Gli infiniti possibili

IMG_4649

“…diventavamo in sua compagnia molto più intelligenti…”.
Natalia Ginzburg

Martedì

Oggi ho imparato a tuffarmi.

L’insegnante  dopo un’ora di galleggiamento in piscina, ci ha messo in fila.

– Mani unite, testa tra le braccia, un respiro, scatto e via.

E’ entrata nell’acqua come una freccia e ne è uscita, dopo qualche secondo di immersione, sorridente.

– Allora, cominciate. Nessuna paura del vuoto, mal di pancia, blocchi psicologici, per piacere.

Siamo solo in cinque, il martedì. Tre donne e due uomini. Io, nel mio costume blu un pezzo, un uomo con un rotolo di pancia allegra e una peluria bianca sul viso, due ragazze una bionda e una rossa che ridono tutto il tempo e un giovane alto e moro che non parla con nessuno.

Si tuffano per prime le ragazze. Veloci e sicure. Frequentano la piscina da due mesi. Poi l’uomo panciuto che fa un’entrata sgraziata. Esce e si scrolla, come un orso caduto in un lago. Il giovane si concentra, guarda sotto di lui. Scuote la testa. Muove le labbra. E se ne va.

La nostra insegnante esce dall’acqua. Lo chiama, gli va dietro. Vedo che si parlano, lei vuole convincerlo. Lui si porta le mani alle braccia. Trema tutto. Prende l’accappatoio e scappa.

– Tocca alla signora – dice nervosa.

Credo di essere la più vecchia del gruppo. Gli altri li chiama per nome.

– Mi chiamo Mimma – suggerisco, tentando di essere disinvolta.

– Ecco, signora Mimma, braccia allungate, testa tra le braccia, così, brava, un po’ china, va bene – sento le mani gentili dell’istitutrice sulla cuffia.

L’acqua è solo trenta centimetri sotto di me. Mi sembra di stare sospesa. Mi gira lievemente la testa.

– E’ la mia prima volta. Non credo di farcela.

– Si concentri, ce la farà.

– Oscilla tutto.

– Respiri un paio di volte. Prenda il fiato e si lanci.

Sento un tremolio allo stomaco. Come farfalle che battono insieme.

Lei mi è vicina.

Alzo i talloni, punto le dita dei piedi. Tendo il corpo in avanti.

– Uno, due, tre, e via – Mi spinge in acqua, toccandomi appena il sedere.

Vado sotto, l’azzurro mi avvolge, mi sento leggera, sospesa, come una bolla si sapone.

Riemergo dall’acqua. Espiro tutta l’aria.

– Ce l’ha fatta! Le è piaciuto?

– Moltissimo.

Mi pulisco gli occhi. Le chiedo di fare ancora un tuffo, prima di andare via.

Il centro sportivo, che in città chiamiamo piscina comunale, è aperto da qualche mese. E’ una struttura di cemento armato con un gran tetto di legno apribile, dotata di tre palestre grandi, due piccole, un bar, due piscine, sale riunioni. Nei giorni di estate, quando la copertura è tutta ritratta, sembra che il cielo entri nell’acqua. La piscina è nata da un accordo tra il comune ed un’impresa napoletana. Il comune ha dato il suolo, l’impresa ha messo i soldi. E ora gestisce il complesso.

E’ stata davvero una buona idea costruire questa piscina, penso mentre sono sotto la doccia. Sono ancora tutta eccitata per i tuffi. Le ragazze mi guardano e si complimentano. Hanno corpi perfetti, la bionda ha i seni piccoli, la rossa è procace, con la curva dei fianchi accentuata. Levo lo sguardo su di loro. Desidero che lo levino da me.

A casa mi aspettano solo i cani. Setter irlandesi, dal pelo fulvo e lucido. Alec e Meg.Mi sono iscritta in piscina per non stare sempre da sola. La scusa è che devo curare l’osteoporosi, la verità è che non ho molto da fare tutto il giorno. Ho così trovato un impegno che mi porta via mezza mattinata, tre volte a settimana. E’ tanto.

Attraverso la strada. Di fronte c’è un panificio che sforna il pane alla mezza. Il profumo si sente da lontano. Compro una porzione di pizza ai carciofi e due panzarotti ricotta e prosciutto. A volte, se so che viene mia figlia a cena, compro uno sfilatino. La pizza e i panzarotti sono il mio pranzo dei giorni pari. Di solito mangio in poltrona, mentre vedo un film su Sky, prima di addormentarmi.

Entro in casa. Lascio costume e cuffia in lavanderia. Esco sulla terrazza e sento squillare il telefono. Metto ad asciugare l’accappatoio. Non faccio a tempo a rispondere. Oggi è una giornata di sole. Il santuario di Monte Vergine spicca tra le rocce. La città è sotto di me. Sempre più estesa, sempre più sconosciuta. La collina alla mia destra si è riempita di villette, in pochi anni.  Anche questa parte di città che si chiama Contrada Archi, si è riempita di parchi e villette rivestite di mattoncini e ferro battuto. Una piccola Svizzera, dicono i napoletani che sono fuggiti dal caos della città per cercare riparo da noi. Hanno comprato case sontuose vista montagna, contenti di mescolarsi ai professionisti e ai commercianti nostrani, che si sono aggiunti a loro, in breve tempo.

Quarant’anni fa fummo io e Carmine tra i primi ad avventurarci sulla collina. Fino allora si saliva quassù, percorrendo un sentiero ombroso, per la festa della Madonna delle Grazie il 2 luglio alla chiesa dei padri Cappuccini. E per venire a studiare alla scuola Agraria. Non c’erano strade, solo sentieri di campagna, percorsi a piedi o con i carretti di contadini che nei giorni di mercato scendevano ad Avellino.

La casa era circondata da boschi di noccioli e da vigne di Fiano. La villa, dalla torre a colombaia, era abitata d’estate dai padroni, che risiedevano tutto l’anno in città. Il resto era campagna coltivata da mezzadri che vivevano in case di tufo, nascoste nel verde.

Carmine, mio marito, aveva voluto comprare questa villa in cemento armata dalla forma sgraziata, piena di stanze e terrazzi, con un gran terreno intorno, contro la mia volontà. Sperava, senza avere il coraggio di ammetterlo, di diventare il capostipite di una famiglia patriarcale, di avere una casa sempre piena di gente e di godersi la vecchiaia nella sua terra, come accadeva ai protagonisti degli amati romanzi russi, che leggeva di sera accanto al camino.

La prima volta arrivammo in Vespa. Era l’inizio dell’estate. Carmine amava la Vespa, lo faceva sentire tanto il giornalista americano di Vacanze Romane. Diceva che per la mia magrezza e per come mi vestivo assomigliavo ad Audrey Hepburn. Insieme, lui alto e robusto, formavamo una coppia  molto in vista.

