Ti cucino un racconto

SE AMI SCRIVERE ALLORA ECCO UNA NUOVA INIZIATIVA PER APPASSIONATI DI LETTERATURA E SCRITTURA

E’ BANDITA LA PRIMA EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERARIO

  ” TI CUCINO UN RACCONTO”

 indetto dall’associazione culturale ParoleTraNoiLeggere di Avellino

Il bando è dedicato alla forma narrativa del racconto breve che introduce una ricetta di cucina o viceversa una ricetta che porta con sé un racconto, è rivolto a tutti gli autori di racconti inediti.

Al vincitore andrà la somma in denaro di 500 euro

Ci si può iscrivere dal giorno 20 LUGLIO 2022 al 20 OTTOBRE 2022

Il concorso di letteratura organizzato dall’associazione ParoleTraNoiLeggere, richiama alla partecipazione tutti gli autori, senza limiti di età e di genere, di racconti inediti, affermati o esordienti che abbiano voglia di legare una storia ad una ricetta che richiami la loro terra o i loro costumi.

Perché:

con questo premio vogliamo richiamare l’attenzione sul legame tra letteratura e fonti storiche , nella forma breve del racconto.

Chi non ha una ricetta di famiglia o una storia legata ad una ricetta. Un pranzo in cui una particolare pietanza ha fatto da volano.

Ci ispiriamo all’ opera “Il Pranzo di Babette” di K. Blixen, celebre racconto in cui l’eccezionale bravura di una chef rende quel pranzo un’esperienza indimenticabile per i commensali.

 Vogliamo leggere storie che rafforzino il legame tra scrittura e cibo, tra capacità di invenzione e tradizione, per restituirle in una forma scritta che possa diventare eredità comune.

Bando

PARTECIPAZIONE AL CONCORSO:

“ti cucino un racconto”

 Prima edizione del premio letterario dell’associazione

ParoleTraNoiLeggere

Raccolta di racconti brevi con ricette

La quota di partecipazione al concorso è di 15 euro per spese di segreteria

OGGETTO DEL CONCORSO:

Sono ammessi a partecipare al premio Racconti

Non ci sono limiti legati al tipo di ricetta che si vuole descrivere

 il file word di 27000 battute (spazi inclusi) con annessa ricetta

Il racconto inviato deve essere inedito non soggetto a pubblicazione editoriale.

Sono esclusi dal concorso anche i racconti pubblicati in formato digitale (ebook) o pubblicati sui siti, blog o social network.

TERMINI DI CONSEGNA E MODALITA’ DI SPEDIZIONE:

Il racconto dovrà essere inviato in forma anonima e in 4 copie entro e non oltre il 30 ottobre 2022, all’indirizzo:

“L’angolo delle storie” libreria

Via Fosso Santa Lucia, n.4

83100 Avellino

Il testo non dovrà indicare in nessun punto il nome dell’autore. Al racconto dovrà essere allegata una busta sigillata contenente i dati anagrafici e recapiti del partecipante.

La giuria aprirà la busta solo dopo la lettura e la selezione dei racconti, in modo da garantire la totale imparzialità di giudizio.

Le copie non verranno restituite. Il nome dell’autore con i relativi dati personali dovranno essere indicati esclusivamente nel modulo di iscrizione e nella liberatoria per il trattamento dei dati personali scaricabile da questa pagina.

A ParoleTraNoiLeggere dovrà essere quindi inviato via posta un plico contenente:

-n.4 copie del racconto su supporto cartaceo

-n.1 busta sigillata contenente:

-il modulo di partecipazione comprensivo dei dati personali e del titolo del racconto, sottoscritto in tutte le sue parti dalla concorrente, per accettazione;

-la liberatoria per il trattamento dei dati personali, compilati in ogni sua parte e firmata;

-la copia del documento di riconoscimento valido;

-la ricevuta del pagamento di 15 euro effettuato con bonifico ad Associazione Culturale ParoleTraNoiLeggere, causale quota partecipazione al concorso “Ti cucino un racconto”;

IBAN: IT15W0538715102000003657583.

GIURIA:

Emilia Bersabea Cirillo (presidente)

Franco Festa (giurato)

Titti Marrone (giurato)

Fabrizio Mangoni (giurato)

Mafalda Fusilli (segretario)

Il giudizio della giuria è insindacabile e inappellabile. I risultati saranno resi noti entro il 30 dicembre 2022.

PREMIO:

l’autore del miglior racconto riceverà un premio in denaro della somma di 500 euro.

I dieci migliori racconti riceveranno la possibilità di pubblicazione in una raccolta

Qualora la giuria ritenesse che nessun racconto tra quelli inviati dai partecipanti sia idoneo alla pubblicazione, la giuria si riserva di non procedere alla pubblicazione.

E’ in facoltà della Segreteria organizzativa o di casa editrice delegata (nome verrà comunicato in seguito) pubblicare entro tre anni i testi inviati, premiati e non, senza obbligo di remunerazione, ma con l’obbligo di indicare chiaramente l’autore; la proprietà letteraria rimane sempre e comunque dell’autore.

Obblighi dell’autore

La partecipazione al concorso implica di fatto l’accettazione di tutte le norme indicate nel presente bando. Tutela dei dati personali.

Ai sensi del D. Lgs. 196/2003 “Codice in materia di protezione dei dati personali”, la segreteria organizzativa dichiara, ai sensi dell’art. 13, “Informativa resa al momento della raccolta dei dati”, che il trattamento dei dati dei partecipanti al concorso è finalizzato unicamente alla gestione del premio e all’invio agli interessati dei bandi degli anni successivi; dichiara inoltre, che con l’invio dei materiali letterari partecipanti al concorso l’interessato acconsente al trattamento dei dati personali; dichiara inoltre, ai sensi dell’art. 7 “Diritto i accesso”, che l’autore può richiedere la cancellazione, la rettifica o l’aggiornamento dei propri dati rivolgendosi al Responsabile dati della Segreteria del premio nella persona del signor(Mafalda Fusilli indirizzi email: mafaldafusilli@gmail.com).

