“Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri?”

 

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Siamo tutti seduti intorno al grande tavolo a ribalta la sera della Vigilia di Natale a Mårbacka. Papà è a un capo e la mamma all’altro.  C’è zio Wachenfeldt, che occupa il posto d’onore alla destra del babbo, e zia Lovisa, Daniel, Anna, Gerda e io. Io e Gerda, come sempre, siamo di fianco alla mamma, una da una parte e una dall’altra, perché siamo le più piccole. Ho ancora negli occhi la scena.

            Abbiamo già mangiato il merluzzo, il budino di riso e le sfogliatine. Piatti, cucchiai, forchette e coltelli sono stati sparecchiati, ma la tovaglia è lasciata; le due candele a più bracci fatte in casa bruciano nei loro candelabri in centrotavola e intorno ci sono ancora il sale, lo zucchero, l’ampolliera e un grande boccale d’argento pieno fino all’orlo di birra di Natale.

            Visto che la cena è finita, dovremmo alzarci, e invece no. Rimaniamo ai nostri posti in attesa della distribuzione dei regali.

            In nessun’altra casa, dalle nostre parti, si usa distribuire i regali di Natale a tavola dopo il tradizionale riso al latte. Ma è una vecchia consuetudine a Mårbacka e a noi piace così. Niente è eccitante come aspettare, ora dopo ora, per tutta l’interminabile serata, sapendo che il meglio deve ancora venire. Il tempo passa lento, lentissimo, ma noi siamo sempre convinti che gli altri bambini, che hanno già avuto i loro regali alle sette o alle otto, non abbiano idea della gioia che proviamo noi ora che il momento tanto atteso è finalmente arrivato.

            Gli occhi brillano, le guance s’infiammano, le mani tremano quando la porta si spalanca e compaiono le due domestiche travestite da capre di Natale che trascinano due grandi cesti pieni di doni fino al posto della mamma.

            Poi la mamma tira fuori un pacchetto dopo l’altro senza la minima fretta. Legge il nome del destinatario, decifra non senza difficoltà i versi scarabocchiati sui bigliettini e finalmente li consegna a ognuno.

            Quasi ammutoliti nei primi istanti, mentre strappiamo i sigilli di ceralacca e la carta, ecco che a turno lanciamo esclamazioni di gioia. Poi parliamo, ridiamo, cerchiamo di indovinare le calligrafie, confrontiamo i nostri regali e lasciamo che la felicità salga alle stelle.

            La sera che ricordo è quella dei miei dieci anni, e me ne sto seduta a tavola nella più spasmodica attesa. So così bene, ma così bene, quel che vorrei. Non sono belle stoffe per vestiti, né pizzi, né broccati, né pattini da ghiaccio, né caramelle o cioccolatini.

 Il primo regalo che apro è un cestino da cucito, e capisco subito che viene dalla mamma. Ha tanti piccoli scomparti dove ha messo una bustina di aghi, filo da rammendo, una matassina di seta nera, cera e corda. La mamma vuole di sicuro ricordarmi che dovrei provare a diventare un po’ più brava nel cucito e non pensare solo a leggere. Da Anna ricevo un piccolo portaspilli ricamato incredibilmente bello, che sembra fatto apposta per uno degli scomparti del cestino da lavoro. Zia Lovisa mi offre un ditale d’argento, e Gerda mi ha cucito un campione di iniziali, così d’ora in poi potrò marcare da me le mie calze e i miei fazzoletti.

  Aline e Emma Laurell sono dovute tornare a casa, a Karlstad, ma hanno pensato a me e a tutti noi. Aline mi ha preparato delle forbicine da ricamo in un astuccio che ha confezionato lei stessa con una chela di aragosta e un ritaglio di seta. Da Emma invece mi arriva un piccolo porcospino di lana rossa, coperto di spilli al posto degli aculei. Sono molto carine le cose che mi hanno regalato, ma comincio a essere un po’ preoccupata. È proprio tutto solo per cucire! Grazie tante, ma se poi non mi arriva proprio quello che voglio?

            Vedete, devo dire che c’è una tradizione a Mårbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri? Ecco a cosa sto pensando a tavola, mentre apro un pacchetto via l’altro di cose per cucire. Ho le orecchie in fiamme, è una vera e propria congiura. E se non arrivasse neanche un libro!