Aprì il cancello della villa e mi prese in braccia, proprio come si fa con una sposa che mette piede per la prima volta in casa.

– Ed io dovrei abitare qui? – esclamai, vedendo uno scheletro in cemento armato, privo di finestre e intonaci.

– Non parlare, vieni – Mi portò su, per la scala non ancora rifinita, aprì il balcone di quello che sarebbe diventato il salone e – Guarda – mi disse – Non è tutta un’altra prospettiva?

Fu la luce che mi incantò. La luce polverosa e dorata di quel mattino di giugno che contrastava con il panorama terroso di case e chiese: il campanile del Carmine, il campanile di Santa Rita, la sagoma del Duomo, La Torre dell’orologio, le case del centro storico, la sagoma del castello longobardo. E poi colline, a perdita d’occhio.

Sotto di noi Avellino luccicava, come una ragazza di campagna che asciuga i capelli all’aria.

 

Il telefono squilla, di nuovo. Questa volta faccio a tempo a rispondere.

– Allora, Mimma, dov’eri? – E’ Dolores, la mia amica che abita a Milano. Ci telefoniamo almeno una volta al giorno. Da quando è morto Carmine anche due.

– Torno adesso dalla piscina.

– Che novità, non mi avevi detto nulla!

– E’ la seconda lezione. Ho già imparato a tuffarmi.

– Bella notizia.

– E’ eccitante.

– Allora hai conosciuto qualcuno?

– Sempre con queste idee.

Dolores ride. Ha sessantadue anni, come me. Ma non smette di cercare uomini.

– Devi farmi un piacere.

Quando Dolores mi chiede piaceri, tremo. L’ultima volta, due mesi fa, ho dovuto accompagnare un gruppo di suoi amici fotografi in costiera amalfitana per un reportage sul sentiero degli dei. Sono tornata la sera a casa distrutta.

– C’è qui uno che deve venire giù.

Giù per Dolores è Avellino.

– E’ un bel tipo. Gli ho parlato a telefono. Simpatico.

Sospiro. So bene che Dolores si inventa queste occasioni per tenermi impegnata.

– E che dovrei fare?

-. Mi ha chiamato mentre ero in riunione. Ho capito che sta facendo una ricerca musicale.

– Su Gesualdo da Venosa?

– Forse.  Posso dargli il tuo telefono?

– Certo che puoi.

– Sapevo di poter contare su di te. Grazie.

– Non ne approfittare, Dolores. Non mi va di andare troppo in giro.

– Ma questo, a quanto ho capito, è una persona tranquilla. Te la sbrighi in mezza giornata.

– Va bene, accettato.

– Domani ancora tuffi?

– No, solo i giorni pari.

– Ottima mossa. Qualcuno noterà la più bella della piscina.

– Dici sempre bugie. Si allunga il naso.

– Un bacione, mia cara. Spero bene per te.

– Anche io, per te.

 

Dolores gestisce un’agenzia fotografica. Editori, giornali, riviste, siti web si rivolgono a lei per ottenere immagini. E’ andata via appena dopo la laurea in sociologia. Voleva che partissi anche io. Ero già fidanzata con Carmine e non volevo lasciarlo.

Dopo il terremoto, Dolores tentò, nell’impulso del momento, di tornare. Le era venuta nostalgia. Non c’erano agenzie fotografiche al Sud.  Voleva impiantare la sua azienda in città. Fece le sue ricerche di mercato. Poi rinunciò.

– Possibile Mimma che abiti in una città così arretrata, senza servizi! Ma come fai a stare laggiù. Io impazzirei! – disse una volta, dimenticando che lei nella città arretrata c’era nata e vissuta per oltre vent’anni.

Con Dolores ci vediamo tre volte all’anno. Da quando sono rimasta vedova trascorriamo le vacanze insieme. Carmine non amava stare con lei, perché mi distraeva da lui. Ma gli era simpatica. Lei trovava Carmine “un caro ragazzo di provincia, saldamente legato al passato.” La nostra è un’amicizia che si è collaudata sul filo del telefono. Lei a raccontarmi la sua vita, a cercare di convincermi a trasferirmi. Io ad ascoltare e a resistere.

– Ma ho i bambini, Carmine e la casa. E anche la politica.

– Anche qui c’è la politica. E la casa dove puoi collocare Carmine e i bambini.

Ma parlava sapendo bene che non sarei mai partita. Allora vivevamo protetti, tra amici, affetti. E politica. Il tempo davanti a noi era lungo, come il corso cittadino dove consumavamo i nostri passi avanti e dietro, senza stancarci mai, tra chiacchiere e capannelli e qualche gelato al bar Diana. Parlavamo tanto. Discutevamo tanto. Ognuno di noi non si nutriva di grandi speranze, ma solo di indubbie certezze.

Mangio la pizza.  E’ ancora calda. Bevo la birra. La poltrona è comodissima, di quelle che si allungano e ti massaggiano dietro la schiena provocando desideri di abbracci. Carmine la comprò per corrispondenza. Anche i tappeti persiani abbiamo comprato per televendita. In vecchiaia si fidava ciecamente delle reclame televisive. Lo sforzo del nuoto, la luce che trapassa le vetrate, il dondolio della poltrona collaborano al mio torpore. Chiudo gli occhi. Mi addormento di colpo, il balcone del terrazzo aperto.

Mi sveglio per il freddo.  I cani sono venuti a cercarmi. Alec mi lecca le mani. Meg è accucciata ai miei piedi. Guardo l’orologio appeso in soggiorno. Sono le tre passate. E’ l’ora della loro pappa e della passeggiata. Scendo in giardino. Riempio le ciotole di crocchette. Mi piace guardare i cani che mangiano. Ricordano i miei figli, quando erano piccoli. Giuseppe, soprattutto, afflitto da una fame esagerata. Stella era inappetente, mi faceva dannare per un cucchiaino in più di riso. Faccio un giro per il giardino, stacco un paio di foglie morte. Malgrado il prossimo arrivo dell’autunno, ho ancora rose gialle e gerani rossi fioriti. Sento il telefono squillare. Rispondo dalla tavernetta, lo sguardo rivolto ai cani.

– La signora Mimma De Angelis?

Nessuno mi chiama più col mio cognome di ragazza.

– Sono io. Chi parla?

– Dino Cassani. Storico della musica. Le dovrebbe aver parlato di me la signora Dolores Valente.

– Certo, piacere.

– Conto di arrivare ad Avellino giovedì pomeriggio. Le va bene?

– Si, bene. Dolores non mi ha spiegato dove dovrei accompagnarla.

