deve morire, acconsentire a morire un poco per trovare quella scintilla di senso in avanti, e acconsentire anche alla nostra morte definitiva rinunciando al famoso lamento.

Sento che adesso qualcosa sta cambiando, e anche se ognuno di noi rimane sempre quello che era in partenza, è nel mettersi in questa sensazione di necessario cambiamento – nel mettersi cioè in unasituazione radicale – che si può pensare di trovare un po’ di senso in avanti. C’è tutto da ripensare, niente di cui pentirsi; riprendere quella via della narrazione, che è l’unica dei narratori non ospedalieri: la via radicale di chi è gettato nel mondo in povertà e solitudine, e deve ripensare tutto per conto suo, deve rivedere tutte le memorie con i suoi occhi, per trovare il senso di un posto dove sentirsi un po’ come a casa.

Voglio dire che è nel sentirsi stranieri, e stranieri ormai a qualunque luogo, che sta il sentimento e la necessità di trovare la scintilla di senso in avanti. Chi non si sente straniero non ne ha bisogno; chi crede di essere davvero padrone di un luogo non ha bisogno di queste risorse radicali per ripensare e rivedere tutto per conto proprio – va avanti con le generalità e basta.

Sabato prossimo (10 maggio) torno in Italia, e mi voglio mettere a lavorare sodo, in solitudine, per almeno un mese. La storia di venire al posto tuo a Cork[2] era solo una fantasia momentanea dettata dall’attuale carenza di soldi. Ma tutto si supera, bisogna lavorare molto. Ho finito la traduzione di Gulliver. [3] Dimmi quando torni, scrivimi in Italia.

Un abbraccio
Gianni

da site.unibo.it/griseldaonline.it

VARIAZIONE IN SILENZIO MINORE di Corrado Govoni

Luigi Ghirri – Atelier Morandi

Il gelsomino dentro il variopinto vaso

à già sbocciato il suo bianco firmamento;

sul tavolo scolpito, il satiro d’argento

si stanca della ninfa che sorprese a caso.

La dentiera del piano coperto di raso

ride d’un riso giallo di pervertimento;

un quadro antico sembra che abbia un sentimento

d’innocenza che l’ombra vela del suo taso.

Nella mostra del pendolo una lancia scruta

il costato dell’ora, e n’esce del capecchio.

La noia dentro l’anima i suoi soldi conia.

Il silenzio sguinzaglia la sua destra muta,

e la lampada nella serra dello specchio

apre il suo cuore rosso, come una peonia.

Corrado  Govoni Fuochi d’artifizio Quodlibet editore 2013

SIRENA di Giorgio Caproni

Oggi è la giornata internazionale della poesia. Non lo dimentico, malgrado la difficile situazione che l’Italia sta vivendo. Leggere una poesia ci farà senz’altro bene. Immaginare e sentire il mare ancor di più.

La mia città dagli amori in salita   

Genova mia di mare tutta scale

e, su dal porto, risucchi di vita

viva fino a raggiungere il crinale

di lamiera dei tetti, ora con quale

spinta nel petto, qui dove è finita

in piombo  ogni parola, iodio e sale

rivibra sulla punta delle dita

che sui tasti mi dolgono?… Oh il carbone

a Di Negro celeste! Oh la sirena

marittima, la notte quando appena

l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena

del futuro s’è aperta col bandone

scosso di soprassalto da un portone.

La debita distanza di un metro.

Da qualche tempo, per motivi familiari, passo buona parte della mia vita in casa. E quando dico casa mi riferisco a quella che i tedeschi chiamano Wohnung, abitazione in un condominio. Vivere in un appartamento ha certamente dei vantaggi: la possibilità di uscire e avere negozi di prima necessità nel raggio di qualche metro, la sensazione di stare vicini alla vita degli altri. Anche se, nel mio caso, non conosco che il venti per cento delle persone che abitano sotto il tetto comune, restia come sono a bussare alla porta degli altri e fare conoscenza. Ti manca la sensazione di aria e libertà che una “casa” singola ti restituisce. Comunque, Wohnung o Haus, ho dovuto cambiare le mie abitudini di vita. Uscire poco, pochissimo e solo per necessità, smettere di pensare a cosa danno al cinema, al teatro, ai concerti, evitare lunghe passeggiate, cene e pranzi fuori porta, e soprattutto eliminare qualunque progetto di viaggio. Ho dovuto smettere di avere, anche se era già abbastanza risicata, una vera vita sociale, fatta di incontri amicali, riunioni, presentazioni, convegni.

