Genova raccontata da Heinrich Heine – Reisebilder. Quando la città si mostrava al viaggiatore per come era, nel suo paesaggio.

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“…Unfern von Genua, auf der Spitze der Apenninen, sieht man das Meer, zwischen den grünen Gebirgsgipfeln kommt die blaue Flut zum Vorschein, und Schiffe, die man hie und da erblickt, scheinen mit vollen Segeln über die Berge zu fahren. Hat man aber diesen Anblick zur Zeit der Dämmerung, wo die letzten Sonnenlichter mit den ersten Abendschatten ihr wunderliches Spiel beginnen, und alle Farben und Formen sich nebelhaft verweben: dann wird einem ordentlich märchenhaft zumute, der Wagen rasselt bergab, die schläfrig süßesten Bilder der Seele werden aufgerüttelt und nicken wieder ein, und es träumt einem endlich, man sei in Genua…”
“…Non molto lontano da Genova, dalla cima degli Appennini, si vede il mare,l’acqua azzurra appare tra le verdi cime delle montagne e le navi che si vedono qua e là sembrano navigare a vele spiegate sui monti.Se poi osservate questo spettacolo al crepuscolo,quando gli ultimi raggi del sole intrecciano i loro fantastici giochi con le prime ombre della sera, e tutte le forme e tutti i colori si dissolvono in nebbia, allora vi sentite come in un mondo favoloso; la carrozza scende giuù dalla montagna con fracasso, le più dolci fantasie del vostro cuore assopito vengono risvegliate bruscamente, si appisolano di nuovo, e sognate di essere a Genova…”

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Uno scatto per l’Irpinia.

Uno scatto in Irpinia

Terra di un Italia del Sud, un’Italia contadina impoverita dall’emigrazione, scossa dai terremoti, terra interna di argilla e pietra, di santuari e riti paganai, di castelli e rocche, avviluppata in un isolamento che è scacco per ogni progresso,  per l’Irpinia l’estate é stagione di risveglio. Decisa ad uscire dai suoi confini, questa terra si offre allo sguardo del turista di passaggio, seduce con itinerari, con giostre medievali, con offerte di cibi e vini genuini. In una parola, invita ad essere vista, visitata.

Un manifesto di futuri incerti, di voce che acquista il tono dell’eco, che rimbomba nelle valli, rotola fino al fiume, si arrampica per i pendii delle montagne. L’estate é tempo propizio a questa terra che si percorre accecati dai riflessi d’oro della argilla secca, stupiti dal silenzio e dal vento, attraverso superstrade modernissime, e interpoderali testimoni della transumanza.

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Parole che danno senso al mio mestiere di scrivere.

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Cara Emilia, mi sono concessa un fine settimana di pausa alle Terme e finalmente ho finito i tuoi racconti. Gli ultimi mi hanno davvero entusiasimata. Che coraggio temerario che hai avuto a parlare di certi temi: migranti, la morte di una figlia… Sull’ultima sequenza di ‘Se stasera sono qui’, quelle mani alzate dalle tre donne, cosa devo dirti, mi sono commossa. Tu hai un grande talento, me ne sono resa conto alla fine, quando ho avuto ben chiara la sequenza di personaggi femminili: sai rendere con ricchezza straordinaria l’ordinarietà delle persone. Donne che nella vita forse non si notano neppure ma di cui tu rendi la vastità, l’incomunicabilità del loro universo di sentimenti, e lo rendi meritevole di essere conosciuto e condiviso. Brava, brava, brava! Ti abbraccio forte. Emanuela Canepa.

Pecore in città

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foto di Mario Perrotta.

