VARIAZIONE IN SILENZIO MINORE di Corrado Govoni

Luigi Ghirri – Atelier Morandi

Il gelsomino dentro il variopinto vaso

à già sbocciato il suo bianco firmamento;

sul tavolo scolpito, il satiro d’argento

si stanca della ninfa che sorprese a caso.

La dentiera del piano coperto di raso

ride d’un riso giallo di pervertimento;

un quadro antico sembra che abbia un sentimento

d’innocenza che l’ombra vela del suo taso.

Nella mostra del pendolo una lancia scruta

il costato dell’ora, e n’esce del capecchio.

La noia dentro l’anima i suoi soldi conia.

Il silenzio sguinzaglia la sua destra muta,

e la lampada nella serra dello specchio

apre il suo cuore rosso, come una peonia.

Corrado  Govoni Fuochi d’artifizio Quodlibet editore 2013

SIRENA di Giorgio Caproni

Oggi è la giornata internazionale della poesia. Non lo dimentico, malgrado la difficile situazione che l’Italia sta vivendo. Leggere una poesia ci farà senz’altro bene. Immaginare e sentire il mare ancor di più.

La mia città dagli amori in salita   

Genova mia di mare tutta scale

e, su dal porto, risucchi di vita

viva fino a raggiungere il crinale

di lamiera dei tetti, ora con quale

spinta nel petto, qui dove è finita

in piombo  ogni parola, iodio e sale

rivibra sulla punta delle dita

che sui tasti mi dolgono?… Oh il carbone

a Di Negro celeste! Oh la sirena

marittima, la notte quando appena

l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena

del futuro s’è aperta col bandone

scosso di soprassalto da un portone.

La debita distanza di un metro.

Da qualche tempo, per motivi familiari, passo buona parte della mia vita in casa. E quando dico casa mi riferisco a quella che i tedeschi chiamano Wohnung, abitazione in un condominio. Vivere in un appartamento ha certamente dei vantaggi: la possibilità di uscire e avere negozi di prima necessità nel raggio di qualche metro, la sensazione di stare vicini alla vita degli altri. Anche se, nel mio caso, non conosco che il venti per cento delle persone che abitano sotto il tetto comune, restia come sono a bussare alla porta degli altri e fare conoscenza. Ti manca la sensazione di aria e libertà che una “casa” singola ti restituisce. Comunque, Wohnung o Haus, ho dovuto cambiare le mie abitudini di vita. Uscire poco, pochissimo e solo per necessità, smettere di pensare a cosa danno al cinema, al teatro, ai concerti, evitare lunghe passeggiate, cene e pranzi fuori porta, e soprattutto eliminare qualunque progetto di viaggio. Ho dovuto smettere di avere, anche se era già abbastanza risicata, una vera vita sociale, fatta di incontri amicali, riunioni, presentazioni, convegni.

Da qualche mese vedo solo chi ci viene a fare visita a casa ( visitare gli ammalati è tra le opera di misericordia, e questa è parola ormai desueta) , pochissimi in verità. Tutto il resto della giornata, tranne quello impiegato per il pranzo e la cena e qualche dovere domestico,  e sedare qualche ansia che sopravviene, è vuoto da riempire. Cosa fare? Come cambiare il corso del tempo? Come renderlo produttivo, se possibile? Come andare a dormire con la sensazione di non aver sprecato la giornata? Difficile dirlo, se questa diventa consuetudine. Io ce la sto facendo così. 

Scrivere. La prima cosa a cui si pensa se si è scrittori. Credetemi, è la cosa più difficile da fare in situazioni simili. Scrivere narrativa è un atto di libertà, è una scalata difficile tra le parole, è un volo della mente, come diceva Virginia Woolf. Ho sperimentato che la paura, la tensione, la preoccupazione non fanno volare la mente, ma imprigionano il corpo in una rete invisibile, fatta di scoraggiamento e pigrizia, di assenza totale di fantasia. I giorni in casa, uno dopo l’altro, si affastellano come rametti secchi in un fascio per la legna. Bruceranno, ma ci vorrà del tempo. Sto riprendendo a scrivere dopo mesi anche se, nessuno mi chiede di farlo: sono una scrittrice di super nicchia e non ho un editore che mi sta alle calcagne. Certo è che il bisogno di dare vita ad una storia si sta scongelando dentro di me, proprio come un pezzo di merluzzo. Ne verrà fuori cosa? Non so, ma aver riportato alla luce un pesce costretto nel gelo è già tanto, credetemi.