– In realtà non lo so neanche io. Lo decideremo al momento.

– Come vuole.

I cani hanno finito di mangiare. Si lamentano. Mi sono dimenticata di mettere l’acqua nelle ciotole!

– La devo lasciare, mi scusi. A giovedì.

– La chiamo quando sono in città.

Bella voce. Gentile. Sarà deluso quando scoprirà che di Gesualdo so meno di zero.

Corro da Alec e Meg. Riempio le ciotole di acqua. Bevono, sbavano, scodinzolano. Sgancio il guinzaglio dal perno. Usciamo a passeggio, prima che venga buio.

Giovedì

Oggi in piscina siamo in sette. Si sono aggiunte un marito e moglie pensionati. L’istruttrice ha detto di chiamarsi Annalisa. Ha seguito i nuovi nel galleggiamento. A me e agli altri ha ordinato di fare quattro vasche a dorso alternate con quattro a dorso tedesco. L’acqua scivola sul mio viso come una vela. Batto i piedi, attenta al mio respiro. Le braccia sono pale di un mulino, vorticano come ventole. Per la prima volta dalla morte di Carmine ritorno a sentire il mio corpo. Prima che finisca l’ora Annalisa ci chiama ai tuffi. Sono emozionata. Mi piace sentirmi sospesa per un attimo, prima di impattare l’acqua. La pedana è a sessanta centimetri. Se ne può aggiungere un’altra ad altezza maggiore.

– Un metro, più o meno – propone Annalisa.

Sono tentata.

– Affrontare il nuovo senza fretta – diceva Carmine. Risento la sua voce calda, dall’inflessione paesana. Le lacrime si mischiano con le gocce d’acqua della piscina. Levo gli occhiali che si sono appannati. Salgo sulla pedana. Mi sembra di essere ad un’altezza notevole.

– Allora, la nostra signora…

– Mimma.

-Già, la signora Mimma.

Inspirare, testa tra le braccia, corpo in avanti, piedi uniti, talloni sollevati.

Annalisa mi sta vicino.

Sospesa. Non ce la faccio. L’aria entra ed esce dai polmoni. Chiudo gli occhi. Rimbombo Splaschh. Tocco quasi il fondo della vasca. Riemergo a poco a poco, battendo le mani e i piedi.

Mi sento una bambina che ha scoperto un nuovo gioco.

Dentro, nell’acqua, ho dimenticato ogni dolore. Ogni pensiero.

Dino Cassani mi chiama alle due. E’ appena arrivato in città. Alloggia all’Hotel de la Ville.Non ho voglia di uscire. In più ha cominciato a piovere. Ma gli dico che lo raggiungo verso le cinque.

Nella hall non c’è nessuno. Sono arrivata in orario, malgrado i tuoni e gli scrosci. Cassani mi aspetta nella saletta del bar. E’ solo. Visto dalla soglia, l’uomo sembra più giovane di quello che avevo immaginato. Siede al tavolo affianco alla vetrata. Scrive su un quaderno nero. Davanti a sé ha un cappuccino e un piatto con un resto di sfogliatella. Occhiali rotondi, baffetti neri, corporatura minuta, capelli gettati all’indietro. Mi vede. Mi viene incontro.

– La ringrazio di essere venuta.

– Glielo avevo promesso.

– Prende qualcosa?

– Un cappuccino.

Ha occhi castani.

– E’ venuto in aereo?

– Si, da Milano.

Un giardino di piante grasse gocciolanti fa da sfondo al nostro colloquio.

– Non amo le piante grasse. E lei? – mi chiede.

– Dipende. Quando piove sembrano fuori posto.

Annuisce. Bevo il cappuccino. Mangio un biscotto di pasta frolla.

– Allora, sono tutta orecchi.

– Le ho detto già di essere uno storico della musica.

– Certo.

– Sto scrivendo la vita di un famoso compositore.

– Gesualdo da Venosa?

Lui non mi ascolta. Guarda dritto nei miei occhi.

– No, signora. Sto scrivendo di Luigi Nono.

Pronuncia piano Nono, socchiudendo appena le labbra.

– So per certo che Nono è venuto più volte ad Avellino dal 1975  fino al 1980. Ho anche letto di una sua lezione al conservatorio di Musica. Così mi è venuta curiosità di capire. Perché un uomo come lui avesse voglia di ritornare più volte in un luogo, mi permetta, senza molte attrattive turistiche. Cosa c’era?

Bevo un sorso di cappuccino. Ingoio il biscotto.

Guardo la sua schiuma compatta che copre a malapena il liquido. Penso che i ricordi restino sempre un po’ troppo scoperti, anche se crediamo di averli nascosti nel migliore dei modi.

– E cosa dovrei dirle?

– Ho trovato un appunto, in particolare. 13 giugno. Avellino. Con Maurizio Pollini. Sofferte onde serene.

– Sa davvero tanto, allora.

– Volevo chiederle di indicarmi qualcuno cui possa rivolgermi per sapere di più. Stiamo parlando del più importante compositore e del più grande pianista italiano, insieme, in una piccola città di provincia. E’ una notizia curiosa davvero.

– Si, davvero.

Bevo il cappuccino a piccoli sorsi. Fuori grandina. Spero che le piante grasse resistano. Ho letto che sono molto più delicate di quello che sembrano.

Cassani attende. Ha il quaderno aperto su una nuova pagina, la penna tra le dita. Non riesco a parlare.

– Se conosce qualcuno…

– Venga con me. A casa mia.

– Mi dispiace disturbare tanto.

– Staremo più comodi.

Attraversiamo la pioggia. In macchina restiamo in silenzio, per tutto il tragitto.

 

Da dove cominciare, da dove? Mentre apro il portone e faccio entrare Cassani mi interrogo. Sono arrivati tutti insieme, volti, voci, nomi. E mi hanno preso d’assedio, perché ognuno di loro ricerca la mia attenzione.

– Signora, spero tanto di non…

La casa è fredda. Saliamo nel soggiorno. Accendo il fuoco nel camino. Dino si guarda intorno, osserva le foto dei miei figli, di me e Carmine. Si ferma dietro i vetri a contemplare il panorama.

– Qui sta come in paradiso.

-Diceva così anche Luigi Nono, quando veniva a casa. Dormiva di sopra, in mansarda.

Sono di spalle. Non posso vedere la sua meraviglia, perché c’è, ne sono certa. La legna prende fuoco.

Ci sediamo in poltrona. Uno di fronte all’altro.

– E’ difficile raccontare. Ci proverò. Ma la prego, non mi interrompa.

