Una città possibilmente nostra.

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In questa eterna bruciante estate avellinese,  ho mandato mille benedizioni agli organizzatori del Laceno d’oro che hanno, ancora una volta e tra le solite difficoltà,  hanno dato vita alla tanto attesa rassegna cinematografica nel piazzale dell’ex-Gil. Luogo pieno di desiderata, questo, a ridosso di uno degli edifici più importanti e maltrattati della nostra città (anche se a farne l’elenco di edifici maltrattati, ne verrebbero fuori tanti, a cominciare dal Teatro Carlo Gesualdo, passando per il Mercatone, soffermandoci alla Casina del Principe, fino a stopparci, ma solo per eccesso di sdegno, davanti all’autostazione), quello della Gioventù Italiana Littorio, progettato negli anni ’30 dall’architetto Del Debbio, conosciuto da sempre, in città, come il Cinema Eliseo.

Definire maltrattato l’edificio dell’ex Gil è forse poco, perché come un malato cui si fa intravedere la possibilità di guarire, e quindi si illude che presto, molto presto, lascerà il letto di ospedale, così il nostro monumento, è stato oggetto di un intervento di ristrutturazione edilizia, di una parziale apertura al pubblico, di una nuova chiusura, di un incendio che ha bruciato gli interni della piccola sala cinematografica, di un lungo “non so a chi appartiene tra Regione e Comune”, di una stasi   Immotivata  fino a nostri giorni, che tanto assomiglia ad agonia. Frattanto il suo bel bianco, come la purezza, come la giovinezza, è diventato rosso pompeiano, i marmi “di quando c’era lui” sono stati imbrattati, il piazzale è meta di filonari e di una nuova gioventù tech, quel bel circolo del tennis, che dava un tocco di Finzicontinianità alla nostra ariana città, è stato abbattuto. E il piazzale è desolantemente vuoto.

 Così, tra l’abbandono e la vergogna, tra una sudata e una chiacchiera, ieri sera ho visto con piacere tanta gente  assistere a “Viaggio in Italia”, ( irripetibile Italia degli anni ’50, irripetibile fascino di Ingrid Bergman) di  Roberto Rossellini, definito, da uno degli organizzatori, il più grande regista italiano. C’era l’Avellino dei miei anni e non solo, tanti giovani che sperano un giorno di poter rendere concreto il sogno di fare dell’ex Gil la “casa del cinema”, c’era la solida, residua parte di città che conosco e che non smetto di amare,   un Avellino che resiste, qui, ora, malgrado sia provata dal crescente degrado, dalla mancanza di un nocchiero e di una rotta. ( Ho saputo che l’azienda che dovrebbe rendere sana e lustra la città, ha fatto volentieri a meno di prestare la sua opera igienizzante, avendo trovato il piazzale in buone condizioni! Come sia possibile, bisognerebbe avere altri occhi e forse anche un altro naso per dirlo!)

Ma c’erano anche seduti sulla loggia dell’Ex Gil, i novelli ragazzi del muretto, incuranti di quello che accadeva a pochi metri da loro, anzi infastiditi, abituati a sguazzare nel nulla che questa città tenta di offrire, padroni di un tempo morto, signori del “tanto  qui la comandiamo noi!” che schiamazzavano. Il film era troppo bello, Ingrid ha incantato tutti, Pompei e la solfatara hanno sempre la loro magia e credo che nessuno ha badato più a loro.

Dopo la proiezione non ho resistito ad entrare dell’atrio del  cinema Eliseo. Ho pensato a Camillo Marino, ai tanti Laceno d’oro trascorsi e i ricordi si sono affollati,  come sempre. Siamo entrati nella sala, completamente ristrutturata, con le nuove poltrone, le pareti scure, il soffitto chiaro. Praticamente finita. Al ricordo è subentrato lo sdegno. Che cosa manca per riaprire la sala? Quale medicina bisogna dare al malato perché venga dimesso? Quanti anni ancora bisogna attendere perché voci, corpi, passi, progetti trasformino questo luogo abitato da fantasmi in un luogo di persone, di carne e sangue?