La segreteria del premio:

Dott.ssa Mafalda Fusilli

MARK STRAND

Mare nero

Una notte serena mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fin sul tetto di casa e sotto un cielo
cosparso di stelle ho guardato il mare, la sua distesa,
le creste mobili spazzate dal vento che divenivano
lacerti di trina lanciati nell’aria. Ristetti nel sussurro
protratto della notte , in attesa di qualcosa, un segno, l’approssimarsi
di una luce distante, e immaginai che ti facevi vicina,
le onde buie dei capelli che si fondevano con il mare,
e il buio si fece desiderio , e il desiderio la luce incipiente.
La prossimità, il calore momentaneo di te mentre stavo
lassù da solo a contemplare le ondate lente del mare
frangersi sulla riva e farsi per un poco vetro e scomparire….
Perché credetti che saresti uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti dovuta venire solo perché io ero qui?

MARK STRAND
Mare nero

Traduzione di Damiano Abeni
Da Uomo e cammello, Mondadori, 2007

Commozioni

Sepolcro della chiesa del Cuore Immacolato di Maria Avellino 
Commozioni di Emilia Bersabea Cirillo
 
Sarà l’età, ma i sepolcri provocano in me una commozione che prima non conoscevo. Un senso di pace, di ordine, di infanzia mi prende, forse per quei fiori freschi disposti in una simmetria non perfetta, il tappeto rosso ben tirato a coprire il pavimento, le ciotole del grano in germoglio, i lumini accesi che rischiarano la mensa, per quel gesto di cura discreto, quasi taciuto. In pochi metri quadrati ritrovo un messaggio diretto di morte e di vita al tempo stesso, un messaggio che ci dice “niente è per sempre”, tutto può cambiare, anzi per chi è credente, cambierà sicuramente, non bisogna disperarsi di fronte alla messa in scena di una morte, anche se è quella di Cristo. C’è ancora tanto futuro in cui credere, per cui spendersi.

Da quando i lutti hanno colpito duramente la mia famiglia, quel niente è per sempre mi sembra un messaggio consolatorio a cui aggrapparmi. Quei semplici fiori bianchi e gialli, il grano in erba diventano la speranza, flebile, quasi impercettibile, esattamente come la luce dei lumini, a cui concedere il mio respiro, i miei pensieri di futuro.

Questo assistere alla fine dell’esistenza e contemporaneamente immaginarne il suo contrario, il sospendere il tempo conosciuto per l’attesa di uno migliore,  provoca in me commozione, un profondo consapevole bisogno di consolazione, che significa lacrime agli occhi, nel ricordo di quello che non c’è più e nell’affido dei miei desideri, vaghi assai, al mio agire. Si piange un po’, come da bambini si piangeva senza un motivo vero, per malinconia, forse, per nostalgia del futuro, per non saper nominare le cose di cui si ha bisogno, un pianto silenzioso, solitario, inspiegabile, a cui ho deciso di arrendermi. Niente groppi alla gola, niente ricacciare dentro le lacrime. Si piange e basta.

Si, chiagnere è bello, diceva Filumena Marturano a Dummì, “come è bello chiagnere” e in queste parole c’era tutta la libertà di mostrarsi per come si era, fragili e forti, sfibrate da lunghe lotte ma sempre pronte ad affrontarne di nuove, sorprese dalle ricompense della vita dopo averne conosciuto i tradimenti.
Oggi, però, di fronte allo splendido sepolcro della chiesa del Cuore Immacolato di Maria, c’era un motivo in più per piangere. Due drappi, uno rosso e blu, un altro giallo e azzurro erano stati posti accanto alla teca del Santissimo a simboleggiare le due bandiere russe e ucraine, in mezzo quello rosso  della passione di Cristo, sopra  la scritta in lettere d’oro “Vi lascio la mia pace vi dono la mia pace”. Il presente è la guerra, forse lo è anche il futuro, ma è accogliere la pace la vera sfida, ora.   

Quelle parole, per me che cerco da anni un pezzetto di fede senza ancora trovarla, sono state un messaggio diretto, carico di responsabilità. Lavorare per la pace, pregare per la pace, lottare per la pace, accogliere la pace dentro di noi per cercarla fuori di noi.
Tanta commozione, oggi, in questo angolo remoto di mondo che è il sepolcro della mia parrocchia. Per i miei pensieri personali, per il desiderio di pace, questa parola semplice, solo quattro lettere, che contiene in sé ogni speranza, di vita, di resurrezione. Pace per ognuno di noi, individui del mondo.
 
Buona Pasqua 2022.
 

Stabat mater

 

 

– Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac ut tecum lugeam- Andrea sapeva che da qualche parte tra il pubblico, sua madre stava piangendo. Per un momento distolse lo sguardo dal leggio, e guardò nell’oscurità della platea. Non vedeva niente. Le sedie del Duomo, gli scanni del coro, perfino l’orchestra di fronte a lui erano occupate da ombre. Il maestro gli fece cenno. Toccava a lui. Strinse le dita a pugno, se li portò al petto. Solo la sua voce, niente altro, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un gran respiro all’indietro. E iniziò a cantare.

Carte, sempre carte. Sigarette, posacenere pieni, la lampada sul tavolo accesa. I miei pomeriggi erano sempre stati di lavoro. Da qualche tempo anche pieni di fumo. Mi sono alzata, ho posato gli occhiali. Le sei e mezzo. Ancora poco. Poi televisione, un toast e a letto. Ho guardato a nord, come tutte le sere. Come se il mio sguardo potesse davvero arrivare lontano, superando la montagna di fronte e i chilometri che mi separavano da Andrea. Che faceva, in quel momento? Aveva freddo? Aveva già mangiato? Stava leggendo? Riusciva a dormire? Il telefono ha squillato.  Non ho risposto. Ha squillato ancora. Ho risposto per stanchezza.

-Allora, avevi deciso di perderti un concerto importante.-

-Stavo pensando di andare a letto…

-Passo alle otto. Ornella non farmi scherzi. E’ un’orchestra da camera eccezionale.

-Non ho voglia…

-Alle otto. Poi mi ringrazierai.