Avevamo un amico, tanti anni fa. Si chiamava Saverio Imbimbo. Era l’amico più caro. Intelligente, curioso del mondo, scrutava il nostro animo come un sommozzatore il fondo del mare. Il suo solo apparentemente svelava, conservando segreti e pensieri che preferiva tenere per lui e che forse neanche voleva sapere. Ci eravamo conosciuti al partito, un partito scomparso da anni, che metteva insieme la gioventù socialista e comunista senza farla litigare. Eravamo tanti. Ora siamo dispersi e mutati.

Mio marito lo conosceva da più tempo di me. Passeggiavano insieme per il corso, la sera, discutevano, di politica e del mondo che volevano, poi, abitando vicini, si accompagnavano l’un l’altro, piazza Garibaldi, piazza Macello fino a che le luci della strada non si spegnevano. Studiava legge. Soprattutto leggeva. Wittgestein, Bloch, Weber, ma anche Canetti e Roth e Mann. Le volte che di sera stavamo insieme  ci parlava di questi autori in un modo semplice e ispirato che faceva venire voglia di andare a comprare il libro all’istante. Ma soprattutto gli piaceva ascoltare la musica dal mangianastri, in quella sua FIAT  malandata, dove restavamo anche in cinque o sei, a sentire Bach o Mahler in silenzio. Talvolta  andavamo a cinema. Abbiamo visto con lui film che neanche più mi ricordo. La sera non voleva tornare a casa, dove viveva con la madre e il padre anziano. Cercava nella compagnia degli amici una sorta di consolazione, ad una solitudine che sentiva dilatarsi con gli anni, dentro di lui, di cui non voleva dare conto a nessuno.

La sto annoiando?

 Dino accavalla le gambe. Piove così forte che tremano i vetri. Dai canali di gronda l’acqua travasa come una cascata.

Avellino era una città che sembrava ideale per viverci. Tranquilla, a misura, circondata da una natura inviolata. Eravamo di poche pretese, Non c’era molto. Quattro cinema, un conservatorio stretto in un palazzo antico, una caserma di soldati, cinque librerie, qualche pizzeria. Ci sentivamo protetti dalla  campagna che, invece,  diventava sotto i nostri occhi sempre più costruita. Io e mio marito eravamo i più vecchi del gruppo, quelli che si erano messi al lavoro, che avevano già una famiglia: un  punto di riferimento, le sere di inverno, per i compagni che venivano a cena da noi. In alcuni di noi, però, si nascondeva un’inquietudine che rendeva le piccole cose della vita insopportabili. Gli orizzonti erano troppo vicini. L’accontentarsi continuo produceva a volte scontento. Avevamo  un desiderio di fare, di dare senso alla vita, che è proprio della giovinezza consapevole. Quanto si parlava e si scriveva e si leggeva. La curiosità del mondo ci teneva in tensione. Saverio sembrava il più sensibile. Credevamo di conoscerlo. Non avevamo capito quanto fosse vulnerabile.

Ci eravamo trasferiti da appena un mese in questa casa. Vivevamo tra scatole da imballaggio non ancora aperte, sedie accatastate e quadri ammonticchiati nella sala a piano terra. Eravamo riusciti ad arredare solo la cucina, il soggiorno e due camere da letto.

Doveva essere un giovedì la prima volta che Saverio venne a trovarci. Era ora di cena. Sentimmo il rumore di un motore, appena dopo la curva. E di una marcia sforzata portata allo sfinimento.

– Chissà chi sta imparando a guidare davanti casa. Vado a vedere prima che sbattano il cofano nel muro – esclamò mio marito. Dalla finestra della cucina vidi due fari lampeggiare, sentii una risata di sorpresa, udii sbattere uno sportello. Le voci si persero appena chiusi la finestra. Pensai a una coppia che cercava un posto isolato per appartarsi, interrotta nella sua intimità.

Doveva essere giugno. Le scuole erano finite.  Aveva piovuto al mattino.  L’acqua appantanata sulla strada di polvere si era mescolata alle foglie dei noccioli, formando una fanghiglia scivolosa. Pozzanghere si erano raccolte tra le aiuole del piazzale davanti casa. Avevo messo delle assi di legno per camminare in sicurezza fino al portone.

Saverio entrò con mio marito in cucina. Sorrideva il viso afflitto da cicatrici, gli occhiali grandi, i capelli castani un po’ lunghi sul davanti. Disse che eravamo ormai diventati due castellani e che era venuto a stanarci dal nostro isolamento. Dietro di lui c’erano Silvia, una ragazza silenziosa dai capelli neri e lisci e Luca, un ragazzo effervescente e dinamico. Mangiammo insieme, dividendo quello che avevamo in casa. Saverio era euforico. Raccontava di un’opera di musica contemporanea a  cui aveva assistito a Milano, dove si era recato per la sua tesi di laurea. Si intitolava Al gran sole carico d’amore. Il compositore era Luigi Nono.  La sua musica era testimonianza del processo storico che vivevamo. Saverio si era sentito avvolto da una specie di vertigine. Aveva come compiuto un’avventura, un viaggio in terre sconosciute.

– La musica è pensiero – disse Saverio – E’ una modalità di ascolto del pensiero. Ed io mi sono sentito un errante. Una musica così, ad Avellino, non sarebbe mai stata capita. Era questo il nostro limite, essere ancorati all’ottocento, ribatté mio marito. 

E se provassimo a fare quel concerto, qui? Se anziché aspettare o andare, facessimo noi qualcosa per questa città? Era così Saverio. Noi pensavamo medio, lui pensava in grande.Socchiuse i suoi occhi grinzosi  dietro gli occhiali dai vetri sempre un po’ appannati. Aggiunse che si era procurato il numero di telefono di Nono. E che se eravamo d’accordo, potevamo tentare di farlo venire ad Avellino. Avremmo potuto tenere il concerto al Conservatorio di musica, su al Duomo, si intromise Silvia. E dove trovavamo i soldi per offrire a Nono ospitalità?chiese Luca.

Potremmo ospitarlo noi, se si accontenta. Abbiamo tante stanze! Proposi.

Saverio tirò fuori dal portafogli un foglietto. Chiese di poter telefonare. Sapevamo tutti che avrebbe tentato di chiamato Nono. Assistemmo alla telefonata in silenzio. Saverio era abile a trovare le parole.  Parlò di isolamento, di desiderio di conoscere il nuovo, di confronto, di incontro. Della sua musica quale testimonianza del processo storico che vivevamo. Stette a lungo in ascolto. Ringraziò e chiuse e poi Saverio lanciò un urlo.

Luigi Nono aveva accettato di venire ad Avellino.

Non dimenticherò mai il sorriso di Saverio.  Sembrava un bambino soddisfatto del regalo di compleanno. Ci abbracciammo. Brindammo col Fiano spumante. La casa si riempì di gioia.