            Daniel mi offre un elegante uncinetto di osso, Johan un grazioso piccolo aspo per svolgere le matasse e alla fine arriva il babbo con il suo regalone: un tamburo da ricamo che ha ordinato dal miglior falegname di Askerby. Perfettamente identico, mi spiega, a quello che usavano le sue sorelle da giovani.

            “Diventerai di sicuro una grande sarta”, dice la mamma, “con tutte queste belle cose per cucire che hai ricevuto.”

            Gli altri ridono. Mi si legge in faccia che non sono così felice dei miei regali di Natale e loro si divertono all’idea di avermi fatto un bello scherzo.

            La distribuzione si sta avvicinando alla fine, e ormai mi è arrivato tutto quello che potevo sperare. Non c’è da attendersi altro.

            Zia Lovisa ha avuto un romanzo e due almanacchi, lo Svea e il Nornan, e prima o poi potrò approfittarne anch’io, ma prima deve leggerli lei. Ah, non è proprio facile far finta di essere contenti e avere l’aria allegra.

            Quando la mamma tira fuori l’ultimo pacchetto dalla cesta, capisco dalla forma che si tratta di un libro. Ma non è per me. Devono evidentemente aver deciso che questa volta mi tocca farne senza.

            E invece il pacchetto è proprio destinato a me e, quando lo prendo in mano, ho l’assoluta certezza che si tratti di un libro. Divento rossa di gioia e lancio quasi un grido nell’impazienza di farmi passare le forbici e tagliare i nastri. Strappo la carta con foga ed eccomi davanti agli occhi il più bel libro del mondo, un libro di fiabe. È quello che arrivo a capire dalla figura della copertina.

            Sento che tutti intorno al tavolo mi guardano. Sanno benissimo che questo è il mio più bel regalo, l’unico che mi rende davvero felice.

            “Che libro hai ricevuto?” chiede Daniel allungandosi verso di me.

            Lo apro e resto lì a fissare il frontespizio a bocca aperta. Non capisco una parola.

            “Fammi vedere!” dice, e legge:

            “Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Comtesse de Ségur.” Daniel chiude il libro e me lo restituisce.

            “È un libro di fiabe in francese”, commenta. “Avrai di che divertirti.”

            Ho preso lezioni di francese da Aline Laurell per sei mesi, ma sfogliando le pagine del libro mi rendo conto che non capisco niente.

            Ricevere un libro in francese è quasi peggio che non riceverne neanche uno. Faccio fatica a trattenere le lacrime. Ma per fortuna mi cade l’occhio su una delle figure. La più incantevole principessina del mondo viaggia in una carrozza tirata da due struzzi e, a cavallo di uno dei due struzzi, c’è un paggetto in alta livrea con lo stemma ricamato e le piume sul cappello. La principessina ha le maniche a sbuffo e una sontuosa gorgiera. Gli struzzi hanno in testa alti pennacchi e le redini sono ornate di grosse catene d’oro. Non si può immaginare niente di più bello.

            Man mano che sfoglio, trovo un vero e proprio tesoro di illustrazioni, altere principesse, re maestosi, nobili cavalieri, fate raggianti, orribili streghe, meravigliosi castelli fatati. No, non è un libro per cui piangere, anche se è in francese.

            Per tutta la notte di Natale me ne sto sdraiata a guardare le figure, soprattutto la prima, con gli struzzi. Mi basta quella per passarci ore.

            Il giorno di Natale, dopo la messa di primo mattino, tiro fuori un dizionario di francese e mi lancio nella lettura.

            È difficile. L’ho studiato solo con il metodo Grönlund. Se in quelle fiabe si parlasse del «cappello piccolo dell’uomo alto» o «dell’ombrello verde del buon falegname», avrei anche potuto capire; ma come cavarmela con un intero testo in francese?

            Il libro inizia così: Il y avait un roi. Cosa mai vorrà dire? Mi ci vuole quasi un’ora per arrivare a capire che va tradotto: “C’era una volta un re.”

            Ma le figure mi affascinano. Devo capire cosa rappresentano. Provo a indovinare, cerco nel dizionario e, riga per riga, vado avanti.

            E alla fine delle vacanze di Natale, quel meraviglioso libretto mi ha insegnato più francese di quanto ne avrei mai potuto imparare in tanti anni di metodo Aline Laurell e Grönlund.

da “IL LIBRO DI NATALE” di  Selma Lagerlöf edizione Iperborea.

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Sono solo sei casette.

