Era come dicevano

Era come dicevano,

un giorno avremmo avuto la vita alle spalle

e tu mi avresti detto “non sono più giovane”.

E io ti avrei risposto soltanto guardandoti

per difendere te, amore mio,

da chi senza rimedio

ci porta insieme via. Come ti guardo

ora, come ti chiedo,

ora che sei di tutto

non so se domanda o sentenza

o giudizio, mia sola

anima che mi tremi

a questo primo buio.

Franco Fortini da “Una volta per sempre.” Mondadori 1974

Aprèslude di Gottfried Benn

Devi saperti immergere, devi imparare,
un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio,
non desistere, andartene non puoi
quando è mancata all’ora la sua luce.

Durare, aspettare, ora giú a fondo,
ora sommerso ed ora ammutolito,
strana legge, non sono faville,
non soltanto – guardati attorno:

la natura vuol fare le sue ciliegie,
anche con pochi bocci in aprile
le sue merci di frutta le conserva
tacitamente fino agli anni buoni.

Nessuno sa dove si nutron le gemme,
nessuno sa se mai la corolla fiorisca –
durare, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.

Gottfried Benn

(Traduzione di Ferruccio Masini)

da “Aprèslude”, Einaudi, Torino, 1966

foto di Stefano Spina

Vaccini pasquali.

Ieri alle 14.20 della domenica di Pasqua, quando cercavo di non pensare alla prima Pasqua senza di te, è arrivata una telefonata sul mio cellulare. Ti cercavano, dall’azienda ospedaliera Giuseppe Moscati, cercavano il dottor Antonio Spina, perché avresti dovuto presentarti oggi a fare il vaccino anti Covid-19. Ho risposto alla frettolosa voce femminile che tu non avresti mai potuto farlo, mai più,  e la voce ha taciuto per un attimo, poi mi ha chiesto scusa e ha chiuso la telefonata.

Conoscevo il numero da cui mi avevano chiamato, tante volte nell’ultimo anno è comparso sul mio cellulare: una voce diversa ci dava istruzioni per fissare appuntamenti, per farci andare a battere alla porta chiusa della speranza. Non l’ho riconosciuto, eppure, perché anche la speranza negata non muore mai, e chissà, in quel momento, mentre pronunciavo “Pronto”, quale fiammella irrazionale si è accesa in me. Eppure, non si dovrebbero fare telefonate di questo tipo, in genere, il giorno di Pasqua, in quell’ora in cui le famiglie sono unite intorno alla tavola, in particolare. Ho minimizzato con i miei fratelli, con mio figlio, ma la mia commozione era evidente. A questa, però, quasi immediatamente, è subentrato lo sdegno di chi si è resa conto, ancora una volta, che niente,  tantomeno in sanità,  funziona come dovrebbe. E noi siamo spettri dietro  un codice fiscale e  un libretto sanitario. C’è chi guadagna migliaia di euro all’anno per gestire, con insipienza, devo concludere, la nostra vita sanitaria. E di questo, malgrado si parla tanto, non si è mai venuto a capo. E non se ne verrà, almeno per il momento.

Una semplice revisione delle liste dei malati oncologici, un’attenzione a chi manca nelle prenotazioni delle sedute, un “parlarsi” tra enti preposti all’anagrafe delle utenze, un “database” aggiornato avrebbe certo evitato, a me come ad altri, suppongo, questo penoso colloquio. E non sarebbe tornato a galla quello che cerco di trattenere da mesi nel profondo recinto della commozione: il ricordo dei nostri ultimi mesi, insieme.

I vaccini che dovrebbero farci a Pasqua, come a Natale,  come in tutte le feste familiari vissute senza i nostri affetti più cari, sono quelli di anestetizzare i ricordi, le voci, i gesti che riemergono anche senza la nostra volontà. La donna che mi ha chiamato, povera anche lei a telefonare il giorno di Pasqua, assente dalla sua casa,  dal suo pranzo familiare, in nome di un’efficienza fallace,  non sapeva di accendere in me un falò di emozioni, che hanno preso il sopravvento anche sulle dolcezze messe a tavola.

Chi non c’è più, non c’è più. Volerlo portare alla memoria, è questo il senso del ricordo, deve risultare un gesto involontario, proprio come il cuore lo è dei muscoli, non deve essere provocato da un pugno sullo sterno, una stretta dello stomaco, un tremore delle gambe per una voce che cerca ancora chi non è più qui. Soprattutto in questi giorni santi, in questi giorni dolci, quando la primavera ritorna, tenera, nei suoi boccioli in fiore e noi piangiamo le tristi ceneri.

