Eugenio Montale

La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi la tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e svuotarsi cosi d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

Narcisi (aprile dopo aprile)

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Ricordi come raccoglievamo i narcisi?
Nessun altro lo ricorda, ma io sì, lo ricordo.
Tua figlia arrivava con le braccia piene, entusiasta e felice,
aiutando il raccolto. Io l’ho dimenticato.
Non si ricorda nemmeno di te. E li vendevamo.
Sembra un sacrilegio ma li vendevamo.
Eravamo così poveri? Il droghiere, il vecchio Stoneman,
strabico, con la pressione che virava al rosso barbabietola
(fu la sua ultima occasione, 
sarebbe morto nella stessa grande gelata in cui moristi tu),
fu lui a convincerci. Li comprava sempre, 
ogni primavera, sette pence la dozzina,
<<usanza della casa>>.

Era un vero lavoro,
sembravamo alle dipendenze di qualcuno, lavoranti
in un vivaio. Tu ti chinavi
sotto la pioggia di quell’aprile – il tuo ultimo aprile.

Li vendevamo destinati ad avvizzire.
Il raccolto s’infittiva più in fretta
di quanto riuscissimo a sfoltirlo.
Finì che ne fummo soprafatti
e perdemmo le forbici dono di nozze.

Da allora ogni marzo continuano a levarsi
dagli stessi bulbi, gli stessi
vagiti dal disgelo
ballerine arrivate prima della musica, scosse da brividi
tra le quinte dell’anno piene di correnti.
Su quella stessa onda lunga del ricordo, palpitanti,
tornano pe dimenticare te china laggiù
dietro le cortine piovose dell’aprile scuro,
che ne recidi gli steli.

Ma in qualche posto le tue forbici ricordano. Dovunque siano.
Qui, chissà dove, le lame aperte,
aprile dopo aprile
affondano sempre più
nella zolla – un’ancora, una croce di ruggine.

– Ted Hughes, da “Lettere di compleanno”
Traduzione di Anna Ravano

Sii paziente

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

Rainer Maria Rilke

Una poesia di Vittorio Sereni

In me il tuo ricordo

da “Frontiera”

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

On the Gift of a Fountain Pen
Sul dono di una penna stilografica 
Traduzione di Marco Sonzogni

SUL DONO DI UNA PENNA STILOGRAFICA

Ora che ho in mano la tua penna
e ho paura
che cessino le poesie,

che dire degli anni
di tutti gli altri doveri
imposti o intrapresi?

Tutto quel «Fa’ agli altri
ciò che vorresti fosse fatto a te»?
Un errore? Virtù?

Sì e no. Intingo e riempio
e ricomincio: dubbi
o non dubbi, lascia scorrere.

Seamus Heaney

Sonetto n.18

«Shall I compare thee to a summer’s day? Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance or nature’s changing course untrimmed;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wandr’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,So long lives this and this gives life to thee.»(IT) 

«Dovrei paragonarti a un giorno d’estate? Tu sei più amabile e più tranquillo.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di Maggio,
E il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo,
E spesso la sua pelle dorata s’oscura;
Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,
Né perder la bellezza che possiedi,
Né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra,
Quando in eterni versi nel tempo tu crescerai:
Finché uomini respireranno o occhi potran vedere,Queste parole vivranno, e daranno vita a te.”»(William Shakespeare, Sonetti)

William Shakespeare

Era come dicevano

Era come dicevano,

un giorno avremmo avuto la vita alle spalle

e tu mi avresti detto “non sono più giovane”.

E io ti avrei risposto soltanto guardandoti

per difendere te, amore mio,

da chi senza rimedio

ci porta insieme via. Come ti guardo

ora, come ti chiedo,

ora che sei di tutto

non so se domanda o sentenza

o giudizio, mia sola

anima che mi tremi

a questo primo buio.

Franco Fortini da “Una volta per sempre.” Mondadori 1974

Aprèslude di Gottfried Benn

Devi saperti immergere, devi imparare,
un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio,
non desistere, andartene non puoi
quando è mancata all’ora la sua luce.