Leggere. La passione più sana del mondo. Il tempo migliore della mia vita. Leggo dalla seconda elementare e non faccio il conto di tutto quello che ho letto. In estate, la lunga caldissima estate del 2019 mi hanno fatto compagnia classici e gialli di qualità.  Ora sto rileggendo le scrittrici-madri: Ortese, Ramondino, Morante, Woolf, Lispector, e ho scoperto Jane Urquhart,  Rachel Cusk e Jenny Erpenbeck. Mi sono iscritta ad un gruppo di libroterapia, ci vediamo una volta al mese e continuo ad animare un piccolo gruppo di lettura, una volta al mese. Queste sono le mie uniche due uscite “pubbliche”.

Ascoltare musica. Devo dire che il mio ascolto è molto limitato: Bach (I concerti brandeburghesi), Bach interpretato da Genn Gould, Bach suonato da Marta Argerich, Mahler e Puccini. Ma mi bastano come poche cose al mondo.

Televisione. Scegliere un film è impegnativo. A me piacciono i film drammatici o le commedie leggere francesi, a mio marito spy story e film d’azione. Finiamo sempre per metterci d’accordo, una volta vinco io un’altra vince lui. Abbiamo scoperto le serie tv su Netflix, che sembra un canale progettato su misura per chi sta in casa e non ha molto da fare di pomeriggio. Tre ore di visione sono assicurate.

Telefonare. Qui si passa del tempo, non quanto avrei voluto, non come una volta. Sembra che abbiano tutti da fare cose irrinunciabili e quindi i messaggi sul cellulare o WhatsApp abbandonano, a discapito delle conversazioni a voce. E’ invalso il tipico ”Dimmi a che ora posso chiamare senza disturbare”  o addirittura smile e faccine di saluto. E la parola? Che fine ha fatto la parola detta? Che fine hanno fatto le confidenze telefoniche, quel filo che diventava bollente a furia di chiacchiere e sospiri? Ma perché abbiamo paura di parlare con l’altro? Comunque qualche buona amica c’è sempre e una mezz’ora passa, a far la somma di due o tre telefonate.

Social. Qui ritrovo il mondo, quello  noto e quello non noto. Vecchi amici, nuovi volti, persone che non conoscerò mai con le quali ci scambiamo pareri su libri in lettura, su esperienze di vita, sulla città, sulla scrittura. Entusiasmante e stucchevole, come tutti i giochi con le ombre. Ma è l’unica vera ora “elettrica “ della giornata, in cui sento di non essere sola in una gola di valle, tra le montagne dell’Appennino del Sud.

Lavoro a maglia. Ho tirato fuori dalla soffitta ferri, gomitoli, schemi di punti, Rakam decennali, un libro dii teoria. Sono tutti insieme in una busta, in salotto. Ho cominciato dal facile: una sciarpa a doppio punto riso.

Ecco, questo per dire che a me le quarantene e le raccomandazioni del DPCM del 4.3.2020  circa le misure per il contrasto del diffondersi del virus COVID-19   mi trovano, oltre che sostanzialmente d’accordo, preparatissima. In questi  giorni  leggo della necessità per gli ultra 65enni di stare a casa, di salutarsi da lontano e senza baci, di tenersi a debita distanza dalle persone, di evitare luoghi affollati, di lavarsi spesso le mani. Mi sembra   di vedere descritta la nostra esistenza da qualche mese a questa parte. Il nostro stile di vita privato è diventato pubblico, e in qualche modo ne sorrido.  La nostra vita si è incosapevolmente strutturata sulle raccomandazioni del Consiglio dei Ministri che blocca le esistenze pubbliche degli italiani in un congelatore fino al 15 marzo e forse oltre. Solo che non tutti hanno capito il grave momento che viviamo. Leggo di file alle sciovie, di folla di giovani ai di barretti, di feste e cene svoltesi comunque. E’ arrivato il momento di cambiare le nostre abitudini di vita, se non vogliamo precipitare in una situazione di contagio gravissima.