Fino a qualche anno ha, sotto la casa di mia madre, in via Derna, passava almeno due volte l’anno un gregge di pecore. La loro presenza era annunciata dal suono dei campanacci, un suono roco e disomogeneo, assolutamente inconfondibile. Correvamo al balcone per vedere. Che poi era sempre la stessa scena: un pastore che apriva il corteo, il gregge vero e proprio, le zampe nere di un cane che spiccavano in quel bianco in movimento, due aiutanti pastori che fischiavano e contenevano con ampi gesti delle braccia le bestie, e un altro pastore che chiudeva la fila. La processione durava una decina di minuti, tra l’apparire e lo svoltare verso la campagna, all’inizio di piazza Cavour, nei pressi dell’attuale Questura. Da dove venissero e dove andassero le pecore e il pastore, e perché il loro tragitto passasse per la città, non l’ho mai saputo. Potevano fermarsi nei campi dietro i valloni, a contrada Bagnoli, ad Acque del Paradiso e restare a pascolare in pace, anziché scendere per le strade rumorose e spaventare le bestie.

Era, quella scena che si ripeteva due volte l’anno, la conferma che vivevamo ancora in una città con campagna, che eravamo salvi, allora, da ogni inquinamento e da ogni possibile distruzione del paesaggio. Che era vivo quell’equilibrio, miracoloso, in verità, tra il fare manuale e quello intellettuale, che questa città aveva un passato forte da cui scaturiva, come una sorgente e la sua acqua. Non vedevo, lo ammetto, quello che silenziosamente si stava preparando, l’assurda perché non necessaria avanzata del cemento, che ha trasformato il nostro paesaggio, le nostre colline, che hanno imprigionato l’aria, la luce. Non necessaria perché il numero di abitanti, in città, non è aumentato. Anzi, alla luce delle partenze di giovani che non fanno ritorno, direi che è diminuito. Non necessario perché c’era tanto da recuperare, da abbattere e ricostruire, del nostro patrimonio abitativo, che la città avrebbe potuto continuare ad avere la sua forma di fuso, chiusa tra i due fiumicelli, com’era stata per secoli. E se anche avesse voluto, avrebbe potuto ampliarsi conservando la sua forma, decidendo di addizionare il fuso, in altri fusi paralleli al primo, per mantenere al suo interno una regola. Perché qui, come in tante città, è la regola algebrica che si è perduta. Comporre una città secondo armonia, secondo un accrescimento non casuale, non dettato dal regime delle proprietà e dalla sola scelta funzionale, è quello che ci ha insegnato il razionalismo architettonico. E’ quello che ha permesso a Vienna di espandersi e di diventare la grande Vienna e a Berlino di diventare l’esempio di città operaia senza che perdesse la sua eleganza.  E’ mancato chi sapesse tenere la matita bene in mano e che sapesse disegnare, come faceva Tessenow, una città che bastasse a se stessa, con case e giardinetti, con alberature e slarghi, con pergolati e panchine, e che fosse tutto pubblico, tutto di tutti. Qui le cose nate per il pubblico si mantengono a fatica. Manutendere costa più che mettere in piedi. Perciò gli edifici pubblici recuperati sono occupati dal vuoto. Restano bui e silenziosi come fari spenti. E le case costruite dappertutto, anche negli scarti dei fossi, restano invendute, mancando perfino l’acquirente delle periferie napoletane, che, passata la grande paura dell’eruzione del Vesuvio, decide di restare a godersi il mare e il suo paese.

Torneranno le pecore in città. Questione di anni. Ne sono sicura. Saranno richiamate dall’odore dell’erba che intanto avrà coperto le case abbandonate. Gli animali sanno passarsi la voce molto meglio di noi, che pure stiamo a bivaccare su internet.  E faranno la tana e l’ovile nelle case sfitte, sulle colline e nelle ische ormai ricoperte di rovi, come quelle della bella addormentata. Arriveranno con loro uomini senza patria, abituati a mangiare accoccolati, porteranno le loro donne nei vestiti di sole, i bambini attaccati alla schiena. E troveranno una casa tra i rovi che sapranno adattare.  Ritorneranno i pastori, che bruceranno di sera le erbe secche raccolte, mangeranno pane e formaggio, lo spartiranno con gli uomini senza patria e dormiranno accanto alla brace d’inverno o sotto un albero d’estate,  come Benino.