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Sono rimaste solo sei casette, ad Aquilonia,  costruite dopo il sisma del 23 luglio 1930, quando il paese fu spazzato via  e  venne ricostruito in un luogo più alto rispetto alla locazione originale. Sei sole case asismiche, tracce di un permanere provvisorio.

In questi  quasi novant’anni anni le casette sono state abitate, hanno raccolto respiri, voci, hanno ricoverato corpi, riunito famiglie, vegliato sulla vita e sulla morte di chi si è avvicendato in quelle stanze umili. Erano asismiche, erano sicure, non sarebbero crollate via in un colpo solo, non avrebbero causato altri feriti, altri danni. E per novant’anni  la mappa di Aquilonia, paese dell’Irpinia interna ai confini con la Lucania è stata anche il disegno delle casette, che in fila ordinate,  hanno delimitato un quartiere.   Dopo un terremoto nasce sempre un paese nuovo, ispirato, non so perché, alla regola romana dei cardi e dei decumani che formano insule più o meno regolari. Dopo un terremoto, e Aquilonia ne fa conosciuto ben altri due da allora, si vuole che niente vada perduto, che non ci siano altri danni, che il paese resti composto, resti integro, per non lacerare vite e memorie.

E cosi’ e’ stato: le casette asismiche hanno resistito, dalle loro finestre si è continuato a guardare lo stesso panorama di montagne e di boschi, in quelle stanze ha continuato ad entrare la luce dell’ovest e le stufe a legna hanno mandato calore, mentre il fumo spandeva quell’odore di brace che si sente in inverno nei nostri paesi.

Novant’anni sono un tempo infinito, patriarcale, se rapportato alla vita di una persona. E di una vita così lunga si vogliono raccogliere le memorie, ma soprattutto si vuole avere cura, perché duri il più a lungo possibile, perché quella voce, quelle parole, a volte  desuete, diventino la nostra eredita’ morale, il nostro remoto futuro.

Non si seppellisce vivo un novantenne.

Non si abbatte un novantenne.

Il vuoto che lascerebbe in noi, nella nostra vita, sarebbe incolmabile. E il rimorso per la sua  scomparsa sarebbe più profondo del vuoto in cui annaspiamo. 

Piuttosto si vorrebbe che questa sua presenza, anche se vicina alla fine, in qualche modo restasse, come filigrana, come palinsesto, nella realizzazione della nostra vita.

La città, i paesi sono costruiti sulle permanenze, su luoghi fondativi, che rivestono per la comunità, memoria. Le sei casette asismiche di Aquilonia, che l’Amministrazione Comunale vuole abbattere per fare largo al vuoto, sono nella loro modesta dimensione, la rappresentazione collettiva di un luogo e di. Una memoria. Abbatterle è una dimostrazione di non dare valore a quello che è stato il passato del paese, un paese di grano e di pascolo, un paese che ha cercato in un nuovo sito, novant’anni fa,  un domani sicuro.

 Le casette potrebbero, con poca spesa, essere riusate, destinate come volano di alloggi per l’estate, quando forte è la richiesta di vacanza da parte di tanti emigrati di ritorno, potrebbero diventare laboratori per attività artigianali, per i giovani che non vogliono andar via dal paese, e ce ne sono, per fortuna.

Riusare significa dare valore a quello che sembra non averlo più, significa rintracciare l’esistenza ultima di un monumento, di un oggetto che non vuole spegnersi e sentirsi inutile. Novant’anni non possono essere cancellati da un colpo di ruspa, novant’anni è un tempo lontano, è un tempo veloce, è la forza del nostro tempo futuro.   

 

Tra un premio Strega e un premio Nobel!

Classifica della libreria Dante e Descartes, Napoli.

