A Giovanni Iannaccone.

 

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 011

Siamo stati la generazione che doveva riscattare ii nostri genitori dalle sofferenze della guerra e dalle occasioni che non avevano avuto. Soprattutto noi, ragazzi del Sud, interno. Abbiamo studiato con profitto, sempre promossi, diligenti, pronti ad ogni sacrificio. Abbiamo intrapreso facoltà difficili, pur di saperli orgogliosi di noi. Perché quelle bombe che erano riusciti a scansare miracolosamente, quegli inverni di fame, di freddo, quelle cupe disperazioni dell’alba sono stati i racconti della nostra infanzia, una specie di beato tormento quotidiano, a cui venivamo sottoposti senza cattiveria, semplicemente perché tutto quello che avevano attraversato era ancora nelle loro menti e nei loro occhi. E non erano bastate le nuove case, modeste, ma integre, i balconi di fiori, la seicento nel cortile, gli abiti nuovi negli armadi, i mobili lucidi e pieni di piatti e bicchieri, la televisione, il frigorifero, la lavatrice, la piccole vacanze, per rasserenare gli animi e per convincerli che si, era proprio tutto passato e che si poteva finalmente tirare un respiro di sollievo, cominciava un lungo tempo di benessere e di pace. Ci voleva altro: un cambiamento sociale.

 

Sono stata una ragazzina sempre molto studiosa, sempre appassionata ai libri, alle storie, alla scrittura. Eppure tutto questo non era visto dai miei genitori, presi com’erano nel loro bisogno di medicare ferite per me ignote. Lutti e sogni sono stati il companatico di una vita trascorsa al riparo, come in trincea. “Fai il tuo Dovere” era il comandamento, e se qualcosa  era permessa, era soprattutto ciò che volevano loro.

Se avessi scelto lettere, non sarei dovuta andare all’Università.

Ma se avessi scelto architettura, allora, avrei potuto studiare fuori.

Il fuori era una bolla sconosciuta, invitante, infinita. Cosa avrei trovato? Qualunque cosa, ma non la grigia solitaria esistenza di una piccola città di provincia, in cui non c’era neanche un treno per partire. E assetata com’ero di vita, ho accettato tutto pur di vedere, di conoscere.

E così che ci siamo incontrati, Giovanni caro, al terzo anno di architettura, in quell’aula di Composizione Architettonica, con il professore De Franciscis e il progetto di una’area da recuperare accanto a piazza Mercato. Eravamo entrambi di Avellino,  scoprimmo, e ti presentai agli altri studenti. Un gruppetto che avrebbe fatto furore, negli anni a venire.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 007

Sono stata la prima laureata in famiglia, riscattando una generazione di commercio, di impiegati, di artigiane. Riscatto, poi, e da  cosa? Non era meglio la piccola imprenditoria, che avrebbe fatto forte il Sud, che una classe impiegatizia, che poco ha prodotto in idee e progetti?

Mi sono ritrovata architetto, ma non era la mia vocazione. E per molto tempo non ho saputo più chi ero. Non ho avuto nessuna malizia, non ho saputo approfittare come molti colleghi giustamente hanno fatto, della valanga di lavoro arrivata dopo il terremoto del 1980. Non avevo la forza di guardare, solo un gran desiderio di diventare invisibile, di rincantucciarmi, quanto più possibile, tra i miei libri, le mie piccole innocenti passioni.

A mio modo , ho combattuto una lunghissima estenuante guerra, in cui non c’erano bombe, né stomaci vuoti, ma corpi che desideravano essere nutriti, di parole, di storie, di immagini, corpi che desideravano occasioni per crescere, per imparare a stare al mondo, e che dovevano  fare a patti con altri corpi, piccoli corpi bambini, che a loro volta volevano attenzione.