Se ce l’ho fatta io ad adattarmi, che tanto amo le novità e sono curiosa del mondo, ce la può fare chiunque. Basta capire che vivere è anche ascoltare se stessi, fare piccole cose, riflettere di più, cercare ragioni a comprensibili momenti di scoraggiamento, cercare la calma e trovarla, insomma invertire la rotta della nostra esistenza. Non è facile, ma proviamoci tutti e subito. Soprattutto guardare avanti, sempre con speranza. Perché la speranza, quando è fondata, ha il potere di tenerci in vita. E, come dicevano gli antichi, resta l’ultima dea.

L’unica cosa che non avevo  previsto e che mi spiazza è quella di osservare  la “debita distanza di un metro” dalle persone vicine, di non poter stringere le loro mani, di non poterle baciare. Ecco, non poter baciare  chi amo,  in questo grande freddo che è diventata la nostra vita, mi costerà  davvero tanto. E credo non solo a me.

Avellino da città canguro a città sospesa.

Oggi sul Quotidiano del Sud una mia riflessione sulla borghesia e la città di Avellino. Grazie a Giorgio Fontana che ha innescato il dibattito e a Gianni Festa per avermi invitato!

Foto di Ugo Santinelli

Se l’Italia versa in uno stato economico sociale culturale preoccupante, Avellino, piccolo capoluogo di una provincia interna del Sud, versa in uno stato comatoso. 

E’ inutile ricordare, lo hanno fatto altri prima di me, la quantità di opere pubbliche incomplete in città e la qualità di quelle completate. Per queste ultime dovrebbe partire subito un programma di manutenzione straordinaria annuale, a cominciare dalle strade che colano fossi, passando per il Reale Orto Botanico,  il teatro, i parchi urbani, la casina del Principe, i marciapiedi, il viale dei Platani, in una situazione di abbandono evidente. Gestire un patrimonio pubblico non è solo tagliare i nastri inaugurali, ma è preoccuparsi di tenerlo in buona salute, affidandolo alla collettività per la quale è stato realizzato e confidando nel suo senso civico. 

Questo stato delle cose fa di Avellino una città sospesa, tra il vorrei ma non posso, tra un desiderio di completezza e una certezza di impotenza, che rende davvero avvilente la sua situazione.

Quando  dico Avellino dico la città, i suoi cittadini, l’amministrazione che la dovrebbe governare, dico le classi sociali che la abitano. E vorrei chiederle, come se Avellino fosse una giovinetta ancora liceale, cosa vorrebbe fare da grande. E’ apartire dal 1980, data cruciale per molti avellinesi, che la sto interrogando e non ho ancora avuto una risposta.

Avellino doveva crescere in un piano regolatore ipertrofico, piano regolatore suffragato dalla borghesia cittadina che sperava, e di fatto ha ottenuto, di moltiplicare le sue proprietà immobiliari e di continuare a poter vivere di rendite. Complici in questo, sono d’accordo con Antonio Gengaro, i liberi professionisti  che hanno lavorato con molto profitto in quegli anni. Che il piano regolatore non fosse un progetto per la città, non ne individuasse funzioniall’interno della provincia, non si aprisse ad uno spiraglio di modernità, a nessun destino civile, non sembrò, salvo che ad uno sparuto numero di architetti, tra cui la sottoscritta, e a qualche intellettuale, allora un difetto.

Dopo il grande blob, in cui la nostra città canguro fece balzi da capogiro, in cui la squadra di Calcio e di basket regalarono soddisfazioni indimenticabili ai tifosi, le opere pubbliche partirono grandiose, i nuovi parchi residenziali in collina offrirono dimore di rappresentanza, ma non si realizzarono collegamenti rapidi con il resto dell’Italia e non si pensò deliberatamente ad una sede Universitaria in città, è arrivato lento e inesorabile il crollo. La città è implosa: vani vuoti, case vuote, locali vuoti, funzioni urbane perdute, carenza lavorativa, spopolamento, e paradosso, polveri sottili in aumento.