 Mi alzo per versarmi del cognac. Parlare tanto mi asciuga la bocca. Dino Cassani accetta il bicchiere panciuto che gli metto tra le mani.- Non è successo solo qua. Anche in altre città. La musica contemporanea divenne il punto di partenza per contrastare una cultura accademica. A Reggio Emilia fu la stessa cosa. E anche Taranto, e in Sardegna. – L’Irpinia degli anni settanta era davvero lontana da tutto, ma desiderosa di nuovo, come una terra secca che chiede pioggia. E Nono venne a dissetarci. Ma anche a farci intravedere, per dirla con lui, altri infiniti possibili.

Dino sorride. Alza il bicchiere. Il cognac scivola dentro il mio corpo lasciando un retrogusto profumato di legno.

Fuori continua a piovere. Metto un pezzo di legna nel camino.

– Continui, la prego.

Penso che se Carmine fosse stato con noi, mi avrebbe interrotto, a questo punto, per continuare a raccontare.

Nono arrivò a ottobre del 1975. Furono mesi di  preparativi furibondi. Saverio volle accollarsi tutto il peso dell’organizzazione, telefonate, manifesti, inviti, ufficio stampa.  La sera arrivava da noi che era intrattabile. Si sedeva in un angolo della tavola ,smozzicando qualcosa dal piatto e, se parlava, lo faceva solo per condividere le sue perplessità. – Siamo degli irresponsabili- disse la sera prima dell’arrivo di Nono.

 – Abbiamo invitato il più grande compositore contemporaneo e solo due persone, tra noi, hanno ascoltato la sua musica .- In verità non sapevamo davvero chi fosse Luigi Nono. Ma ci fidavamo di Saverio, della sua sensibilità, della sua capacità di vedere lontano.

– Ascolteremo domani –

Lui mi guardò con la sua solita aria ironica.

– Se non saremo diventati sordi nel frattempo!-

La sua ansia, che camuffava con continue battute, lo avvolgeva come una crisalide.

Il pomeriggio alle tre aveva già chiamato sei volte. Avevo comprato il vino? E il dolce? Quanta gente veniva a cena? E la stanza per Nono era abbastanza calda? E avevo fatto la pasta a mano? Era così, saveria, un tenero ragazzo apprensivo.

   Fu come attendere un amico che partito ragazzo, ritorna adulto dalla sua emigrazione, portando con sé fama e gloria. Capimmo quanto fosse famoso arrivando al conservatorio. Il cortile interno era affollato. Carmine ed io ci infilammo a stento nel corridoio. La sala dei concerti era gremita. Visi mai visti. Gente venuta da tutta la regione. Passai accanto  a due che si chiedevano – Ma come hanno fatto, ad averlo, qui?  Il conservatorio era stato adattato in un palazzo antico, al centro storico, nella piazza del Duomo.  Saverio era in un’aula con Nono e il direttore del conservatorio. Ci presentò come i castellani che lo avrebbero ospitato quella notte. Nono era un uomo alto, stempiato, la fronte larga, i capelli ricci, i lineamenti delicati. Pensieroso e gentile. Ci ringraziò.

 E sussurrò –  A dopo –

Nono aveva portato brani della sua musica su nastro magnetico. Ascoltammo suoni di traffico, di serrande abbassate, di passi. Era la vita che ci percorreva ogni giorno, di cui percepivamo la ritualità assordante.  Infinite particelle sonore si sommavano e sottraevano, prima di trovare equilibrio. Quell’equilibrio era il silenzio, un pianissimo al di sotto di tutti i pianissimi, uno spazio in cui si fondevano respiro sogno pensiero.  In quel pomeriggio in una sala da musica di un conservatorio di provincia, avevamo incontrato un altro suono, concreto, intenso, che ci aveva tenuti attaccati fino alla fine.

La sera, a casa qui Nono ci incoraggiò a continuare. La nostra era una provincia isolata fuori da ogni possibile circuito. Aveva visto paesaggi di appennino, venendo in macchina con Saverio, che l’avevano colpito.

Ma quelle montagne erano anche la spia di solitudini. Solo la cultura avrebbe potuto invertire questo processo. Parlava calmo, guardando negli occhi Saverio che gli sedeva di fronte. E Silvia, me e Carmine, i compagni che erano venuti a festeggiare. Dovevamo diventare un’associazione, dovevamo avere una sigla. Lui ci avrebbe aiutato a far venire altri musicisti, a dar vita ad una rassegna. Era importante anche per chi faceva musica, in quel momento, incontrare un pubblico diverso, discutere,analizzare, spiegare. Trasformare i concerti in lezione. Saverio rispose per tutti che avremmo continuato. Era l’occasione che aspettavamo da tempo, quella di poter avere un confronto con altri e altre culture. Quella sera nacque Musica Incontro, la sfida delle sfide culturali che un gruppo di giovani lanciò a questa città.

Dopo di lui vennero ad Avellino Bruno Canino, il Quartetto Italiano, Fausto Razzi, la Nuova Consonanza, Maurizio Pollini,Giacomo Manzoni, Salvatore Sciarrino…Tutto sempre e solo grazie a Luigi Nono, che era diventato per noi un amico e un maestro.

Lei mi ha chiesto cosa lo portasse qui. Ce lo chiedevamo, tra un concerto e un altro, con Saverio. Perché non avevamo soldi per pagare nessun artista, gli enti pubblici ci negavano i finanziamenti, il partito comunista della città ci riteneva dei perditempo e dei traditori borghesi. Ma noi continuammo, convinti di dover testimoniare il nostro impegno etico attraverso la diffusione della cultura contemporanea.

Una volta, a colazione chiesi a Nono cosa lo spingesse a tornare. Eravamo in confidenza, per farlo.– Avete silenzio, luce,  montagne – rispose Nono, mentre beveva il caffè. – Mi piace la vostra gioventù operosa, il calore umano, il vostro affetto. Mi date speranza.

Venga, le faccio vedere.

 Ci alziamo. La pioggia continua a cadere. Vado nello studio. Una cornice rossa circonda la montagna. La pioggia ha reso l’aria satura di profumi d’erba.

– Vede quella grande sagoma, con quel dente che sporge? Quello è il Terminio. Saverio volle a tutti costi farlo vedere a Nono. Andai anche io e Silvia e Luca. Passeggiammo sui pianori in mezzo alle mandrie. Mangiammo in una specie di baita. Nono ascoltò le nostre difficoltà con il partito.  Poi volle dire qualcosa anche lui. Quando parlava il suo sguardo chiedeva silenzio. Parlò del suono delle cose. Dell’ascolto, parola poco usata nel nostro vocabolario morale. L’ascolto coinvolgeva la nostra esperienza. Disse che fare esperienza significa stare con gli uomini, significa essere tolleranti, non accettare solo chi la pensa come noi. In qualche modo era dalla nostra parte. Era un uomo romantico, Nono. Credeva che il suo mestiere fosse soprattutto un continuo atto d’amore.