Siamo cresciuti percorrendo un binario di   realtà e desiderio,  un piede sulla realtà, un altro sul desiderio,  mentre il tempo, come un treno, ci tallonava. Non so davvero se siamo stati felici. Siamo restati in questa città come vestali, come sacerdoti del tempio, a tener vive abitudini e memorie. E intanto intorno a noi, nel mondo, cadevano confini, governi, statue, bandiere, i territori si cancellavano, si ampliavano, si dividevano, nascevano conflitti di ferocia inaudita, sul corpo e la pelle di innocenti civili, e i popoli si  mettevano in marcia, cercando nuovi approdi, nuovi sentieri di pace. E noi sempre qui, fedeli ad un destino che forse aveva del comodo, del protettivo, dell’infruttuoso: il nostro.

Abbiamo seppellito il padre, quel padre che voleva attraverso noi, diventare ciò che non era stato.   Un poco alla volta, una parola alla volta, il nostro corpo si è nutrito, finalmente, ha preso forza, e nuove storie hanno cominciato a formarsi, nella mente, e nuova energia ha circolato nelle nostre mani e nel nostro cuore. Decisi, ma ancora tremanti, abbiamo cominciato a vivere di parole.

 

Tutti questi ricordi, me li hai scatenati tu, Giovanni, ora che non ci sei più. Eri nato nel mio stesso paese, Atripalda, le nostre nonne, Bersabea e Petronilla erano amiche, i nostri genitori si conoscevano bene. E noi eravamo destinati a diventare colleghi e amici. Abbiamo studiato insieme molti difficili esami, tu avevi una mente prodigiosa, matematica, forse anche per te l’architettura non era il tuo divenire. Sei stato il primo tra noi a sperimentare l’informatica applicata alla pianificazione urbanistica, il primo a lavorare a un progetto innovativo di Urbanistica nel L.U.P.T. con il professore Piemontese, di cui andavi a ben ragione fierissimo. Eri metodico, curioso, di ogni formula, di ogni scelta progettuale  dovevi farti una ragione , dovevi essere sempre convinto. E mettevi a dura prova la nostra scarsa impetuosa pazienza . I tuoi ragionamenti pacati, con la matita in mano, sulla necessità di uno slargo o di un percorso, su un progetto, ore a convincerci che avevi ragione, sono restati memorabili. Portavi avanti i tuoi argomenti sempre con la tua ostinazione, con la tua fede nella razionalità, che era incrollabile. A volte vincevi tu. Perché avevi colto, con il tuo sentire sensibilissimo,  il vero.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 010

Sei stato il primo di noi, noi del gruppo di composizione architettonica, quello con Rocco, Eligio, Gianni, Maurizio, Luigi ad andartene. Non credevo che mi potesse fare così male. Perché ci siamo divisi un affetto leale, un’amicizia serena, qualche segreto, qualche litigio. Se ne va una parte del nostro paese, Atripalda, a cui tu hai dato tanta cura e impegno, non ultimo il tuo ruolo di Priore della Confraternita di Santa Monica,  a cui io sono rimasta così profondamente legata. Se ne va anche una parte di me, quella della studentessa studiosa, “secchiona”, come dicono i miei figli, che con sacrificio, tanto, ha riscattato la generazione dei padri, se ne vanno gli anni, non quelli passati che sono già andati, ma tutti quelli a venire, ancora, insieme. La tua amica  Emilia Bersabea.

le foto sono dell’architetto Rocco Fasolino.

 

 

Una lettera d’amore alla mia città

VIA GRAMSCI

di EMILIA CIRILLO.

Curiosando su internet, qualche tempo fa, mi sono imbattuta in un’ iniziativa del comune di Toronto: the Love Lettering Project, nata con lo scopo di diffondere l’amore per il posto in cui si abita.

E’ stato chiesto ai cittadini di scrivere lettere d’amore anonime sui luoghi in cui vivono, spiegare perché si preferisca un determinato bar, una certa via, uno specifico quartiere. Queste lettere sono state poi nascoste per le strade della città di Toronto, facendole ritrovare in giro ai passanti. Lo scopo è stato quello di invogliarli a non lamentarsi più di ciò che non funziona in città e di invitarli ad elencare i motivi per cui, invece, la si ama.