Cigni selvatici a Coole

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale, 
i sentieri del bosco sono asciutti,
nel crepuscolo di ottobre l'acqua
riflette un cielo immobile;
sull'acqua fra le pietre
ci sono cinquantanove cigni.

È questo il diciannovesimo autunno
da quando la prima volta li contai;
li vidi, prima che finissi il conto,
tutti all'improvviso alzarsi
e disperdersi volteggiando in grandi cerchi spezzati
sulle ali rumorose.

Ammirai quelle splendenti creature
e ora il mio cuore è triste.
Tutto è cambiato da quando io,
ascoltando al crepuscolo 
la prima volta, su questa riva,
lo scampagnio delle loro ali sopra il mio capo,
camminavo con passo più leggero.

Instancabili, amata e amante,
remano nelle fredde 
correnti amiche o scalano l'aria;
i loro cuori non sono invecchiati;
passione o conquista ancora li accompagna
nel loro errante vagare.

Ma ora si lasciano andare sull'acqua immobile,
misteriosi, stupendi.
Fra quali giunchi costruiranno il nido,
su quale sponda di lago o stagno
incanteranno occhi umani quando al risveglio
un giorno scoprirò che son volati via?

William Butler Yeats

Sonetti a Orfeo


Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari all’incrociarsi di due vie del cuore.


Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno. Cantare è per te esistere. Un impegno facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Quando astri e terra il nostro essere tocca?

O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire
nell’impeto d’amore.

Ecco, si è spento.
In verità cantare è altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

Rainer Maria Rilke Sonetti a Orfeo

Chi se ne è andato

Chi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.

Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore.

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)

Di stanza

Voglio lamentarmi anche io del fatto che stiamo da un anno in casa e che abbiamo esaurito le energie. Che non c’è niente da stare allegri, se dopo un anno neanche i vaccini a cui avevamo creduto come la soluzione al Covid, ci stanno tradendo, e che tra scienziati veri e finti, giornalisti e politici continua un balletto di competenze e responsabilità.  L’idea che mi sono fatta che ci sono interessi economici in gioco talmente alti, che le vite mortali della gente che passa hanno ancor meno importanza di un flacone vuoto di vaccino.

In questo anno doloroso, in cui ho perso mio marito, dopo essere stata per quasi quarant’anni in sua compagnia, sto imparando la difficile arte del vivere da sola, del pensare e non comunicare, del dire a sé stessi e a nessun altro Buongiorno, quando mi sveglio al mattino. Avevo sperato di poter sfuggire a questo lutto, avevo progettato un viaggio, incursioni a casa di amiche lontane, un temporaneo trasferimento in un’altra città. Perché il dolore non ha equivalenti nella vita di una persona, non è come la felicità che tocca trasforma e passa, il dolore tocca, trasforma e resta, ti inchioda in quel favo, come un’ape che non sa uscirne, o seppure lo fa, ritorna comunque nel suo alveare, perché non saprebbe posare altrove il suo nettare.

Nel dolore il nettare sono i ricordi, che arrivano e ti lasciano, quelli si, come un’onda, ma se il mare è in tempesta e l’onda è forte, puoi restare avvoltolato nella risacca, come un koala intrappolato in una recinzione, e devi aspettare di essere liberato, per andare oltre, per sopravvivere. Solo che a liberarti, a prendere il fiato giusto, sei sempre e solo tu.

In questo anno terribile, in cui non mi sono mai lamentata e ho fatto di tutto per farmi forza, aggrappandomi alle poche cose che amo, oltre ai figli, e cioè alla scrittura e alla lettura, ho capito che cerco zattere, per mantenermi a galla e che agogno a un approdo, ad una terra accogliente, per poter ristabilire nuovi ordini.

Solo che tutto questo continua a mancare. Perché al mio personale dramma, si aggiunge amplificato quello pubblico, quel dover affrontare il quotidiano oscuro, armata con mascherine, guanti e amuchine. Quest’astruso coprirsi per difendersi da un nemico invisibile, infinitamente piccolo e potente, mette alla prova corpi già fiaccati nello spirito.

L’anno scorso la parola che circolava come un mantra nei primi mesi della pandemia era “Andrà tutto bene”, ma bene come si vede non è andata, se siamo ancora qui a scriverne. La parola di quest’anno 2021 è distanza, stare lontani. Non si usa pertanto un futuro optativo, solo un imperativo categorico. Di stanza,  termine  militare, per definire colui che ha sede in una determinata città. In altri termini, siamo consegnati, in casa, ad Avellino, in Campania,  in Italia. 