Dino Cassani vorrebbe dire qualcosa.

– Si, ma al di là di questa testimonianza umana molto bella, ecco, io vorrei sapere se Nono ha lasciato una traccia di questa sua presenza, una registrazione di una lezione, uno scritto,se lei avesse delle foto,per esempio…

E’ arrossito. Tutti così, quelli che vengono a saccheggiarci, pratici e dogmatici. – In verità, non ho niente. Le foto, gli scritti, le eventuali registrazioni sono presso l’archivio del conservatorio.

– E Saverio Imbimbo? Non potrei parlargli?

Ingoio un bel sorso di cognac. Di nuovo sento le farfalle nello stomaco.

– Saverio è mancato, qualche anno fa. Mi dispiace.

Dino Cassani si alza.

– La ringrazio comunque del suo ricordo di Nono.

-Grazie a lei per avermi dato l’opportunità di ricordare.

– Mi ha fatto vivere un periodo che conoscevo solo per averne letto.

– Il tempo si ammonticchia nelle nostre vite come neve. Noi siamo pronti a spalarla, lei a cadere. Ogni tanto fa bene controllare a che punto siamo.

Mi offro di accompagnarlo. Lui chiede se ci sono taxi. Gli rispondo di no. Piove leggero, adesso. Scendiamo insieme. Il cognac mi torna in gola come un groppo. Per strada mi parla di lui. Ascolto poco. Le avanguardie…la consonanza, la conoscenza dell’ultimo Nono, Prometeo. La sua voce ha un timbro lamentoso. Lo lascio all’albergo. Inutilmente Dino insiste nell’invitarmi a cena.

Il fuoco è ancora acceso. Faccio entrare i cani a scaldarsi. Si accucciano vicino al camino. Ho urgente bisogno di parlare con Dolores.

– Allora? Com’è questo Dino?

– Lo hai mandato tu? O è venuto per caso?

– Ma che è successo? Mi sembrava una brava persona.

– Voleva sapere di Nono, di musica incontro, voleva conoscere Saverio…

– Non potevo immaginare…

– Ho dovuto bere due cognac per darmi il coraggio.

– Ti capisco.

– Non, tu non puoi capire. Che te ne stai lontana, al riparo! Le cose che accadono qui ti sfiorano! Lo capisci che sono sola in questa città, che siamo andati tutti via, senza esserci mossi?

– Ma, Mimma non puoi credere quanto mi dispiaccia…

– Dolores nessuno ha il diritto di turbare il mio silenzio. Ti prego, Non voglio essere più coinvolta!

Chiudo il telefono. Stacco la spina. Spengo il cellulare.

Vado nello studio. Apro il grande armadio di noce. Prendo una scatola  La riporto in soggiorno.

Le foto di Saverio sono in una busta arancione. Bianche e nere, qualcuna a colori. Saverio e Carmine sotto la neve, nel giardino.

Saverio indossa il suo giubbotto blu alla marinara, con le tasche che si aprivano in lunghezza e la sua sciarpetta rossa, per ripararsi la gola che aveva molto delicata.

Saverio che porta a cavalcioni Giuseppe. Op, op cavallin, op op signora.

Saverio in cucina che bagna un pezzo di pane nel sugo. – La cuoca oggi che misteriosi pranzi prepara? – E alzava il coperchio senza chiedere permesso.

Saverio e Luigi Nono al belvedere del Terminio, Saverio con il braccio teso che gli indica qualcosa nella valle. Foto di gruppo con Saverio, Luca , Silvia, Maria Teresa, Carmine, io, Enzo, mentre aspettiamo Canino in piazza Duomo, per il suo primo concerto in città.

” Vorrei rimetterti in pancia e farti nascere di nuovo”

Parlo da sola ad alta voce. Lo faccio sempre, guardando le foto di Saverio. Non fu capito. Non volle mai svelare quanto fosse senza scampo la sua solitudine. Eravamo tutti una  gioventù laboriosa, come diceva Luigi Nono. E’ stata la stagione più bella della nostra vita. E ora che Saverio non c’è più, e sono passati tanti anni, continuo a sentire la mancanza della sua amicizia, tormentosa, ma vera, profonda e irripetibile. Mi manca la sua lucidità, il sapere andare oltre le soglie dell’apparenza.

Mi manca la sua scabrezza, quel dire la verità senza mediazioni, con quella sua voce cantilenante, quel suo sorriso triste, malgrado facesse di tutto per mascherarsi.

Mi manca il suo intelletto, la sua profezia, la sua tenacia.

Saverio è mancato a questa città, che come lui, è voluta scivolare in una oscurità senza ritorno.

 

Sabato.

E’ una giornata caldissima e luminosa. A malincuore sono in piscina. Dolores mi ha chiamato mentre dormivo, ieri sera. Dice che viene ad Avellino, per il fine settimana.  Mi ha chiesto se poteva dormire da me. Sono scoppiata a piangere. Mi sono addormentata all’alba.

Siamo in cinque, in piscina, di nuovo. Il ragazzo che non ha voluto tuffarsi martedì tenta davanti a me un galleggiamento con la tavoletta. Siamo nella stessa corsia. Ci alterniamo nell’andata e nel ritorno. Annalisa è frenetica. Batte le mani a tempo. – Uno,due, tre. E girare…Prendere fiato, espirare.

Ho la testa immersa. Vedo i piedi delle due ragazze battere senza sosta, come ali di uccello. Il ritmo risuona nello spazio. Concreto. Seriale.

Cronometrare, vasca dopo vasca, è prendere le misure della nostra vita. Quanto sarà lunga e solitaria  la nostra resistenza.

– La signora Mimma oggi è silenziosa.- dice Annalisa. – Le ho preparato una sorpresa. Alzo il braccio destro. Continuo. Non voglio perdere fiato.

Dino Cassani è partito stamattina. Contento. Porta con sé il trofeo che cercava. Ha trovato la registrazione di una lezione di Nono al conservatorio. Mi ha promesso di inviarne una copia su CD.

Annalisa fischia. E’ il tempo dei tuffi.

Ha fatto montare un trampolino alto che non avevo notato, entrando.

– E’ per lei! – mi invita Annalisa. – Appena un metro e mezzo!

Il ragazzo resta nell’acqua. Annalisa sale sul trampolino.