Fonti la Repubblica del 7.10.2017

DANTE & DESCARTES

NARRATIVA ITALIANA

1 Erri De Luca

Diavoli custodi

Feltrinelli

E 14,00

2 Erri De Luca

Se i delfini venissero in aiuto

D & D

E 4,00

3 Erri De Luca

Il giorno prima della felicità

Feltrinelli

E 14,00

4 Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi

E 19,00

5 Emilia Bersabea Cirillo

Potrebbe trattarsi di ali

L’iguana

E 14,00

NARRATIVA STRANIERA

1 Kazou Hisiguro

Quel che resta del giorno

Einaudi

E 12,00

2 George Simenon

La fioraia di Deauville

Adelphi

E 8,50

3 Joe Landsale

Io sono Dot

Einaudi

E 17,50

4 Carlos Ruiz Zafon

Il labirinto degli spiriti

Mondadori

E 23,00

5 Tijan

Finalmente noi

Garzanti

E 16,90

SAGGISTICA

1 Ambrogio Borsani

L’arte di governare i libri

Bibliografica

E 20,00

2 Raimondo Di Maio

All’insegna del piccolo formato

D & D

E 4,00

3 Anna Maria Ortese

“Pensare l’alba…” Lettere a Patrick Mégevand

Philobiblon

E 14,00

4 De Cristofaro/Viscardi

Il borghese fa il mondo

Donzelli

E 35,00

5 Giuseppe Montesano

Lettori selvaggi

Giunti

E 50,00

“Un tè con l’autrice”: Libri, tra gusto e…buongusto. Le Amiche Buongustaie e la loro rassegna culturale in cui cibo e letteratura si incontrano

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EBOLI. “Un tè con l’autrice”: è questo il titolo della rassegna culturale che prenderà il via il prossimo 10 novembre, alle ore 19, presso la sala antica della biblioteca comunale “S. Augelluzzi”.

Ad idearla e organizzarla, l’associazione Le Amiche Buongustaie, sodalizio che, partendo dalla tradizione culinaria e dalla rivisitazione delle pietanze che hanno fatto la storia del nostro Sud, diffonde l’arte del buongusto attraverso il cibo, i libri, e mediante iniziative a finalità sociale.

Ad inaugurare la rassegna, pensata come un format in cui la letteratura e il cibo si incontrano e si confrontano, grazie al dialogo con scrittrici ma anche scrittori campani e non, sarà Emilia Bersabea Cirillo, autrice del romanzo “Non smetto di avere freddo”, pubblicato da L’Iguana Editrice.

Vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva, attraverso la vicenda delle due protagoniste Dorina e Angela, “Non smetto di avere freddo” affronta temi profondi…

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Ombre di Pierluigi Cappello

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Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l’Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un’Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra
si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.

Ombre, da Azzurro elementare. Poesie 1992-2010
Pierluigi Cappello

Il vestito azzurro. Un racconto di Estela Picco

estela picco e le sue candele

Estela Picco, argentina,  non era solo un’artista delle candele, che creava negli spazi di Animarte, piccola grande fucina di esperienze messa su con le amiche Irene Russo, pittrice, Arianna Ciamillo, laboratorio di cucito, Lidia Martone, ceramista.

Aveva frequentato il primo anno della nostra scuola di scrittura Paroletranoileggere e ci aveva regalato un  racconto bellissimo, Il vestito azzurro,  scritto nella sua lingua madre, lo spagnolo, che Lidia Casali aveva poi tradotto.

Vogliamo ricordarla oggi,  che non è piu con noi, con queste sue parole, perchè tanti conoscano il suo talento e ne ricordino il magnifico sorriso .

Emilia ed Anna

 

 

                                                                                                                Traduzione di Lidia Casali

                                                                                A mi madre.

 Nel tardo pomeriggio  di una domenica calda e umida, mentre corro felice per la campagna, sento la pelle sempre più appiccicosa e impolverata, in un vestito di batista azzurro stretto e smunto, che ho ereditato, lavato e stirato, dalle mie sorelle maggiori.                                                                          E’ il mio primo vestito e mi fa sentire carina, lo cucì  mia sorella Margherita che sta imparando dalla signora Elvira, la vicina di casa che arrivò dall’Italia col mestiere di sarta.                             Non mi importa che l’azzurro sia, in qualche punto, diventato quasi grigio e che si notino le cuciture fatte e rifatte e le allungature dell’orlo;  è il mio unico vestito e perciò è, per me, tanto bello.                                                                                                                                                                 Ha delle costure sul collo, e pieghe nella gonna, le maniche hanno arricciature che si uniscono con  un gran bottone marrone.  Mi sento vestita come una signorina, anche se ho soltanto otto anni e sono la più piccola di dieci fratelli.                                                                                             Margarita lo cucì per   Catalina, la seconda, poi fu di Vica e successivamente di Estela, che per età sono le più prossime a me. Ho anche cinque fratelli, tre già  grandi, e altri due, Miguel di quattordici anni e Juan di tredici, che con Ludovica di dodici, Estela di dieci, ed io che ne ho otto, siamo gli ultimi nati, perché mia madre, come lei stessa dice  “non ne poteva fare di più”.

