Lessico Familiare di Natalia Ginzburg

Ogni volta che leggo questo brano, mi commuovo.

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Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso.
Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti.
Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia.
Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.
Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finchè saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà – Egregio signor Lipmann, – e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: – Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte! –

 

Come uno sputo nel piatto

La bellissima recensione di Monica Pareschi al mio romanzo ” Non smetto di aver freddo” sul n.2/2017 dell’Indice.

Come uno sputo nel piatto

di Monica Pareschi

Emilia Bersabea Cirillo
NON SMETTO DI AVERE FREDDO
pp. 352, € 16
L’Iguana, San Bonifacio (VR) 2016

In un Sud plumbeo che trasuda umido e muffe, nel freddo appenninico che penetra attraverso la trama infeltrita dei maglioni e ghiaccia le ossa, dove la luce fatica a insinuarsi tra mura di pietra in sfacelo e facciate di cemento cresciute senza grazia e il sole ferisce senza schiarire, due bambine crescono senza amore: “sola come uno sputo nel piatto” eppure bianca e miracolosamente intatta Dorina la bionda, Dorina la bella; preda di un eros vendicativo e rabbioso Angela, sorella di solitudine cupa e speculare, segnata da una bruttezza irrimediabile, ossa aguzze, occhiali spessi e neri denti di ferro; figlia di puttana, figlia del disamore. Unite tuttavia da un patto scellerato che passa per il desiderio cieco dei corpi cuccioli e poi adolescenti, dove la rivelazione terrorizzante del sesso si mescola al disgusto, la carezza alla brutalità del frugare, il dito si fa artiglio, la lingua sonda schifosa e viscida, la pelle epitelio freddo di mollusco e l’osceno della carne trasmuta in una vagheggiata unione mistica: “io sarò per te e tu per me” dice Angela, e le parole sembrano echeggiare quelle tra Cristo e un’altra Angela di luce e di buio, la Beata da Foligno: “Tu es ego et ego sum tu”, tu sei me, e io sono te.

Se appare mistico e perciò annientante il legame tra le due protagoniste, è tuttavia alla tradizione della grande narrativa realista che sembra guardare il bel libro di Emilia Bersabea Cirillo: romanzo di durezze e fatiche concrete del vivere, dove degrado ambientale, politiche dissennate del lavoro e crisi economica avvelenano esistenze che annaspano per non perdersi, scavano abissi di incomprensione affettiva, congelano amori che forse in luoghi meno ingrati si sarebbero potuti salvare, ed è notevole che in una narrazione che si sarebbe tentati di leggere “al femminile” una parte così ampia sia dedicata al dolore dei maschi: un dolore che certo è il risultato di uno sgretolamento dei ruoli tradizionali ma è reso più crudo dall’umiliazione sociale e da un’impotenza che è anche figlia di povertà materiale.

Mentre gli uomini si dibattono tra affetti disattesi, delusioni personali e politiche, cassa integrazione, sindacato e l’extrema ratiodell’emigrazione, le donne resistono e insistono all’interno di vite che non hanno scelto ma che vanno rese dopotutto vivibili. E così, tra orfanotrofio, casa, carcere e casa-carcere si muovono Dorina e le altre, nutrendosi a vicenda di parole e di cibo, perché in questo romanzo davvero “la frase d’amore più vera, l’unica, è: hai mangiato?”. Quest’arte di nutrice trasmessa dalle suore dell’istituto che accoglie Angela e Dorina da piccole diventa professione per Dorina la frigida, colei che non sa nutrirsi d’amore ma finisce per dispensare cibo amoroso nella più truce delle case, la prigione appunto: “Perché nessuno è infelice quando mangia”, come spiega Dorina allo psicologo del carcere.

Uscire dal carcere freddo della vita: è questo il percorso necessario per Angela e per Dorina, e ciascuna lo farà a modo proprio, e secondo la propria indole e il proprio destino, in un romanzo che per costruzione fa spesso pensare ai grandi classici dell’Ottocento inglese; non a caso i romanzi delle Brontë sono tra le letture predilette dalle due bambine, e se Cime tempestose è appropriatamente il libro di Angela – l’amore mai adulto che divora, annette e distrugge, l’amore-odio che non esce dalla prigione deformante dell’io – c’è molto di Jane Eyre nell’esordio esistenziale delle due orfane, e poi nei colpi di scena risolutivi che vedono Dorina ritrovare il filo della propria storia personale e acquisire una temporanea indipendenza economica assieme alla possibilità, finalmente, di scegliere la propria vita. È questo radicamento profondo nella grande letteratura classica femminile europea, con amore e denaro in primo piano, e allo stesso tempo una lingua che non teme di calarsi nelle pieghe degli idiomi regionali, una lingua affettiva, brutale, odorosa e corporea, sempre letteraria, a costituire l’originalità di questo romanzo arcaico e insieme nuovissimo.