Eugenio quando si trattava di concerti decideva per tutti e due,. Senza avvisare. Senza chiedere. Ed io non riuscivo ad oppormi. Ho acceso una sigaretta. Fumare dilatava il mio tempo fermo. Ho mandato dietro i vetri un bacio ad Andrea. E ho chiuso la finestra.

 

Eugenio l’avevo conosciuto un pomeriggio ad una fila al botteghino del teatro S.Carlo, in un’afa insopportabile di giugno. Mi facevo aria con il ventaglio, ma quel movimento ritmico non diminuiva la calura. Davanti a me c’erano almeno quaranta persone. Una mezz’ora di attesa. Avevo i pantaloni di lino appiccicati addosso. Il sudore mi colava dalle sopraciglia. Ad un tratto sembrò non importarmi niente di Mahler e della 5° sinfonia. Volevo riprendere la macchina al parcheggio sulla Marina, imboccare l’autostrada, tornare a casa e farmi una doccia. Chiusi il ventaglio e lo misi in borsa. Uscii dalla fila. Uno dietro di me mi chiamò.- Prenderò un biglietto anche per lei. Mi può aspettare al Gambrinus, intanto. –

Gli sorrisi. Mi sembrò di conoscerlo. Occhi azzurri e capelli bianchi ricci. Fu per il suo modo di parlare, gentile, trasognato, a dirgli di sì.

-Eugenio Galzerani.

-Ornella De Santis.

Abitavamo nella stessa città tra le colline. Lo avevo visto fare la spesa al supermercato in centro.  Una volta mi aveva preso, da uno scaffale in alto, una confezione di marmellata ai lamponi che avevo promesso ad Andrea.

Arrivò dopo mezz’ora. Nella sala del caffè eravamo in pochi, avvolti dal fresco e dagli stucchi. Avevo già bevuto un succo d’arancia. Lui ordinò un gelato. Cioccolato e nocciola.

– Questo è il suo biglietto.- mi disse.- Quinta fila, la migliore.

– Come ha fatto?

– Trucchi del mestiere.

 

Ci frequentiamo da allora. Nove mesi, più o meno. Lui mi telefona all’improvviso per invitarmi ai concerti, dovunque siano. Mi aspetta sotto casa con la sua monovolume. Dopo andiamo a cena. In fondo non ci conosciamo, ma ci facciamo compagnia. Sa certamente di Andrea, in questa piccola città si sa sempre tutto. Non fa domande. A volte, quando è di umore, mi racconta della sua infanzia a Matera, del palazzo di tufo che stava alla fine del Corso e che guardava alle gravine.  Dell’insegnante di pianoforte di Tricarico che andava in casa ad insegnargli il solfeggio. Sua madre lo voleva direttore d’orchestra. A cinquantasei anni dirige una banca, in città.

– Quello che ci voleva per te, per farti uscire da casa.- ha commentato mia sorella Antonella -Vedi, la Provvidenza esiste, e come.

A credere alla provvidenza, in quello che dice mia sorella c’è un fondo di verità. Da tre anni non facevo altro che fumare, lavorare e portarmi le pratiche a casa, per compagnia, raggiungere due volte il mese Volterra, per far visita ad Andrea.

Adesso, tento l’aria della sera.

Sono andata a farmi la doccia. Insapono il mio corpo automaticamente. L’acqua calda la sento però come una benedizione. Ho indossato un vestito di lana rosso, alto in vita, vecchio di sei anni. E il cappotto nero. Eugenio ha citofonato alle otto. Preciso come la campana della chiesa.

Mi ha sorriso, aprendomi la portiera.- Sei uno splendore!-

Ha sempre di questi complimenti esagerati.

– Diciamo che sono meno opaca del solito.

Ha messo in moto. Piove lento, all’improvviso. Siamo fermi in una fila, sul corso principale.

-Non potevi perderti questo concerto- ha detto Eugenio guardandomi teneramente. – Pergolesi e Vivaldi. Insieme. Pare che ci sia un controtenore inglese, giovane, dalla voce eccezionale. La critica dice che è molto promettente.

Ho chiuso gli occhi. Dovevo scendere dalla macchina, inventare un improvviso malore. Non sono stata pronta. Ho detto solo – Allora andiamo. – Lui mi ha sfiorato la mano con un dito.

 

E’ la prima volta che vado a teatro in città insieme a lui. Da quando Andrea è a Volterra, cerco di farmi vedere il meno possibile in pubblico. Mi sono fatta trasferire in un tribunale della provincia, per non avere contatti con i colleghi.  Non mi piace che si parli di me, mentre passo tra la gente. Sorrisi, ammiccamenti, commenti, me li sento tutti nelle orecchie,

Il foyer del teatro è pieno. Ho intravisto facce conosciute. Coppie cementate dalle rughe. Donne sole eleganti e scollate.

-Non entro.- ho detto ad Eugenio.

Lui mi ha preso per un braccio. -Non fare capricci. Sei con me.

L’ho guardato. Ha un viso puro, come se l’acqua cancellasse continuamente dalla sua pelle ogni traccia del tempo. E una voce che mi avvolge. Ho annuito. Gli ho dato il braccio. Siamo passati veloci in mezzo alla folla. Non ho visto nessuno. Avevo infilato gli occhiali scuri.

– Contenta? – ha detto Eugenio, mentre entravamo nel palco riservato a noi due.

Non ho risposto.

– Ornella, che hai?- ha chiesto avvicinandosi a me. La sua bocca era ad un filo dalla mia. Ho scosso la testa. Mi sono stretta il cappotto addosso.

Ho letto il programma. Stabat Mater di Pergolesi. Gloria di Vivaldi.

La luce si è abbassata. Il cuore batteva velocissimo. Dovevo resistere. Ho tratto dall’astuccio una pilloletta rosa. L’ho ingoiata senza acqua.

-Posso fare qualcosa per te?- mi ha sussurrato Eugenio.

Ho scosso la testa.

-Tu dici troppe bugie. Ne parliamo dopo…

Il concerto stava iniziando.

 

Avevo visto Andrea dieci giorni prima. Lo avevo trovato ancora più magro, pallido, i denti gialli. Ci eravamo abbracciati nella stanza chiusa dalla porta di ferro, mentre il secondino si allontanava. Era tutto quello che ero riuscita ad ottenere dal direttore del carcere. Andrea mi aveva guardato con la sua faccia striminzita, lisciandosi i capelli biondi e fini che cascavano sulla fronte.