Da qualche mese vedo solo chi ci viene a fare visita a casa ( visitare gli ammalati è tra le opera di misericordia, e questa è parola ormai desueta) , pochissimi in verità. Tutto il resto della giornata, tranne quello impiegato per il pranzo e la cena e qualche dovere domestico,  e sedare qualche ansia che sopravviene, è vuoto da riempire. Cosa fare? Come cambiare il corso del tempo? Come renderlo produttivo, se possibile? Come andare a dormire con la sensazione di non aver sprecato la giornata? Difficile dirlo, se questa diventa consuetudine. Io ce la sto facendo così. 

Scrivere. La prima cosa a cui si pensa se si è scrittori. Credetemi, è la cosa più difficile da fare in situazioni simili. Scrivere narrativa è un atto di libertà, è una scalata difficile tra le parole, è un volo della mente, come diceva Virginia Woolf. Ho sperimentato che la paura, la tensione, la preoccupazione non fanno volare la mente, ma imprigionano il corpo in una rete invisibile, fatta di scoraggiamento e pigrizia, di assenza totale di fantasia. I giorni in casa, uno dopo l’altro, si affastellano come rametti secchi in un fascio per la legna. Bruceranno, ma ci vorrà del tempo. Sto riprendendo a scrivere dopo mesi anche se, nessuno mi chiede di farlo: sono una scrittrice di super nicchia e non ho un editore che mi sta alle calcagne. Certo è che il bisogno di dare vita ad una storia si sta scongelando dentro di me, proprio come un pezzo di merluzzo. Ne verrà fuori cosa? Non so, ma aver riportato alla luce un pesce costretto nel gelo è già tanto, credetemi.

Leggere. La passione più sana del mondo. Il tempo migliore della mia vita. Leggo dalla seconda elementare e non faccio il conto di tutto quello che ho letto. In estate, la lunga caldissima estate del 2019 mi hanno fatto compagnia classici e gialli di qualità.  Ora sto rileggendo le scrittrici-madri: Ortese, Ramondino, Morante, Woolf, Lispector, e ho scoperto Jane Urquhart,  Rachel Cusk e Jenny Erpenbeck. Mi sono iscritta ad un gruppo di libroterapia, ci vediamo una volta al mese e continuo ad animare un piccolo gruppo di lettura, una volta al mese. Queste sono le mie uniche due uscite “pubbliche”.

Ascoltare musica. Devo dire che il mio ascolto è molto limitato: Bach (I concerti brandeburghesi), Bach interpretato da Genn Gould, Bach suonato da Marta Argerich, Mahler e Puccini. Ma mi bastano come poche cose al mondo.

Televisione. Scegliere un film è impegnativo. A me piacciono i film drammatici o le commedie leggere francesi, a mio marito spy story e film d’azione. Finiamo sempre per metterci d’accordo, una volta vinco io un’altra vince lui. Abbiamo scoperto le serie tv su Netflix, che sembra un canale progettato su misura per chi sta in casa e non ha molto da fare di pomeriggio. Tre ore di visione sono assicurate.

Telefonare. Qui si passa del tempo, non quanto avrei voluto, non come una volta. Sembra che abbiano tutti da fare cose irrinunciabili e quindi i messaggi sul cellulare o WhatsApp abbandonano, a discapito delle conversazioni a voce. E’ invalso il tipico ”Dimmi a che ora posso chiamare senza disturbare”  o addirittura smile e faccine di saluto. E la parola? Che fine ha fatto la parola detta? Che fine hanno fatto le confidenze telefoniche, quel filo che diventava bollente a furia di chiacchiere e sospiri? Ma perché abbiamo paura di parlare con l’altro? Comunque qualche buona amica c’è sempre e una mezz’ora passa, a far la somma di due o tre telefonate.