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SCRIVERE. O SMETTERE DI SCRIVERE. di Alice Munro, luglio 2005

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Per fortuna non ha smesso di scrivere!

Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia. Quando succede, fare le cose che devi fare richiede sempre più tempo e concentrazione. Pagare le bollette, ricordarti quando passa il camion della spazzatura, fare la raccolta differenziata, donare soldi a tutte quelle buone cause che hai promesso a te stessa di sostenere. Mantenere l’ordine intorno a te. Il disordine è molto più minaccioso di una volta – non è più perdonabile e disarmante, né un segno della propria creatività, ma una prova dell’arrivo della demenza senile, decisamente poco affascinante. In effetti è meno affascinante, la demenza, nelle donne che negli uomini. Lo stesso vale per l’aspetto fisico da mantenere presentabile. Richiede sempre più sforzo, non tanto arrestare il deterioramento quanto rallentarlo in modo che risulti accettabile a te stessa e agli altri. Tutte le pillole e gli esami e gli esercizi. Non puoi più martellare sui tasti, rapita alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film. Non che io lo sia mai stata (in effetti non ricordo che nessuno di questi geni sia mai stato una donna), ma l’idea è sempre sopravvissuta da qualche parte nella mia testa, come qualcosa che un giorno avrei potuto provare a essere. Insomma: smetterei di scrivere per avere una vita più gestibile. E poi so che è molto raro produrre un capolavoro in questi ultimi anni di vita, e uno o due libri in meno non sarebbero una gran perdita per nessuno. Di sicuro non mi mancherà quel tormento – i tentativi a vuoto necessari perché una storia sia buona – o il vero e proprio orrore che provo nell’attesa che il libro venga pubblicato, per poi dar fondo al mio coraggio e uscire di casa ed esserne responsabile nel vasto mondo (in realtà sembra che sia vasto, ma il mondo dell’editoria, della critica letteraria, del pubblico dei lettori, è così piccolo che la maggior parte della gente che vive nel tuo paese, perfino nella tua cittadina, non saprà mai il tuo nome).

Non mi perderò niente, davvero.

Ma aspetta un attimo: che cosa c’era di così meraviglioso? Che cosa lo faceva sembrare irresistibile? Che cosa rendeva trascurabili questi inconvenienti? Se non è quando stai componendo il lavoro, non quando lo mandi all’editore, non quando ce l’hai in mano stampato, né quando lo leggi in pubblico o lo vedi entrare in classifica (e cominci a preoccuparti di quando ne uscirà), e nemmeno quando vince un premio, anche se devi ammettere che vincerlo è meglio che non vincerlo, allora quando è?

Il momento non è forse quello in cui hai l’idea, o meglio inciampi nell’idea, ci sbatti contro, come se stesse vagando da sempre nella tua testa? È già lì, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgono. Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze. In una forma più bella di quella che avrà mai, dopo essere stato stirato e schiacciato dentro le tue frasi. Pensa di poter essere soddisfatta da questo incontro soltanto, dal riconoscerlo e poi lasciarlo solo. Come sarebbe?

Vedremo.

Il grande gioco – Rose Ausländer

una poetessa che merita di essere conosciuta. Grazie Titti

Poesia in Rete

Foto di Anka Zhuravleva Foto di Anka Zhuravleva

Le stelle sono ancora qui, ai nostri sguardi,
e seguono spensierate il loro cammino,
come se non fosse accaduto nulla. E ciò che accadde,
loro, sorridenti, finsero di non vederlo.

Loro finsero sorridendo di non udirlo,
i paesi tacquero ed anche chi vide tutto ciò,
l’angelo, non venne, non sguainò per noi spada alcuna.
Le morti, solo loro, ci furono molto vicine.

Prendemmo ogni morte nella nostra mano
e la portammo nel palmo come un talismano,
le nostre ombre guizzavano sulla parete
assumendo forme sempre diverse.

E in qualche luogo c’ era un grande paese
che inventava con noi questo grande gioco.

Rose Ausländer

(Traduzione di Maria Enrica D’Agostini)

da “Arcobaleno. Motivi dal Ghetto e altre poesie”, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2002

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Das große Spiel

Noch sind die Sterne unsem Kicken da
und ziehen unbekümmert ihren Weg,
als wäre nichts geschehn. Und was geschah,

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L’uomo di neve di Wallace Stevens.

neve irpinia 3
Bisogna avere una mente d’inverno
per osservare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

e avere patito tanto freddo
per guardare i ginepri ricoperti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel distante riflesso

del sole di gennaio; e non pensare
alla miseria che risuona nel vento,
tra le rade foglie,

il medesimo suono della terra
attraversata dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio

per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e lui stesso un nulla, guarda
il Nulla che non c’è e il nulla che c’è.