-Devi portarmi via da qui- aveva detto subito.

-Non posso, Andrea.

-Mi sembra di impazzire.

Mi teneva la mano, come quando era bambino, con il pollice stretto sul mio dorso.

– La notte è peggio del giorno. Voci, rumore, spifferi. Non dormo, non sogno, resto con gli occhi chiusi. Penso a casa. A come sarà la mia stanza. Al copriletto rosso che mi comprasti quando compii dieci anni e non abbiamo mai cambiato. Mamma, mi stai ascoltando?-

La sua bella voce quieta. Le sue occhiaie da anemico. Lo scatto nella spalla, quando parlava di cose che lo riguardavano.

Lo ascoltavo. Come non potevo. Non riuscivo a dirgli che nella sua stanza non entravo più da mesi.

-Hai provato a studiare, un poco?

-Non ci riesco. Cantare qui, è impossibile. Non ho silenzio, non ho spartiti, non ho dischi, non ho voce.

Stava mettendosi a piangere. Lo abbracciai. Lagrime circolavano tra le ciglia. Ingoiavo saliva, per non scoppiare. Gli presi l’altra mano.

-Se vuoi, la prossima volta posso portarti gli spartiti. Potrebbe essere una buona cosa.-

– Non hai capito, la mia voce è arrugginita, è ferro vecchio, è spazzatura.

Gli passai le mani tra i capelli. Li aveva sempre morbidi, setosi.

-La tua voce sarà sempre bella, Andrea. Devi credere a tua madre.

Lui aveva poggiato la testa sulla mia spalla.

 

Il controtenore è giovane. Venticinque anni, leggo dalla brochure. Viene da una piccola isola dell’Irlanda.   E’ vestito con una camicia bianca di seta e un pantalone nero. E’alto, robusto, con i capelli rossi mossi, come un angelo di fuoco. Vorrei vedere da vicino il suo viso. Dirgli delle parole di incoraggiamento. Il soprano mi è sembrata alta, legnosa, con i capelli a baschetto e un decolleté inesistente. E’ vestita di nero, con una cintura di strass in vita. Ho tenuto le mani giunte sul grembo, lo sguardo puntato su di loro. Hanno cominciato.

Stabat madre dolorosa. Due voci eterne. Le spade nel cuore hanno sobbalzato. E’ questa la musica, mi sono detta, la sua  musica. Ho stretto le mani sulla balaustra ricoperta di velluto rosso. Eugenio mi ha preso il gomito. Ho fatto finta di non sentire, ostinata ho guardato dritto, allontanando il ferretto del reggiseno dal costato.

 

-Ti ho portato i libri – gli stavo dicendo – Hölderlin, Rilke, Allen Ginzberg. Non me li ricordo tutti, ma ho rispettato la nota.

Il secondino era entrato senza far rumore dietro di noi. L’ora era diventata breve come un respiro.

Ci eravamo sciolti dall’abbraccio. Quello era il momento più tremendo. In cui il cuore si scomponeva, come se fosse diventato uno specchio spezzato.

-Non potrebbe farci stare ancora un poco, non diamo fastidio a nessuno.

-Dottoressa, la regola…

-La prego, sia comprensivo.

La pappagorgia dell’uomo aveva tremato. Di fronte alla mia preghiera aveva accennato un sì complice ed era uscito.

Ci eravamo presi per mano. Ci guardavamo senza parlare. Era troppo quello che avevamo da dire. Troppo poco il tempo.  Il calore delle sue mani, le sue dita fragili, l’osso rotondo del polso, la sottile linea azzurra delle vene furono le nostre parole.

Andrea aveva faticato a separarsi da me.

– Mamma, ti raccomando, mamma .- aveva urlato, aggrappandosi al mio braccio. Il secondino con la pappagorgia lo aveva afferrato per un braccio -Non lo tocchi !- avevo gridato. Andrea mi aveva abbracciato con gli occhi. Si era incamminato a testa bassa, senza voltarsi.

Avevo pianto, quanto avevo pianto, mentre la sua voce spariva nei corridoi.

Era la stessa di quando, da bambino, non voleva entrare in classe. – Non mi lasciare, mammaaa – era quella a prolungata, come un dolore insopportabile che me lo faceva affidare alla maestra e scappare fuori, per non sentirlo.  Per tutta la prima elementare Andrea pianse e vomitò. Tornava a casa calmo, indifferente, come se non fosse successo niente. Dovevo capire allora che c’era qualcosa che non andava.  Lui si sentiva abbandonato da me. Più scappavo, più piangeva.

Dovevo rifiutare la promozione. Dedicarmi a lui, come una madre deve. Non lasciarlo solo. Era questo che lui voleva, senza chiedermelo. Non capii. Non ero attenta a lui. Mi sembrava tutto facile, allora. Sopportabile, realizzabile. Accettai l’incarico. Andrea restò col padre. Ritornavo a casa solo il sabato e la domenica. Per due anni la nostra vita furono telefonate, regalini e lontananza. A me sembrava che non gli mancasse niente. Gli mancavo io, invece.

 

La voce del controtenore è un filamento di seta doppia stesa tra due salici. Mantiene costante e morbido il tono della musica.- Fac ut portem – muove le mani come se dai palmi nascessero colombe di pace. IL soprano lo guarda e annuisce. Forse lo ama.

Pergolesi scrisse lo Stabat Mater e poi morì. A Napoli. A pochi chilometri da qui. Aveva 26 anni. La stessa età di Andrea, preciso. Lui muore in carcere, un poco al giorno, da tre anni.

 

Quando i carabinieri arrivarono in casa, Andrea era uscito per le prove. Era il 6 aprile. Mercoledì. Dopo una settimana avrebbe dovuto cantare lo Stabat Mater al Duomo.

Nel presentarmi il mandato chiesero scusa, dovevano fare il loro dovere.