Social. Qui ritrovo il mondo, quello  noto e quello non noto. Vecchi amici, nuovi volti, persone che non conoscerò mai con le quali ci scambiamo pareri su libri in lettura, su esperienze di vita, sulla città, sulla scrittura. Entusiasmante e stucchevole, come tutti i giochi con le ombre. Ma è l’unica vera ora “elettrica “ della giornata, in cui sento di non essere sola in una gola di valle, tra le montagne dell’Appennino del Sud.

Lavoro a maglia. Ho tirato fuori dalla soffitta ferri, gomitoli, schemi di punti, Rakam decennali, un libro dii teoria. Sono tutti insieme in una busta, in salotto. Ho cominciato dal facile: una sciarpa a doppio punto riso.

Ecco, questo per dire che a me le quarantene e le raccomandazioni del DPCM del 4.3.2020  circa le misure per il contrasto del diffondersi del virus COVID-19   mi trovano, oltre che sostanzialmente d’accordo, preparatissima. In questi  giorni  leggo della necessità per gli ultra 65enni di stare a casa, di salutarsi da lontano e senza baci, di tenersi a debita distanza dalle persone, di evitare luoghi affollati, di lavarsi spesso le mani. Mi sembra   di vedere descritta la nostra esistenza da qualche mese a questa parte. Il nostro stile di vita privato è diventato pubblico, e in qualche modo ne sorrido.  La nostra vita si è incosapevolmente strutturata sulle raccomandazioni del Consiglio dei Ministri che blocca le esistenze pubbliche degli italiani in un congelatore fino al 15 marzo e forse oltre. Solo che non tutti hanno capito il grave momento che viviamo. Leggo di file alle sciovie, di folla di giovani ai di barretti, di feste e cene svoltesi comunque. E’ arrivato il momento di cambiare le nostre abitudini di vita, se non vogliamo precipitare in una situazione di contagio gravissima.

Se ce l’ho fatta io ad adattarmi, che tanto amo le novità e sono curiosa del mondo, ce la può fare chiunque. Basta capire che vivere è anche ascoltare se stessi, fare piccole cose, riflettere di più, cercare ragioni a comprensibili momenti di scoraggiamento, cercare la calma e trovarla, insomma invertire la rotta della nostra esistenza. Non è facile, ma proviamoci tutti e subito. Soprattutto guardare avanti, sempre con speranza. Perché la speranza, quando è fondata, ha il potere di tenerci in vita. E, come dicevano gli antichi, resta l’ultima dea.

L’unica cosa che non avevo  previsto e che mi spiazza è quella di osservare  la “debita distanza di un metro” dalle persone vicine, di non poter stringere le loro mani, di non poterle baciare. Ecco, non poter baciare  chi amo,  in questo grande freddo che è diventata la nostra vita, mi costerà  davvero tanto. E credo non solo a me.

Avellino da città canguro a città sospesa.

Oggi sul Quotidiano del Sud una mia riflessione sulla borghesia e la città di Avellino. Grazie a Giorgio Fontana che ha innescato il dibattito e a Gianni Festa per avermi invitato!

Foto di Ugo Santinelli

Se l’Italia versa in uno stato economico sociale culturale preoccupante, Avellino, piccolo capoluogo di una provincia interna del Sud, versa in uno stato comatoso. 

E’ inutile ricordare, lo hanno fatto altri prima di me, la quantità di opere pubbliche incomplete in città e la qualità di quelle completate. Per queste ultime dovrebbe partire subito un programma di manutenzione straordinaria annuale, a cominciare dalle strade che colano fossi, passando per il Reale Orto Botanico,  il teatro, i parchi urbani, la casina del Principe, i marciapiedi, il viale dei Platani, in una situazione di abbandono evidente. Gestire un patrimonio pubblico non è solo tagliare i nastri inaugurali, ma è preoccuparsi di tenerlo in buona salute, affidandolo alla collettività per la quale è stato realizzato e confidando nel suo senso civico. 

Questo stato delle cose fa di Avellino una città sospesa, tra il vorrei ma non posso, tra un desiderio di completezza e una certezza di impotenza, che rende davvero avvilente la sua situazione.