Ho pensato, se questo gioco, che gioco non è, lo facessimo ad Avellino, cosa verrebbe fuori? Quante lettere d’amore la inonderebbero, invogliandoci a elencare i motivi per amarla e non a disprezzarla? Quali luoghi sarebbero…

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Che cosa è la memoria ?

paternopoli

Che cosa è la memoria? Quello che ricordiamo e quello che non sappiamo ricordare, la parte illuminata e quella buia della nostra vita, che  appiattisce e sprofonda in un “dove” pronto ad accoglierle, a proteggerle fino a quando un evento qualunque, che risuona in noi come una voce nota,  le riporterà alla mente.

Sul terremoto, sulla sua memoria, ha ragione Generoso Picone, si fanno poche domande. Quindi se ne parla poco. Forse perché è stato così convulso e perpetuo l’evento e le sue conseguenze, che una piccola parte di quel rullio si è insinuato nel nostro quotidiano, fino a trasformarci.

Noi che abitiamo l’Irpinia sappiamo bene che da quel giorno niente è stato più come prima. Sono cambiate le vite, i paesaggi, i paesi, le case, le modalità costruttive, le tipologie, i panorami. È cambiato il corso dei fiumi e la loro portata, sono cambiate le pietre e i tufi, sono scomparsi pozzi, si sono aperte cave, ma soprattutto la gente ha ripreso ad andare via, lasciandoci testimoni di una nuova emigrazione in una terra che ha avuto una ricostruzione inversamente proporzionale al suo sviluppo. Ma raccogliere quello che resta e che è stato, conoscerne tutte le sue potenzialità, mantenerlo unito in un catalogo ragionato, al di là delle nostalgie, mi sembra una maniera corretta per fare, a trenta anni da quell’evento, il punto della situazione e far sapere, a quanti sono rimasti, che c’è una struttura da cui ripartire.

Che c’è una memoria alle nostre spalle da cui nasce anche un futuro da vivere e condividere con le nuove generazioni. Per questo mi sembra molto interessante l’idea di dare vita, a Sant’Angelo dei Lombardi, paese simbolo del terremoto del novembre ’80, a un «Museo permanente sul terremoto in Irpinia», così come proposto sulle pagine del Mattino da Rosalia Castellano e Antonio Penna del centro Cima. Solo che io lo chiamerei «Casa della Memoria e del Futuro» pensando a uno spazio dove la costruzione in pietra possa dialogare con il recupero delle fibre ottiche e la voce dialettale di una vecchia, che racconta del terribile evento, sia tradotta in tutte le lingue simultaneamente, dove le tracce di quello che è stato un paese si confrontino con quello che oggi è un paese, dove si raccolgano finanziamenti per progettare e realizzare una decostruzione dell’eccesso.

La memoria è la funzione di mantenere ricordi, a mente, o per iscritto. Questa la definizione breve e lapidaria che ho rintracciato su Wikipedia. A me viene in mente una pagina di Ogni cosa è Illuminata di Jonathan Safran Foer. «Tutto quello che ancora resta di Trachimbrod è qui», dice Augustine mostrando al narratore le scatole raccolte nella sua casa che traboccano di cose. Tutto un paese è là. Registro, Privato, Album, Nozze, Morti, Polvere è scritto su ogni scatola. Ma la vera memoria è la voce di Augustine che narra, i suoi occhi che si illuminano della luce del passato.

Ripubblico un mio articolo, comparso il 9 settembre 2009 sul mattino di avellino, ricordando che nessun museo permanente del terremoto in Irpinia è stato poi realizzato.