La stanza di Andrea era stata messa in ordine al mattino dalla cameriera. Stereo, cd, le stampe antiche di uno spartito di Bach regalo dei diciottoanni, il suo pianoforte, le cuffie, i libri di musica, di poesia, di filosofia, la libreria degli spartiti, le sue foto di ritorno da un concerto in Calabria, lo zaino ancora mezzo pieno.

– Mio figlio è alle prove. Al Duomo.- dissi sincera.

Loro sorrisero. Cip e Ciop pensai. Con la solerzia dei roditori alzarono il materasso, sollevarono lenzuola, spalancarono cassetti, svuotarono l’armadio, gettarono a terra le sue camicie, le mutande, i calzini, sventolarono gli spartiti, scopercharono il pianoforte.

Facevano il loro dovere. Come tanti che lavoravano in procura, con me.

-Andrea non ha fatto nulla di male. Che volete da lui? Lui è un artista.

Parlavo come un personaggio delle telenovele.

– E’ stata uccisa una ragazza. Monica Ricchi. Anni 20. La conosce vero? Le possiamo dire solo questo.- ripresero a cercare, meticolosi, i guanti di lattice alle mani.

– E’ la fidanzatina di mio figlio Andrea.- sussurrai.

– Appunto.- disse uno dei due.

Corsi in cucina. Aprii il rubinetto. Bevvi dal cannello, lasciandomi bagnare il viso e la punta dei capelli. Il cuore era gelato in petto. Pensai alla Madonna Addolorata. Sette coltelli. Sette dolori. Me li sentii arrivare tutti insieme nel cuore.

Andrea amava quella ragazzina bruna dagli occhi grandi e neri. Veniva da Urbino, si era da poco trasferita in città. Aveva la grazia levigata di certe Madonne di Piero della Francesca, le mani dalle dita sottili, la pelle tenera. Per Andrea oltre il canto non c’era che lei. Le aveva dato una sua foto, in cui Monica sorrideva abbracciando il suo barboncino bianco. Le si vedeva  tra l’attaccatura dei seni il tatuaggio, una minuscola farfalla , che aveva scelto con Andrea.

Si erano conosciuti alla corale. Monica era soprano leggero. Non si impegnava come doveva, sprecava un talento naturale. –E’ venuta per gioco, per avere qualcosa da fare. Non studia per niente. – mi aveva confidato Andrea una mattina che facevamo colazione insieme.- Per fortuna, mamma, altrimenti non ci saremmo mai incontrati. E’ così bella, non trovi?-

Volevo bene a quella ragazzina, perché faceva felice Andrea. Perché era la femmina che avevo desiderata e avevo persa al quarto mese di gravidanza. Perché si volevano bene, mano nella mano sempre, per strada, si chiamavano – Amore- e si scambiavano orsetti e marmotte di peluche. In casa c’era un’aria leggera, da quando la foto di Monica era comparsa sulla scrivania. L’amore aveva reso Andrea premuroso, attento, ordinato. Una sera mi disse che voleva tentare l’ammissione ad un corso di alta specializzazione in Francia. E Monica? Gli chiesi? Anche lei lo tenterà.

Il canto e lei. Per sempre.

 

Telefonai al padre di Andrea, come chiamavo Giuseppe da quando ci eravamo separati. Gli urlai di tornare subito, dovunque stesse.

Non ti capiterà mai. Sono cose che si leggono sui giornali. Cose che tengono col fiato sospeso l’Italia per un’estate intera. Mio figlio l’ho cresciuto con i valori, il rispetto degli altri, la condivisione, un democratico senso del benessere, il limite tra bene e male. Ha studiato canto con i migliori maestri del conservatorio. E’ controtenore, un timbro rarissimo. Un dono del cielo, aveva detto un critico musicale. Repertorio barocco. Vivaldi, Pergolesi, Bach. Una carriera luminosa assicurata.

Lui obbediente, premuroso con me, soprattutto dopo la separazione con Giuseppe. Non voleva lasciarmi la sera, per andare alle prove. Sorvegliava la mia solitudine. Troppo, per un ragazzo di sedici anni. Mamma, va bene mamma. Quando mi vedeva triste si sedeva sul mio letto e cantava per me la ninna nanna di Brahms, – Guten Abend, guten Nacht in die Rosen gedacht- e poi mi carezzava i capelli.

Un cruciverba misterioso, la vita dei figli. Diventano altro da noi senza che ce ne accorgiamo. Li guardiamo con gli stessi occhi amorosi, come fossero eterni bambini. Come non potessero diventare mai corpi che desiderino altri corpi, mai destini che cercano altri diversi destini.

Mi sedetti sul letto e piansi, le mani sulla fronte.

 

– Che c’è, mi chiede Eugenio. Non ti ho mai visto così.- Nel buio del palco tenta affettuoso di prendermi la mano. Gliela cedo, lui la stringe, la bacia. E’ elegante nei gesti. Attento. Un vero signore.

– Fac me vero tecum flere crucifixo condolere…- Quando finirà lo strazio di una madre, penso, non finirà mai, andrà oltre le parole, le voci accordate, le viole, i violini, il maestro di cappella, oltre le preghiere e le intenzioni, andrà oltre il corpo del figlio  schiodato dalla croce stretto nelle sue braccia, come il primo giorno che è nato, carne della mia carne sono in croce con te.

Eugenio mi  porge il fazzoletto. Non mi sono accorta di star piangendo. E’per la voce del controtenore, la musica di Pergolesi, il sussulto del ricordo, la controfigura di Andrea che si aggira sul palco, la madre dolorosa ai piedi della croce, i capelli d’oro sghimbesci  sulla veste rossa, il costato squartato, lo strazio muto davanti al corpo del figlio morto. E’ il mio tempo, il suo tempo  che si è fermato tre anni, cinque mesi e quattro giorni indietro.

Eugenio sussurra qualcosa che non capisco. Ha un profumo sordo di verde boscoso, la sua mano bianchissima accarezza la mia. Il suo fazzoletto sa di muschio, lo stropiccio, lo porto alla bocca. Desidero che le lagrime scendano. Che le lame nel cuore si allentino un poco.