Distanza La lunghezza del tratto di linea retta (nell’ordinario spazio euclideo, altrimenti del tratto di geodetica) che congiunge due punti (e che s’identifica col concetto del minimo percorso tra questi), o, più genericamente, la lunghezza del percorso fra due luoghi, due oggetti, due persone (Treccani)

E allora rieccoci ad imbastire in queste giornate solitarie, dove una voce al telefono è una vanga che abbatte di poco l’invisibile muro del confino, abbozzi di esistenza che sembrano quelli di anacoreti inconsapevoli, dove la vita è solo quella della mente, di un pensiero che prova a restare vigile, di un’attesa che passa di mano, anzi che diventa infinita, inconsistente. Gli incontri sulle piattaforme online aiutano a non perdere il filo delle passioni. Meno male che ci sono, ma il nostro qui e ora restano le mura di casa e un panorama fisso, che vediamo ripetersi sempre uguale, sempre diverso come una foto d’epoca infilata in una vecchia cornice.

Il nostro quotidiano è orizzonte senza abbracci, senza mani che si toccano, senza corpi che si incontrano. La distanza nega ogni fisicità. Gli incontri online tradiscono, al di là dei rossetti messi per l’occasione, volti spauriti di chi non è più abituata a guardarsi negli occhi.

Quando finirà questa pandemia saremo in grado di essere ancora quelli che eravamo, avremo ancora desideri, cercheremo di nuovo amici, avremo voglia di viaggiare, di fare progetti? Diventeremo ancora più egoisti, come bambini che sentono di aver subito un’ingiustizia e cercano una rivalsa a tutti i costi? In una parola che ne sarà della nostra vita?  Resteremo immobili come vasi su una mensola? 

Voglio lamentarmi, oggi. Portate pazienza. Può darsi che domani andrà tutto bene. Almeno lo spero.

Il viale del caos

In questi giorni si parla criticamente in Avellino, a ragion veduta, di una pista ciclabile che si sta realizzando, ma il Sindaco dice di non saperne nulla, sotto il viale dei Platani. Se ne parla perché realizzarne una su quello che resta di un magnifico ingresso in città, un viale appunto di folti e arcuati alberi, che fornivano ombra e refrigerio  fino a un decennio fa per le passeggiate urbane, è sembrato ai più l’ennesimo schiaffo al decoro della città. O a quel che resta , visto lo stato in cui versa il nostro capoluogo,  impoverito dei suoi luoghi di incontro, mercato, teatro, cinema, piscina, non solo per la terribile epidemia che stiamo vivendo, ma anche per  una politica municipale che ha deciso di chiuderli senza dare spiegazioni e senza trovare soluzioni per eventuali riaperture. E si sa che un luogo, senza essere usato, cade nel “desueto”, per usare una parola a me cara.

I Platani, come si indica in città il viale novecentesco, era quindi rimasto uno dei pochi luoghi ad uso collettivo, anche se impoverito nel tempo da tagli (alcuni, ahimè, necessari) agli alberi, aggredito da “addizioni” di pizzerie sempre più voluminose, da marciapiedi avvallati, da aiuole ricettacolo di bicchieri di plastica e bottiglie di birra, da una sporcizia cronica che male si sposa con la sua fondazione originaria.

Ora, su quello stesso marciapiede, che costeggia la caserma Berardi, qualcuno, dico qualcuno perché il Sindaco sostiene di non essere a conoscenza di questi lavori, impegnato com’è a farsi fotografare al punto “Primula” con gli ottantenni vaccinati, ha pensato bene di scalzare una lunga striscia di pietre, di asfaltare la stessa, di cementare i bordi degli alberi, di seguire la curvatura degli stessi, e di proclamare a gran voce che finalmente Avellino ha la sua pista ciclabile. Ma cosa? Orrore. Una pista ciclabile dove altri passeggiano? Il più giovane iscritto ad architettura sa bene che regola fondamentale della progettazione è quella di non mischiare i flussi, l’umano ad esempio, con il meccanico. E la bicicletta non va a piedi.