 

Emilia Bersabea Cirillo

Macchinine di Emilia Bersabea Cirillo

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Le chiamavamo macchinine, in realtà erano delle sagome di alluminio a forma di automobile dei tipi allora in commercio, a cominciare dalla Cinquecento Fiat fino alla Ferrari, infisse su una grande ruota girevole, questa collegata ad un asse. Non aveva tettuccio, la giostra che si installava da giugno a settembre nella villa comunale di Avellino, potevamo usarla solo quando era bel tempo,  non tutti i giorni e di pomeriggio. Finiva che in un mese ci andavamo una decina di volte, con grande nostro scontento, perché avevamo solo sette anni e volevamo giocare sempre a cose nuove. Noi sta per me e mio fratello Luciano, con cui dovevo condividere, chiusa la scuola, pomeriggi caldissimi in casa, tra album da colorare, Lego da costruire, il gioco della settimana e corse  in cortile, dove, però, l’ombra arrivava tardi ed era lo stesso afoso sole a inseguirci.
Le macchinine non erano mica gratis e non potevamo permettercele  sempre.

“Non deve diventare una mania” ci ripeteva  nostra madre  quando ci sorprendeva dritti e imbambolati a guardare la fila dei bambini che saliva sulla ruota a cercare il suo posto tra le macchinine preferite. Restavamo intorno alla giostra, fermi come statue, fino a che ci era permesso di fare un giro, uno solo, mi raccomando, e stringevamo la monetina in mano come se fosse un pegno d’amore. Io correvo dritta verso la Ferrari, mio fratello su una vespetta arancione, qualche passo indietro. Ci sentivamo piloti, astronauti dentro due navicelle spaziali, pronti a spiccare il volo, perché quei congegni, ad un comando del bigliettaio, potevano alzarsi e abbassarsi, in un movimento verticale che dava proprio l’illusione di volare.

Era forse questo a piacerci tanto, staccarci da terra per un attimo, diventare come uccelli, protetti, sì, da quel leggero guscio di latta, a guardare le cose dall’alto, come se fossimo sul collo di una giraffa. E il cielo sembrava rotolare, vapore morbido verso di noi, senza mai sfiorarci. Chissà che accadeva in quel mondo troppo azzurro e bianco, mi chiedevo, che cosa avesse a che fare il cielo con la terra, ma erano curiosità labili, perché ritornava imperioso il desiderio del perdersi nel gioco e di gridare e ridere.

Il giro finiva sempre troppo presto, planavamo mentre Tintarella di luna che segnava la partenza, terminava.

“Altro giro, altra corsa”, biascicava nel microfono il bigliettaio, un uomo di cui conoscevamo solo il mezzo busto avvolto in una camicia bianco sporco e la testa rossa e rotonda come un pomodoro, e attaccava La gatta.

Quello era il segnale che dovevamo proprio andarcene ma la sensazione di volo restava attaccata alle gambe, ai piedi, tanto che iniziavamo a saltare, sul bordo delle aiuole, per continuare a provare la  leggerezza, senza ascoltare le raccomandazioni di nostra madre ”Attenti non fatevi male, non calpestate i fiori, non tenetevi per mano, non vi porto più” ed era questa minaccia a farci ritornare accanto a lei, obbedienti come soldatini di piombo.