Rilassata, e mani lungo i fianchi. Respiro, testa tra le braccia, piedi uniti, alzare i talloni…

La parabola è perfetta. Annalisa entra nell’acqua senza sollevare una goccia. Il ragazzo l’applaude. Lei lo raggiunge. Lo prende per mano. Lo costringe ad uscire dall’acqua.

Tocca a me. Salgo veloce. L’entusiasmo di Annalisa mi ha contagiato. Una volta sulla pedana, a un metro e mezzo da terra, ritornano le solite farfalle nello stomaco. Ingoio. Respiro. La distanza tra il mio corpo verticale e l’acqua orizzontale si moltiplica, come un’onda sonora.

Voci, battere di remi, piazza, frammenti, fabbrica illuminata, suoni concreti, silenzio, nastri magnetici, serialità, al gran sole carico d’amore, ai suoi infiniti possibili, canto sospeso.

Saverio. Sospeso.  Il Terminio.  Il suo volo.

Vedo appannato. Faccio un passo indietro. Alzo gli occhialini sulla cuffia.

Non riesco a tuffarmi.

 

Trent’anni fa, oggi,  moriva Gaetano Vardaro, professore ordinario di diritto del lavoro. Dalla seconda metà degli anni 70 e per più di dieci anni,  ideò e animò, con altri amici e compagni, l’associazione  MUSICA INCONTRO. I protagonisti della musica classica, e non solo (  Luigi Nono, Maurizio Pollini, Claudio Abbado, Luciano Berio, Bruno Canino, Rocco Filippini, il Quartetto italiano, i Solisti di Roma,  Giovanna Marini,Mario Schiano, Giorgio Gaslini, Severino Gazzelloni, Michele Campanella) vennero ad Avellino a tenere concerti, incontri, dibattiti, dando vita ad una irrepetibile stagione culturale.

Lo ricordo in un mio racconto, Gli infiniti possibili, pubblicato nella raccolta Gli incendi del tempo , et.al 2013.

il disegno dell’immagine è del maestro Giovanni Spiniello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Giovanni Iannaccone.

 

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 011

Siamo stati la generazione che doveva riscattare ii nostri genitori dalle sofferenze della guerra e dalle occasioni che non avevano avuto. Soprattutto noi, ragazzi del Sud, interno. Abbiamo studiato con profitto, sempre promossi, diligenti, pronti ad ogni sacrificio. Abbiamo intrapreso facoltà difficili, pur di saperli orgogliosi di noi. Perché quelle bombe che erano riusciti a scansare miracolosamente, quegli inverni di fame, di freddo, quelle cupe disperazioni dell’alba sono stati i racconti della nostra infanzia, una specie di beato tormento quotidiano, a cui venivamo sottoposti senza cattiveria, semplicemente perché tutto quello che avevano attraversato era ancora nelle loro menti e nei loro occhi. E non erano bastate le nuove case, modeste, ma integre, i balconi di fiori, la seicento nel cortile, gli abiti nuovi negli armadi, i mobili lucidi e pieni di piatti e bicchieri, la televisione, il frigorifero, la lavatrice, la piccole vacanze, per rasserenare gli animi e per convincerli che si, era proprio tutto passato e che si poteva finalmente tirare un respiro di sollievo, cominciava un lungo tempo di benessere e di pace. Ci voleva altro: un cambiamento sociale.

 

Sono stata una ragazzina sempre molto studiosa, sempre appassionata ai libri, alle storie, alla scrittura. Eppure tutto questo non era visto dai miei genitori, presi com’erano nel loro bisogno di medicare ferite per me ignote. Lutti e sogni sono stati il companatico di una vita trascorsa al riparo, come in trincea. “Fai il tuo Dovere” era il comandamento, e se qualcosa  era permessa, era soprattutto ciò che volevano loro.

Se avessi scelto lettere, non sarei dovuta andare all’Università.

Ma se avessi scelto architettura, allora, avrei potuto studiare fuori.

Il fuori era una bolla sconosciuta, invitante, infinita. Cosa avrei trovato? Qualunque cosa, ma non la grigia solitaria esistenza di una piccola città di provincia, in cui non c’era neanche un treno per partire. E assetata com’ero di vita, ho accettato tutto pur di vedere, di conoscere.

E così che ci siamo incontrati, Giovanni caro, al terzo anno di architettura, in quell’aula di Composizione Architettonica, con il professore De Franciscis e il progetto di una’area da recuperare accanto a piazza Mercato. Eravamo entrambi di Avellino,  scoprimmo, e ti presentai agli altri studenti. Un gruppetto che avrebbe fatto furore, negli anni a venire.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 007

Sono stata la prima laureata in famiglia, riscattando una generazione di commercio, di impiegati, di artigiane. Riscatto, poi, e da  cosa? Non era meglio la piccola imprenditoria, che avrebbe fatto forte il Sud, che una classe impiegatizia, che poco ha prodotto in idee e progetti?

Mi sono ritrovata architetto, ma non era la mia vocazione. E per molto tempo non ho saputo più chi ero. Non ho avuto nessuna malizia, non ho saputo approfittare come molti colleghi giustamente hanno fatto, della valanga di lavoro arrivata dopo il terremoto del 1980. Non avevo la forza di guardare, solo un gran desiderio di diventare invisibile, di rincantucciarmi, quanto più possibile, tra i miei libri, le mie piccole innocenti passioni.

A mio modo , ho combattuto una lunghissima estenuante guerra, in cui non c’erano bombe, né stomaci vuoti, ma corpi che desideravano essere nutriti, di parole, di storie, di immagini, corpi che desideravano occasioni per crescere, per imparare a stare al mondo, e che dovevano  fare a patti con altri corpi, piccoli corpi bambini, che a loro volta volevano attenzione.

Siamo cresciuti percorrendo un binario di   realtà e desiderio,  un piede sulla realtà, un altro sul desiderio,  mentre il tempo, come un treno, ci tallonava. Non so davvero se siamo stati felici. Siamo restati in questa città come vestali, come sacerdoti del tempio, a tener vive abitudini e memorie. E intanto intorno a noi, nel mondo, cadevano confini, governi, statue, bandiere, i territori si cancellavano, si ampliavano, si dividevano, nascevano conflitti di ferocia inaudita, sul corpo e la pelle di innocenti civili, e i popoli si  mettevano in marcia, cercando nuovi approdi, nuovi sentieri di pace. E noi sempre qui, fedeli ad un destino che forse aveva del comodo, del protettivo, dell’infruttuoso: il nostro.

Abbiamo seppellito il padre, quel padre che voleva attraverso noi, diventare ciò che non era stato.   Un poco alla volta, una parola alla volta, il nostro corpo si è nutrito, finalmente, ha preso forza, e nuove storie hanno cominciato a formarsi, nella mente, e nuova energia ha circolato nelle nostre mani e nel nostro cuore. Decisi, ma ancora tremanti, abbiamo cominciato a vivere di parole.