I miei genitori vengono dall’Italia, io non so bene cosa sia l’Italia; pare che sia un luogo che sta dall’altra parte del  mondo, quello che sulla mappa appesa dietro la porta della mia piccola scuola di campagna, il maestro Don Santini ha detto che è la sua patria e quella dei miei genitori. Laggiù ho zie, cugini e altri parenti che scrivono lettere a mia madre raccontando della guerra, della fame e miseria. La mamma piange quando legge e così io penso che sia meglio restare qui, nel campo.  Io conosco soltanto il campo, la nostra campagna e un paese.                                                                 E’ bello il paese, con le sue case di mattoni rossi, alte e attaccate le une alle altre, il  “almacèn” dove papà compra lo zucchero e la farina,  il “corralòn” dove va a vendere le vacche, la Società Italiana dove si fanno le feste e le riunioni ed il grande magazzino di don Supertino, un cugino di mio padre che si separò dai suoi fratelli nel porto di Genova, perché loro decisero di andare negli Stati Uniti, mentre lui, da solo, venne in Argentina dove già si trovava mio padre.

Nel paese molti parlano il castigliano, non come mio padre, don Supertino e gli altri che vengono dall’Italia e parlano il piemontese. Io imparo il castigliano parlando con i figli dei “gauchos” miei amici di scuola meticci, e loro imparano il piemontese ascoltando le lezioni di matematica del maestro Santini.

I miei genitori dicono  che i gauchos sono gente vagabonda e pigra, che qui ci sarebbero soltanto campi abbandonati alle erbacce se non fosse per gli italiani che arrivarono per seminare e raccogliere in questa terra fertile, e deve essere vero perché vedo gli uomini della mia famiglia lavorare senza sosta.
Nella nostra campagna abbiano anche animali; le mucche e la mungitura  sono compito di mia madre e delle mie sorelle maggiori, Miguel e Juan che non hanno abbastanza forza per usare l’aratro, si occupano di portare le mucche al pascolo , io non vedo l’ora di crescere per poter andare come loro a cavallo. I cavalli sono tra i nostri animali quelli che mi piacciono di più.                      Vica e Estela si occupano del pollame: galline, polli, anatre ed oche. Vica, che è attenta e parsimoniosa, è incaricata di prendere le uova, mentre Estela, magra ed agile, dà  loro si occupa del mangime, corre dietro ai polli quando scappano dal pollaio e restano alla mercé dei cani. Li allevano finché la mamma gli taglia il collo e a loro tocca poi spiumarli.                                               A me, di tutti gli animali che ci sono nella fattoria, mi hanno affidato  proprio quelli più sporchi,  sgradevoli e antipatici, quelli che grugniscono e  strillano, che vivono per  ingrassare e dormono tutto il giorno, cacciati in un porcile putrido, sporco e maleodorante, sistemato  il più lontano possibile dalla casa,  perché puzzano.  A questi animali, ai porci,  devo badare  io;  gli dò da mangiare, da bere, riempio i crogiuoli di grano e vado e vengo dal mulino con secchi pieni di acqua per tenere sempre pieno l’abbeveratoio. Gli unici che mi piacciono sono i maialini , sono graziosi con la loro codina attorcigliata ed il muso schiacciato, mi divertono quando si spingono e  si  stringono per guadagnare spazio alla ricerca del capezzolo della scrofa improvvisando quasi  una specie di gara.