Quell’agosto del 1962, avevamo preso l’abitudine di uscire da casa solo i giorni pari, verso le sei. Dopo il sospirato giro sulle macchinine, ci fermavamo all’inizio della villa comunale, dove ci raggiungeva nostro padre, che finiva più o meno a quell’ora di lavorare. Era da poco passata la grande festa dell’Assunta, lungo il corso cittadino restavano ancora luminarie e ambulanti che vendevano cataste di torrone, banchetti di  bamboline di melassa ricoperte di granella colorata, giochi di plastica: ruote, camioncini, pistole, borsettine che potevano essere riempite al momento da variopinte caramelle gommose.
“Velenose” le aveva bollate mia madre. Davanti a quelle bancarelle dovevamo tirare dritto,  senza poterci fermare  neanche a sentirne l’odore.
“Preferisco spendere soldi per la giostra, anziché farvi rovinare lo stomaco con i coloranti.” dichiarava alle nostre suppliche. Il giro sulle macchinine era dunque per risarcirci di quella privazione, altrimenti non avremmo avuto nulla di nulla.
Alle sette meno un quarto arrivava nostro padre, giovane fumatore dalla cravatta Oxford, con la sua fronte alta e i capelli a riccioli. Ci sedevamo al tavolino del caffè Olga e mangiavamo un gelato al limone e fragola,  nella coppetta, perché ci sporcavamo di meno.
Non mi ricordo se fosse  più caldo del solito, quel 21 agosto,  se gli uccelli volassero bassi nel cielo, se i cani guaissero nei cortili, se ci fosse un particolare odore di gas, se all’improvviso il livello dell’acqua nel pozzo della casina seicentesca ai platani si fosse alzato. Uscimmo di casa alla solita ora, per la  nostra passeggiata. Indossavamo vestitini di cotone, calzoni corti e maglietta a righe per mio fratello, abito giallo con piccoli  fiori bianchi arricciato in vita per me e procedevamo uno a destra e uno a sinistra, stretti  alla mano di nostra madre, che aveva il corpo fasciato in un tailleur di lino panna.

Andavamo sotto il viale dei platani, in silenzio, io contavo i passi, come ci aveva raccomandato la maestra per tenere la mente sveglia, ogni dieci, poi si iniziava daccapo. Era fresco, sotto la grande ombra del viale, le panchine occupate da donne e bambini, passeggini e biciclettine con le rotelle, soldati in libera uscita dalla caserma Berardi,  anche da due fidanzati che si tenevano abbracciati, c’erano ancora fiori nelle aiuole e belle siepi di mortella, che non si poteva  abbandonare neanche un pezzetto di carta, tanto erano fitte e verdi e alte. Ricordo quel nostro passeggio lento, la mano sudata nella mano di mia madre, i calzini bianchi infilati nelle scarpe con gli occhielli e la molletta che mi stringeva i capelli, fermi sulla fronte, i sandali con la zeppa di mia madre, lo smalto rosso sulle unghie, il rossetto rosso sulle labbra, le case sbreccate in tufo, le persiane alla romana socchiuse, un odore secco di terra, i gerani e le begonie ai balconi.

“Vostro padre  ci raggiunge direttamente alle giostre.”  comunicò nostra madre, come se lei fosse una istitutrice e io e mio fratello stessimo chiusi in collegio, ma allora era così che si definivano, “vostro padre e vostra madre”.
“ Ma io voglio pure le pistoline con le caramelle colorate” piagnucolò Luciano.
“Scegli o la pistolina o il giro in giostra”, replicò lei severa. Quando faceva così c’era davvero poco da scherzare.
Io ero arrivata a dieci volte dieci, avrei fatto la terza elementare ad ottobre, e sapevo bene che dieci volte dieci erano cento, tanti passi, ne mancavano ancora trecento alla villa.
“Voglio andare sulle macchinine, una volta sulla Ferrari e un’altra volta sulla Seicento.” dissi seria, mentre mettevo un piede dopo l’altro.
“Vediamo, Daria. Forse si.”
Se mia madre avesse detto no, sarebbe stato nella norma. Ma quel forse aprì il cuore all’attesa e alla speranza. Avremmo fatto due giri. Sarei stata a lungo più vicino al cielo che alla terra.