La borghesia di cui parla Giorgio Fontana c’entra e come in questo processo di declino. Perché, facendo i debiti distinguo, ha affidato se stessa, i suoi favori, il suo quotidiano e il suo futuro ad una politica locale litigiosa. Ma nel contempo ha deciso di far studiare i propri figli a Milano, Roma, Torino, insomma di tenerli lontano da qui.

Ha confermato di essere una borghesia provinciale, ristretta intorno al suo particolare, incapace e forse indifferente aindividuare al suo interno  i cento uomini di acciaio di Dorsianamemoria. 

La città non offre nulla? Non ci sono luoghi di incontro? Non arrivano i film che vorremmo vedere? Non c’è una bella e grande libreria che diventi polo di attrazione? Non c’è una galleria d’arte moderna? Non si organizza un festival letterario come a Mantova, di Filosofia come a Modena, di storia come a Napoli? Non ci sono i servizi degni di un capoluogo? Nessun problema.

Chi può parte, girovaga, annusa l’aria, ritorna.  Tutto è più bello, pulito, moderno, agevole, costoso fuori Avellino. Che belle le città, fuori Avellino. Ogni cosa funziona  e che cultura, che librerie, che negozi, che piazze, che caffè! Sembra che la vita civile sia solo altrove.

Vorrei  ricordare che la città è fatta di cittadini, la città è l’espressione del loro impegno e il risultato del loro desiderio.

Tanti anni di abbandono,  di noncuranza, anni di cecità   hanno  trasformato questa cittadina piccolo borghese in una città piccolo plebea. La città del Corso e di piazza Libertà è stata surclassata da quella dei quartieri,  che sa quello che vuole: festa e farina con poca spesa. L’ha ottenuta, eleggendo i suoi rappresentanti in consiglio comunale.  

La borghesia evocata da Giorgio Fontana, che esiste e abita Avellino, dovrebbe smetterla di nascondersi nei suoi appartamenti.  Dovrebbe amare e investire di più per la sua città, avere spirito di iniziativa, riprendere le funzioni di governo con passione, con onestà, con entusiasmo, facendo del bene comune il fine amministrativo.     

Niente è gratis nella vita. E se hai veramente bisogno di una cosa la cerchi, con determinazione, fino ad ottenerla. Avremmo bisogno di una borghesia pronta a spendersi, una borghesia che avesse un sogno, come diceva Martin Luther King: quello di vivere felice in una città ben governata.

Un mondo in trasloco.

Questa che leggerete sotto è la recensione che Monica Pavani scrisse per il mio libro “Il pane e l’argilla” con illustrazioni del maestro Giovanni Spiniello, edito da Filema. Fu pubblicata venti anni fa su exlibris, rivista letteraria fondata nel 1996 a Manocalzati, in provincia di Avellino, dalla coraggiosa Lea Iandiorio.

Dopo venti anni, a Torino, Lea ha rifondato la rivista nominandola exlibris20, (la trovate in rete), pubblicando sempre testi scritti da lettori e recuperando anche le recensioni del passato, perché, sostiene Lea, “leggere non passamai di moda.” Proprio oggi, con grande mia sorpresa, Lea ha ripubblicato questa recensione al mio libro.

A distanza di venti anni l’Irpinia resta un mondo in trasloco, come l’avevo appunto definita, una terra che, dopo il terremoto del 1980 non ha voluto ( era un progetto che faceva davvero così paura?) accettare la sfida della modernità. Di fatto è restata l’unica provincia campana priva di infrastrutture su ferro e di sede universitaria, per non parlare di altro. In questo tempo l’Irpinia si è spopolata ( che ci faccio qui è diventata una domanda ricorrente)e i centri storici, ricostruiti in lenti anni sono ormai disabitati.

Certamente in Irpinia è aumentata e migliorata l’offerta del turismo, che resta però quello “di un solo giorno”, sono nate aziende vitivinicole, sono state recuperati monumenti di grande valore storico e artistico, aperti siti archeologici, è cresciuto il numero di eventi e di sagre. Tuttavia queste innovazioni non sono bastate a creare un sistema produttivo che innescasse processi economici tali da radicalizzare gli abitanti nei paesi e arrestare l’emigrazione. I giovani partono, con laurea o senza, partono e non ritornano.