 

Monica fu trovata nella tavernetta della sua casa, la testa fracassata, i capelli secchi di sangue. Era domenica mattina, molto presto. Sognavo di immergermi in un fiume piatto, sogno premonitore di lagrime, secondo la cabala familiare. Il telefono squillò a lungo, prima che rispondessi.

Andrea urlava dall’altro capo di correre subito da lui, era assurdo. Da lui dove? A casa di Monica, vieniiiii, è morta, mammaaaa.- e sembrava come se cantasse. Ho ancora nelle orecchie quelle i e quelle a prolungate, come il suono di una fisarmonica tirata a lungo.

Non so come scesi le scale di casa e misi in moto la macchina. Pensavo al tatuaggio di Monica all’attaccatura del seno. Me lo aveva fatto vedere orgogliosa solo qualche mese prima. Era una farfalla con le ali socchiuse, strette intorno al capo.

-Non ho sofferto per niente!- mi aveva confessato- Solo un pizzicorino!

E ora la piccola farfalla aveva preso il volo.

Giuseppe era davanti al cancello della casa di Monica. Ci salutammo con un abbraccio. Temevamo. Tremavamo. Qualche giorno prima Andrea era tornato a casa nervosissimo, aveva dato un pugno nei vetri dell’armadio, si era ferito due dita. Mi urlò addosso che aveva trovato Monica con un altro, nella piazza del Duomo, proprio quando lui usciva dalle prove. Si stavano baciando, a tre metri da me, tutte puttane, le donne sono tutte puttane, l’ho presa a schiaffi, quella piccola puttana,l’ho strappata a quel verme fetente della terra, lei mi ha graffiato sul braccio, l’ho picchiata, puttana, un casino. Nessuno mi vuole bene, nessuno, aveva urlato, e si era chiuso nella sua stanza, alzando il volume dello Stabat al massimo.

– Andrea ti voglio bene, io ti voglio bene- avevo gridato, battendo i pugni sulla porta.- Apri, per piacere, apri. Monica è una ragazzina, certe cose possono capitare…Cerca di essere comprensivo, Andrea…

Lui non aveva risposto. Mi ero seduta nel corridoio, stravolta. Non sapevo ancora che quella musica sarebbe diventata la misura del mio dolore, della sua follia, della nostra lontananza.

Improvvisamente Andrea aveva spalancato la porta.

– Non deve capitare tra due che si amano. Non deve e basta!

– Può capitare. Io e tuo padre ci siamo lasciati perché lui si è innamorato di Fulvia.

– Appunto, una puttana.

– Non è una puttana. Chi si innamora veramente…

– Tu solo non sei puttana. Perché sei mia madre.- e mi aveva abbracciato piangendo.

 

La verità è che ci sentivamo in colpa io e  Giuseppe. Per averlo cresciuto come un adulto, quando adulto non era. Per essere stati ciechi alle sue richieste d’amore. Per aver litigato davanti a lui, come se lui non esistesse.

E ora tremavamo. Rosi dal sospetto. Senza dirlo stavamo pensando la stessa cosa. A quando da bambino Andrea aveva scatti così furiosi da rompere la testa dei suoi pupazzi con la forza della sola mano. A quando aveva morso a sangue la babysitter che voleva portarlo a passeggio e lui voleva stare a casa a vedere i cartoni.

Tacemmo. Cercammo Andrea che piangeva, seduto sul marciapiede. Lo abbracciai.  Qualcuno della polizia mi riconobbe. Chiesi di vedere Monica. Non mi fecero entrare. Non so chi mi diede le condoglianze. Portai via Andrea, a forza. Lo tenevo per mano. Entrammo in macchina. Tutti e tre. Per l’ultima volta. Il grande evento doloroso aveva riunito la famiglia.

 

Lo Stabat Mater è finito. Le luci in sala sono accese progressivamente. Gli applausi mi hanno stordito, come sempre. Eugenio ha gridato bravo, al giovane artista che si è inchinato, tenendo per mano il soprano. I capelli rossi si sono mossi come un campo di spighe color sangue. Ero in un angolo del palco, gli occhiali scuri sul viso. Avevo voglia di dare un solo bacio in fronte al controtenore. Nel pensarlo mi sono messa a tremare. Come se la temperatura fosse scesa di colpo e intorno a noi ci fosse neve e ghiaccio, il mondo scivoloso ed incerto del gelo, delle stanze brinate da percorrere nudi, illividiti dalla paura.

Eugenio si è accorto che tremavo. Mi ha abbracciato e baciato i capelli.

-Vieni- ha detto- hai sopportato anche troppo.

Siamo usciti dal palco che cominciava l’intervallo.

– E Vivaldi?

– Era importante che sentissimo Pergolesi.

 

– Fu di sabato santo, i fiori ancora freschi del sepolcro, il Duomo illuminato di candele votive, l’odore di incenso disteso come polvere, che Andrea cantò il suo Stabat Mater. Aveva indossato il vestito nero con la camicia bianca e un papillon di raso rosso, che avevamo scelto insieme nel miglior negozio della città. Aveva i pugni stretti sul petto e gli occhi chiusi, lo vedevo dalla mia quinta fila, immersa in una zona d’ombra che mi ero scelta apposta. Il suo timbro prezioso tenne il filo delle parole, rincorse il lamento straziato del figlio e della madre. Pergolesi sarebbe stato orgoglioso di lui, pensai, mentre le lagrime scendevano scomposte. Stava la madre dolorosa, io ero là, seduta con un velo da lutto sul cuore, certa del futuro che ci aspettava. Per i giorni immobili. Per il canto fermo. Per il silenzio coatto. Per la paura della notte. Per l’angoscia del mattino. Per le albe senza conforto.

Perché la vita si era spezzata e non sapevo più comporla, perché anche quella musica era un lamento insopportabile e la voce limpida di Andrea una beffa del destino.

Quel canto era la sua preghiera di perdono, a Cristo con la faccia in terra.

Andrea si era dichiarato colpevole di aver ucciso Monica, la domenica mattina all’alba, in tavernetta, con una mazza di legno strappata da una catasta. Lo aveva lasciato per un altro, lei glielo aveva confessato.  Così, per un altro e lui non ce la faceva a stare senza di lei.