Nell’agosto del 1962 sul viale dei platani si scorgevano, dietro i portoni dei palazzi, ampi cortili di terra battuta e orti che si spingevano lontano, verso una campagna vasta, irrigua. Altri portoni si aprivano su bassi abitati da famiglie numerose o su botteghe di piccoli artigiani: la nostra sarta, la vedova secca secca che rammendava, il panettiere Iermano, il salumiere Tozza, la merceria della signora Peppina, l’idraulico non mi ricordo il nome, che si erano spostati oltre la villa comunale, dove un tempo finiva la città, per trovare locali a basso costo. Era sempre il fermarsi a salutare, a spiegare, a chiedere, a commentare con loro che ci faceva ritardare la passeggiata.
Quel pomeriggio del 21 agosto 1962 fu una signora bassa, ossigenata, con piccoli occhi acquosi, un grembiule bianco sbottonato, le dita scure, che ci bloccò:  Marilena, una compagna di scuola di mia madre che si era messa a fare la  parrucchiera. Parlarono sottovoce, Marilena agitava le mani e poi se li passava nei capelli,  nostra madre ritta sulle zeppe stringeva la borsetta di rafia marrone e la guardava fisso in viso. Seguivo impaziente il loro dialogo dal quale percepii “scossa” “no, ma che dici, niente proprio” .
Seguirono sospiri, altri parlottamenti, io tirai la borsa a nostra madre, mio fratello disse “Eddai, vogliamo andare” la parrucchiera la baciò “Allora ti aspetto sabato mattina, vado a cambiare  diecimila lire affianco” poi sorridente, rivolta a noi ”  Fatevi un bel giro, mi raccomando, ma quanto so’ belle ‘ste creature!” e corse nella merceria.
“Che voleva”.
“Niente.”
“Che è la scossa?”
“ Si è scottata mentre asciugava i capelli.”
Nostra madre mi lasciò la mano, si tirò il colletto del tailleur panna, poi me la riprese, e mi sentii stringere forte.
Mi divincolai, ma lei mi chiamò, mi cercò ancora la mano, “Non fate capricci, per piacere, ho mal di testa.” e proseguimmo veloci verso la villa.

Il 21 agosto 1962  nel pomeriggio si alzarono all’improvviso  folate di vento di forte intensità della durata di pochi minuti, il tempo di  sollevare i tendoni delle bancarelle, le pieghe delle gonne a plissé, la biancheria stesa ad asciugare. Tremarono le porte a vetri della gelateria Olga,  quelle del barbiere Mario affianco,  di colpo si chiuse il portone sempre aperto del Palazzo Urciuoli, sbatterono le gelosie del palazzo Solimene, i fili del filobus si intrecciarono e andarono in corto circuito.  Anche  la baracca della biglietteria delle macchinine sembrò sollevarsi.

Che succede che succede, si chiesero in fila le madri senza fiato, voltandosi controvento e tenendo i figli vicini.  Nostra madre ci richiamò, invano: noi con due monetine ciascuno eravamo già dal bigliettaio a chiedere i giri sulle macchinine.
Passato il vento, ritornata la ferma aria estiva,  la giostra si riempì in un attimo. La Ferrari era occupata da due gemelli con un cappellino rosso e le efelidi sul naso. Non si poteva avere tutto, nella vita. Trovai posto in una millecento caffelatte, che non mi era mai piaciuta, ma sarei stata da sola, proprio perché non piaceva a nessuno. Mio fratello era giusto accanto a me, sulla sua vespa arancione.
“Dopo facciamo cambio”  gli chiesi “ Neanche per sogno”  rispose e si piegò sul manubrio, come se dovesse partire sul serio. Nostra madre era stata raggiuta da nostro padre, li vedevo sottobraccio, entrambi spettinati, ma che avevano da parlare tanto. E guardateci, fate un saluto, come fanno tutti i padri e le madri, sorridete, implorai con lo sguardo, niente, fissavano per terra poi ci cercarono senza vederci.