Cosa rende attrattive le città, che diventano sempre più abitate, sempre più costose, sempre più ingovernabili? La consapevolezza di essere liberi , ha risposto un urbanista sul Mattino, qualche giorno fa. Il lavoro che si ama fare, la possibilità di sperimentare quello per cui si è studiato, la pratica di una passione diventano in città possibili utopie concrete. Non sempre è facile realizzarsi, ma si possono cercare strade per tentare. Sperimentare rende vivi, una vita senza senso o peggio, alle dipendenze dei progetti di altri, può condurre a follia.

In Irpinia tentare è da eroi, riuscire nel proprio progetto è da stellette sul petto. In pochi possono mostrarle.

Le domande che mi facevo venti anni fa: di chi saranno i paesi? chi abiterà quelle case? chi lavorerà la terra? chi pronuncerà le nostre parole, in dialetto? chi impasterà il pane ? Continuano a restare senza risposta.

Grazie a quanti resistono in Irpinia. Grazie a chi rende concreta la speranza di una terra giusta e accogliente. A chi investe, a chi produce, a quei pochissimi che tornano con mille idee, a chi non si arrende.

Non so se il mio libro sia ancora disponibile. Se qualche casa editrice fosse interessata, possiamo provare a ripubblicarlo, per ragionare ancora insieme di noi e dei paesi. Anche se venti anni dopo, proprio come per il prosieguo dei Tre moschettieri.

Nuovo articolo su exlibris20

I custodi delle rovine di Lettori

Un poetico diario di viaggio, questo bellissimo libro di Emilia Bersabea Cirillo. Racconti brevi ma folgoranti, che colgono le fondamenta, i sogni e le impossibilità dell’Irpinia, suddivisa in tanti paesi centri piazze terre smottate e svuotate che gridano l’assenza di vita, e sono ormai diventati luoghi dell’anima. Disseminati fra le pagine, sono molti disegni di Giovanni Spiniello – artista di Avellino, come Emilia – che sono in perfetto accordo con i racconti: tratti di energia tesa e distrutta ma potentissima in questo contrasto, come l’Irpinia che ci è restituita ne Il pane e l’argilla. Emilia la percorre non soltanto con l’occhio partecipe di chi guarda la propria terra, né solo da storica, da architetta talvolta, addirittura pianificatrice del territorio, ma tutte queste prospettive si raccolgono nel suo passo di viaggiatrice. Assurdo forse, perché l’Irpinia è un territorio in fondo circoscritto e limitato, fatto di piccoli borghi? Certo che no. Anzi. Nell’epoca nostra, dove tutto è raggiungibile, scoperto sullo schermo, ricreabile dalle dita che digitalizzano sulla tastiera, il viaggiatore è un bene, la più preziosa testimonianza: perché si muove lento, di pietra in pietra, raccogliendo i volti le voci i dialetti le storie di chi incontra, e facendosi carico del peso della memoria. Alla voce narrante, a volte io, a volte noi, e altrove collettività, interessa soltanto essere occhio che coglie e cuore che pulsa, scorrendo fra resti e macerie per recuperare, almeno nelle parole, l’inconcluso. Darvi se non un futuro, almeno un’immagine che lasci un’orma nel tempo, per poi andare a raccontare agli altri, che non sanno, di questa vertigine dello sguardo.

Dopo esser stata sventrata dal terremoto, l’Irpinia è diventata due: la terra e il suo vuoto. Tanto più viva perché piano piano sta scivolando fuori dal tempo. Il crepaccio che l’ingoia non è solo la catastrofe che l’ha colpita, ma anche lo spopolamento progressivo, la fuga dei giovani. Ormai è «un mondo in trasloco», come dice Emilia. E chi resta, perché anziano o legato alla terra, lo fa «per accudire un ricordo».

Abbattere e ricostruire era lo slogan del dopo terremoto. L’Irpinia un po’ si è piegata al suo destino inclemente, un po’ non è riuscita a lasciarsi ricoprire tutte le ferite con il cemento. E oggi se ne resta immobile e livida, dimenticata da tutti: «il paese che ho visto oggi non può essere la vera Calabritto d’Irpinia. È solo uncorpo violato, uno scheletro che non sa proteggersi, che non sa darsi un colore, un ricordo, che sopravvive alla sciagura, tentando di non farsi altro male. Il terremoto ha distrutto, ha illuso, ha scoperto un velario che si è richiuso di colpo. Cosa è restato, di tutto questo?»