Durare, aspettare, ora giú a fondo,
ora sommerso ed ora ammutolito,
strana legge, non sono faville,
non soltanto – guardati attorno:

la natura vuol fare le sue ciliegie,
anche con pochi bocci in aprile
le sue merci di frutta le conserva
tacitamente fino agli anni buoni.

Nessuno sa dove si nutron le gemme,
nessuno sa se mai la corolla fiorisca –
durare, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.

Gottfried Benn

(Traduzione di Ferruccio Masini)

da “Aprèslude”, Einaudi, Torino, 1966

foto di Stefano Spina

Vaccini pasquali.

Ieri alle 14.20 della domenica di Pasqua, quando cercavo di non pensare alla prima Pasqua senza di te, è arrivata una telefonata sul mio cellulare. Ti cercavano, dall’azienda ospedaliera Giuseppe Moscati, cercavano il dottor Antonio Spina, perché avresti dovuto presentarti oggi a fare il vaccino anti Covid-19. Ho risposto alla frettolosa voce femminile che tu non avresti mai potuto farlo, mai più,  e la voce ha taciuto per un attimo, poi mi ha chiesto scusa e ha chiuso la telefonata.

Conoscevo il numero da cui mi avevano chiamato, tante volte nell’ultimo anno è comparso sul mio cellulare: una voce diversa ci dava istruzioni per fissare appuntamenti, per farci andare a battere alla porta chiusa della speranza. Non l’ho riconosciuto, eppure, perché anche la speranza negata non muore mai, e chissà, in quel momento, mentre pronunciavo “Pronto”, quale fiammella irrazionale si è accesa in me. Eppure, non si dovrebbero fare telefonate di questo tipo, in genere, il giorno di Pasqua, in quell’ora in cui le famiglie sono unite intorno alla tavola, in particolare. Ho minimizzato con i miei fratelli, con mio figlio, ma la mia commozione era evidente. A questa, però, quasi immediatamente, è subentrato lo sdegno di chi si è resa conto, ancora una volta, che niente,  tantomeno in sanità,  funziona come dovrebbe. E noi siamo spettri dietro  un codice fiscale e  un libretto sanitario. C’è chi guadagna migliaia di euro all’anno per gestire, con insipienza, devo concludere, la nostra vita sanitaria. E di questo, malgrado si parla tanto, non si è mai venuto a capo. E non se ne verrà, almeno per il momento.

Una semplice revisione delle liste dei malati oncologici, un’attenzione a chi manca nelle prenotazioni delle sedute, un “parlarsi” tra enti preposti all’anagrafe delle utenze, un “database” aggiornato avrebbe certo evitato, a me come ad altri, suppongo, questo penoso colloquio. E non sarebbe tornato a galla quello che cerco di trattenere da mesi nel profondo recinto della commozione: il ricordo dei nostri ultimi mesi, insieme.

I vaccini che dovrebbero farci a Pasqua, come a Natale,  come in tutte le feste familiari vissute senza i nostri affetti più cari, sono quelli di anestetizzare i ricordi, le voci, i gesti che riemergono anche senza la nostra volontà. La donna che mi ha chiamato, povera anche lei a telefonare il giorno di Pasqua, assente dalla sua casa,  dal suo pranzo familiare, in nome di un’efficienza fallace,  non sapeva di accendere in me un falò di emozioni, che hanno preso il sopravvento anche sulle dolcezze messe a tavola.

Chi non c’è più, non c’è più. Volerlo portare alla memoria, è questo il senso del ricordo, deve risultare un gesto involontario, proprio come il cuore lo è dei muscoli, non deve essere provocato da un pugno sullo sterno, una stretta dello stomaco, un tremore delle gambe per una voce che cerca ancora chi non è più qui. Soprattutto in questi giorni santi, in questi giorni dolci, quando la primavera ritorna, tenera, nei suoi boccioli in fiore e noi piangiamo le tristi ceneri.