Tintarella di luna iniziò a tutto volume, ecco che si partiva, ciao madre, padre, casa, scuola, città noi siamo andati via e ora saliamo verso l’azzurro del cielo, la millecento aveva un clacson potente nascosto tra i pulsanti, tra rumori, cielo, alza e scendi, canzoni il primo girò passò in un attimo. La gatta era stata sostituita da “Le mille bolle blu”, io mi alzai pronta per uscire, pronta a correre verso la Ferrari, vuota, perché i due gemellini se ne stavano andando. Ci fu un po’ di confusione, vado prima io o esci prima tu, quando sentimmo  un botto tremendo, come se un camion avesse investito la giostra e spostato le macchinine. Urla di terrore, grida, il bigliettaio che raccomandava la calma, ma che calma, stavamo stretti su una ruota d’inferno. Io mi ritrovai a terra, con la testa sul cofano della Ferrari, vidi mio fratello barcollare sul bordo della giostra, mia madre era scomparsa, altre madri e padri stavano davanti con i loro figli, il bigliettaio ammutolì, le bolle blu sparirono.

Chiusi gli occhi, senza capire, la testa mi faceva male davvero, il cielo poteva anche tuffarsi su di me, perché non gli avrei resistito anzi gli avrei chiesto di cullarmi nel suo morbido. Forse dormii o persi i sensi, di quei momenti non ho ricordo, solo un buio di ghiaccio, una carta stampata in cui è stato fatto un buco e manca di parole.

Mia madre  improvvisamente mi tirò su, dovevamo andar via, presto, mio fratello era con mio padre, era tutto passato, ma dovevo aprire gli occhi  e darle la mano. Intontita, con il vestitino sporco di grasso all’orlo, mi alzai in piedi e la seguii.

La gente scappava dalla villa comunale, sentii per la prima vola la parola Terremoto passare di bocca in bocca, e non facemmo a tempo a uscire in strada, ecco mio padre che teneva stretto mio fratello seduti sulla panchina vicino al caffè di Olga, che si era svuotato e perfino la padrona stava in strada, accanto ai camerieri,  che percepii salire dalla terra una forza elettrica, potente, come se un tuono di pioggia venisse dal profondo, il cielo c’entra con la terra, allora, solo che quel tuono ci faceva oscillare, e poi tremare, come se una paura grande si fosse impossessata di noi e delle nostre membra.  Mia madre mi prese in braccio, non lo faceva mai, corse verso mio padre che ci chiamava, in mezzo alla folla, sembrava che ci rimescolassimo gli uni sugli altri, come in una gigantesca trottola impazzita. Durò qualche secondo. Mia madre pregò “Avemaria”,  io con lei, una signora si fece la croce e cacciò dalla borsetta il Rosario, i ragazzini della Ferrari schiacciarono il loro viso di efelidi nel grembo della mamma. Finalmente ci raggiunse nostro padre con Luciano sempre al collo e ci abbracciammo, tutti e quattro, come se volessimo diventare un corpo solo.

Quando ci staccammo, le bancarelle erano di sghimbescio, i padroni scappati, le stecche del torrone  e le bamboline di melassa sparse per terra. Le noccioline e le castagne infornate lastricavano il marciapiede, mischiate alle velenose caramelle di zucchero. Mio fratello smaniò per scendere dal collo di mio padre e corse a raccoglierle. Ne dette anche a me, ci  riempimmo le tasche, nessuno ci rimproverò. La folla, ragazzi, donne, vecchi, uomini, sostava per il corso, chiedendo che fare, cercando aiuto, gridando soccorso. Noi quattro ci avviammo su per il viale.