«Nui», rispondono gli anziani custodi delle rovine, «fino ‘a quanno campammo». E non possono spostarsi altrove, perché se costretta a forza nel nuovo e nel ricostruito, tutta la congrega viene colpita dalla stessa malattia organica: il «Non mi trovo».

E pure, nulla come lo scheletro di un luogo addita allo spessore della sua carne. Sarà per questo che l’Irpinia conserva ancora traccia così prepotente della sua storia, delle sue leggende. Il terremoto non ha solo distrutto, talvolta ha scoperchiato la terra e l’ha trasformata in un reliquario della memoria. Uno scavo archeologico a cielo aperto. E comunque, non diventerà mai monumento, perché l’Irpinia è «unica e dispersa». E non acconsente a lasciarsi raccogliere del tutto, anzi, anche alla viaggiatrice che intende raccontarla chiede di perdersi fra le sue rovine e, forse, di attraversare la propria morte, perché questo è accaduto ai luoghi, che sono stati cancellati prima del tempo. Ecco spiegato perché si riesce a vivere in Irpinia solo «scappando da lei».

Mentre chi vuole lasciarne testimonianza, deve sprofondare come Dante in un inferno sotterraneo, attraversare la porta e cominciare il viaggio fra le anime. Nel bellissimo racconto, «La Mefite», i custodi delle rovine una volta tanto vorrebbero dissuadere la viaggiatrice dalla sua intenzione di avventurarsi in «quel pozzo ribelle di terra chiamato Mefite», che odora di «morte possibile»: «’Cca là si more’ lo urla un contadino, vedendoci imboccare la strada che da Rocca San Felice porta alla Mefite. Vuole sapere perché vado. ‘Che devo fare’ in una giornata senza vento come questa».

Emilia ha uno stile che si confà perfettamente ai ritratti di paesi d’Irpinia, perché scrive come se dovesse dare aria a un moribondo. Ma niente di lugubre in questo. Anzi. Trova le giuste canzoni, il ritmo adeguato per riunire tutti i paesi devastati attorno alla voragine che li ha divisi, come parenti vicini e lontani che accorrono al capezzale di qualcuno molto amato. Così anche quella veglia dolorosa si riempie di vita, diventa quasi una festa in cui si snocciolano ricordi, ci si dedicano attenzioni, e vien voglia di stare insieme.

L’Irpinia, dunque, come celata culla dell’anima, dove tutto è in potenza e tutto è perduto. Terra d’addio. Impossibile non ricordare Le città invisibili di Italo Calvino, libro in cui ogni città è prima di tutto un filo dipanato nel labirinto del desiderio, tensione verso lo spazio dove le mani più che le cose sfiorano il loro confine con l’invisibile. Un luogo si può amare – raggiungere mai. Ma non per questo rimanda a qualcos’altro. Non metafora. Non richiamo. Una sorta di casa piuttosto, di radice, semente di esistenza che va ridefinita di giorno in giorno.

Monica Pavani

«… questa è l’Irpinia interna. Siamo questo struggente ballo d’amore e questa musica sempre uguale, come un bolero, che viene da respiri lontani, siamo il caglio, gelatina e pepaine. Questo è un alfabeto con cui parlare, con cui esprimerci.»

Il libro nel 2000

Emilia Bersabea Cirillo
Il pane e l’argilla
Filema, 1999
pp. 160, L. 25.000

Il libro attualmente è fuori catalogo

Una città senza mercato è una città morta.

 Vivo in una triste città della Campania, in cui, con un pretesto davvero patetico , è stato vietato da un’ordinanza del sindaco Gianluca Festa lo svolgimento del mercato bisettimanale, istituito nel seicento dalla principessa Maria De Cardona, Signora di Avellino.

Sull’area dell’ex mercato è stato deciso che stazioneranno i pullman dell’Air, trasferiti quindi dallo storico capolinea di piazza Macello, in attesa che si completi  l’autostazione, la cui costruzione è  in iter da oltre venti anni.   A farne le spese saranno  gli utenti del trasporto pubblico irpino, gli abitanti del quartiere e non solo.