Se c’è una cosa contraria a tutte le norme estetiche, oltre che di sicurezza, è proprio questa “cosa” che viene spacciata per pista ciclabile, realizzata con i fondi pubblici, a discapito di altre opere pubbliche (la pavimentazione in pietra calcarea) e sbandierata alla cittadinanza, che, per fortuna anche se in minima parte,  non si beve tutto quello che viene raccontato. E’ vero c’è il Covid, è vero siamo in casa da un anno, è vero si esce per necessità, ma l’occhio, neanche tanto esperto, di chi passa non può che essere colpito dall’insensatezza dell’opera. Che, a stretto rigore, perché nessuno l’ha voluta, potrebbe anche non essere mai stata realizzata. Molto beckettiana questa vicenda, sperando che al Comune qualcuno abbia sentito parlare del grande drammaturgo irlandese.

 Allora mi permetto di dare un consiglio al Sindaco, una volta liberatosi dalle sue incombenze cogenti: distribuire mimose e fare selfie al punto Covid-19: ripristini lo stato dei luoghi, anzi, ora che si trova, lo migliori. Ci vuole poco, molto poco, visto il viale del caos che è diventato.

Nella casa di N. compagna di infanzia

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

Mario Luzi

da Tutte le poesie Garzanti 1993

Atripalda

Ad Atripalda sono nata e ho abitato per i primi due anni. Poi ci siamo trasferiti ad Avellino, ma Atripalda e Avellino sono così vicine che vi tornavamo ogni giorno, quasi, perché continuavano ad abitare le sorelle e la madre di mia madre, le sorelle dell’altra mia nonna, povera, ci aveva seguito quasi in esilio ad Avellino e una folta sparsa parentela. Non ho mai capito quindi perché, con tanti affetti, i miei genitori fossero voluti andare via dal paese per abitare sette chilometri più avanti.

Quando ero bambina Atripalda si raggiungeva facilmente con la filovia, che mio padre non aveva la patente, e quel tragitto, è diventato nei miei ricordi un vero viaggio. La prima fermata della filovia era in piazza Libertà, proprio accanto alla sosta delle carrozze, fermata inconfondibile per quell’improvviso rullio che avvertivo e per l’odore selvatico dei cavalli. La filovia è stata abolita, e anche quel tragitto fin verso Pianodardine, accanto alle vecchie filande, credo ci sia ancora. È rimasto quello più breve, che costeggia la ferrovia e che sfila attraverso la campagna e il fiume Sabato.

Andare con mia madre ad Atripalda era sempre un correre. Non so perché facesse tutto di fretta, forse per quello scappare da ragazza durante la guerra, con la paura in corpo, paura che non l’aveva mai più abbandonata. Solo in un negozio amava fermarsi, in un vecchio negozio di coloniali, Limongelli, dove tra profumi di anice e cioccolata, comprava un cartoccino di cannellino e una busta di caffè macinato fresco. “Quello di Avellino non è così buono” riteneva mia madre. Niente era buono ad Avellino, neanche l’acqua da bere. I cannellini erano una vera leccornia, con quella sottile anima di cannella che restava in bocca, dopo aver succhiato lo zucchero intorno e che riempiva il naso di un profumo intenso, amarognolo.

Mia nonna Anna viveva poco lontana dal Limongelli, a via Cammarota in una strana casa con un portone grande, buio, il selciato di terra battuta e un acre odore di umido e muffa. Il suo appartamento aveva le stanze una dentro l’altra, un pavimento in cotto che traballava sotto i nostri passi, ma era luminosa: si affacciava da un lato sul fiume, dall’altro su un bel giardino interno. Mia nonna ci aspettava in cima alle scale, sempre vestita di nero, un tuppo di capelli bianchi acconciato sulla nuca, gli occhi chiari, chiarissimi, le mani nascoste nelle tasche del grembiule. Emanava luce, mia nonna, per quell’incarnato di perla, per quel suo viso rotondo in cui era calata una malinconia incancellabile. Era nata a Vietri sul mare e vissuta ad Amalfi, e poi, per strani giri del destino, si era ritrovata ad Atripalda, lontana, lei sì, dal suo mare, dalla sua famiglia. Pure quella luminosità di madreperla non l’aveva abbandonata: era questa la sua diversità rispetto agli altri parenti di Atripalda. Ogni volta era una conferma che c’era il mare, oltre le montagne, quando la ritrovavo in cima a quelle scale, appena sorridente, tra l’odore di umido e la luce del giardino.