“E il secondo giro sulle macchinine?” chiesi tirando la gonna a nostra madre. “Io e Luciano lo abbiamo pagato. Ci voglio andare.“
“Non si può, Daria, lo capisci che è venuto un terremoto, dobbiamo andare a casa a vedere se sta tutto apposto” tentò di convincermi mio padre. Mi spostò sotto un arco, in un portone, per ripararci dalla calca e dal rumore delle sirene dei vigili del fuoco.
“Non si può” rispose mio fratello, e mostrò la lingua rossa per la caramella velenosa che stava succhiando.
“E io ci vado lo stesso, ci vado lo stesso!” ripetei, cocciuta.
Scappai, sgusciando tra le gonne e le gambe che mi ritrovai davanti.
Dariaaa, la voce di mia madre era un urlo acuto, che si conficcava in testa come una freccia, Dariaaaa torna subito qua,  io volevo fare ancora un giro, volevo stare tra le mie adorate macchinine, che si alzavano verso il cielo, lasciando a terra la terra e quell’elettricità invadente che mi aveva sconvolto il corpo. Fu una breve corsa. Marilena, uscita con le clienti, alcune ancora con i bigodini in testa, davanti la sua bottega, mi vide e mi acchiappò.
“Daria, addo’ vai’? E mamma dove sta?”
Io non risposi. Piangevo, credevo che non si vedesse, piangevo per la paura, per il dolore alla testa, perché sentivo che qualcosa era andata in frantumi.
“Non lo so” risposi e mi attaccai a lei.
Mia madre arrivò, senza la sua borsa di rafia, con la giacca spiegazzata.
“ Lo capisci che non si può andare più in villa, che puoi morire, lo capisci? C’è stato il terremoto, chissà quante case sono cadute e chissà quanti bambini stanno sotto le macerie mentre tu fai i capricci per quelle macchinine” e mi strappò dalle braccia di Marilena, che assentiva con quella brutta testa bionda ossigenata.
“Bugiarda! Non è vero, non ci sono bambini sotto le macerie. Io sono qui, guarda!”
Lei mi abbracciò, forte, come non aveva mai fatto, sentii il suo profumo di rosa, il suo collo vicino al mio collo, il sudore dei suoi capelli.
“Un’altra volta ci andiamo, sulle macchinine, ma ora non si può proprio, Daria.”
Mi prese per mano. Avevo gli occhi aperti e umidi.

Dal 21 agosto 1962 non ho più messo piede su una giostra e non ho mai più guidato una Ferrari, alzandomi in volo. Ho lasciato il cielo al cielo e la terra alla terra.

questo racconto è stato scritto per l’antologia Vite che tremano, a cura di Ida Di Ianni e Matilde Iaccarino, Volturnia Edizioni, 2016 all’indomani del terremoto di Amatrice. Il ricavato della vendita è andato al Comune di Amatrice, per contribuire a ricostruire la biblioteca.

 

 

Genova raccontata da Heinrich Heine – Reisebilder. Quando la città si mostrava al viaggiatore per come era, nel suo paesaggio.

genova porticciolo

 

“…Unfern von Genua, auf der Spitze der Apenninen, sieht man das Meer, zwischen den grünen Gebirgsgipfeln kommt die blaue Flut zum Vorschein, und Schiffe, die man hie und da erblickt, scheinen mit vollen Segeln über die Berge zu fahren. Hat man aber diesen Anblick zur Zeit der Dämmerung, wo die letzten Sonnenlichter mit den ersten Abendschatten ihr wunderliches Spiel beginnen, und alle Farben und Formen sich nebelhaft verweben: dann wird einem ordentlich märchenhaft zumute, der Wagen rasselt bergab, die schläfrig süßesten Bilder der Seele werden aufgerüttelt und nicken wieder ein, und es träumt einem endlich, man sei in Genua…”
“…Non molto lontano da Genova, dalla cima degli Appennini, si vede il mare,l’acqua azzurra appare tra le verdi cime delle montagne e le navi che si vedono qua e là sembrano navigare a vele spiegate sui monti.Se poi osservate questo spettacolo al crepuscolo,quando gli ultimi raggi del sole intrecciano i loro fantastici giochi con le prime ombre della sera, e tutte le forme e tutti i colori si dissolvono in nebbia, allora vi sentite come in un mondo favoloso; la carrozza scende giuù dalla montagna con fracasso, le più dolci fantasie del vostro cuore assopito vengono risvegliate bruscamente, si appisolano di nuovo, e sognate di essere a Genova…”