I nuovi ragazzi del muretto devono avere esempio concreto che in questa città ci sono anche porte che si aprono ai loro desideri , luoghi che li accolgono. Che Avellino non è solo baratro, inconcludenza e nulla.

Avanti, presto, il Comune di Avellino riapra l’ex Gil. Nel nome di chi ha aspettato, di chi aspetta, di chi merita di vivere in una città possibilmente nostra.

 

 

 

 

Camere separate

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“…Anche la Madonna aveva portato, appena adolescente. Una statua issata su un trono di legno massiccio. Aveva ricevuto un solo cambio lungo la durata del percorso e la spalla su cui poggiava l’asta gli faceva male, il braccio era indolenzito, le gambe non lo reggevano più. Si sforzava di tener duro vedendo che gli altri ragazzi stringevano i denti. Poi, a duecento metri dall’arrivo, vide finalmente un confratello che li aspettava con l’ultimo cambio e allora si fece forza dicendosi, solo due passi, solo poco. Sorrise perché ce la stava facendo, gli venne quasi da urlare mentre vedeva i ragazzi del cambio avvicinarsi, di corsa, per sostituirlo. Ma in quel momento quello che reggeva, davanti, entrambe le aste, come un bue serrato nel giogo, un biondino di quindici anni, scosse la faccia rossa e sudata e disse: “Via, via continuo da solo!” Gli altri cercarono di convincerlo, ma quello era deciso. Continuava a scrollare la testa, quasi piegato in due dallo sforzo finché il confratello, rassegnato, non fece allontanare la squadra di riserva. In quel momento lui sentì che sarebbe svenuto. Vide sparire la possibilità di porre fine a quello sforzo eccessivo, e si guardò con il compagno e gli chiese cosa stesse succedendo e quello rispose che ce l’avrebbero fatta, fino alla fine, da soli. Chiese ancora una, due volte perché non arrivassero a dargli il cambio, ma aveva capito benissimo che non ci sarebbe stato nessun aiuto. Gli venne da piangere e continuò ad avanzare, barcollando, e continuava a dirsi non ce la farò mai, non ce la farò mai, ma quello che lo terrorizzava non era tanto il dolore fisico, che era acutissimo, sfibrante – sentiva il legno della staffa penetrargli nella carne – ma era proprio la vergogna. Se avesse mollato, nessuno dei suoi compagni l’avrebbe più guardato, sarebbe stato ancora una volta il debole, il piagnone, l’emarginato. Non avrebbe avuto più amici. Nessuno, a scuola, gli avrebbe parlato e nelle partite di basket, all’oratorio, tutti lo avrebbero schernito. Allora cercò di farsi forza perché non aveva altra scelta: non poteva abbandonare, e non poteva assolutamente continuare. Quando finalmente, in chiesa, lo sollevarono dal peso di quella effige che per anni e anni avrebbe poi maledetto, lui non si sentì, come gli altri, fiero di avercela fatta, stremato ma soddisfatto per aver portato a termine l’intero percorso, ma si sentì profondamente umiliato, proprio ferito nell’intimo, per essere stato costretto a sopportare qualcosa contro la sua natura, per essere stato obbligato a dimostrare agli altri la cosa più stupida e insignificante di questo mondo, e cioè che lui era uguale a loro. Tanta fatica per qualcosa che per lui non rivestiva alcun valore…”

Da Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli, Bompiani editore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eugenio Montale – Le Occasioni IV.VII L’ESTATE

cavallucci gravidi
L’ombra crociata del gheppio pare ignota
ai giovinetti arbusti quando rade fugace.
E la nube che vede? Ha tante facce
la polla schiusa.
Forse nel guizzo argenteo della trota
controcorrente
torni anche tu al mio piede fanciulla morta
Aretusa.
Ecco l’òmero acceso, la pepita
travolta al sole,
la cavolaia folle, il filo teso
del ragno su la spuma che ribolle –
e qualcosa che va e tropp’altro che
non passerà la cruna…
Occorrono troppe vite per farne una.