  Oggi è domenica e mi sono messa da poco il vestito azzurro.  Nonostante il calore,  ho dato da mangiare ai maiali prima del solito e li ho chiusi nel recinto del porcile,  non senza aver prima controllato  che non manchi nessun porcellino. Ho messo il mio vestito perché fra poco verranno i vicini della fattoria di Airasca per giocare alla  Taba, il gioco dei gauchos , quelli che non sono né italiani né spagnoli.                                                                                                                                          Le mie sorelle  stanno già  accendendo il fuoco  per  arrostire un agnellino, mentre il mio fratello maggiore Lencho tira fuori le salsicce dal grasso per  affettarle e poter spiluccare qualcosa nell’attesa che sia pronto l’arrosto. All’ombra del salice, sulla grande tavolata che usiamo per mangiare,  ci sono varie bottiglie di vino rosso, alcune  sono già vuote;  mio padre dice che quando viene gente non deve mancare il vino per poter cantare, che il vino è buono per  riscaldare la voce.            Mia madre sta accendendo le lanterne appese alle finestre della casa, mentre mio padre prende un altro bicchiere di vino. A mio padre piacciono le canzoni piemontesi e altrettanto gli piace il vino. Diventa tutto colorito, quando canta e beve e sembra che gli occhi escano dalle orbite come in questo momento che,  da lontano, vedo che mi sta guardando, mi sta guardando mentre corro per l’orto.  Corro nei solchi per non calpestare le piantine di lattuga. Corro perché mi  insegue Tobias, il cane dei vicini che sono appena arrivati, e che come mi ha visto a smesso di camminare al lato della ruota del calessino e mi è venuto incontro, perché sa che a me piace giocare con lui ; ma oggi no, non voglio che mi salti addosso e sporchi il mio vestito azzurro.                                                    La luce fioca delle lanterne non arriva fino all’orto, il sole è già sceso ed i suoi riflessi già si spengono all’orizzonte.  Sento mio padre gridare : “Nelida!!! Varda varda!!! Si sta facendo scuro e allarmata corro verso di lui perché il suo tono di voce indica che qualcosa di terribile sta accadendo, avvicinandomi scorgo la sua espressione inferocita, quella che tanto temo; non capisco cosa stia succedendo e mentre mi giro sul fianco per vedere le facce dei presenti e capire il motivo di tanta agitazione, sento un colpo secco sulla mia fronte. Che dolore !, mi fa molto male, alzo lo sguardo verso mio padre e mi tocco la testa, lo vedo con un solo occhio, l’altro è coperto di sangue;  papà tiene un braccio alzato e nella mano un oggetto, la Taba.

3

Con una espressione minacciosa agita nell’aria, come minacciando di colpirmi di nuovo,  questo osso di zampa di vacca che usa per divertirsi, per giocare,  con esso mi ha picchiata duramente sulla testa. Sento il dolor e mi tocco dove mi fa male, palpo una ferita aperta, guardo la mia mano insanguinata. Una sensazione di soffocamento sale nel mio petto, mi leva il respiro; enormi gocce di sangue e lacrime scendono dal mio viso verso il bordo della mandibola e si precipitano cadendo direttamene sopra la tela azzurra del mio unico vestito da signorina.                                                  Mi fa male il colpo, mi fa male la ferita, mi fa male non sapere perché, perché ricevere una tale punizione e mi sento indifesa e colpevole. In piena disperazione e angoscia riesco a trovare le braccia aperte di mia madre che mi stringe e consola nel suo grembo morbido e tiepido. Ella, dirigendosi severa e disgustata verso mio padre gli dice : “T’zes ciuc! Ma varda ca l’è ‘n can”.    Mio padre era giunto a confondere la figura di un cane con quella di un maiale, aveva creduto che io avessi lasciato scappare uno dei porcellini  che stava calpestando le piantine di insalata nell’orto.   Mi ha castigato per errore, si è confuso e la sua rabbia   incontrollata e cieca questa volta  si è scatenata contro la minore dei suoi figli, la piccola che compie con accuratezza il suo lavoro lontana da casa, poiché i porci puzzano, che non si lamenta mai e aspetta ansiosa il giorno in cui crescendo le affideranno la cura delle vacche, per poter finalmente galoppare a cavallo per  il campo. Abbassa finalmente il braccio, mio padre, e allo stesso tempo abbassa la testa, si gira e se ne va camminando in direzione della campagna. Non lo rividi fino al giorno seguente.  Mia madre e mia sorella Catalina mi lavarono la ferita con acqua fresca e mi misero una benda sulla testa, dicendo che mi avevano messo una “coroncina”.

Sapevo che la mia testa sarebbe guarita, in qualche giorno si sarebbe chiusa la ferita e non si sarebbe più notato niente, eccetto le macchie di sangue, le macchie sul vestito azzurro e sulla fiducia in mio padre. Entrambe sarebbero state rovinate per sempre. Il giorno seguente, come tutti i lunedì mio padre andò al villaggio all’alba, tornò presto e entrando in cucina mentre io stavo prendendo il mio tazzone di latte appena munto, consegna a Margarita un pacchetto legato con filo e le dice:  “ Oggi mettiti a cucire un vestito nuovo per Nèlida e che sia più bello di quello che aveva ieri !”.                                                                                                                                                  Non avrei saputo dire se questo vestito azzurro, fatto su misura, fosse più carino di quell’altro che per la prima volta mi aveva fatto sentire  signorina, però di qualcosa ero certa, ed è che confondere la sagoma di un cane con quella di un porco avrebbe cambiato dolorosamente e definitivamente il mio modo di vedere l’immagine  di un uomo, mio padre.