 

Tutti questi ricordi, me li hai scatenati tu, Giovanni, ora che non ci sei più. Eri nato nel mio stesso paese, Atripalda, le nostre nonne, Bersabea e Petronilla erano amiche, i nostri genitori si conoscevano bene. E noi eravamo destinati a diventare colleghi e amici. Abbiamo studiato insieme molti difficili esami, tu avevi una mente prodigiosa, matematica, forse anche per te l’architettura non era il tuo divenire. Sei stato il primo tra noi a sperimentare l’informatica applicata alla pianificazione urbanistica, il primo a lavorare a un progetto innovativo di Urbanistica nel L.U.P.T. con il professore Piemontese, di cui andavi a ben ragione fierissimo. Eri metodico, curioso, di ogni formula, di ogni scelta progettuale  dovevi farti una ragione , dovevi essere sempre convinto. E mettevi a dura prova la nostra scarsa impetuosa pazienza . I tuoi ragionamenti pacati, con la matita in mano, sulla necessità di uno slargo o di un percorso, su un progetto, ore a convincerci che avevi ragione, sono restati memorabili. Portavi avanti i tuoi argomenti sempre con la tua ostinazione, con la tua fede nella razionalità, che era incrollabile. A volte vincevi tu. Perché avevi colto, con il tuo sentire sensibilissimo,  il vero.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 010

Sei stato il primo di noi, noi del gruppo di composizione architettonica, quello con Rocco, Eligio, Gianni, Maurizio, Luigi ad andartene. Non credevo che mi potesse fare così male. Perché ci siamo divisi un affetto leale, un’amicizia serena, qualche segreto, qualche litigio. Se ne va una parte del nostro paese, Atripalda, a cui tu hai dato tanta cura e impegno, non ultimo il tuo ruolo di Priore della Confraternita di Santa Monica,  a cui io sono rimasta così profondamente legata. Se ne va anche una parte di me, quella della studentessa studiosa, “secchiona”, come dicono i miei figli, che con sacrificio, tanto, ha riscattato la generazione dei padri, se ne vanno gli anni, non quelli passati che sono già andati, ma tutti quelli a venire, ancora, insieme. La tua amica  Emilia Bersabea.

le foto sono dell’architetto Rocco Fasolino.

 

 

Una lettera d’amore alla mia città

VIA GRAMSCI

di EMILIA CIRILLO.

Curiosando su internet, qualche tempo fa, mi sono imbattuta in un’ iniziativa del comune di Toronto: the Love Lettering Project, nata con lo scopo di diffondere l’amore per il posto in cui si abita.

E’ stato chiesto ai cittadini di scrivere lettere d’amore anonime sui luoghi in cui vivono, spiegare perché si preferisca un determinato bar, una certa via, uno specifico quartiere. Queste lettere sono state poi nascoste per le strade della città di Toronto, facendole ritrovare in giro ai passanti. Lo scopo è stato quello di invogliarli a non lamentarsi più di ciò che non funziona in città e di invitarli ad elencare i motivi per cui, invece, la si ama.

Ho pensato, se questo gioco, che gioco non è, lo facessimo ad Avellino, cosa verrebbe fuori? Quante lettere d’amore la inonderebbero, invogliandoci a elencare i motivi per amarla e non a disprezzarla? Quali luoghi sarebbero…

View original post 1.002 altre parole

Che cosa è la memoria ?

paternopoli

Che cosa è la memoria? Quello che ricordiamo e quello che non sappiamo ricordare, la parte illuminata e quella buia della nostra vita, che  appiattisce e sprofonda in un “dove” pronto ad accoglierle, a proteggerle fino a quando un evento qualunque, che risuona in noi come una voce nota,  le riporterà alla mente.

Sul terremoto, sulla sua memoria, ha ragione Generoso Picone, si fanno poche domande. Quindi se ne parla poco. Forse perché è stato così convulso e perpetuo l’evento e le sue conseguenze, che una piccola parte di quel rullio si è insinuato nel nostro quotidiano, fino a trasformarci.

Noi che abitiamo l’Irpinia sappiamo bene che da quel giorno niente è stato più come prima. Sono cambiate le vite, i paesaggi, i paesi, le case, le modalità costruttive, le tipologie, i panorami. È cambiato il corso dei fiumi e la loro portata, sono cambiate le pietre e i tufi, sono scomparsi pozzi, si sono aperte cave, ma soprattutto la gente ha ripreso ad andare via, lasciandoci testimoni di una nuova emigrazione in una terra che ha avuto una ricostruzione inversamente proporzionale al suo sviluppo. Ma raccogliere quello che resta e che è stato, conoscerne tutte le sue potenzialità, mantenerlo unito in un catalogo ragionato, al di là delle nostalgie, mi sembra una maniera corretta per fare, a trenta anni da quell’evento, il punto della situazione e far sapere, a quanti sono rimasti, che c’è una struttura da cui ripartire.

Che c’è una memoria alle nostre spalle da cui nasce anche un futuro da vivere e condividere con le nuove generazioni. Per questo mi sembra molto interessante l’idea di dare vita, a Sant’Angelo dei Lombardi, paese simbolo del terremoto del novembre ’80, a un «Museo permanente sul terremoto in Irpinia», così come proposto sulle pagine del Mattino da Rosalia Castellano e Antonio Penna del centro Cima. Solo che io lo chiamerei «Casa della Memoria e del Futuro» pensando a uno spazio dove la costruzione in pietra possa dialogare con il recupero delle fibre ottiche e la voce dialettale di una vecchia, che racconta del terribile evento, sia tradotta in tutte le lingue simultaneamente, dove le tracce di quello che è stato un paese si confrontino con quello che oggi è un paese, dove si raccolgano finanziamenti per progettare e realizzare una decostruzione dell’eccesso.

La memoria è la funzione di mantenere ricordi, a mente, o per iscritto. Questa la definizione breve e lapidaria che ho rintracciato su Wikipedia. A me viene in mente una pagina di Ogni cosa è Illuminata di Jonathan Safran Foer. «Tutto quello che ancora resta di Trachimbrod è qui», dice Augustine mostrando al narratore le scatole raccolte nella sua casa che traboccano di cose. Tutto un paese è là. Registro, Privato, Album, Nozze, Morti, Polvere è scritto su ogni scatola. Ma la vera memoria è la voce di Augustine che narra, i suoi occhi che si illuminano della luce del passato.

Ripubblico un mio articolo, comparso il 9 settembre 2009 sul mattino di avellino, ricordando che nessun museo permanente del terremoto in Irpinia è stato poi realizzato.

 

Emilia Bersabea Cirillo