Quando  dico Avellino dico la città, i suoi cittadini, l’amministrazione che la dovrebbe governare, dico le classi sociali che la abitano. E vorrei chiederle, come se Avellino fosse una giovinetta ancora liceale, cosa vorrebbe fare da grande. E’ apartire dal 1980, data cruciale per molti avellinesi, che la sto interrogando e non ho ancora avuto una risposta.

Avellino doveva crescere in un piano regolatore ipertrofico, piano regolatore suffragato dalla borghesia cittadina che sperava, e di fatto ha ottenuto, di moltiplicare le sue proprietà immobiliari e di continuare a poter vivere di rendite. Complici in questo, sono d’accordo con Antonio Gengaro, i liberi professionisti  che hanno lavorato con molto profitto in quegli anni. Che il piano regolatore non fosse un progetto per la città, non ne individuasse funzioniall’interno della provincia, non si aprisse ad uno spiraglio di modernità, a nessun destino civile, non sembrò, salvo che ad uno sparuto numero di architetti, tra cui la sottoscritta, e a qualche intellettuale, allora un difetto.

Dopo il grande blob, in cui la nostra città canguro fece balzi da capogiro, in cui la squadra di Calcio e di basket regalarono soddisfazioni indimenticabili ai tifosi, le opere pubbliche partirono grandiose, i nuovi parchi residenziali in collina offrirono dimore di rappresentanza, ma non si realizzarono collegamenti rapidi con il resto dell’Italia e non si pensò deliberatamente ad una sede Universitaria in città, è arrivato lento e inesorabile il crollo. La città è implosa: vani vuoti, case vuote, locali vuoti, funzioni urbane perdute, carenza lavorativa, spopolamento, e paradosso, polveri sottili in aumento.

La borghesia di cui parla Giorgio Fontana c’entra e come in questo processo di declino. Perché, facendo i debiti distinguo, ha affidato se stessa, i suoi favori, il suo quotidiano e il suo futuro ad una politica locale litigiosa. Ma nel contempo ha deciso di far studiare i propri figli a Milano, Roma, Torino, insomma di tenerli lontano da qui.

Ha confermato di essere una borghesia provinciale, ristretta intorno al suo particolare, incapace e forse indifferente aindividuare al suo interno  i cento uomini di acciaio di Dorsianamemoria. 

La città non offre nulla? Non ci sono luoghi di incontro? Non arrivano i film che vorremmo vedere? Non c’è una bella e grande libreria che diventi polo di attrazione? Non c’è una galleria d’arte moderna? Non si organizza un festival letterario come a Mantova, di Filosofia come a Modena, di storia come a Napoli? Non ci sono i servizi degni di un capoluogo? Nessun problema.

Chi può parte, girovaga, annusa l’aria, ritorna.  Tutto è più bello, pulito, moderno, agevole, costoso fuori Avellino. Che belle le città, fuori Avellino. Ogni cosa funziona  e che cultura, che librerie, che negozi, che piazze, che caffè! Sembra che la vita civile sia solo altrove.

Vorrei  ricordare che la città è fatta di cittadini, la città è l’espressione del loro impegno e il risultato del loro desiderio.

Tanti anni di abbandono,  di noncuranza, anni di cecità   hanno  trasformato questa cittadina piccolo borghese in una città piccolo plebea. La città del Corso e di piazza Libertà è stata surclassata da quella dei quartieri,  che sa quello che vuole: festa e farina con poca spesa. L’ha ottenuta, eleggendo i suoi rappresentanti in consiglio comunale.  

La borghesia evocata da Giorgio Fontana, che esiste e abita Avellino, dovrebbe smetterla di nascondersi nei suoi appartamenti.  Dovrebbe amare e investire di più per la sua città, avere spirito di iniziativa, riprendere le funzioni di governo con passione, con onestà, con entusiasmo, facendo del bene comune il fine amministrativo.     

Niente è gratis nella vita. E se hai veramente bisogno di una cosa la cerchi, con determinazione, fino ad ottenerla. Avremmo bisogno di una borghesia pronta a spendersi, una borghesia che avesse un sogno, come diceva Martin Luther King: quello di vivere felice in una città ben governata.