Non volevo, non volevo, ma una forza sconosciuta ha agito dentro di me, non potevo resisterle, non potevo restare ancora una volta solo. Ho passato un’infanzia a farmi compagnia con le figurine dei calciatori e le costruzioni. Quello che amo, lo distrugge sempre. Perché? Ditemi, perché? A Monica volevo dedicare il concerto. La mia musica, la mia vita.

Poi era scoppiato a piangere.

 

Siamo a casa. Seduti vicini in poltrona. Eugenio beve un bicchiere di vino, mentre gli racconto di Andrea. La mia voce risuona nel salotto ed è cosa nuova, per me.

– Riuscii a convincere il mio collega giudice ad autorizzare Andrea a cantare lo Stabat. Diedi tutte le garanzie, usai tutto il mio potere. Lui cantò… come se stesse rendendo l’anima a Dio…Quando il concerto finì, non ebbi nemmeno il tempo di abbracciarlo. Fu portato direttamente in caserma. Ora lo vedo due volte al mese. E ogni volta è sempre peggio.-

Eugenio annuisce. Posa il bicchiere sul tavolino del salotto. Mi bacia la mano. E’ la sua comprensione a commuovermi.

– Forse dovresti convincerlo  a cantare. A intravedere una prospettiva.

– Non vuole niente, dice che la sua voce è arrugginita.-

Nel cuore le spade ritornano al loro posto, più fisse che mai.

– Deve passare solo il tempo.- dico per farmi coraggio.

Lui mi accarezza la guancia con due dita. Poi la nuca.

– Il tempo va accudito.-

Lo guardo senza capire.

– Significa che devi prenderti cura di tuo figlio, anche contro la sua volontà.- Eugenio mi guarda tenerissimo. -Da bambino sono stato molto malato. Una febbre difterica mi stava consumando poco a poco. Neanche l’acqua più volevo bere. Quello che non fece mia madre…Ero già avvolto nelle nuvole, ma lei non si è arresa, chiamò da Bari un clinico illustre…ed eccomi qua.

– Devo ringraziare lei, allora?

Lo accompagno alla porta. Lui mi bacia la guancia. Sussurra a domani.

 

La casa è tornata silenziosa. Spengo le luci in salotto. Porto il bicchiere in cucina. Guardo fuori, nel buio. Vado nella stanza di Andrea. Accendo la luce. Procedo incerta, tocco la cornice delle stampe, lo stipite del pianoforte, il portacarte di lino grezzo azzurro.

Gli spartiti sono nella libreria, disposti in ordine alfabetico. Sfilo quello dello Stabat Mater. Lo apro, lo sfoglio. E’ pieno dei suoi appunti a matita. Sui bordi scarabocchi e ghirigori. In un angolo dello Stabat, Andrea ha scritto – Monica sei la mia vita- con la sua grafia grossa, rotonda.

Mi siedo sul suo letto. Accarezzo il copriletto rosso. Poso la mano sul cuscino, sull’impronta lasciata dal capo.

 

Avellino, 10-15 settembre 2007

 

 

Incantesimo

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,

e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te

per leggermi solo negli occhi, vedrai,
argentato e monocromo, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

Kate Clanchy

Neonato (Edizioni Medusa, 2007), traduzione di Giorgia Sensi

La musica ascoltata con te.

La musica ascoltata con te
resterà sempre con noi.

Il grave Brahms e l’elegiaco Schubert,
alcuni canti, la terza sonata di Chopin,

quartetti dal suono
che lacera il cuore (Beethoven, gli adagi)

e la tristezza di Šostakovic, che
non voleva morire.

I grandi cori nelle passioni di Bach
– come se qualcuno ci chiamasse

ed esigesse da noi la gioia,
pura e disinteressata,
la gioia in cui la fede
è qualcosa di ovvio.

Certi frammenti di Lutosławski
fuggitivi come i nostri pensieri.

I blues di una cantante di colore
ci trafiggevano come acciaio lucente –

anche se ci avevano raggiunto in strada,
in una brutta città polverosa.

Le marce di Mahler che non hanno fine,
la voce della tromba che apre la Quinta sinfonia

e la prima parte della Nona
(talvolta tu la chiami « malheur »!).

La disperazione di Mozart nel Requiem,
i suoi concerti per pianoforte sereni,

che meglio di me cantarellavi
– ma ciò lo sappiamo bene.

La musica ascoltata con te
tacerà insieme a noi.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

Rimetti il tetto.

Rimetti il tetto. Chiudi tutto. Trincerati.
Bevi da tazze di stagno. Sperimenta
il freddo della dispensa, saliscendi, spranga,

molle forgiate, grata. Tocca il trave,
batti ferro nel muro, tendi il filo
per controllare se architrave, cappa,

cimassa sono a piombo. Risistema
la pietra della soglia. Scruta e squadra dal finestrino
sul fianco della casa. Concentrati sul pavimento trascurato.

Affonda ogni impulso come un bullone. Fortifica
il baluardo della sensazione. Non entrare nella lingua
per incertezza. Non esitare quando ci sei dentro.

Poesie (Mondadori, 2016), a cura di M. Sonzogni

Giovannina Prudente, Nusco e lo zio Amato, eroe di guerra.

Giovannina Prudente

Oggi sul Quotidiano del Sud racconto la storia di una donna irpina Giovannina Prudente, che non ritorna a Nusco da settant’anni e della sorpresa che la vita aveva in serbo per lei sul fiorire dei suoi 90 anni.