Ora dovete sapere che il mercato è un luogo dove si va non tanto per comprare ma per svagarsi, come spesso ho sentito dire dalle signore ai banchi dei vestiti, per  il bisogno di “ sbariare “con la testa. Al mercato si incontra sempre qualcuno che fa piacere rivedere, si chiacchiera , si cerca insieme qualcosa, un maglione, una gonna, una pentola, un paio di scarpe, ci si confronta sul prezzo, si fa “ o pari e o spari “ , si lascia, si compra, si litiga sul prezzo. Di solito si va con un’amica con cui , a spese conclse, si resta a prendere un caffè per continuare a chiacchierare e commentare gli acquisti. Ho trascorso in questo modo molte mattine dei miei sabati, cercando di vivere  il buono di quell’occasione.

Bene tutto questo è finito, inspiegabilmente e all’improvviso. La scusa addotta dal Sindaco è che molti dei 300 espositori non abbiano pagato la Tarsu. E gli altri? Quelli che stanno in regola perché devono essere penalizzati ? La delibera municipale parla anche di gravi carenze igienico sanitarie nell’ambito del mercato. Ma in questi casi si cerca e ci si sforza di trovare un rimedio.  

Non si applica certo la legge del taglione!

Quanta economia gira intorno ad un mercato! Quanta vita, quanta gioia! Il mercato è stato e resta la motivazione  principale della nascita di una città. Cosa sarebbe stata Venezia, Amsterdam,  Londra e Roma, tanto per fare un esempio, senza i loro traffici?

Questo il nostro primo cittadino, che sorride sempre cercando così di comunicare il suo vuoto ottimismo, forse lo ignora.

Ci saranno sicuramente altre ragioni che il sindaco non mani-Festa! Intanto il mercato è stato chiuso fino a data “da destinarsi.” Il destinarsi si riferisce al completamento dei lavori di ripristino e adeguamento di un’area poco lontana dal mercato, dai tempi del terremoto detta “Campo Genova”, che dovrebbe in caso di eventi calamitosi, essere punto di raccolta in sicurezza dei cittadini e che nelle scelte scellerate del nostro sarebbe da adibire a “mercato”.  Sembra di assistere al gioco dell’oca, in cui i dadi, e non la strategia, decidono gli spostamenti delle pedine!

Una città senza mercato è una città morta.

Può un sindaco prendere una decisione così vitale senza confrontarsi con gli ambulanti? Possibile che non si può impugnare questa ordinanza? Ho letto stamattina sul Mattino che i rappresentanti della categoria faranno ricorso al Tar. Questo per dire che il problema della gestione della città resta un problema affidato a soggetti terzi, giudici amministrativi o commissari straordinari, e non certo a chi ha ricevuto la fiducia del voto popolare.

Avellino è diventata da qualche tempo una città misera,  non solo economicamente, di risorse e di occasioni, senza un progetto che non sia quello del buttare polvere negli occhi dei cittadini, alcuni  dei quali ormai ciechi del tutto. Ha bisogno di cura, questa città, di energia positiva, di idee chiare e moderne,di conservare i luoghi con le loro funzioni. Di recuperare quello che sembra dimenticato e inservibile.

Ma la tristezza che cola dalle facciata delle opere incompiute, dalle strade piene di fossi, dalle aree abbandonate no, non facciamola aumentare. Di tristezza ci basta quella con cui conviviamo già da troppi anni.

Seamus Heaney

LA PENISOLA

Quando non hai più niente da dire, guida
per un giorno intorno alla penisola.
Il cielo è alto come su una pista di decollo,
la terra non ha segnali: non c’è arrivo

Ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.
A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,
il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce
e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,

il litorale smaltato e il ceppo controluce,
lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,
gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,
isole galoppanti nella nebbia verso il largo.

E guida verso casa, ancora con niente da dire,
tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio
con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,
acqua e terra ai loro estremi.

© Seamus Heaney, Una porta sul buio. Ugo Guanda Editore in Parma (prima edizione digitale 2014). Prefazione e traduzione di Roberto Mussapi.