Atripalda era geograficamente divisa in due dal fiume Sabato, e perché fosse collegata nelle sue parti, erano stati costruiti due ponticelli. Che ad ogni piena venivano scalzati, sicché bastava una pioggia più forte e persistente che Atripalda restava divisa. Malgrado i ponti, per anni ho creduto che il vero paese fosse solo quella parte del fiume dove avevano vissuto mio padre e mia madre, dove a via Rapolla ero nata io, di fronte ad un importante palazzo liberty, all’angolo della strada che porta nella piazza del <tempio maggiore, e alla chiesa madre di San Ippolisto. Proprio nei bassi del palazzo liberty c’era un negozio di cappelli.

Un tempo quel negozio era stata la rivendita della fabbrica dei cappelli del mio bisnonno, Pasquale Gengaro, di cui si legge ancora la scritta in nero, scolorita, sul muro della casa di fronte. Mia nonna si chiamava Bersabea, come la sua nonna materna. Aveva ricamato tutta la sua vita con passione, aperto una scuola di ricamo con diverse lavoranti, che la chiamavano rispettosamente “ principale”, come una proposizione nel discorso. Era piccola di statura, neanche tanto bella, ma aveva piccole mani operose che aveva addestrato a trasformare qualsiasi pezza di lino in un oggetto prezioso. La sua era una scuola di inventiva, di esperimenti, di punti provati e riprovati fino ad ottenere il prodotto che rivelava, inconfondibilmente, la sua mano. Il negozio di cappelli era gestito dalle sorelle Anna ed Ermelinda e da una sua nipote, Ernestina, che è rimasta l’ultima cappellaia di Atripalda. Era tutto un andare e venire, in quel negozio, di pagliette, coppole e Borsalini, impilati gli uni sugli altri, tra cerchi di cartone e spugna. Un grande specchio rettangolare dava profondità al negozio, stipato di stigli di castagno liscio, tutti un po’ in disordine. C’erano sedie a profusione, perché ad una certa ora del pomeriggio, il negozio si trasformava, per essere così privilegiatamene al centro, diventa un salotto di chiacchiere. Mio padre salutava amici e amiche di infanzia, ed era tutto un ridere e ricordare. Una certa Rosaria, che per vivere vendeva pizzi e tomboli e organizzava viaggi mariani, arrivava lenta, implacabile. Con un naso che le correva in bocca, il tuppo mezzo sciolto, la si vedeva da lontano, alta com’era, procedere nel suo grembiule di cotonina, ai piedi pantofole che non levava mai, estate e inverno. Tirava fuori dalla sporta della spesa i suoi pizzi avvolti nella carta velina.” Figlie in fasce, lenzuoli in cascia” ripete come monito. Mia nonna finiva sempre per comprare qualcosa per il mio corredo, più che per generosità che per fiducia nel prodotto.

Era quella parte di Atripalda che andava dalla chiesa Madre fino alle Monache di Clausura da un lato, e la farmacia del dottor Laurenzano dall’altra, il nucleo del mio paese. L’altra parte, la piazza, il convento di san Pasquale, la casa del notaio Sessa, la dogana, il monumento al fante, costituivano elementi di un passaggio frettoloso, i luoghi di una sosta spiacevole, con il freddo o la pioggia, alla fermata della filovia.

Una volta quella piazza mi è sembrata particolarmente belle, avvolta in un colore oro e sabbia di una luce d’agosto, una volta che con mia madre arrivammo un giovedì, a fine mercato, tra bancarelle che smontavano e pezze di seta che venivano avvolte intorno a cilindri di cartone. Fu una visione: nello scendere dalla filovia, la piazza mi apparve un luogo vivo, parte del paese anch’esso e la luce, che batteva sulla facciata della dogana, rimandò sui nostri volti i riflessi color del tufo, facendoci parte del tutto. Vidi il convento dei francescani nascosto tra alberi e cappelle e croci avanzare in quella luce. Fu un capogiro, una rivelazione, quella piazza dalla forma sghimbescia, aperta e varia, mi sembro di polvere d’oro e il fante del monumento mi sembrò, con quel suo dito puntato, indicarmi una strada, un percorso. Quella parte del paese che ignoravo aveva dunque la magia, l’incanto, esattamente cole l’altra a me cara, quella dove vivevano le nonne, dove trascorrevo il mio tempo di bambina tra casse di biancheria e cuscini con rondini intagliate. Ero così persa in quel bagliore che non feci caso al fatto che mia madre, quella volta, non si fermò da Limongelli. Ma ricordo perfettamente che vidi pagliuzze dorate formarsi in cima alle scale, sul viso di mia nonna.

dal Pane e l’Argilla, Filema  editore 1999