La vita è sempre di più l’arte dell’incontro, ne sono convinta. E gli incontri più insperati a volte diventano nuove svolte, imprevedibili occasioni di felicità. La storia che racconterò è quella di una donna irpina, che ha lavorato tutta la vita duramente, con grande dignità e fermezza.
Si chiama Giovannina Prudente, è nata a Nusco il 26 marzo del 1932 in contrada Pipi, cresciuta in contrada San Miele, da Giuseppe Prudente e Carmela Teta. La sua famiglia coltivava la terra e viveva di quel lavoro. Erano cinque figli Antonio, Giovannina, Filomena, Felicina e Daniele.
“Mio fratello Antonio andava a scuola elementare con Ciriaco.” mi ha detto, riferendosi al politico famoso.
È partita da Nusco l’11 aprile 1953 con una sorella e il fratello, che aveva fatto il militare a Roma, per andare a Castel di Guido a lavorare nelle campagne romane “per raccogliere carciofi, patate e fave.”
Lavorava tutta la settimana e la domenica era libera di andare in città. In quelle campagne ha conosciuto, dopo sette mesi, il suo futuro marito, Antonio Angelini, si è sposata ed è andata a vivere a Laculo, un paese di montagna in provincia di Rieti dove ha cresciuto la sua famiglia. Da allora, sono quasi settant’anni, non è più ritornata a Nusco.
Giovannina racconta spezzoni della sua infanzia con una voce roca, solo un po’ affannata. Parla un dialetto più reatino che irpino, ma ad ascoltare bene si sente l’inflessione imperdibile della lingua materna. Di Nusco conserva ricordi nitidi: la via della fontana, che collegava la sua contrada al paese, una strada in salita, dice, lunga cinque chilometri e la casa di Assunta Napolillo che faceva le calzette con la macchina, più avanti una strada più stretta che portava al castello. Ricorda le foto fatte al castello dopo la prima comunione “avevo nove anni” e la chiesa di Sant’Antonio.
“A Nusco appena arrivavi ci stava Sant’Amato, in piazza (la statua del Santo è stata la prima cosa che ha voluto rivedere in foto), la chiesa di Sant’Amato, il palazzo del Seminario, di fronte alla chiesa.”
Alla domanda della nipote Silvia, dove giocavi da bambina, lei risponde che a otto anni già giocava con la zappa e scavava le patate. Racconta che a scuola è andata poco, per accudire la mamma che si ammalò, malgrado la maestra Romolina pregasse i genitori “E’ un peccato levare questa ragazzina dalla scuola “.
Ricorda, con un certo orgoglio, che era brava in disegno e fu lodata dalla maestra per un quadro di un albero di ciliegio, venuto così bene che la maestra lo volle con sé.
Racconta, durante un lungo pranzo di famiglia nella casa del figlio Sabatino Angelini a Santa Rufina, accanto a un grande camino acceso, davanti a un piatto di gnocchi fatti a mano da lei, di un mondo che non c’è più ma che le appartiene e più racconta più vuole raccontare, come se togliesse la polvere da vecchi quadri e da sotto uscisse la patina che cercava. Parla della guerra, a Nusco, del bombardamento del settembre 1943 avvenuto mentre la mamma preparava da mangiare ad alcuni soldati italiani, di come lei fu ferita alla testa e di come porta ancora i segni e le conseguenze di quella ferita. E ancora di soldati tedeschi che presero il padre con loro ma solo per consegnarli, dietro scambio con un sacco di farina, una pentola di salsicce. L’infanzia sembra essere tutto ciò che ricorda della sua vita, campi, lavoro e la madre, ancora viva in lei.
“Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. Il resto è memoria” scrive la poetessa premio Nobel Louise Glück.

Allora ho pensato al mio amico Gianni Marino, che da anni ricerca “Nuscani nel mondo” e riporta alla luce vite dei suoi paesani dimenticati. Doveva assolutamente sapere di Giovannina Prudente. Gli ho telefonato, mentre ero ancora là, a casa di Sabatino, gli ho raccontato di questa donna che non rivedeva Nusco da settant’anni, delle contrade, del padre, della madre. E al cognome Teta, Giovanni mi ha fatto una domanda precisa “Chiedile se aveva uno zio che si chiamava Amato.”
Si, Giovannina aveva uno zio bersagliere, il fratello della mamma, che parti per la guerra, lo ha visto per l’ultima volta nel 1943. Si chiamava Amato ed è morto in Polonia, in un campo di prigionia. E qui, la vita ha dato la sua piccola svolta. “Sono anni che cercavo un parente di Amato Teta, unico nuscano partito per Cefalonia.” ha risposto sorpreso ma anche compiaciuto Giovanni. E ha voluto mettersi in contatto con la famiglia, perché la memoria di Amato Teta, attraverso la nipote, abbia un riconoscimento ufficiale.

Giovannina e suo figlio Sabatino Angelini

L’altro ieri Giovannina ha compito 90 anni. Io Giovanni e tutti i nuscani le facciamo auguri di cuore, che possa vivere ancora e raccontarci storie di un mondo semplice e vero. Concludo con una sua poesia, che racchiude la sua vita e ci rimanda al suo spirito di autentica irpina.

Il mio destino assomiglia ad una farfalla che vola qua e là,
così io ha volato di contrada in contrada,
su paesi e città e in alta montagna si è andata a posa’
dove l’amore ho ritrovato ho ritrovato l’amore
e sull’altare mi ha portata
e sono diventata moglie, mamma, nonna e bisnonna
il mio destino è arrivato fin qui e spero di raccontarlo ancora.

Ode alla pace

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto;

e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane,
pace al libro come sigillo d’aria,
e pace per le ceneri di questi
morti e di questi altri ancora;
e sia pace sopra l’oscuro ferro di Brooklin, al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista che grida al megafono rivolto ai convolvoli,
pace per la mia mano destra che brama soltanto scrivere il nome
Rosario, pace per il boliviano segreto come pietra
nel fondo di uno stagno, pace perché tu possa sposarti;
e sia pace per tutte le segherie del Bio-Bio,
per il cuore lacerato della Spagna,
sia pace per il piccolo Museo
di Wyoming, dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio ed i suoi amori,
pace per la farina, pace per tutto il grano
che deve nascere, pace per ogni
amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
per tutte le terre e le acque.
Ed ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno alla Patagonia, dove
il vento fa vibrare le stalle
e spruzza ghiaccio
l’oceano. Non sono che un poeta
e vi amo tutti, e vago per il mondo
che amo: nella mia patria i minatori
conoscono le carceri e i soldati
danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni ad inzuppare il pane, i legumi, la musica:
ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore, l’avvocato, il marinaio, il fabbricante di bambole
e che escano a bere con me il vino più rosso.
Io qui non vengo a risolvere nulla.

Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

Pablo Neruda

Torneranno le sere

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.

Alfonso Gatto