Saranno loro a sognare. Sarà un sogno di una città operosa, con mestieri e lavori dimenticati, una città d’acqua e di lana, di campi e di frutta, di forma e misura. Con tante pecore sparse sul prato. Come nei presepi che ci ostiniamo a fare ogni anno.

proprietà riservata di Emilia Bersabea Cirillo

da “Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” Mephite edizioni

Un consiglio di lettura – di Ave Ghirelli

il mio romanzo

Perché leggere questo libro? Ecco tre buone ragioni.

LA STORIA: si concentra intorno alle vicende di due donne, Dorina e Angela, che hanno trascorso insieme un’infanzia frantumata in orfanotrofio, intrecciando un’amicizia spinosa – carica di abbandono e violenza –  e che oggi si rincontrano  in carcere. Dorina da donna libera, cuoca inappagata e triste e Angela da reclusa, assassina che cova fantasmi e desideri.

I PERSONAGGI: Dorina e Angela, il freddo e il fuoco, la grazia e la bruttezza sono i personaggi indimenticabili del romanzo di Emilia B. Cirillo, figure che fatichi a lasciare quando hai finito il libro! Donne che cercano un proprio spazio nella vita e si cercano nella storia.

LA SCRITTURA: sapiente e raffinata, a partire dagli incipit: “Erano andate via tutte. Al battere delle mani di suor Vittoria, comparsa all’improvviso sul terrazzo, il gioco della mosca cieca era finito in un lampo” (Mosca cieca, pag. 9). “Crudele! Inveiva suor Ermelinda quando Angela portava in cucina le lucertole sezionate” (I calzettoni di lana a righe, pag. 31).

L’autrice ha una spiccata abilità nel descrivere la bellezza dei luoghi e il suo contrario – il Conservatorio di Santa Geltrude di Atrani, il carcere, Napoli… – nel rappresentare l’accumulo di vita negli elenchi di oggetti acquistati al supermercato, in quelli di pietre preziose, oppure di fiori e piante.  E’ una scrittura capace di raccontare lucidamente i nostri giorni, la crisi di tante piccole e medio imprese in primo luogo, la crisi della famiglia… ma è anche magica, quando Dorina “legge” immagini nello strato di amido lasciato dal riso nel lavabo, sogna o, semplicemente, vive.

In un maggio freddo e piovoso

avellino anno zero

In un maggio freddo e piovoso, in un mattino di maggio freddo e piovoso che sembra tardo autunno, se non fosse per il profumo dei gelsomini fioriti sulla recinzione della casa di via Iannaccone,  cammino svelta sotto la pioggia fine,  avvolta dall’impermeabile londinese, la testa china, a ripararmi dal vento.

Cammino su un marciapiede martoriato dai fossi e dalle erbacce, lambendo il muro di tufo della villa comunale, coperto di muschio e di erbe verdissime, larghe e alte come cespugli di alghe. Le facciate delle case di corso Europa , anche quelle ricostruite e stupidamente colorate, i troppi affittasi lasciati sulle invetriate dei bassi vuoti, la condizione della strada carrabile avvallata, delle cunette occluse da rami e carte, la poca presenza umana, contribuiscono ad accrescere la mia infelicità.

Perché è vero, la felicità è cosa che cade, ( allora l’infelicità è cosa che resta?) è una fola che ci possiede per pochi attimi, ma se c’è, la senti dentro, come un’euforia duratura, onnipotente. La felicità rende leggero l’attimo che vivi, il futuro che aspetti, perfino il pesantissimo e rassicurante passato. E anche questa strada dove lavoro da quarant’anni e che tutti i giorni raggiungo e lascio, quando sono felice, in quell’attimo secondo, sembra ridente nei suoi giardini, nei suoi pini altissimi, nella sua modesta edilizia anni cinquanta. Pensi a cosa è stata questa città, a come l’hai vista nelle cartoline in bianco e nero, nelle foto pubblicate sul sito avellinesi.it e ti lasci prendere da quella luce nitida, dalle linee nette dei profili, dai marciapiedi lustri di sole, dalla strada dritta come un filo a piombo. Ed è come tuffarti in un film, in un romanzo, senti il tiepido avvolgerti, il calore di te bambina e di tua madre che ti portava a spasso, nella villa comunale, dove c’erano le macchinine a pedali che si fittavano e il carretto delle liquerizie e dei formaggini di cioccolato che pretendevi di mangiare.

Poi ci sono giorni come questi, in cui il freddo non si leva da dosso e questi ricordi dolci e sciolti si ghiacciano sulla pelle. Giorni di pioggia, di vuoto, di poche persone che sfilano sul marciapiede, di pochissime voci che ti salutano, di luoghi che non confortano, di assenza di felicità. Non è solo la mia infelicità a pesare, ma è il contorno, l’atmosfera della città che aggrava le cose, un senso di straniamento, come un ricamo diffettoso, che imprigiona la speranza.

Se ci fosse qualcosa che mi distraesse, che mi dicesse fermati, entra, guarda, tocca, annusa, parla, dici, illuditi, spera. Invece no, semplicemente no. La pioggia sottile e fredda di maggio punisce e basta, ricordandomi che vivo in un luogo interno del Sud, un luogo lontano dalla modernità, imploso in un cunicolo di promesse, che si è visto sfilare gli anni davanti a sé, per cambiare in peggio. I giardini dei palazzi al corso sono diventati cortili sconnessi, chiostrine sporche, passaggi disarmonici senza che ne avessimo vantaggio, al centro della strada quelle strane cabine grigie che dovevano essere gazebi di sosta restano fissi come relitti, spugnosi muri di tufo sono sovrastati da alberi selvatici. E nessuna vivacità, intorno.

E’ quest’ atmosfera sospesa, prigioniera di se stessa, che aggrava la mia malinconia, perché Avellino è diventata sgraziata, appezzottata, come una bambola di segatura cucita con scampoli diversi.

La bellezza di un luogo non può essere lasciata manipolare dal primo urbanista che passa, per essere trasformata in metricubodicemento, per di più mal confezionati, così mettiamo apposto tutti.

E sono proprio questi tutti che continuano a lamentarsi che Avellino si è imbruttita, imbarbarita, che niente della grazia provinciale di un tempo è rimasta, e che stavamo meglio quando stavamo peggio. Sotto la pioggia, attenta a non scivolare sugli aghi dei pini di cui è coperto il marciapiede, mi continuo a domandare cosa è andato storto, come nelle vite che non hanno trovato una rotta. E’ andato che ci siamo affidati, che non abbiamo saputo guardare in noi stessi e dire che cosa volevamo da questo luogo, non abbiano saputo urlare il nostro grande bisogno di felicità,  offuscati nel profondo dal possesso immediato delle piccole cose, certi che la grande bellezza della natura intorno a noi potesse essere eterna.

E’ questa la città che volevamo? E’ proprio così che desideravamo vivere, ai confini del confino? Sono proprio queste le erbacce che volevamo vedere, queste panchine divelte, queste facciate allungate con un piano in più che sembra un portico per nani? E quella la strada piena di fossi? Dove sono i giovani, quelli che dovrebbero prendere il nostro posto, un giorno, quelli che dovrebbero abitare le nostre case e sedere nella poltrona di un cinema, entrare nei ristoranti, chiedere un libro in biblioteca?

Cammino svelta, per il Corso, inondato da negozi sempre diversi, in cui non sono mai entrata, alla ricerca di angoli che mi rassicurino, ma non ne trovo, non ne trovo. Resto a ripararmi dalla pioggia sotto il vecchio porticato della Banca d’Italia. Aspetto che smetta e che possa ritornare a casa. Dopo la pioggia viene sempre primavera, dice una vecchia canzone.

foto di Stefano Spina

 

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ParoleTraNoiLeggere, il nostro laboratorio di scrittura e lettura.

L’atto dello scrivere è, in genere, la ricerca di un canale di comunicazione con gli altri: difficilmente si scrive solo per se stessi.

“Può darsi che non vi sia mai nulla di nuovo da dire, ma c’è sempre un nuovo modo per dirlo e, dato che in arte il modo di dire una cosa diviene parte di quel che è detto, ogni opera d’arte è unica e richiede rinnovata attenzione.” Flannery O’Connor

 

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